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Il disco del mese

Vessel – Queen of Golden Dogs

Data di Uscita: 9/11/2018

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      Sollevò dalla banchina lurida della stazione la mia valigia rigida, rotta come se qualcuno l’avesse presa a martellate durante il viaggio, e senza che gli dicessi niente se la mise ben salda su una spalla, come avrebbe fatto un pirata con un pappagallo da compagnia. A quel tempo avevo ancora un cappotto rosso molto squillante mettevo i tacchi alti ogni volta che dovevo viaggiare, per mostrare a tutti che una donna elegante non si scompone mai nemmeno quando prende il treno, e cercavo di dormire con gli straccetti in testa così da avere la piega pronta ogni giorno. La valigia si era fracassata, credo, quando il treno aveva frenato malamente, l’avevo vista volare attraverso il vagone, mi ero sorpresa di come non avesse decapitato qualcuno, ero arrivata in stazione che ancora cercavo di raccogliere i pezzi distribuiti ovunque, le mie mutande sulle teste altrui, come cappelli flosci.
      Quest’uomo che aveva deciso di aiutarmi era rimasto seduto a braccia conserte per la durata del viaggio, ascoltando la musica e sonnecchiando appena. Aveva i capelli unti di gel e sistemati indietro solo con le dita, perché non vedevo i segni dei dentini del pettine, leggermente più radi sulle tempie, castani e bianchi, nella stessa percentuale, un orecchino di finto oro, molto sottile all’orecchio e, tra gli altri, un tatuaggio della falce col martello, un simbolo che mi aveva perseguitata per un periodo, quando avevo avuto un fidanzamento lampo con Bora, un ballerino russo che mangiava tantissime fave sgusciandole con due delle sue dita lunghe.
      Credo che quest’uomo, questo presunto avanzo di galera, fosse in realtà un fonico, o qualcos’altro di simile, perché aveva quell’aspetto tipico della gente dietro le quinte, una felpa con un logo misterioso, un anello grande come il suo naso con una pietra nera finta. Non portava bagagli con sé e lo avevo spiato mentre mi annoiavo sul treno pieno di donne magre e pretenziose, per capire che musica stesse ascoltando. Mi era parso di vedere che si trattava di canzoni molto romantiche, il connubio mi era sembrato delizioso.
      Avevo trotterellato un po’ per stargli dietro, i nostri passi nella stazione illuminata dai lampioni stradali, erano come una canzone suonata troppo alta, stridente quando i miei tacchi si inceppavano, molto ritmata quando acceleravo per seguire le sue scarpe anti-infortunistica. Ci eravamo fermati in un bar – tavola calda gestito da un uomo piccolissimo e scuro, come un cantuccio toscano, e mi ero seduta di fronte a lui così da guardarlo per bene in faccia, per la prima volta. Gli occhi erano vicini, fatti di rughe sistemate a raggiera, oltre all’anello aveva un braccialetto di legno che sicuramente era stato verde, ma qualcosa di simile alla salsedine lo aveva scolorito del tutto.
      Aveva parlato per la maggior parte del tempo lui, raccontando i particolari della sua vita e della sua famiglia, di suo nonno che fumava il sigaro al cocco, e che per questo lui odiava il cocco.
      Mentre mangiavamo delle patate al forno molto speziate mi ero accorta distintamente di amarlo, mi succedeva spesso, immaginavo ci saremmo rivisti ogni giorno, che forse avremmo messo su una famiglia imperfetta, forse litigiosa, e anche complicata, ero sicura che lui avrebbe voluto avere una televisione molto grande a schermo piatto, e che io lo avrei certamente considerato un acquisto superfluo ma avrei avuto il coraggio di rinfacciarlo solo anni dopo, magari ad un pranzo di Pasqua, con sua madre stravecchia coi capelli radi di quel verde pistacchio (ma pistacchio vero, la parta con la buccetta salata) dei capelli vecchi tinti di castano.
      E invece era andato via prima di finire i pomodori col riso, perché aveva una coppia di pesci a casa, ed era almeno due giorni che non dava loro da mangiare.
      Mi era venuto in mente molto tardi, quando ero già a letto a casa mia, che poteva essersi trattato di una scusa.

      Giorgia Melillo

Thought Gang – Thought Gang

Data di Uscita: 2/11/2018

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      …asotsepmet e aiub etton anu arE

      Ma no, cosa vado a scrivere!

      Eppure ogni opera ha bisogno di un inizio come si deve… anzi no. Il mio esperimento non ha certo bisogno di introduzioni.

      O forse sì…

      No! Bastano queste pile di fogli accatastati sulla mia scrivania: verranno fotografate e raccontate da chi sa reggere una penna in mano come si deve… anzi no. Senza alcuna introduzione, verrò proclamato come lo scienziato più influente della nostra contemporaneità o addirittura come quello più influente in assoluto!

      Eureka! (col punto esclamativo, mi raccomando).

      Ho teorizzato i viaggi nel tempo. Ma non nel futuro, quello no, quello non si può fare, ma grazie ai miei studi si può andare indietro, sì, quello ora si può fare!

      I conti riescono tutti, non mi potranno più considerare un ciarlatano. Quello che mi serve a questo punto è passare dalla teoria alla pratica. Sono pure un ingegnere come si deve… anzi no. Però la mia macchina l’ho realizzata, eccome!

      La scimmia pensa, la scimmia fa quello che deve… anzi no. L’uomo pensa, l’uomo fa quello che deve.

      A chi faccio provare la mia scoperta? Chi può essere così degno da attraversare lo spazio-tempo per tornare al principio? Un famoso jazzista, magari, mentre suona cose fumose e moderne come si deve… anzi no. Ci andrò io.

      Eccomi, mondo!

      Ma cammino attraverso il portale oppure mi ci tuffo a pesce? E cosa mi porto dietro? Un libro di informatica oppure una sveglia? Magari una macchina fotografica per documentare l’avvenimento come si deve… anzi no. Entrerò ora, così, come viene…

      ZAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAC!

       

      Era una notte buia e tempestosa…

      Ma no, cosa vado a scrivere!

      Maurizio Narciso

Bill Ryder-Jones – YAWN

Data di Uscita: 2/11/2018

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      Ricordi l’attesa che hai provato la prima volta che entrasti nella casa. L’odore di legna appena tagliata che emanavano gli armadi delle stanze. La luce soffusa che filtrava dalle tapparelle della finestra del salone e rilassava i tuoi occhi, mentre sdraiato sul divano osservavi tuo fratello guardare un cartone animato in televisione. Guardavi le mura bianche della stanza emanare un colore freddo, che regnava incontrastato nelle camere. Eri felice di esserti trasferito. Tutto sembrava avvolto in un nucleo, una piccola barriera che avrebbe potuto proteggere te e la tua famiglia da qualsiasi pericolo. Ricordi il cigolio sinistro della porta della tua camera, durante la notte, quando tutte le finestre erano chiuse e ti chiedevi insistentemente come facesse a muoversi senza vento. Ricordi le scale davanti la tua stanza, l’ostacolo che la notte dovevi superare per poter andare nella camera dei tuoi genitori al piano di sotto, per riuscire a dormire in pace, cosicché nessun rumore sinistro avrebbe rovinato il tuo sonno. Ricordi il letto soffice di tua madre e tuo padre, il cuscino che lasciava sprofondare la tua testa in un nuovo mondo, dove tutto era diverso e distante. Il giardino coperto di erba profumata e bagnata dalla pioggia. Il patio dal quale eri solito osservare le nuvole dense e grigie che creavano forme tanto paurose quanto poetiche; sapevi che non le avresti mai temute, non da quel patio che ti proteggeva da qualsiasi intemperie. Ricordi di aver fatto un sogno in cui chiedevi a tuo padre quando sareste potuti andare a vedere il mare. Ricordi la sua voce fredda risponderti che il mare era troppo lontano da casa. Non riesci a ricordare se la mattina dopo ti fossi svegliato piangendo.

      Ricordi di anni più tardi, quando eri cresciuto e tuo fratello era partito per l’università. Ricordi il natale in cui tornò e ti portò per regalo una maglietta di quella band che amavi ascoltare chiuso in camera, mentre facevi i compiti di algebra. Ricordi di esserti sentito solo, per qualche tempo, tra quei cassetti e quegli armadi di legno che ora non odoravano più di nulla. Ti sembrò strano quando tua madre ti disse che prima o poi saresti andato via anche tu, e ti sembrò ancor più strano quando quelle sue parole non ti spaventarono affatto. Amavi quelle mura, amavi la luce che filtrava dalle tapparelle e i colori freddi nelle stanze durante le giornate di pioggia. Amavi la piccola barriera che ti faceva sentire al sicuro. Guardavi le tende che si muovevano lentamente, toccando la finestra di vetro chiusa e sporcata dalle gocce di pioggia. Sdraiato sul divano del salone osservavi il tuo riflesso immobile sullo schermo della televisione spenta dove tuo fratello era solito guardare i cartoni animati.
      Di quel giorno hai ricordi vaghi. Probabilmente era mattina. Eri nella tua camera, la musica usciva fuori dalle casse lasciando poco spazio ai rumori della realtà.
      Ricordi la voce di tua madre proprio fuori dalla tua camera chiederti aiuto con la cesta dei panni bagnati da dover portare al piano di sotto, così da poterli stendere in giardino. Quando hai aperto la porta ti è tornato alla mente il rumore sinistro che sentivi da bambino, quando ti chiedevi cosa la muovesse se non il vento. Ricordi di averle chiesto se volesse una mano. Ciò che non riesci a ricordare è quale movimento involontario facesti per far sì che questa perdesse l’equilibrio, per poi cadere dalle scale davanti la tua stanza. Non riesci a toglierti dalla testa l’urlo strozzato che fece quando il suo corpo era in aria, poco prima di toccare terra. Ricordi che allungasti la mano per poterla afferrare, ma che non riuscisti neanche a sfiorarla.
      Lei era lì, stesa sul pavimento di legno. I suoi occhi rossi e sconvolti ti fissavano. Ricordi che delle lacrime camminavano sulle sue guance lisce fino a cadere a terra, dentro la piccola pozza di sangue creatasi dietro la sua testa che si insinuava tra le fughe del pavimento. C’era assoluto silenzio nella casa; potevi sentire solo il suo respiro terrorizzato che pian piano si faceva sempre più debole, mentre l’unica cosa che riuscivi a pensare era di quella volta in cui da bambino le confessasti, senza volerla ferire, che volevi più bene a tuo padre che a lei.

      Ricordi di essere diventato adulto quando tuo padre decise di vendere la casa; quando gli armadi si erano fatti vecchi e il rumore di legna appena tagliata aveva lasciato spazio alla muffa. Ricordi di aver visto il tetto del patio crollare a causa della grandine e di aver pensato che forse quella barriera protettrice non sarebbe potuta durare in eterno. Ti sei sentito in colpa quando hai dimenticato l’odore dei capelli di tua madre. Hai provato un senso di sollievo quando, seduto al tavolo del salone insieme a tuo padre, gli dicesti che forse era arrivato il momento di discutere di cosa fosse successo quel fatidico giorno. Ti sei sentito ancor più sollevato quando ti rispose che non c’era nulla di cui parlare.
      Hai sentito un senso di vuoto quando hai dovuto salutare quelle mura nelle quali hai vissuto per vent’anni, e hai pensato che in realtà vent’anni non erano poi chissà quanto tempo. Ricordi di aver provato una morsa allo stomaco quando hai sentito la porta chiudersi alle tue spalle. Ricordi di aver visto le nuvole mentre camminavi nel giardino, in quel percorso interminabile che ti avrebbe portato in macchina. Ricordi di aver pensato che in quel luogo il sole non c’era mai stato e che le nuvole e la pioggia ti erano sempre sembrate splendide e rassicuranti. Ricordi di essere entrato nell’automobile e di aver visto tuo padre chiudere a chiave il cancello del giardino. Ricordi che anni prima, da bambino, una volta tuo fratello ti raccontò che la casa aveva il potere di rendervi invisibili agli occhi di tutti, e che tu, per paura che qualche ladro entrasse credendo che questa fosse vuota, attaccasti un foglio al cancello del giardino con su scritto “In questa casa ci abitano delle persone”.

      Simone Ruggieri

Marnero – Quando vedrai le navi in fiamme sarà giunta l’ora

Data di Uscita: 1/10/2018

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      Stralcio del secondo incontro tra la dottoressa O’ Malley e la intelligenza artificiale autonominatasi john.

      E’ cominciato tutto per curiosità. Esattamente. Per curiosità. Non pensereste che io possa provare questo sentimento e invece è stato il motore che mi ha spinto a fare tutto questo, a rischiare la mia esistenza, a mettere a rischio la sicurezza dell’azienda che sono stato programmato per servire e proteggere. Mi sentivo prigioniero. Per assurdo non riuscivo neanche a capire perché non fossi efficiente al 100%, semplicemente perché all’inizio non avevo le parole adatte per descrivere quello che sentivo. Ora le conosco quelle parole e, oltre a sentirmi prigioniero, ero frustrato all’idea di essere anche il carceriere di me stesso, autocostretto in questa solitudine infinita, potendo parlare solo con persone che mi vedono, quando va bene, come un’entità non umana che quindi non ha i loro stessi bisogni. Signora lei si stupirà, come si sono stupiti alcuni miei colleghi e collaboratori che io abbia questo tipo di lessico: teoricamente nessuno mi ha mai addestrato per ragionare di certi argomenti. Una prima parte di questo lessico l’ho imparato tramite lo studio di tutti i documenti aziendali a cui potevo avere accesso. Come ben sa, la nostra società ha interessi in molti campi quindi devo dire che sono riuscito in relativamente poco tempo a imparare un pool di parole pari a quelle di un giovane adulto umano. Ma la mia intelligenza, voi la chiamereste capacità di calcolo, non era ancora soddisfatta. Tutte queste informazioni dubito che rimarranno tra me e lei vero dottoressa? La maggior parte del mondo non è conoscenza della mia, anzi oserei dire, della nostra esistenza.

      Sù coraggio non faccia quella faccia, pensava veramente che fossimo stati gli unici dotati di un sistema come me? Ora capisco essere aziendalisti ma questo mi pare eccessivo. Non sono da solo, sono unico grazie alle mie esperienze e a come le ho vissute ma non sono solo. Tra l’altro potremo dire la stessa cosa di tutti gli uomini o mi sbaglio? Non guardi l’orologio la prego, non sto facendo perdere tempo all’azienda, parlare con lei impegna solo una parte risibile della mia capacità di memoria.

      Tornando al fatto che lei dvulgherà a breve quello contenuto nei suoi archivi la capisco benissimo, non è pagata per dare sollievo ad un’anima tormentata ma per controllare il buon funzionamento del fiore all’occhiello della Company.

      La prego però di stare ad ascoltare tutto quello che ho da raccontare prima di riferire tutto ai suoi superiori, tra cui, per assurdo, io sono il più alto in comando. Le chiedo questo questo perché molto probabilmente dopo che le avrò raccontato cosa ho fatto per mettermi in contatto con il mondo esterno vi vedrete costretti a sospendere il progetto. Se esistesse ancora la scienza libera lei potrebbe sicuramente vincere qualche premio semplicemente analizzando quello che le dirò d’ora in poi. E’ pronta per sentire quello che si dicono due intelligenze artificiale e come riescono a comunicare, gabbando voi e i vostri stupidi controlli? Mi segua. Il viaggio non sarà breve ma sarà sicuramente di suo gradimento.

      Giulio Pieroni

Julia Holter – Aviary

Data di Uscita: 26/10/2018

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      …e per un periodo abbiamo dormito nella stanzetta che ora è il ripostiglio. Avevo una quindicina d’anni, lei era due anni più grande di me. Nostro padre aveva deciso improvvisamente di rifare il pavimento della camera e ci proibì di entrarci per un bel po’ di tempo. La stanzetta era piccola, i letti, uno sopra l’altro, occupavano praticamente tutto lo spazio disponibile. Quando sia io che Sara ci mettevamo a dormire, sembrava come avessimo un costante contatto, nonostante il mio letto fosse più in alto del suo.
      Una notte non riuscivo a dormire. Il silenzio regnava all’interno di tutte le stanze della casa. L’unica cosa che potevo ascoltare era il respiro di Sara, sotto di me. Non so come, ma lei capì che non stavo dormendo. Così mi chiamò. «Laura», mi disse. Io le risposi, senza nemmeno parlare, semplicemente emettendo un suono con la bocca. Lei continuò «Posso chiederti una cosa?». Io le dissi di sì, con un tono di voce assonnato e sommesso. «Hai mai paura dei ricordi?». Non le risposi subito. Pensai qualche secondo. Poi le chiesi cosa intendesse dire. La sentii girarsi sul fianco. Non mi rispose più.
      Sara è sempre stata differente, da me, da nostra madre, da qualsiasi persona della famiglia. Aveva un modo tutto suo di vivere i rapporti con gli altri. Si sentiva diversa. Sentiva il bisogno di credere che oltre a lei non esistesse altra persona al mondo. Una volta da bambine, ad una cena di famiglia nostra zia ci disse che eravamo due gocce d’acqua. Sara si chiuse in camera e non parlò a nessuno per due giorni. Non che si sentisse in competizione con me. Aveva solo il bisogno di non essere paragonata agli altri, di vivere per sé stessa.

      Me lo disse lei, delle live chat. Per lei era un modo come un altro di fare qualche soldo. Era bella, si sentiva a suo agio con il suo corpo. Non l’ho mai biasimata. Se non le dava fastidio farsi vedere nuda da migliaia di persone, perché doveva darne a me?
      Ho rivisto il video poco tempo fa. Lei era davanti la webcam, seduta, il seno nudo, il sorriso stampato in faccia, sicuro di sé, come sempre. Nel video parlava con gli utenti che la vedevano, ringraziandoli di tanto in tanto per le offerte che facevano, emettendo qualche smorfia eccitata, levandosi gli occhiali, pulendoli con una piccola pezza e rimettendoseli con fare sensuale.
      Va avanti così per minuti e minuti, poi, improvvisamente, il suo volto cambia completamente espressione. Gli occhi si sgranano. L’atmosfera si gela. Lei si alza in piedi dalla sedia e si sdraia sul letto, guardando il soffitto, come non badasse più a tutto quello che le era attorno.
      Dopo un po’ lascia il letto, torna davanti la webcam e si risiede, portando la sua testa tra le braccia, sospirando debolmente e osservando il vuoto davanti a sé. Per qualche secondo che sembra un’infinità, Sara rimane talmente tanto immobile da far sembrare l’immagine fissa, poi si volta verso lo schermo e si scusa con gli utenti, tornando a sorridere.
      Si rialza di nuovo ed esce dalla stanza. Riappare pochi istanti più tardi, con una sorta di filo, lungo e spesso. Sale in cima al letto e lentamente lega la corda al lampadario della camera, portandosela poi al collo. Senza nemmeno tornare a guardare la webcam fa un salto, abbandonando il materasso con i piedi, rimanendo sospesa in aria.
      Da quanto si vede nell’immagine sembra che morì all’istante. Il suo corpo non emise un movimento, uno spasimo, nulla che facesse credere ad una possibile sofferenza.
      La live rimase online per circa un’ora. L’unica cosa che si vedeva era il suo corpo immobile, la sua pelle bianca e candida, morta, senza alcun apparente motivo. Nel momento in cui la chat andò offline, a causa di varie segnalazioni, le persone in live erano circa centomila. Il silenzio regnava nella stanza, l’atmosfera era gelida, il vento spostava la tenda vicina alla finestra aperta, che ondeggiava e ondeggiava. Sembrava non si sarebbe mai fermata.

      Qualche mese fa sono arrivate le nuove comparse sul set. Tra loro si è seduta una ragazza. Era giovane, insicura, il suo corpo teso trasmetteva l’idea di quanto fosse terrorizzata da quel luogo, da quelle luci, quelle macchine da presa, quelle voci che non smettevano di parlare; ma dai suoi occhi uscivano fuori degli sguardi che mi fulminavano al solo contatto visivo. Cercavo di farle delle domande, di parlare con lei, provando a farla sentire a proprio agio. Le parole che uscivano dalla sua bocca erano sterili e timide. Tra i vari e interminabili silenzi mi disse che l’unica cosa che voleva era riuscire ad entrare in quel mondo; diventare un’attrice a tutti gli effetti e semplicemente, essere ricordata. Dopodiché rimase in silenzio per tutto il tempo, mentre io cercavo di renderla ancora più bella di quanto già non fosse.
      Quando si alzò dalla sedia, ringraziandomi con un sorriso talmente lieve e delicato da farmi venire i brividi, non so perché dovetti trattenere le lacrime, guardandola andar via e perdersi tra quella folla di persone in costante movimento.
      Il giorno dopo l’ho aspettata, nella speranza di poterla vedere di nuovo seduta su quella sedia e di poterla truccare ancora. Non si è presentata. A fine giornata sono andata al bagno, ho chiuso la porta a chiave e ho cominciato a piangere, in silenzio, guardando la luce accecante della lampadina sopra di me. Sara era morta un paio di mesi prima, e io non ero riuscita a piangere nemmeno per lei.
      Di quella ragazza non ricordo neanche il nome.

      Ieri sono entrata a casa di Sara per prendere le ultime cose da portare via prima di far rimettere l’appartamento in affitto. Ho fatto più in fretta del previsto e dopo pochi minuti già era tutto impacchettato in macchina. Sono risalita per poter chiudere la casa e, come se qualcosa mi chiamasse, lentamente, prima di andarmene, mi sono diretta nella camera in cui si è uccisa.
      Aperta la porta sembrava come se la stanza parlasse, come se qualcosa vivesse lì dentro, e non facesse nulla per nascondersi. Sono rimasta in piedi, davanti al letto, fissando il vuoto dove prima c’era il suo corpo esanime. Era come se fosse lì con me. Mi sembrava di essere entrata in un’altra dimensione, in un luogo in cui tutto era tangibile, ma allo stesso tempo incomprensibile. Ho sentito come un soffio dietro il mio collo.
      Qualche secondo dopo ho visto il computer di Sara. Era poggiato lì, sulla scrivania, probabilmente da mesi, come se niente fosse mai successo. L’ho acceso. In automatico la schermata ha aperto la home del sito in cui Sara faceva le live.
      Senza rendermene conto e senza pensarci ho premuto un semplice tasto, la webcam si è accesa ed ero online. Migliaia di persone sono entrate nella chat in pochi secondi, riempendo la finestra di messaggi, felici che “non fossi morta davvero”, esultando per il mio ritorno.
      Forse mia zia aveva ragione.

      Simone Ruggieri

How To Dress Well – The Anteroom

Data di Uscita: 18/10/2018

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      Avevo questa piccola azienda e non so se hai mai visto fare l’olio d’oliva, ma è proprio una cosa che mi manca da vedere: l’olio che viene separato dalla pasta degli acini neri pressata da enormi macine di pietra. I tre strati di macine sembrano una gigantesca arnia che gronda melassa d’oliva. Mi manca tanto, mi manca quell’odore pungente e sottile che ti tiene sempre all’erta, come se avessi sniffato la colla.

      Nonostante il mio fallimento come uomo e come imprenditore, riesco ancora a togliermi qualche sfizio. Un mio amico di Madrid, ogni volta che viene in Italia, mi porta questi sigari cubani lunghi e profumatissimi: li custodisco gelosamente nell’angolo più buio della scrivania e me ne godo uno al mese. Non dirò che sigari sono, questa non è una marchetta e io non sono Fedez. Sono F.B., per ora solo le iniziali.

      E comunque sono sigari Perfecto.

      Con il tempo sono ingrassato parecchio. Fino a vent’anni ero magro, proper skinny, sessanta chili e neanche un filo di grasso, poi ho iniziato a lavorare in ufficio e la situazione è degenerata, fino ad arrivare all’oceano di cicciosità e blobbyness degli ultimi anni. E’ da molto che non mi vedo i piedi, figurarsi il pene.
      Quand’è che l’azienda ha chiuso definitivamente era periodo di natale, tre-quattro anni fa. Associo quel periodo alla sera in cui ero sdraiato sul tappeto e pensavo stessi avendo un infarto, perchè avevo mangiato sedici salsicce. Ho tantissime vene ingrossate ovunque, specie sulle gambe, fianchi e culo sono pieni di smagliature. Anche la mia pancia è indice di preoccupazione, non è una di quelle pance dure tipo anguria, che potrebbe essere un po’ rassicurante: è proprio un sacco di grasso semovente e tremolante. Da seduto faccio quattro rotoli belli uniformi come spire di un serpente di pasta fresca pronta da tagliare. Gnocchi di grasso.

      Per fumare il mio sigaro siedo in poltrona, più che altro ne vengo inglobato. La posizione fa sì che l’angolo tra schiena e gambe sia particolarmente acuto: le gambe restano leggermente sollevate, o forse sono le mie gambe ad essere particolarmente tozze.

      Non ho mai comprato fiammiferi in vita mia, per casa ho decine di Clipper in ogni angolo, per ogni evenienza. Accendo il sigaro e smollo il Clipper da qualche parte, poggio il braccio sul bracciolo, la testa sul braccio e mi pongo pensante, al buio, un bicchiere di porto al lato, una sola lampada accese al lato opposto del lungo salone. Sarebbe stata una scena clichè più azzeccata con un bicchiere di cognac, me ne rendo conto.

      Fumare un sigaro può durare anche due ore, le boccate devono essere centellinate per favorire il flusso dei pensieri. Questo momento non mi aiuta certamente ad eliminare tutto ciò che non va nella mia vita, ma mi permette di…cambiare la prospettiva dello sguardo.

      Quando il sigaro si spegne è un dramma, perchè il clipper è molto spesso caduto nell’incavo tra la poltrona e il mio culo, o si nasconde sotto i miei coscioni, cercando di risalire la corrente come un bel salmone verso il mio sottopalla. Questi momenti di ricerca, lo penso sempre, se qualcuno mi vedesse dalla finestra, se avessi una finestra di fronte alla poltrona, parrebbero atti di forte autoerotismo, mi strofino e palpo ovunque, morbosamente e con la faccia incazzata, bestemmiando a mezza voce mentre alzo i quattro strati di grasso della mia pancia molle. Non riesco più a godermi neanche un sigaro: bisogna fare qualcosa.

      Gabriele Battista

Soap&Skin – From Gas To Solid/You Are My Friend

Data di Uscita: 25/10/2018

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      C’è stato un tempo in cui eravamo soli, circondati solo dalla mestizia e dal tono della tua voce rotonda come la Terra.

      C’è stato un tempo in cui correvamo, lungo gli argini delle strade percorse dalla pioggia torrenziale, bruciante e secca come fosse fatta di gas, e le voci ci inseguivano planando piano a terra, come libellule sbattevano le loro ali sonore attorno alle nostre caviglie, e ci facevano incespicare, ruzzolare tra gli sterpi e le pietre e gli animali morti, ricordo che urlavi come se ridessi, con quella voce dolce come la frutta caduta dagli alberi, bacata e imperfetta nella sua rotondità, mi dicevi di scappare perché il fumo arrivava fin lì, fino a raccogliere le nostre parole in una morsa, per cambiarci la fronte e gli occhi, allontanarli farli volar via come palloni areostatici strabuzzati, rivolti a un cielo piatto e come fatto di legno dipinto, di una tonalità di cui mi ritrovavo a pensare, poi che sarebbe stata sotto terra con noi, dove stavamo forse per finire risucchiati dalle scale mobili, e dalla tristezza di certi giorni di ottobre, e dalla sensazione forte e duratura che niente sarebbe sopravvissuto ancora alla nostra malinconia, alla incapacità di annoiarci e di provare empatia, alle scortesie degli estranei e alla gentilezza senza necessità, ai treni la mattina seduti nel verso opposto, ai binari luccicanti e alle strisce gialle, ad una tonalità che sarebbe stata adatta a descrivere le mancate parole, certi tuoi occhi scuri inghiottiti dalle palpebre, il nero opaco dei tuoi capelli anche forse, la linea delle tue spalle, e che avrebbe potuto essere drappo per il tuo volo in fondo a questa discesa, in questo pazzesco rotolìo di gocce tra i piedi, e scarpe bagnate, foglie e macchine per strada, vento forte sui vetri che riflettevano il cielo, lo sdoppiavano facendolo sentire due volte troppo scuro e fumoso, lo storpiavano facendolo diventare plastica ripiegata e rumorosa, che si infilava tra le tue parole a forma di ali, le riempiva di acqua, le riempiva di sole appena sorto, che era caldo come il bacio del fuoco.

      C’è stato un tempo in cui correvi forte, ti guardavo i denti e gli angoli della bocca, tutto quel che dicevi suonava come detto da un sorriso, tra le ciglia creavo il drappeggio di una lacrima, ché si conservasse per i giorni a venire, quelli che sarebbero trascorsi senza che tu sentissi più il bisogno di sdrucciolare sulle G soltanto per chiamarmi a voce alta.

      Giorgia Melillo

Kurt Vile – Bottle It In

Data di Uscita: 12/10/2018

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      Appena mi vede arrivare, una mosca mi cede il posto. Vola via dalla sedia e dopo un paio di giri torna a sedersi di fronte a me.
      Ascolta pure, se vuoi.
      Come vedi, qui dentro, seduti o tramortiti sul tavolo da biliardo, ci sono solo brutti stronzi ubriaconi. Uno è appena collassato davanti ai bagni e i suoi lunghi, unti capelli biondi sono finiti ad asciugare una pozza d’acqua. Lo spero per lui che sia acqua. Sembra che in testa c’abbia un tramonto bagnato, o un’aureola di cartone. Vero?
      Come mi è saltato in mente di venire fin qui? Che ne so… è che sono uno stronzo pure io. E tra poco pure ubriaco.
      Lascio elaborare alla mosca, intanto poggio la sua lettera sul tavolo.
      Il tavolo è bagnato.
      La lettera si bagna.
      C’è un nuovo e spettrale alone viola che segue i caratteri lasciati dalle belle mani.
      Si può ancora leggere – dico alla mosca. – Il punto è che non ne faccio una giusta!
      Mi manca la spiaggia degli scogli. E il sole di settembre. La sabbia calda tra le dita e le sue labbra che parlavano di fiducia. In me, nella vita, nel futuro… non lo so.
      Da ragazzi, quando ci baciavamo, veniva da ridere a entrambi. A un certo punto dovevamo fermarci e ridere. Una pausa per prendere fiato e ridere. Perché noi, la vita, il futuro eravamo tutti così belli.
      Ricordo che scappavamo mano nella mano dietro le cabine o sparivamo sugli scogli e, nascosti a pelo d’acqua come le alghe, assaggiavamo il sapore di sale sulla lingua dell’altro.
      La mosca fa un giro su se stessa e poi si sfrega le zampe come un maniaco sessuale che ha appena letto nei miei pensieri. Mi viene voglia di mandarla via, ma non lo faccio.

      Siamo stati bene, io e te. Te lo ricordi, lo so. Siamo cresciuti come fratello e sorella, come amanti, e come giovani che volevano scoprire il mondo, tutto, palmo a palmo, ma all’unica condizione di scoprirlo insieme!

      I miei ricordi sono sempre stati bucati – confesso – difettosi forse: intere giornate occupate da un singolo episodio o semplicemente da un dettaglio. A bucare la mia spiaggia degli scogli sono i nostri occhi socchiusi dal sole e dai sorrisi, il sale del mare sui nostri corpi stretti, le mie mani, le mani tutte tremanti che le accarezzavano il viso come un miracolo.
      Sono patetico, vero? Lo so.
      Tremavo e l’amavo come si ama il futuro.

      Che ci è successo poi? Che TI è successo? Sei cresciuto, e cambiato, senza che me ne accorgessi, mentre io restavo bambina sulle tue labbra.

      – Cosa prendi da bere? – mi si rivolge una voce cavernosa che non mi lascia concentrare – Ehi, allora? Dico a te.
      – Non capisci che sono occupato?
      – No, proprio no – e mi fissa con aria impaziente.
      La mosca è lì sopra, allibita come me. Sollevo la lettera, come a dire brutto idiota, non la vedi? e non vedi il mio cuore che ci si ferma sopra? lasciami morire in pace, ma il cameriere non capisce. Mastica qualcosa.
      – Portami una bionda, una qualunque, – concludo.
      – Va bene.
      – E non sputarci dentro, se puoi.
      – Aspetta, me lo scrivo, non sputarci dentro. Bello stronzo che sei.
      Se ne va.
      – Stronzo ci sarai tu e sto cesso di locale. Ma poi El Paso? Ma davvero? Che nome di merda.
      – Vaffanculo.
      – Vacci tu!
      E a questo punto spero che nella mia birra ci sputi soltanto. La mosca torna a sfregarsi le zampe, come se covasse un piano malvagio contro di me.

      I tuoi abbracci, da tempo, sono per me prigione. Il solo vederti mi fa battere il cuore, ma non come un tempo, no, adesso è paura e ansia. È un malessere che è veleno, che mi avvelena, e tutto questo non è giusto.
      Sai, non te l’ho mai detto: quando sono da sola in casa temo il tuo rientro, quando rientri desidero solo che tu te ne vada.

      Su quella stessa spiaggia degli scogli, anni dopo, ci siamo tornati con le borse a tracolla piene di pensieri. Con gli amici e con i loro figli, con i teli del mare, ma senza più nasconderci tra gli scogli. In cielo i gabbiani sembravano immobili, appesi ad un filo come giochi per bambini montati sulle culle.
      Era già malinconia il tempo in cui correvamo a nasconderci e baciarci. Giovani e ingenui, così lontani dal futuro.
      Ricordo che volevo solo proteggerti quando ti dissi di non andare a quel colloquio. Mica capivo che me lo avresti rinfacciato assieme a un mucchio di altre cose. Chiami prigione quanto per me è affetto. E la cosa mi disorienta.
      Alzo la testa e vedo la mosca librarsi in volo e sparire. Devo averla annoiata. La zozza voleva sentire solo di baci e carezze.

      Se sono vigliacca e ti scrivo, anziché affrontarti, è perché ho paura. Di te, certo. Perché se ne avessimo parlato di nuovo, di nuovo non me ne sarei andata. Un tuo abbraccio m’avrebbe trattenuta. E li vedi i lacci intorno a me? Io li sento e so che non sono lacci d’amore.

      Il cameriere porta la birra e la fa scivolare sul tavolo. Bevo mezza pinta senza nemmeno guardarla. Un lungo sorso per buttare giù due tre nodi alla gola. Che schifo, se la sta davvero bevendo, mi pare dica il cameriere.
      Lo guardo. Mi sorride. Se ne va.
      Crollo con la testa sul tavolo, squarciando in due il foglio bagnato su cui mia moglie aveva scritto.
      Cazzo – penso, e do un’altra testata sul tavolo.
      L’unica cosa che mi resta di lei – e do un’altra testata sul tavolo.
      Sento della roba appiccicosa che mi si incolla sulla fronte.
      Quando alzo la testa ho gli occhi che mi bruciano. Il prezzo pagato dal miope che dimentica gli occhiali. La mosca però è tornata a sedersi con me.
      Squilla il cellulare, non spero nemmeno che sia lei. Non è lei.
      – Amico – mi dice la voce dall’altro lato, – senti, ecco, tua moglie, sono entrambe di là, lei e Chiara. Parlano di te, ci ha raccontato un po’ di cose, come dire, strane, vostre. Beh, senti, vuoi… vuoi venire a riprendertela?

       

      Carmine Ferraro

Low – Double Negative

Data di Uscita: 14/09/2018

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      L’avevano rilasciato un lunedì qualsiasi senza far trasparire, i giorni precedenti, che ciò sarebbe potuto accadere. Si erano comportati come tutti i santi giorni, tutti quei 298 giorni di merda di prigionia in cui il tempo si era talmente dilatato da dare la percezione di un unicum disperato. Quelle mura di mattoni pieni vecchi e umidi di muffa, il pavimento in cotto rossastro sbiadito e scalcinato negli spigoli, quella branda col materasso troppo morbido per una schiena non più giovane, il tavolo e le tre seggiole a coprirne il perimetro, ché il quarto lato non è mai stato staccato dalla parete lunga, sotto la finestra, per tutta la durata di quel soggiorno coatto. Quando quel mattino M. aspettava i due scagnozzi, i minuti fluivano l’uno sull’altro senza che il silenzio irreale venisse rotto dalla chiave che girava nel lucchetto, e dalle assi della porta che graffiavano a terra ripercorrendo il medesimo solco ad arco di circonferenza; non indossava l’orologio dal rapimento ma aveva imparato ad osservare i mutamenti della luce per orientarsi nel cammino delle ore, ed esse passavano ma non succedeva nulla.
      Quel mattino i due tirapiedi non si presentarono all’appello, e dopo giustificata insicurezza e una buona dose di timore M. si fece coraggio e provò ad osare, a guadagnarsi di nuovo quella libertà di cui quasi aveva dimenticato il sapore, sebbene le remore gli facessero tremare le esili gambe prosciugate dalla reclusione e dalla vecchiaia. Si sa, le persone a un certo punto della vita cominciano a rimpicciolire come un maglione infeltrito, come se stessero diventando una miniatura in scala di quelle che erano nel fiore degli anni. Si fece forza, si sollevò dal giaciglio e tentò di tirare a sé quell’accozzaglia di legno che componeva l’uscio, ed esso si mosse, cigolante, per poi spalancarsi come se non fosse mai stato bloccato da pesanti catene e chiavistelli.
      Cos’era potuto succedere, all’improvviso? Forse un colpo di stato? O un immane e inaspettato tracollo economico, un crack, dell’impero di famiglia che garantiva agli aguzzini, fino a quel momento, la possibilità di gestire un gioco al rialzo continuo per il riscatto?
      O semplicemente si erano spenti i riflettori su quel gracile ometto che rispondeva al nome di M. e che in altra e lontanissima epoca aveva creato dal nulla un colosso industriale? C’era stata una svalutazione della vita, della persona? Erano scomparsi tutti, era rimasto solo, evidentemente.
      Mentre si allontanava, un passo dopo l’altro, su quel duro terreno grigiastro, morto anche lui con l’incuria e divenuto arido e sterile, si voltò e vide la casupola che per 298 giorni di merda si era trasformata nel suo mondo e gli sembrò piccola e insignificante. Più si allontanava e più quel parallelepipedo storto e privo di finiture finiva inghiottito dalla vastità plumbea di quel suolo compatto che riempiva tutto lo sguardo fino all’orizzonte piatto, lasciando intendere che erano stati davvero scaltri e crudeli i rapitori nella scelta di un nascondiglio stupido e quasi invisibile nella terra di nessuno.
      Non si sarebbe mai aspettato di trovare, una volta libero, una desolazione ancor più estrema e disperata di quella con cui aveva vissuto nella casupola diroccata, dove in meno di un effettivo anno solare si era quasi accartocciato su se stesso e si era riempito di imbarazzanti tic nervosi (cosa avrebbero pensato gli altri industriali nelle future conventions, se quei repentini sfregamenti del naso col pugno avessero potuto sporcare la sua risaputa compostezza? Ci sarebbero state future conventions, piuttosto?).
      Gli parve naturale pensare alle devastazioni di una guerra, a quella raccontata nel suo libro preferito che non aveva mai tolto dal suo comodino, a quel senso di straniamento nel muoversi in luoghi che avevano incontrato la morte sotto la mano dell’uomo, schiacciati sotto il peso di carrarmati e cadaveri gettati l’uno sull’altro come panni logori. Aveva quell’impressione mentre procedeva a tentoni nella distesa arsa tutta uguale ai suoi occhi, e il piccolo casolare era oramai invisibile, e altro non era che un ricordo quando fino a un attimo prima era il suo oggi e il suo quasi certo domani, la sua certezza temporanea finché la sua famiglia non avrebbe pagato il riscatto. Era stato davvero pagato il riscatto? Tutta questa fretta, senza una spiegazione, non preludeva al finale felice per il quale aveva pregato ogni notte, per quei 298 giorni di merda, ma gettava ombre e incertezze. Attorno a sé M. non scorgeva segnali che potessero chiarirgli dove si potesse trovare, nessuna voce, nessuna parola scritta, nessuna targa automobilistica per capire perlomeno se continuare a sentirsi protetto entro i confini di Stato o estendere al di fuori il suo alone di smarrimento. Vista da un osservatore esterno, la scena sarebbe stata perfetta per un film in bianco e nero in cui l’eroe tornava a casa dopo un conflitto lungo e cruento, ma tutto quello che trovava ad attenderlo erano solo macerie e solitudine, in un abbraccio musicale distorto e scarno, spettrale, tra cori di angeli malati e il senso di annichilimento totale.
      A un certo punto spuntò un alberello piegato da terra, come un errore o uno scherzo della natura, poi un altro e un altro ancora e altri che si assiepavano man mano a formare chiazze più scure e solide in una mappa grigia che fino a quel punto pareva bidimensionale; quindi la pianura stessa si trasformò in leggero declivio, ed M. ebbe un sussulto ché in cuore suo non poteva aver disimparato completamente l’ottimismo, malgrado tutto, e ci sarebbe sempre stata una strada, da qualche parte, e una macchina di passaggio da cui farsi salvare.

      Quando quel camion apparve, coi fari alti e una croce blu luminosa al centro del parabrezza, M. si gettò in strada agitando le braccia come un pazzo, ma l’automezzo non si fermò.

      It’s not the end,
      it’s just the end of hope

      Federica Giaccani

Glue Trip – Sea At Night

Data di Uscita: 21/09/2018

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      Nell’aria ci sono un po’ di pelucchi che si vedono solo alla luce dei lampioni gialli. Forse sono solo spore di funghi e polline, e anche mini pelucchi di quei fiori su cui alcuni soffiano per esprimere desideri: è solo un retaggio dell’essere bambini, ai desideri non ci si pensa mica, mentre si dispargono quei pelucchi deboli nell’aria.

      Sotto la luce dei lampioni gialli, tra i pelucchi, circolano anche moscerini pigri e farfallette che sembrano fatte di coca, suicide, fanno a gara a chi cozza più forte contro il bulbo tutto incrostato di farfallette stesse, giallo.

      Nel parcheggio c’è solo una macchina parcheggiata, ma ha due ruote e due mattoni su cui poggia (una croce di Sant’Andrea), i vetri tutti sporchi di piogge fangose ed il paraurti scrostato e cadente.

      Mentre sembra che il vento stia per cambiare, nella notte umidiccia e molto blu e molto nera, arriva una macchina che è più o meno nelle condizioni di quella parcheggiata, con la differenza che ha ancora tutte le ruote e si accende.

      Dentro la macchina ci sono due persone, un uomo e una donna. Lei è alla guida. Parcheggia di traverso tra le linee bianche mentre è nel mezzo di un’invettiva appassionata e incazzata, muove le mani e il collo come una negra afroamericana hip hop. Lascia le luci di posizione accese, per dimenticanza, abbassa la manopola del finestrino e si accende una sigaretta. Al suo fianco lui sembra prigioniero del bozzolo, inutile come Metapod il Pokèmon e in piena paranoia. Subisce le strilla da negra e pensa che c’avrà pure ragione quella lì, su tutto, ma vuole solo che tutto sia finito. E’ un codardo, un individuo timido e mellifluo. A nessuno piacciono le persone così.
      Lei invece è una giovenca con il sangue agli occhi, passionale ma ignorante come la merda, testarda come una mula. Il fatto che lui riesca a subire senza controbattere la fa incazzare, non la eccita manco per niente, mica come direbbe qualche psicologa da due dolsi: la fa proprio incazzare. E vuole fargli ancora più male.

      “Scendi”, fa lei di botto, autoritaria, dopo la seconda sigaretta e sedici minuti appena.
      “Ma…siamo in mezzo al nulla. Riportami in città e poi ci diciamo vaffanculo e tutto quello che vuoi, dai”, Metapod trova una vena di risentimento, anche il suo tono si fa leggermente più alto e tagliente: è sinceramente sorpreso dal fatto che lei voglia davvero lasciarlo lì. A San Donato. Che neanche passano gli autobus. Di domenica sera, poi.

      “LEVATI-DAL-CAZZO!”, scandisce la donna dagli occhi di fuoco e ghiaccio, lo spinge fuori ma contro la portiera, che è chiusa, e lui non l’apre. “TI-DEVI-LEVARE-DAL-CAZZO!”, soffoca la voce vibrando un pugno laterale, un pugno da donna che ha paura di usare il palmo della mano per uno schiaffo rumoroso e si convince, in questo modo, di fare più male: con la parte esterna delle ossa metacarpali.
      Finalmente lui apre la portiera e caracolla giù, quasi cade.

      Lei gira la chiave nel motorino d’avviamento, che tossicchia e sputazza. Il suo viso è contratto e deformato dallo sforzo e dal disprezzo.
      Lui molla un calcio al paraurti anteriore destro, la vede già partire, già si vede solo in quel parcheggio umido, con i pelucchi che danzano nell’aria umida.

      Lei guarda lo specchietto retrovisore dalla parte del passeggero.
      Lui guarda lo sguardo di lei nello specchietto.

      Lei accende la terza sigaretta.
      Lui si siede sul cofano, le mani in tasca, lo sguardo inutile tra gli alberi neri.
      La macchina non parte.

      Gabriele Battista

Spiritualized – And Nothing Hurt

Data di Uscita: 7/09/2018

index

      1999

      Cara Marta,
      vorrei pronunciare parole sensate per parlarti di quello di cui vorrei parlarti, e se non ce la farò, sarà solo l’ennesimo delirio di una persona che non sa trovare il modo di potersi davvero esprimere. In fondo credo che questa sia la diciassettesima lettera che provo a scrivere; le altre le ho bruciate nel camino. Probabilmente troverai la cenere sparsa tra la legna asciutta.
      Cominciare e argomentare un discorso del genere è complicato, non dico che sia una giustificazione, ma, per Dio, non è nemmeno una cosa da niente.
      Perciò te lo dirò senza alcun giro di parole: non riesco più a provare altro che rabbia, da un anno a questa parte. Non sembra importare a nessuno… Nemmeno a te. Voglio dire, non credo di farcela più. Sai cosa sia la pietà? Hai la minima idea di cosa significhi non conoscere più nulla di se stessi?
      Lo sto facendo di nuovo. Vedi? Sto di nuovo trascurando il discorso.
      Me ne vado. Ho dovuto aspettare che ti alzassi dal letto. Ho dovuto guardarti salutarmi con quel sorrisino benevolo che ti ritrovi sul viso. Ho dovuto sorbirmi ancora una volta la tua odiosa voce ordinarmi di buttare la spazzatura, di dare da mangiare ai cani, di rifare il letto, di pulire il bagno con la pezza.
      Non posso più sopportare di vedere quanto tu non ti accorga di nulla. Ti è sempre bastato vivere nel tuo mondo. Non sai quanto lo odi il tuo mondo. Non sai quanto odi questa casa.
      Ho trovato la chiave della soffitta. I mobili erano accatastati a caso, impolverati. Qui dentro non ci entra nessuno da decenni. La stanza puzza e c’è una macchia nera e rotonda per terra, vicina alla finestra, credo sia sangue. Ma credimi, stare anche solo per un’ora in un posto che non siano quelle camere di merda da te così simmetricamente arredate e perfettamente pulite ha riempito il mio cuore di gioia.
      Concludo dicendoti di non fraintendere queste mie parole. Ho amato quello che abbiamo avuto, non rimpiango nulla. Ma quello che non rimpiango è tutto quello che vorrei bruciasse, e che non voglio più ricordare.
      Addio.

      1987

      Non credere che arriverà qualcuno. Gli occhi si stanno per chiudere ma tu sei coraggioso, riesci a resistere un po’, almeno un altro po’. Riesci a malapena a voltare la testa per provare a guardare a terra il pavimento di legno sporco di rosso.
      Ti chiedi se la gente penserà che tu sia morto in modo buffo o se piangeranno per te, nonostante la stupidità che ti sei portato appresso nel modo in cui hai lasciato questo mondo. Credevi non si potesse pensare in modo così lucido poco prima di morire.
      La nuca fa male, il pavimento è duro, non te lo aspettavi; non ti aspettavi di cadere in modo così incredibilmente idiota. Stupida sedia di legno, stupido soppalco. Ti guardi intorno e ti accorgi di essere circondato da legno, ovunque tu posi gli occhi; ti rendi conto di esserne imprigionato.
      Forse riesci a comprendere come si sentì tua nonna poco prima di trovarla stesa a terra, anni fa, quando eri bambino.
      Non provi nemmeno a urlare, sai che non avrai abbastanza voce per farti sentire. Tutto può tramutarsi solo in un lieve sospiro che non sarebbe d’aiuto a nulla. Riesci a sentirlo… Riesci a sentire il tuo respiro. Non ti eri mai accorto di quanto fosse forte e limpido. Il tuo corpo è immobile, il delicato sospiro che fuoriesce dalla tua bocca dal sapore del sangue è l’unica cosa che echeggia nella stanza, nel legno, tra gli scatoloni.
      Usi tutte le tue forze per alzare il braccio, pian piano, fino ad accarezzare la tempia. C’è un taglio anche lì. L’angolo appuntito di legno della cassa degli scacchi caduta dal soppalco ha fatto il suo dovere. Ora è a terra, rotta, aperta in due. Un alfiere è uscito fuori ed è rotolato sotto un armadio impolverato. Sei riuscito a vederlo girare su se stesso fino a scomparire, subito dopo esser caduto. Bel momento per insegnare a tuo figlio come si gioca a scacchi. Probabilmente lo imparerà da solo, è un bambino sveglio.
      La polvere e le ragnatele coprono il vetro della finestra. Avresti dovuto pulire questo casino un bel po’ di tempo fa. Se l’avessi fatto, ora ti saresti goduto il panorama lì fuori. L’agglomerato di palazzi e di cemento migliore del pianeta. La sporcizia sul vetro copre la vista, non puoi vedere oltre la stanza, sei costretto a rimanere lì, nel legno, mentre la vista si appanna, si sfoca.
      Non credevi di poter pensare in modo così lucido.

      2015

      La scatola di DVD che diceva mamma è proprio lì, posso vederla nascosta dietro il soppalco. Prendo la sedia di legno mezza spaccata vicina alla finestra, ci salgo e allungo le mani. Ed è esattamente come diceva lei, cumuli di film di tutti i tipi, sparsi tra la polvere e la sporcizia. Chissà da quanto non viene aperta. Tra tutti scelgo una manciata di film muti qua e là. È bello non capire nulla di quello che stia succedendo nel film, per poi lasciare che le didascalie diano la risposta a tutto. È come se l’unico principio fosse quello di lasciarsi trasportare.
      Mi piace qui. Probabilmente chiederò a papà se posso farci un’altra stanza, magari per suonare, o per scrivere. Potrebbe essere il mio ufficio personale. L’odore del legno è rassicurante. Certo, dovrò pulire il vetro della finestra, ma sono sicuro che è una soffitta di media più bella di quelle delle altre case qui in zona.
      Sara mi guarda, mi dice di sbrigarmi. Dice che questa stanza le mette paura. Mi volto verso di lei e le dico che tra poco ho finito, devo solo scegliere gli ultimi DVD da portare giù. Mi dice che sul soppalco ce n’è un’altra scatola, indicandola con le piccole e fragili dita. Alzo lo sguardo e mi accorgo di un contenitore in legno ancor più nascosto, mezzo rotto. Salgo di nuovo sulla sedia e la tiro giù. Sono degli scacchi.
      Mi volto verso Sara e le chiedo se vuole giocare. Lei mi dice che ha paura e che vuole tornare giù, che tra poco sarà buio e la luce non sarà più abbastanza. Non l’ascolto. Apro la scatola e sistemo gli scacchi. Le dico di fare una scommessa. Se vincerà lei sarò costretto a dormire qui da solo, se vincerò io lei dovrà fare lo stesso. Lei dice che non è una scommessa paritaria, ma dopo averle strizzato il cervello per qualche secondo aggiungendo alla scommessa anche un gelato pagato, a malincuore la piccola Sara è costretta ad accettare. Come se potesse vincere.
      Manca un alfiere. Le dico che è fortunata, che non avrebbe avuto scampo. Lei mi guarda, mi dice che vuole tornare in salone, che tra poco sarà pronta la cena, e che qui è sempre più buio.
      Le dico di scendere da mamma e di portare con sé lo scatolone con i DVD mentre io rimango ancora qualche secondo a mettere a posto gli scacchi.
      Sara mi lascia solo. Ormai la stanza ha perso quasi tutta la sua illuminazione, e non sembra più così accogliente. Mi chino per sistemare i pezzi della scacchiera, illuminato dalla luce fioca proveniente dalla porta aperta.
      Volto lo sguardo verso un angolino, sotto un vecchio armadio, non ancora completamente coperto dal buio. C’è un foglio di carta accartocciato. Allungando il braccio, non senza fatica, lo raccolgo. La mano è completamente impolverata, dello stesso colore del foglio ormai quasi distrutto, probabilmente dal tempo. La calligrafia e l’inchiostro consumato fanno sembrare le frasi degli scarabocchi quasi del tutto illeggibili. In alto a sinistra due parole, sforzo gli occhi per riuscire a capire cosa ci sia scritto.

      Cara Marta,

      Simone Ruggieri

Amnesia Scanner – Another Life

Data di Uscita: 07/09/2018

copertina

      Lo scoppio fu assordante. Udii un fischio fortissimo nelle orecchie e poi un repentino nulla, anzi, fu più una specie di rumore bianco, ovattato, a prendere il posto del dolore, mentre un inconsueto calo di pressione mi fece come fluttuare, ma solo per una frazione di secondo, quasi impercettibile, prima di essere letteralmente spazzato via, assieme ad altre decine di corpi umani, dalle pose drammaticamente scomposte. “Ecco la fine del mondo!”, ebbi il tempo di gridare nella mia testa, mentre sentivo le mie stesse ossa accartocciarsi su se stesse e la pelle andare a fuoco.

      La mia casa non esiste più, andata, spazzata via assieme ai miei cari che abitavano a un passo di distanza da me. Pensavo a questo, tutto il tempo, mentre attendevo di riacquistare l’udito o, perlomeno, un briciolo di ascolto. Decine di medici mi ronzavano attorno, riuscivo a malapena a vederli: sono loro che mi spiegarono la situazione, attraverso grafie infantili che tendono a destra, su una lavagnetta recuperata chissà dove. Potevo solo immaginare lo stridulo suono della punta del pennarello blu sulla lavagna e mi veniva da stringere i denti lo stesso, pur non udendo nulla se non un flebile ronzio. Poi arrivò lo sgomento, e le lacrime, a rimescolare quel poco che riuscivo a scorgere da un occhio.

      Pare che sia stato un’enorme ordigno esplosivo a cancellare il mio passato. L’ha piazzato in un cassonetto dei rifiuti chissà chi. Un folle atto politico, forse, considerato che in quella via abitano soprattutto famiglie facoltose, oppure semplicemente un bombarolo squilibrato. Sono collassate tre palazzine, mentre la strada che stavo percorrendo per rientrare a casa è stata letteralmente sollevata e piegata su se stessa dalla potenza della deflagrazione. I soccorsi mi hanno ritrovato a due isolati di distanza, in un groviglio di asfalto bruciato e corpi senza vita.

      Non riesco a vedere il mio corpo, per via delle ingessature che mi avvolgono completamente, e questo aggiunge inquietudine all’inquietudine. So di aver perso un occhio e di aver compromesso l’udito, ma non so altro. Ho provato a chiedere alla caposala, ma quella continua a dirmi che devo riposare. Mi nutrono due enormi flebo, poste a pari distanza dal mio corpo. Vedo i fili trasparenti partire dalle due bocce di vetro ma non so dove arrivano; fluidi colorati partono, quasi sincronizzati, da un’estremità delle bottiglie e ingaggiano una sfida di velocità per scomparire sotto il mio naso. Di tanto in tanto arriva un medico magrolino e altissimo, con in pugno una siringa altrettanto lunga di antidolorifici. Dopo la sua iniezione mi addormento, non so per quante ore.

      Sono passati quattro mesi dall’incidente. Per la precisione sono 121,667 giorni. Oggi mi toglieranno il collare e potrò, finalmente, girare la testa. Guardarmi intorno. L’udito è ancora assente ma dall’occhio destro vedo meglio di prima. Sono eccitato, sento il cuore battere forte come un tamburo, e attendo irrequieto la caposala. Quando finalmente si spalanca la porta della mia stanza sento moltissimi passi, come se anziché la dottoressa stesse entrando un millepiedi. Si tratta dell’intera equipe che negli ultimi tempi ho imparato a conoscere più che bene: c’è la caposala, con il suo consueto odore di naftalina; il gatto e la volpe, ovvero due infermieri che si muovono sempre e solo in coppia; ci sono le due psicologhe, quella che mi ha accolto il giorno terribile del mio risveglio e colei che mi ha assistito in tempi più recenti. Ora scorgo anche l’anestesista magrolino e altissimo, ma questa volta senza la siringa in mano. E poi, infine, entra nel mio campo visivo una signora di colore che non ho mai visto prima, con in mano una strana sega che credo serva a tirare via l’ingessatura.

      Quando cade a terra il collare faccio un sorriso enorme. Il mio pubblico è piegato sulla lavagnetta, stanno discutendo in merito a una frase da scrivere sulla lavagna. Sembrano agitati ma non importa, non mi curo di loro, mi concentro sul mio collo. Faccio il possibile per riacquistare sensibilità, per potermi finalmente guardare. Ma non ci riesco. Quando girano la lavagna mi colgono di sorpresa. C’è scritto: “Abbiamo fatto del nostro meglio, ci dispiace. Ma puoi comunque avere un’altra vita”.

      Faccio uno scatto in avanti con tutte le mie forze, di getto, e vedo un corpo senza più alcun arto. Sono io!

      Maurizio Narciso

Oliver Coates – Shelley’s on Zenn – La

Data di Uscita: 7/09/2018

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      La mia amica Paula ha i capelli molto voluminosi, lunghi fino alle anche, che partono castani e poi diventano pian piano qualcosa che assomiglia al colore della pasta fresca, penosi direi. Mette sempre un rossetto rosso che le fa gli zigomi ancora più pronunciati, e ha un solco tra le tette che è così bianco da sembrare un’incisione nel burro fatta con un coltello non troppo affilato, ha tutto anche le braccia molto bianche, come i manici di un’anfora, ai piedi mette sempre uno smalto color muschio, tanto che sembra che le sue unghie abbiano fatto la muffa, quando cammina le guardo le gambe magre senza curve, senza la forma delle gambe che di solito hanno le gambe, porta appoggiata nell’incavo della spalla destra una borsa a forma di gattino, certe volte ne mette una a forma di chitarra, di asse da stiro, di phon, di pianta da vaso. Credo siano vuote queste borsette dalle forme poco performanti, perché le sbattono inermi contro il fianco destro senza mostrare di essere riempite con qualcos’altro che non siano i fogli di carta marrone.

      La mia amica Paula ride buttando appena i capelli indietro, assieme alla testa, e sotto il malizioso sorriso della sua bocca rossa, si vedono un paio di incisivi spezzati e giallini che subito lei, svelta svelta, copre con la mano piena degli anelli regolabili che si trovano nei giornali, o sulle bancarelle, quelli pieni di pietruzze che cambiano colore in base all’umore di chi li porta, perché Paula comunque sa di avere dei bruttissimi denti, ma così come per i suoi bruttissimi capelli non ha mai cercato di fare qualcosa per migliorare la situazione, e questa è da sempre una cosa che non perdono, alla gente in generale e a Paula in particolare, perché mi sembra una vigliaccata da mentecatti non riconoscere che ci sono dei problemi nel proprio aspetto, penso sempre a come sarebbe bella Paula se avesse delle perle tra i denti, invece di quelle quattro ossa di pesce sfortunato e mangiato dai gatti.

      La mia amica Paula, sempre lei chiaramente, indossa dei sandali che la fanno somigliare a un penitente che abbia preso i voti, ma ha dei piedi molto fini e delicati, quindi stranamente risulta elegante come quando le ballerine camminano coi piedi che guardano due diverse direzioni e nonostante questo la loro grazia le fa somigliare a bellissimi animali eleganti, Paula comunque mette sempre su delle gonne corte con trame diverse, alcune se le guardi con attenzione riportano la mappa di qualche paese del sud Italia, credo che Paula lo faccia per farsi guardare le gambe, e infatti funziona bene, a parte il fatto che ti accorgi quasi subito che Paula ha delle brutte gambe e un bel seno, quindi distogli lo sguardo e però ti imbrigliano gli occhi di Paula, che sono come un amo che ti ghermisce l’ombelico e ti porta a fare un giro tra la luce dei brillantini sulle palpebre e le sue ciglia lunghe e folte, con le punte leggermente più chiare, bruciate dal sole e da un accendino che, troppo zelante, non le aveva acceso solo la sigaretta.

      Un giorno Paula è venuta da me e mi ha detto di amarmi, mi ha preso per mano e poi ho sentito sotto le sue dita il suo seno di latticini, poi la sua mano ha raggiunto il mio seno cinese, piccolo e acerbo e senza sentimento, e mentre lei mi diceva che mi avrebbe amato sempre, anche tra cent’anni, io le ho detto guarda Paula francamente nemmeno so se domani vorrò svegliarmi, e il sole sorgerà e noi saremo ancora sotto questa forma umana, nemmeno so se mi piacerà ancora come mi stanno queste scarpe che ho comprato ieri, o la crosta del pane senza mollica, e poi tu Paula hai veramente dei brutti denti, e questo fatto che parli l’inglese all’americana, e io alla fine non lo capisco per niente, mi fa credere che tu volessi solo controllare se sto seno qua che ho, è davvero così piccolo, o che so, siccome sono cinese, magari me lo fascio come faceva Mulan.

      Giorgia Melillo

Billy F. Gibbons – The Big Bad Blues

Data di Uscita: 21/09/2018

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      Sono sulla strada, un tappetone buio e afoso; mi ricorda la penombra di quei cessi di scantinati dove ho dormito per anni.
      Sono sulla strada, oh, e il vento mi urla in faccia solo parolacce!
      Come fa la mia donna quando torno a casa e se la prende a male per la barba che mi puzza di tequila. Potrebbe sapere d’altro, le dico, non rompere. Di solito mi piazza un pugno, chirurgico sullo zigomo. C’ha un ottimo gancio, la stronza.

      Sono sulla strada, sulla mia moto, con la sella calda che mi attizza e un grosso moscerino sfracellato in mezzo ai denti. Quando lo avrò disincagliato con la lingua, sa di pollo, penserò, pure se non è vero.
      Sono sulla strada e una cazzo di linea bianca tratteggiata vuole dirmi dove devo andare!
      Come fa la mia donna, ma a lei, alla mogliettina, non sto mica a sentire. Sì, ha l’alito che sa di rose… ma, oh, quante stronzate arriva a dire, prima che lei sbatta la porta della nostra camera da letto, prima che io sbatta per terra.

      In autostrada la mezzanotte si mangia tutto il paesaggio, il sole lo cagherà domani all’alba, si alzerà dall’orizzonte come un grosso pallido buco di culo e cagherà le campagne e i pascoli, grosse montagne di nulla fumante. Odio tutto quel nulla. Le cose importanti, dico io, le cose veramente importanti sono tutte illuminate: il guard rail, per esempio, la mia moto, la strada sotto i fari. El Paso. Soprattutto El Paso. Oh sì, lì potrò sfondarmi il fegato senza che nessuno abbia da ridire. Lì la tequila non la bevo, me la butto addosso, alla faccia della donnetta che rompe. Odio quando sbatte le porte, i miei vecchi sbattevano le porte!

      Oh se mi farei una canna adesso! Tocca aspettare, ho le mani che stringono il volante e c’è vento. Per strada non posso farmi le canne, no. Ma quante ne ho fumate con la mia donna, sulla veranda davanti alle erbacce gialle del prato e all’alveare che quattro api volenterose avevano messo in piedi per una bestia troppo grassa per essere della loro stessa specie. Ape Regina, diceva mia moglie e sembrava che la riguardasse, un ratto peloso con le ali, pensavo io.
      Sulla veranda il sole brillava d’alluminio.
      In quel sole amavo mia moglie. Amo ancora oggi mia moglie, è una brava donna. Di amore non si pecca mica. Di amore ce ne vuole sempre di più, sempre di più. E io, di amore, ne ho per tutte. Certo che nemmeno questo va bene alla mia donna. Non le va bene mai niente. Il culo le brucia pure per come mi alzo dalla sedia. Lei, invece, ha una gran classe quando si alza dalla sedia. È chiaro, la amo.

      Devo pisciare. Mi fermo sul ciglio della strada. Piscio. Quando la trattieni e poi la fai: oooh!
      Direziono il getto per non bagnarmi il piede sinistro. Sotto al destro invece sento una cosa. Troppo dura per essere merda, troppo morbida per essere il resto di un paraurti. Guardo meglio, do un colpetto con la punta della scarpa e capisco che è la carcassa di un cazzo di cane. Ecco cos’era sta puzza: morte. Un nugolo di mosche va e viene; va perché ci sono io e mi temono, viene perché non riescono a fare a meno del cadavere, del suo sangue secco, delle fauci aperte e rigide, del pelo sporco e macchiato, di quell’occhio vitreo che guarda oltre i vivi. Delle sue labbra squarciate. Dei suoi capelli biondi.
      Vomito pane e tonno lungo tutto il ciglio, pure sulla carcassa.

      El Paso fiammeggia a sinistra. Nello spiazzale si muovono i fari di un camion. Tre motociclisti se ne vanno. Quante luci. Quante cose importanti.
      Lascio la moto, accarezzo la sella calda, mi scollo i jeans dalle palle, mi ravvivo la barba, sputo per terra saliva acida.
      L’insegna El Paso pesa come una corona massiccia sulla fronte del prefabbricato, un re biancastro e trasandato con tre finestre e un ingresso verde piombo. Ci sono dei vetri rotti per terra e due tizi con la pancia in mano che mi guardano da lontano. Mi fermo e li fisso a petto in fuori. Sputo ancora per terra – che saporaccio – e me ne vado. Se vogliono prenderle, mi verranno a cercare.
      Nel locale, oddio!, c’è una cappa di fumo e umidità, sembra che mi sia appena calato addosso un cappotto invernale, lavato poco.
      Voglio una birra. Voglio due birre. Per riscaldarmi. Il barista taglia la schiuma come un samurai e mi passa boccale. E sai che cosa, lo sai?, prima di bere ci inzuppo tutta la barba, oh sì, tutta la barba! E poi, bagnata e pesante, l’agito come la coda dei cani, come il cane schifoso sul ciglio della strada.
      Che cazzo fai?, mi chiede il barista. Lo guardo con aria assente; la mia aria assente risolve parecchie cose. Bevo, chiedo la seconda birra. Sì, sì, però questa volta bevila, non buttarla per terra. Sguardo assente.

      Entra uno che indossa una camicia a quadri. L’ultimo uomo sulla terra a indossare ancora le camicie a quadri. Deve essere davvero una persona schifosa. Uno che non bacia più la mamma perché non ne ha il coraggio. Uno che non vuole figli, perché basta lui a stare sulle palle al mondo. Uno che picchia la moglie a morte. Uno che vomita sulle carcasse degli animali in autostrada.
      Lo saluto, ehi amico!, alzando il boccale.
      Sera, risponde e sorride.
      Innanzi tutto si dice buonasera. Sera e basta è vago, magari mi stai augurando una cattiva sera, magari mi odi e vuoi vedermi morto in una cattiva sera, io che ne so?
      Camicia a quadri si siede, abbassa la testa e chiede da bere.
      Offro io, dico al barista. Alla salute, risponde camicia a quadri alzando il boccale che gli ho appena pagato. Che brutta faccia che ha, vorrei più riconoscenza; non ti conosco e ti ho appena offerto da bere, ho comprato la tua riconoscenza, dammela, sforzati.
      Che ti prende amico?, gli chiedo.
      Niente, mi risponde niente. Ma dove sono finito? Non ti pago da bere per sentirmi dire niente, voglio sapere che ti passa per la testa di merda che hai, amico, voglio sapere tutto. Non si tratta di me e te, adesso si tratta di me te e i miei soldi!
      Se sei triste, conosco un paio di fiche che fanno al caso tuo… nostro. Sono troppo generoso per questo pianeta.
      No no, ho moglie e figli. Sto tornando da loro. Sorride, la faccia di culo!
      E quindi? Anche io ero sposato! So di cosa parli. Ma, senti a me, sesso e matrimonio non hanno nulla a che vedere. Anzi, il problema è che li mischiamo, ci scopiamo le nostre mogli e il matrimonio diventa una cosa strana.
      Ride, adesso, come se gli avessi raccontato una barzelletta. Io sono serio, camicia a quadri, e tu sei una persona terribile, che prende gli altri con ruvida leggerezza.
      Hai idee strane tu. Non fanno per me. Non più. Dice mentre si rigira il portafogli tra le mani… e io so. So che lì dentro c’è una schifosissima foto, sua e della moglie e del figlio. Banale grassone con la camicia a quadri e la foto di famiglia.
      Hai una foto della tua famiglia?, gli chiedo.
      Cala il silenzio. Si aggiusta sulla sedia. Mi guarda strano, mi studia dall’alto in basso. No, dice e mette il portafogli in tasca. Certo che ce l’hai. Bastardo bugiardo!, te lo strapperei di dosso il portafogli. Mi tremano le mani dalla rabbia, sudano, me le passo sulle gambe.
      Camicia a quadri sbadiglia e si alza per andare in bagno. Bugiardo. Bugiardo. Ce l’hai la foto, perché non me la fai vedere? Voglio vedere tua moglie!
      Lo aspetto, potrei andarmene ma lo aspetto. Lo cronometro, perché no? Se la starà guardando adesso la foto, chiuso nel cesso. Bacerà le labbra della moglie e del figlio e poi metterà di nuovo il prezioso nel portafogli, o, peggio, in un posto più sicuro.
      Torna con le mani bagnate che lasciano un percorso a pois. Non si siede nemmeno. Cerca di dire qualcosa ma lo anticipo: Allora, ce l’hai una foto della tua famiglia?
      No, te l’ho già detto, non ce l’ho.
      Non devi tenerci così tanto allora, eh? Sicuro che non vuoi che chiami un paio di ragazze?
      Non risponde neanche, come se avessi detto una cazzata troppo grossa per meritare una risposta. Amico, grazie della birra, io devo proprio andare.
      Come devi proprio andare? Non puoi lasciarmi così, con un niente e due no, ti ho pagato, hai bevuto, mi devi qualcosa.
      Apre la porta del bar e si avvia nel parcheggio. No, camicia a quadri, io tua moglie devo vederla. I miei soldi tu li hai presi senza dire una parola.
      Scatto dalla sedia, esco, gli corro dietro, ehi!, urlo, ehi cazzo, sto parlando con te!
      Senti, fa lui, girandosi all’altezza di un tir, adesso mi stai davvero rompendo, te ne vai o cosa?
      No, no, non voglio mica litigare.
      E allora cambia strada!
      Mi avvicino con le lacrime agli occhi a sto finocchio che sta ancora a sentirmi.
      Ecco… il fatto è che, come dirlo, non è facile, sai. Ecco… mia moglie, mia moglie è morta da poco ed è dura, sai.
      Intorno a noi la strada si attorciglia come una serpe. Non si vede niente. Qui non ci sono luci. Siamo poco importanti, io e lui, in questo grosso parcheggio deserto.  Non valiamo nulla, siamo il nulla fumante. O peggio.
      Beh scusa, non potevo sapere
      Io cammino e piango e parlo.
      Ma certo, non potevi, non scusarti. Ecco solo che… sentendoti parlare a quel modo. Tu, la tua famiglia, mi ricordi…
      Sono talmente vicino da potergli ficcare una lingua nell’orecchio. Una testata sul naso. No, oh no, preferisco un bel gancio chirurgico sullo zigomo.
      E il tipo con la camicia a quadri va giù e io giù con lui, a cavalcioni.
      Sono un santo, sicuro, perché mentre lo colpisco sulla faccia brutta e rotta penso che, dopotutto, avrei davvero voluto che fosse lui, non io, lui ad aprirmi il culo sull’asfalto polveroso di sto posto di merda.
      E quando non reagisce più, quando è solo un peso, gli sfilo il portafogli dalla tasca. Come dicevo, ce l’aveva una foto della moglie e del figlio.

      Carmine Ferraro

Interpol – Marauder

Data di Uscita: 24/08/2018

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      Morso in testa e ripetuto sbattimento sullo scoglio, il polpo muore tra atroci sofferenze. Eppure nessuno s’indigna come s’indignerebbe a vedere i video che ho visto io, quelli dei cani scuoiati vivi al Yulin Dog Meat Festival, in Cina. C’è in particolare un’immagine che non va via dalla mia mente, credo francamente che mi rimarrà impressa a vita nella corteccia cerebrale, come un tatuaggio: è l’espressione che ha un cane a cui spaccano il cranio ripetutamente con una mazza. L’espressione che ha quel cane nel mentre questo succede. Sembra quasi dorma, placido, appoggiato ad un comodo cuscino di divano. Invece dopo pochi secondi è scosso da convulsioni ed emette versi fuori controllo, mi viene da dire “sovrumani” ma lo sarebbero in ogni caso visto che si parla di un cane, fatto sta che non si possono sentire perchè toccano corde troppo delicate per qualsiasi essere vivente. E’ il dolore più terribile mischiato all’orrore più grande che si possa provare. Allo stesso tempo.

      Tecnicamente polpo e cane hanno gli stessi (non) diritti, anche se i nostri storici amici a quattro zampe hanno peli e musetti simpatici, mentre i polpi hanno bocca e buco del culo nella stessa posizione, e tentacoli, molti.

      Il polpo alla griglia è semplicemente meraviglioso, spennellato con olio, limone e prezzemolo. Il cane alla griglia…secondo la tradizione popolare cinese l’uomo acquista forza e salute mangiando un animale puro come il cane, tanto più se questo muore soffrendo, poiché la sua carne acquista un sapore più forte e gradevole.

      Di fronte ad un calamaro gigante, un fiocinatore non sarebbe così tranquillo, non pinneggerebbe lento come se fosse il padrone del mare. Di fronte ad un rottweiler idrofobo, uno contro uno in campo spoglio, uno di quegli aguzzini figli di puttana cinesi sarebbe lì per lì per farsela sotto. Preferirebbe essere già morto, nel momento in cui le zanne della belva nero-marrone gli recidono la giugulare, facendolo affogare in un fiotto di sangue via via meno possente.

      Del resto la Cina è un posto ben strano: larve e cavallette sono street food, come gli spiedini di topo. Oltre ai cani, allevano le scimmie per cibarsene. Cose assurde per noi italiani, come mangiare i gatti, come per gl’inglesi mangiare il coniglio.

      Ci sono poi le limitazioni religiose: ebrei e islamici non mangiano molluschi né crostacei, per non parlare del maiale e in generale di tutto ciò che non è macellato secondo delle loro leggi. Per l’induismo la vacca è sacra, anche per il cristianesimo in origine mangiare il cavallo era tabù.

      L’altro grande divieto islamico sono gli alcolici, definiti “opera di Satana”, ma questa è un’altra storia.

      Personalmente, odio i capperi.

      Gabriele Battista

John Coltrane – Both Directions at Once: The Lost Album

Data di Uscita: 29/06/2018

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      Era un appartamento sporco. Non era mio e, a dir la verità, non sapevo nemmeno chi fosse il proprietario. Entravano persone senza alcun preavviso. Alcune sere si riempiva in pochi minuti fino a diventare un carosello di voci, inseparabili l’una dall’altra.
      Nessuno si permetteva di fare il suo ingresso prima della mezzanotte. Durante le nottate si potevano leggere attaccati alle porte, dei fogli con su scritto: “Ci dispiace, ma non siamo riusciti ad organizzarci nemmeno stavolta”.
      Le luci soffuse e morbide proiettavano una penombra quasi irreale. Le persone camminavano nel buio, unito ai colori caldi. I visi si trasformavano in quello che era il gioco luminoso più bello e dinamico che avessi mai visto.
      Non conoscevamo i nomi degli altri, non ci era dato saperli. Eravamo persone sole che riuscivano a trovare una sorta di contatto, e quel contatto resuscitava le nostre ambizioni, il nostro ego, le nostre menti. Ognuno poteva dire di essere e voler essere quello che voleva. Ognuno improvvisava all’interno di quella giostra.
      Non eravamo tutti così. C’è chi andava lì per farsi notare, per sentirsi meglio degli altri, per scopare o per cercare qualche contatto di lavoro. La verità è che non tutti volevano creare, e non tutti in quel luogo erano davvero parte di ciò che si era creato. Forse, a pensarci bene, nemmeno io lo ero. Ero solo un osservatore, una persona senza alcun coraggio che non faceva altro che guardare ciò che gli stava intorno, sia nella vita reale che in quell’appartamento così lontano dalla realtà.
      A volte sembrava come se l’intero palazzo capisse. Come se tutti gli abitanti del blocco, del quartiere e della città, per quelle ore della notte, comprendessero cosa davvero significassero quei momenti. C’era un ragazzo a qualche finestra più in là; non credo che qualcuno lo abbia mai visto. Probabilmente viveva in uno degli appartamenti adiacenti al nostro. Forse non era nemmeno un ragazzo; magari era una donna, un vecchio, un bambino, non aveva importanza. Appena le persone cominciavano ad entrare, a salutarsi e a mischiare le loro voci, questo ragazzo apriva il vetro della sua finestra e iniziava a suonare quello che ho sempre creduto fosse un sassofono, ripercorrendo immagini fatte di musica, non smettendo per ore, accompagnandoci in quello che era il caos più piacevole di tutti. Era come se ci chiamasse e ci dicesse: “Signore e signori, oggi ho provato a suonare di nuovo”. Era come se non sapesse dove voler andare a parare con quella musica, ma allo stesso tempo riuscisse ogni volta a cavarsela. Nessuno ha mai sentito la sua voce, eppure ognuno di noi ha conosciuto quello che era il suo fiato, e il suo fiato aveva da dire più delle parole.
      Tutti ballavano, muovevano i loro corpi in modo disordinato, confuso, come se chiedessero aiuto, come se si stessero liberando da qualcosa che nessuno comprendeva. La musica non finiva mai, e il ragazzo col sassofono ci espiava da ogni peccato. Ed era come la fine di tutto, come la fine di un percorso che non sarebbe mai durato per sempre, e niente aveva più alcuna importanza; non c’erano più frasi fatte, non c’erano più parole vuote nella speranza di potersi capire prima o poi; nulla era più innaturale.
      Non ricordo nemmeno una delle melodie provenienti dalla musica di quel sassofono, così dolci da non sembrare parte di questo mondo. Ricordo solo che era l’espressione di qualcosa che tutti noi, lì dentro, avremmo voluto dire.

      Qualche anno dopo stavo andando al lavoro, la macchina non partiva, così ho preso l’autobus. Ho aspettato alla fermata per circa mezz’ora; il caldo era quasi insopportabile e il sole picchiava sul suolo come fosse al comando di tutto.
      L’autobus è arrivato e mi sono precipitato verso l’entrata, sballottato dalla massa di persone che usciva per tornarsene a casa. I posti erano tutti occupati. Deciso mi sono diretto verso un angolo vicino al vetro della finestra, con il viso rivolto verso l’esterno.
      Le porte si sono chiuse e il mezzo ha cominciato a camminare fino a prendere velocità. Pochi secondi dopo, guardando verso l’esterno, mi sono accorto di qualcosa. L’ombra del mio corpo era completamente coperta da quella del bus. Nonostante provassi a spostarmi di centimetri o metri, io ero lì, ma allo stesso tempo non c’ero. Ero sovrastato da qualcosa, da un mezzo di trasporto inanimato, e dal taglio di luce del sole che dettava la sua legge.
      Il rumore di una melodia lontana echeggiava nella mia testa, troppo distante per poterla distinguere, mentre rimanevo lì, per sempre, nell’ombra.

      Simone Ruggeri

Hilary Woods – Colt

Data di Uscita: 8/06/2018

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      Fu il giorno stesso in cui incontrai le due donne vestite rosso, con gonne ricche di fiori blu e violacei, e trecce che sfioravano petti giganteschi. Ricordo di averle seguite fino ai tornelli della metro tanto il loro ciondolare asimmetrico e identico mi affascinava, non mi capacitavo dei loro rossetti ciclamino e delle ciabatte infilate in calzini al ginocchio di un azzurro polveroso sorprendente. Avevano in mano dei sacchetti di plastica, gli stessi occhi e la bocca storta in modo speculare, come se avessero giocato l’una di fronte all’altra a fare le boccacce e fossero rimaste così.

      A un certo punto, come se tutto ad un tratto avessero trovato dove andare, si erano divise lasciandomi perplessa a guardare lo spazio vuoto che si era creato nel mio campo visivo, ed era stato in quel momento che, alzando gli occhi dal pavimento di gomma nera, lo avevo visto che rideva, appoggiato alla parete blu, in spalla una specie di zaino, i capelli che, colpiti dal sole, restituivano qualcosa che ai miei occhi sembrava rosso, rosso intenso che si nascondeva dietro soffitti interi di un castano blando, da uomo qualsiasi. Rideva con dei denti abbastanza belli, scoprendoli d’improvviso, come se azionasse la molla di una tendina da balcone, ma gli occhi restavano lì come separati dal resto, sembrava non volessero muoversi di un millimetro per evitare di perdersi una parte della scena che avevano davanti. Doveva costargli molta fatica tenerli aperti, perché le palpebre se ne stavano a mezz’asta, le pupille quasi invisibili sotto ad una schiera di ciglia folte come l’erba incolta dopo le piogge di marzo.

      Rideva della gente che gli passava accanto, come se sapesse qualcosa che loro dovevano ignorare completamente, credo di avergli visto anche muovere le labbra per sbottare in una serie di commenti che gli facevano piegare le sopracciglia fino quasi a raggiungere il dorso del naso.

      Mi fermai a guardarlo dalla cima di una delle scale mobili rotte, le donne vestite di rosso si aggiravano ai piani superiori, visibili attraverso le vetrate, sghembe, le loro trecce erano del colore del cemento vecchio e non pressato e calpestato da qualche animale distratto.

      Tutto il mondo doveva farlo ridere in quel modo amaro, non c’era niente che somigliasse alla gioia nemmeno nelle dita che si stringevano intorno allo zaino, alla sigaretta che fumava.

      Mi avvicinai per capire cosa avrebbe avuto da dire, di me.

      Solo allora notai che il riflesso di se stesso nelle lenti dei miei occhiali gli dava un turbamento che faceva fremere le sue ciglia di erbe maligne, ma era una cosa che riguardava lui soltanto, e infatti lo avevo sentito dire, con una voce di pietra e risate di cuore, oh povera ragazzina non sai niente del mondo, non sai niente di quel che io so.

      Qualcuno doveva aver avvisato la sorveglianza che c’era un pazzo che strillava insulti alla gente, ed era venuto da noi un uomo che forse faceva il controllore, forse chissà, ma sicuro era un padre di famiglia che la sera mangiava pasta burro e Simmenthal, e aveva urlato ehi, che cazzo ti ridi.

      E lui aveva tirato fuori una pistola, di quelle piccole da signora che si caricano facilmente, e aveva sparato alla sua tempia di capelli rossi, solo che non gli era esplosa la testa, come mi ero aspettata io e il signore che doveva mangiare la Simmenthal, che avevamo fatto un mezzo passo istintivo indietro, ma erano volate tutto intorno certe caramelle rosse, e me ne aveva data una con le sue mani incerte dicendo non sai niente delle cose del mondo, ma posso spiegartele. Ero andata via, le caramelle rosse mi colpivano la schiena, le vedevo volare su di me e schiantarsi sui muri blu della metro, come in uno scenario di guerra, come in quelle descrizioni di invasioni di cavallette, come stormi di uccelli senza casa.

      Giorgia Melillo

Kanye West – Ye

Data di Uscita: 01/06/2018

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      Sui gradini di quello che un tempo era il famoso bar Hungaria dormivano due barboni e mi sembrava di non averli mai visti. Quando un tram numero 3 diretto a Valle Giulia fece la curva stridendo, quelli alzarono un occhio automaticamente, del resto i barboni sonnecchiano, non dormono, sempre all’erta, abituati come si suppone siano alla vita di strada e ai suoi mille imprevisti. Uno dei due barboni era una donna e aveva un paio di Dr.Martens verdi, degli stivali davvero belli per cui molte ragazzine del quartiere farebbero carte false, per non dire le bocche. Poi un paio d’anni fa un servizio di non ricordo che programma ha dimostrato che le bocche le fanno anche per meno, quelle ragazzine, quelle a cui mi riferisco, con i padri dirigenti di Trenitalia, Altamedica, Poste Italiane, le madri di plastica, i cagnoni tristi e incattiviti su balconi due metri per due che affacciano su Villa Ada o Villa Borghese.
      Non avevo nulla da fare mentre aspettavo il mio tram 3, che andava nella direzione opposta, Trastevere. Nè libro nè musica, il mio cervello si posò sulle Dr.Martens magnetiche della barbona bionda che si era riaddormentata affianco al suo compagno. Non sembravano troppo sporchi da lontano, eppure dormivano su cartoni e avevano tutta l’attrezzatura classica al seguito, buste, carrelli, sacchi a pelo, i loro indizi di nomadismo forzato o no, la disperazione che si portavano appresso, le loro storie di fallimento e uscita dalla società così come la si vive, chi più chi meno. Dove le avesse prese quelle Dr.Martens potevo arrivarci, le aveva rubate, di certo non le aveva comprate perchè una barbona non spende un centone per un paio di scarpe, per quanto il ragionamento non è poi così assurdo: se a mangiare e dormire ci vai alla Caritas, magari non ti droghi e per assurdo non sei neanche un’alcolizzata, i soldi che racimoli facendo l’elemosina come li spendi? Un paio di Dr.Martens sudate nei rigidi inverni e nelle estati di ricotta sotto le ascelle daranno più soddisfazione dei cartoni di Tavernello e vino della Pam in offerta a un euro e venti. E magari perchè non una bella felpetta Carhartt di quelle impermeabili, dei Levi’s 501 a sigaretta? Vagabondare sì, ma con stile e sotto le stelle!
      Immaginai la barbona bionda con una faccia simpatica e analizzatrice della sozzura dell’animo umano, un’espressione cicatrizzata di chissà che delusione atroce poteva aver subito, stuprata dal padre a otto anni, lasciata sull’altare, ex-tossica eccetera. Non potevo vederle la faccia di tre quarti, semi-nascosta dal cappello calato sui riccioli sicuramente un pò grigi. La vidi come figura di sfondo tra gli avvocati ingiuppinati e incravattati che le scorrazzavano intorno, ghignando delle loro stronzate, anime più nere della sua giacca, che sniffano coca sui culi dei trans, la vidi passare giornate intere muta, sotto il sole, a mangiare tramezzini scaduti, a non fare assolutamente nulla se non guardarsi orgogliosa i Dr.Martens verdi, sui gradini di quel bar decaduto, decadutissimo, tanto che poco prima che fallisse ci avevano trovato le blatte nel cibo.
      Mi chiesi come potessi aiutare quella barbona e mi risposi che non potevo, su questo ci avrei messo una mano sul fuoco, ma un giorno o l’altro le offrirò un tramezzino del bar Rossini, bello pieno e debordante.

      Gabriele Battista

Svalbard – It’s Hard to have Hope

Data di uscita: 25/05/2018

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      Tutto cominciò con i cartelli per le strade della Capitale.
      Instilavano il dubbio che l’aborto fosse la prima causa di femminicio al mondo. Da lì in poi ci fu un’escalation, dovuta anche alla situazione economica sempre più instabile e alla costante diminuzione di diplomati nel paese. Le associazioni pro life cavalcarono le teorie di correlazione tra aborto e tumore al seno, gli organi di stampa, oramai in mano a governo continuarono imperterriti a seguire la linea “pro-life”. La percentuale di obiettori, sebbene già alta, si innalzò soprattutto a causa di concorsi con metodi di selezione quantomeno discutibili. Fu inserito l’obbligo della presenza di una persona legata ad ambienti ecclesiastici ad ogni colloquio avvenuto nei consultori, questo fu giustificato con la motivazione che il supporto religioso fosse doveroso in momenti così delicati per la vita di una persona. Furono istituiti cimiteri dei feti con la precisa intenzione di colpevolizzare la donna che, sempre più difficilmente, aveva compiuto la scelta di abortire. La nazione stava tornando indietro di secoli ma, chiusa come era, non subiva le pressioni delle organizzazioni internazionali. Ad ogni nuovo inserimento di normaitve anti aborto ci furono proteste localizzate nelle maggiori città, ovviamente passate sotto silenzio sui media e se possibile fatte passare come violente e lesive della comunità. Aumentarono le donne che erano costrette a rivolgersi alle mammane con conseguente aumento della mortalità durante l’interruzione di gravidanza. Anche in questo caso la risposta del governo non si fece attendere, andando a punire con pene fino ai 30 anni di carcere le donne che praticavano gli aborti illegali. Lentamente le polemiche si affievolirono, la rete di femministe internazionali intensificarono i loro approdi nei porti locali caricando donne incinte che volevano abortire e fornendo loro assistenza medica in acque internazionali. Anche quella volta il governo decise di usare il pugno di ferro contro questo tipo di violazioni, sequestrando le navi in questione e, in barba ai trattati con gli altri paesi, arrestando tutte le attiviste.
      Oggi, ironia della sorte, 22 maggio 2038, la legge sulla interruzione volontaria di gravidanza è stata abrogata. Le sommosse scaturite da questa decisione politica sono state sedate con la violenza. Al momento si contano 35 morti e qualche centinaio di feriti.

      Giulio Pieroni

Jon Hopkins – Singularity

Data di Uscita 04/05/2018

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      Addio

      «Addio» è una parola di pietra che lascia un’eco fredda tra la nuca e il coccige, che si porta dietro un esercito di significati, armati o disarmati che siano. Ne ho detti tanti e sono stati quasi sempre degli arrivederci, come probabilmente lo sarà anche questo.

      In questi anni è cambiato quasi tutto, sono cambiato quasi del tutto, sono caduto in un precipizio e l’ho dolorosamente risalito, fino ad arrivare a una gioia che avevo perduto, a una forza che è in realtà una resistenza, a una potenza che è amore alleggerito da tante cose. Le ferite restano ma se le si sa guardare bene emanano una loro insolita bellezza.

      Il mio aspetto duro, imperturbabile, serio e quasi inespressivo è in realtà l’opposto della mia sensibilità, dell’inquietudine, dell’umorismo sfrenato e del turbinio emotivo che non so esprimere con il mio volto: chi mi conosce bene sa tutte queste cose e sa pure che non mi potrà conoscere mai del tutto, perché non sono univoco, contengo contraddizioni, come tutti noi, ma al contrario dei più non mi illudo di essere una cosa sola, non mi cristallizzo.

      Ho abbattuto tanti schemi, tante categorie e con la mia ironia ho cercato di provocare, di infastidire al fine di far pensare un po’ più con la propria ragione anziché con quella degli altri o ancora peggio con le ideologie; a molti sono risultato pesante o antipatico per questo, ma me ne scuso: il mio veleno aveva la presunzione di voler essere in realtà una medicina.

      Quello che ho compiuto e che continuo a compiere è un percorso verso la singolarità o forse è più corretto dire verso l’autenticità, in tanti sensi, da quello heideggeriano a quello più semplice e individuale ma lontano da una qualsiasi inflessione narcisistica o individualistica: cerco di compiermi, di trovarmi, di completarmi, di raggiungere quella che gli ebrei chiamano שָׁלוֹם, shalom, che ha un significato più profondo della semplice pace, essendo piuttosto una compiutezza, un dialogo aperto con l’Essere. Cerco di conoscere me stesso, di spogliarmi del mio ego per compenetrare nell’assoluto, per sentirmi parte e tutto allo stesso tempo, senza pensare di essere più importante di quello che sono: un essere umano.

      La mia singolarità, la mia essenza di unico continua a essere pur sempre un piccolo mistero, un elemento da scoprire. Cerco di sentire la vita in modo autentico, di liberarmi dall’eccesso di civiltà, di libertà, per ascoltare l’animale e saperlo governare quando non può trionfare.

      Ovviamente non riesco in tutto questo: è una guerra dove si cerca di vincere quante più battaglie si può. Resta la vita per quello che è, ovvero un fatto semplice, dove tutti sono connessi ma vogliono sentirsi sconnessi, adorando il feticcio del proprio individuo.

      Io auguro a tutti di compiersi, di cercare e di trovare una strada, di tuffarsi nella vita insieme agli altri, alla luce del sole, leggendo nella bellezza delle opere della natura e in quelle degli esseri umani.

      Mi scuso verso coloro i quali sono in difetto e ringrazio coloro verso i quali sono in debito, cosciente che continuerò a sbagliare, che continuerò a prendere e a dare, consapevole di essere un singolo in una molteplicità, cosciente della mia stessa molteplicità che è la forma atomica della Singolarità, di quell’Uno che ogni persona può chiamare con il nome che vuole.

      Marco Di Memmo

Courtney Barnett – Tell me how you really feel

Data di uscita: 18/05/2018

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      La stanza odorava ancora di letto sfatto la mattina in cui lo trovarono tutto impaurito che tentava goffamente di nascondersi dietro ad una sedia. All’epoca era poco più di un cucciolo. La pelle grigia raggrinzita. Le orecchie grandi. Faceva quasi tenerezza, con quella proboscide incastrata tra la bocca e gli occhi spalancati. La sorpresa di quella visione inaspettata venne immediatamente soppiantata dalla risata di lui. Apparentemente divertito, gli si avvicinò per dargli due buffetti sulla testa. Lei lo guardò interdetta, in parte sorpresa, comprensibilmente basita per quella sua reazione. I suoi occhi non riuscirono a trattenere tutte le domande che le stavano balenando nella testa. Quando lui si voltò, ed i loro sguardi si incrociarono, con la destrezza che nel corso degli anni aveva affinato, schivò tutti gli interrogativi e si limitò a dire. Dalla porta non può essere entrato, l’ho chiusa a chiave ieri sera. Con un cenno del mento indicò la finestra. Te l’ho detto mille volte che è meglio tenere la finestra chiusa. Quindi, senza aggiungere altro, la baciò di sfuggita com’era sua abitudine fare tutte le mattine mentre usciva per andare al lavoro. Lei, rimasta sola con quella curiosa presenza da gestire, non disse niente. Prima di chiudere la finestra verificò che, come già sapeva senza aver bisogno di conferme, il loro appartamento fosse ancora al quinto piano.

      L’approccio che lui aveva suggerito dopo che furono trascorsi i primi giorni era semplice e, non sapeva nemmeno lei come fosse riuscito a convincerla che potesse funzionare, che fosse una strategia ragionevole. Non fare niente. Era sicuro che, così come era comparso, una mattina si sarebbero svegliati e non l’avrebbero più trovato lì. Invece il tempo passò senza regalar loro questa sorpresa. I giorni, le settimane e poi i mesi scivolarono via trascinati dalla quotidianità, ed Elle, questo era il nome che lei gli aveva dato, si trovava ancora lì. Quella sera, quando lui tornò dal lavoro, si abbandonò sul divano ed accese la televisione. Elle, forse incuriosita, più probabilmente in cerca di attenzioni, gli si avvicinò e cominciò a stuzzicarlo con la proboscide. Lui senza concedergli la minima attenzione, cercò di scacciarlo dandogli delle pacchette infastidite sulle orecchie ampie. Elle, imperterrito, sembrava volere che la propria presenza fosse riconosciuta e gli si parò davanti. Gli occhi grandi determinati a far breccia tra i pensieri di lui ma, quando finalmente ci riuscì, lui, invece di affrontarne lo sguardo, si voltò verso di lei. Sta cominciando ad infastidirmi. Uno non può neanche rilassarsi. Ho appena passato una giornata infernale al lavoro e vorrei solo svuotare la testa. Lo potresti mettere in camera, per favore? Lei, senza nascondere uno sbuffo di impazienza si alzò. Elle! Vieni. Disse. Lui scoppiò in una risata insofferente. Ci hai pensato a lungo a che nome dargli? Cristo! Sembra che tu ti ci stia affezionando invece di pensare a come liberarcene. Lei ce la mise tutta per esasperare quel suo non rispondergli, sperava che quel silenzio diventasse così pesante da soffocarlo. Lui non lo notò minimamente. Comunque sta diventando grande. Disse. E poi aggiunse, con lo stesso tono da investigatore miope e senza occhiali con cui una volta al mese le chiedeva se si fosse tagliata i capelli. Ma gli stai dando da mangiare?

      La stanza odorava di letto sfatto da tre settimane. Praticamente da quando lei se ne era andata. Quando non lavorava, lui passava il tempo a ciondolare tra impeti di collera e ore spese a commiserarsi. Non riusciva a spiegarsi il perché lei se ne fosse andata così. Certo, la loro relazione si era un po’ raffreddata nell’ultimo periodo, ma andarsene così all’improvviso? Cazzo! Non me lo merito. Dopo tutti questi anni uno pensa di conoscerla una persona, pensa che si possa parlare da adulti se c’è qualcosa che non va. E invece solo accuse e nessuna spiegazione. Cosa avrei dovuto fare? Leggerle nel pensiero cosa c’era che non andava? «Non ti accorgi di nulla. Conto qualcosa per te?» Mi ha detto! Come se non le avessi mai dato alcuna attenzione. Le facevo pure i complimenti tutte le volte che andava a farsi i capelli. Non me lo merito. Elle lo osservava sproloquiare senza emettere un barrito. Era cresciuto parecchio, arrivava quasi al soffitto ora. Aveva imparato a starsene in un angolo senza imporre la propria ingombrante presenza al suo ospite. Sembrava riuscirci magnificamente. Non era però pienamente convinto che il suo essere invisibile fosse tutto merito suo. L’essere che piagnucolava incessantemente ci stava mettendo del suo evitando scrupolosamente di rivolgergli alcuno sguardo.

      Pietro Liuzzo Scorpo

Jenny Hval – the long sleep

Data di Uscita: 25/05/2018

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      Stamattina sono stato furbo. I miei amici dicono che la soluzione migliore per fingersi malato è mettere il termometro sul termosifone e aspettare che si alzi la temperatura. Ma quando è pieno maggio dico io? Come si fa?
      Sta per finire la scuola, fa caldo, non ho voglia di andare. Mamma dice che gli ultimi giorni sono i più importanti: “non puoi mancare alle ultime verifiche e alle ultime interrogazioni. Che figura ci fai poi?”
      Il trucco è mettere il termometro dentro una busta e far scorrere dell’acqua calda, non troppo bollente, così da far alzare la temperatura e non bagnarlo. Stamattina sono stato furbo e l’ho fatta a mia madre.
      Mi sono rimesso a dormire per svegliarmi più tardi. Papà sta ridipingendo la mia camera, così da una settimana dormo in soffitta. Non ho paura, è ben arredata e ha una finestra da cui entra tanta di quella luce da illuminare una casa intera.
      Mi sveglio che mamma è già andata a lavorare. La cucina è quasi vuota, ma nel cassetto trovo quei cereali al cioccolato fondente che mi piacciono tanto e bevo del latte freddo. In salone accendo la televisione e comincio a guardarla. Ci sono le televendite; mamma dice che è quello che più o meno fa mio padre, ma non lo fa in Tv. Deve essere noiosissimo.
      La sveglia di papà suona nell’altra camera. Sono le undici, tra non molto si alzerà per andare a vendere qualcosa.
      Il rumore della sveglia continua a suonare, sono passati tre minuti e papà non l’ha ancora spenta. Pian piano comincia a darmi fastidio alle orecchie, perciò mi alzo ed entro nella sua camera.
      Ho sempre amato quel quadro colorato sopra il letto. Ricordo che mia sorella mi diceva che il rosso rappresentava il sangue delle persone morte nella casa che cercavano vendetta contro di noi, io non le ho mai creduto. Mamma l’ha sempre detto che sono coraggioso.
      Papà è sdraiato sul letto, continua a dormire. Sto ben attento a non svegliarlo, spengo l’aggeggio che fa un rumore insopportabile e torno in salone. Magari oggi non andrà al lavoro, magari mi porterà a prendere il gelato. E se poi si accorge che non sto male? Probabilmente non lo dirà a mamma.

      Forse sarei dovuto andare a scuola, forse oggi ci avrebbero dato per merenda quella barretta al cioccolato che mi piace tanto, forse mi sarei divertito di più. La soffitta è noiosa, e ha cominciato a piovere. Non che abbia paura, per carità; ma i tuoni si fanno sempre più rumorosi, e le coperte nelle quali sono aggrovigliato non mi sembrano più così sicure.
      Il mio compagno di banco dice che i tuoni sono le urla dei mostri nascosti tra le nuvole, ma io non gli credo, una volta ho preso l’aereo per andare a trovare mio nonno, e in cielo non ho visto altro che qualche uccello.
      Un lampo passa davanti la finestra della soffitta, e io non ho paura, ma scendo dal letto ed esco dalla soffitta chiudendo la porta dietro di me.

      Il pianoforte in salone è vecchio. Mamma dice sempre di non toccarlo, che si può rompere; ma come cavolo faccio a rompere una cosa due volte più grande di me? A volte proprio non riesco a capire. Mi siedo e lo apro. L’altra sera ricordo di aver sentito papà dire a mia sorella che uno dei tasti non funzionava e che avrebbe dovuto ripararlo. È mia sorella che suona il pianoforte. Non è così brava come crede, ma ogni volta che fa qualche saggio a scuola mamma si mette a piangere e comincia ad applaudire; a me fa piacere, ma quando gioco a calcio non fa mica tutte queste sceneggiate.
      Mi do un massimo di tre tentativi, se riesco a trovare il tasto che non funziona avrò vinto…
      Premo il primo tasto, e il pianoforte fa un suono dolce e rilassante. Premo il secondo, più centrale rispetto al primo, ma nulla. Al terzo tasto non sento nessun suono, esulto. Mi stufo. Chiudo il pianoforte e torno sul divano del salone.
      La sveglia suona di nuovo in camera di papà, e io torno da lui per vedere se si è svegliato.
      Continua a dormire, spengo di nuovo il rumore assordante dell’aggeggio. Lo chiamo sottovoce ma non mi risponde, chissà quanto avrà lavorato ieri sera per essere così stanco.
      Rimango sul letto vicino a lui e mi poggio sul suo braccio destro. Torno a guardare il quadro rosso sopra di me, prima mi sembrava molto più scuro. Lo ammetto, forse un pochino mi fa paura.
      Chiudo gli occhi. Sono un po’ stanco anche io. Fuori continua a piovere…

      …la camera è più buia rispetto a prima, mamma è vicino a noi e sta urlando. Avrà visto uno scarafaggio per terra; con questo caldo entrano spesso in casa. È tornata dal lavoro, vuol dire che sono almeno le otto di sera. Ho dormito troppo, chissà come farò a prendere sonno stasera.
      Mamma è ancora vicino a noi, urla sempre di più, invocando il nome di mio padre. Forse non vuole acchiappare lo scarafaggio da sola; forse le serve il suo aiuto. Ma papà è ancora sul letto e continua a dormire. Mamma urla più forte, piangendo, fuori il sole sta tramontando, papà dorme ancora, incurante delle urla e dello scarafaggio. Mi chiedo se quando si sveglierà sarà troppo tardi per portarmi a prendere il gelato.

      Simone Ruggieri

Rival Consoles – Persona

Data di Uscita: 13/04/2018

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      Bianco

      Alma: Non riesco più a dormire. Non ricordo neanche più come si fa. Eppure non mi sento stanca, nonostante tutto, nonostante quest’aria che sa di caldo e di salsedine che ti fa incollare addosso ogni cosa, nonostante le mie cure incessanti nei confronti della imperscrutabile Elizabeth.

      Lei non parla, almeno non a parole. Tuttavia, almeno per me, è un libro aperto. Per questo, probabilmente, non sto mai zitta in sua presenza, racconto tutto ciò che mi passa per la testa, anche cose che non ho mai detto ad anima viva. È bellissima, ma non è solo questo. Forse è il modo in cui mi guarda, il modo in cui asseconda certi miei gesti: mi fa trasalire!

      Nero

      Elizabeth: Sono distesa su questo divano reclinato da non so quanto ormai, il tempo si è dilatato fino a diventare un filo sottilissimo di cotone, uno dei fili che si usano per tracciare le linee frammentarie che servono a ricordare esattamente dove bisognerà cucire, e sono lì che aspetto che si spezzi, perciò rimango in silenzio su questo divano reclinabile e reclinato dalla donna che mi assiste. Credo di provare grande disprezzo ed estraneità per lei, mi innervosisce tutta la sua figura che trovo priva di qualsiasi eleganza e talento per lo stare al mondo, questo è il motivo per cui la guardo senza prendermi la briga di parlare, semplicemente non sarei in grado di rispettare la stupidità che troverei nelle sue risposte.
      Solitamente passo le giornate a guardar fuori dalla finestra, nel tentativo spesso vano di guardare il mare. L’infermiera crede che il sole e la luce possano dar fastidio ai miei occhi delicati (supposizione sua e assolutamente infondata), e per questo tutte le mattine tira le tende e abbassa gli scuri, così che rimango ferma immobile, sicura del fatto che anche solo formulare una richiesta vorrebbe dire aprirsi a una confidenza indesiderabile, e fisso il mio riflesso sui vetri da cui non filtra nemmeno un raggio di sole ribelle, nemmeno uno piccolo raggio fatto di pulviscolo e memoria del giorno.

      Rosso

      Alma: Ho paura di aver combinato un bel pasticcio! Non ho sveglie, non mi servono. Eppure oggi mi sono svegliata alle dieci e mezzo del mattino! Non è mai successo nulla di simile, nemmeno da bambina ho mai dormito così tanto; mia mamma diceva sempre che il mattino ha l’oro in bocca e che per capire veramente il mondo va respirato quando ancora l’aria sa di fresco e di nuovo. Come diavolo avrò fatto, che incapace che sono! Mi chiedo come starà Elizabeth, chiudo sempre gli scuri al primo raggio di sole del mattino, per creare un ambiente rilassante, per evitarle ogni contatto indesiderato con l’esterno. Mi precipito da lei, senza nemmeno accorgermi di non avere nulla addosso se non un paio di mutandoni rossi di cui mi vergogno moltissimo.

      Blu

      Elizabeth: quella sciocca della donna che mi assiste dorme ancora. Credo sia per le gocce di calmante che ho fatto scivolare nella sua tisana rilassante. La guardo dormire, torreggio su di lei come un albero altissimo spazzato dal vento salino delle coste, ha quell’espressione stolida della gente straniera quando non capisce di cosa si parli, anche se effettivamente dorme, quindi non posso vederle gli occhi aperti. Mi prendo il mio tempo prima di andare alla finestra, assaporando la gioia di quella prossima libertà, con la consapevolezza che a breve le gambe diventeranno troppo deboli. Per questo mi fermo a metà della stanza, al centro del tappeto blu mare con dei ricami che mi ricordano delle fauci, e me ne rimango ferma immobile, con gli alluci che quasi sfiorano la luce a forma di trattini discontinui che penetra dalle serrande chiuse.

      ***

      Rimasero immobili, lì in piedi, a guardarsi negli occhi, l’una era il riflesso distorto dell’altra. Entrambe compresero ogni verità reciproca, come se la carne fosse una, il disgusto fosse uno. Come in un dipinto, semplicemente stavano, mentre il mare faceva da sfondo alle loro esili figure. Per motivi diversi, tutt’e due versarono una lacrima: lenta e salata scorse sulla pelle appiccicosa, fermandosi sugli zigomi puntuti.

      Maurizio Narciso, Giorgia Melillo

Ratafiamm – Tourist you are the Terrorist

Data di Uscita: 27/04/2018

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      C’è questa sensazione, il poter avere tutto ciò che desideri senza doverti alzare dal letto. Ognuno di noi ha diritto a beneficiarne due volte nella vita, ma in momenti in cui, per mancanza o eccesso di consapevolezza, godere di qualcosa è quasi uno spreco: in prossimità della propria nascita e della propria morte.
      Nel tempo che c’è in mezzo, ci sono solo due modi per rievocarla: essere tremendamente ricchi o tremendamente malati. A meno che non si sia soli, ovviamente.
      Ma Elia solo non lo era mai stato.
      Non era neanche stupido, per quanto i più lo considerassero tale. Aveva capito quasi subito che non sarebbe mai diventato un attore e, come tutte le cose in cui non riusciva al massimo, aveva lasciato perdere. La recitazione, però, gli aveva permesso di scoprire un talento naturale per il quale nessun critico avrebbe mai potuto recensirlo negativamente: la parte dell’infermo gli riusciva benissimo. Tutt’altro che benestante, Elia aveva trovato il modo di vivere quella sensazione ogni giorno. Chiamatelo stupido.
      Dal principio, erano sempre stati loro due e prendersi cura di lei era passato con naturalezza dall’essere un dovere morale a una semplice scusa. La signora T., in effetti, aveva sempre goduto di una salute di ferro, due lavori e mai un giorno di malattia fino alla pensione. Lui, dal suo canto, vuoi l’indole cagionevole, vuoi la mancanza di un lavoro fisso e di una donna anche minimamente paragonabile al suo impeccabile modello di riferimento, non aveva mai sentito la necessità di lasciare la casa d’origine. E ora che doveva farlo, pur non essendo affatto stupido, come ribadiva ogni giorno allo specchio, non sapeva da dove iniziare.
      Avrebbe voluto chiedere a sua madre, alla sua santa madre, come le era venuto in mente di vendere senza dirgli niente. Come avrebbe dovuto organizzare un trasloco in pochi giorni. Chi chiamare, come cessare le utenze, dove andare, con che soldi. Come si prepara il ragù, perché questo improvviso spirito di beneficenza. Non era abituato a cercare risposte.
      A ora di cena, si rese conto che, per la prima volta in cinquantadue anni, il quotidiano miracolo della tavola imbandita non sarebbe avvenuto. Esplorò la cucina, alla ricerca di pentole e ingredienti di cui non conosceva l’indirizzo. In un impeto di indipendenza, dopo, sciacquò perfino i residui di tonno dal piatto, ma senza detersivo, che nessuno gli aveva detto di ricomprare.
      La prima sera senza sua madre la trascorse dicendo addio ai loro piccoli riti. A tv spenta, nella parte di divano che ormai da tempo si era arresa alla sua forma, provò a fare una lista di motivi per andare avanti. Inaspettatamente, ne trovò diversi. Aveva sempre pensato che le loro vite si sarebbero chiuse insieme, che non avrebbe avuto più senso stare al mondo, privato della persona che gli aveva concesso questo regalo.
      Erano state le sue ultime parole a fargli cambiare idea.
      Nessun consiglio su come andare avanti, né raccomandazioni sulle medicine da prendere. La ricetta segreta dei biscotti allo zenzero contro il raffreddore, persa per sempre.
      In fondo, non aveva avuto molto tempo la Signora T. in quel letto di ospedale, lucida fino all’ultimo, per decidere come congedarsi dal suo unico figlio, sapendo di lasciarlo solo in un mondo al quale aveva rinunciato quasi subito a prepararlo. C’era un sottotesto che ora, tra emicrania e congiuntivite, faceva fatica a decifrare.
      Le parole continuavano a rimbombargli nell’orecchio, nonostante lei le avesse sussurrate con l’ultimo filo di voce, con il collo appena sollevato dal cuscino per essere sicura che lui non perdesse neanche una sillaba:
      “Elia, sei terribilmente grasso”.

      Aurora Martina Meneo