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Adagio

Joanna Newsom – Divers

Joanna Newsom – Divers

D.d.U. 23/10/2015

Up in the clouds where he almost heard you

Ritengo sia un errore credere che il nostro cervello abbia bisogno di continui flussi informativi, correnti inquietanti vincolate al mapping cognitivo che diano l’illusione di ridurre l’incertezza. Il sogno, la rielaborazione mnemonica ne sono la testimonianza. Il cervello muta di fronte al fatto e, al tempo stesso, è capace di cambiare la realtà attraverso una palette Luscher in modo assolutamente proprio. Il fenomeno si dice essere legato all’effetto del personale trascorso, legno polverso che caratterizza il singolo e inevitabilmente entra a far parte integrante dell’opera. E dunque, per quanto la matrice sia comune, la rielaborazione non può che essere individuale. A pensarla in questi termini, è facile intendere come l’arte esalti la realtà o, al contrario, l’asciughi, capace di creare un nuovo canale adatto ad aprire le porte di nuove esperienze emotive. In un primo momento potenziale poi attraverso una mano mano e trasmesso al pennello, il riflusso visivo, reale o immaginato, si converte in forma ed eccita il sistema nervoso almeno quanto stimolerà quello dell’osservatore fino a diventare esperienza estetica. Esistono artisti che ritraggono ciò che vedono, altri che delineano ciò che ricordano. Io preferisco dipingere nuove realtà. Tutto quello di cui ho bisogno è svincolarmi dal tempo. L’effetto è singolare e degno di sincero rispetto.

Giulia Delli Santi

Palace – Chase the Light

D.d.U. 08/06/2015Palace - Chase the Light

Un semplice accordo tra le due parti, mentre invisibili parole tengono il ritmo alla caduta. Non so dove andremo a finire, somewhere under your skin , sottile a tratti trasparente.
C’è una brezza leggera che permette alla tua voce di giungere a me, senza barriere, come oltraggio a questi passi troppo corti, alla luce che indietreggia per lasciare spazio all’ombra.
Ma nell’ombra una stella sarà visibile, solo nell’ombra quella stella potrà guidarmi. Nel lungo cammino, tra alti cespugli, guardo in alto per ricominciare a camminare ad occhi chiusi.
(Potrei desiderare di smettere di aver paura, di perdermi, di rischiare. Non desidererò mai di smettere di aver paura. Fintanto che avrò paura:
I’m afraid of the dark
To me you’re the light
You’re more than a champion)

Valentina Loreto

Micheal Christmas – What a Weird Day

Micheal Christmas - What a Weird DayD.d.U. 23/10/2015

Ho in tasca un cubo nero, pietra nera, odio puro, carbonato, dado di morte, anti-sentenza. Ho preso un martello e ho spaccato l’orologio di casa, tornando bambino. Odio odio odio odio odio odio odio odio odio odio odio. Un tempo ero sposato con la più casta puttana del mondo: si era prostituita una sola volta nella sua vita. Ora sono il meno santo dei santi, il meno folle dei folli, squartierato squartato squadrato rotondo solo nel tondo algoritmo degli occhi. Inseguendo la fama ho incontrato la fame, puntando al bene ho sparato a me stesso. Butto il dado, esce un lato nero, ovvio. Muoio.
Che strana giornata.

Marco Di Memmo

Ólafur Arnalds & Nils Frahm – Loon

D.d.U. 02/10/2015Ólafur Arnalds & Nils Frahm - Loon

Le tazze fumanti, appoggiate sull’ampio davanzale, appannano i vetri assieme ai nostri respiri, a contrasto con la pioggia sottile che forma rigagnoli sbilenchi. È ottobre, Berlino è grigia dal quinto piano di un palazzo in stile Altbau di Prenzlauerberg.
Le gocce picchiettano le superfici dello studio, saltellano sul pianoforte e sulle poltrone in pelle scura, sgambettano leste tra le pesanti apparecchiature per manipolare i suoni che ci han costato una bella fatica, in un vecchio edificio senza ascensore.
Un leggero fruscio di fondo vorrebbe confondere le carte e sospendere un poco la percezione del presente. Il ginseng bollente redime i nostri peccati di una notte di clubbing della quale ancora mostriamo gli strascichi, tuttavia abbiamo imparato a commuoverci e danzare simultaneamente, in questa città, da sempre. Vanno di pari passo, il ballo e l’ascolto intimo, fluiscono l’uno verso l’altro, andata e ritorno.

Si è fatta notte, si esce di nuovo.

Federica Giaccani

Lyric of Leaves – Lyric of Leaves

Lyric of Leaves - Lyric of LeavesD.d.U. 14/07/2015

lyric of leaves by Lyric Of Leaves

In questa veranda l’ombra va e viene, tra i grovigli di bouganvillea fiorita e gli scampoli di cielo azzurro. Esistono solo colori netti: la terra è arsa e bruna, le case bianche, e anche se quest’isola da qui potrebbe essere confusa con terraferma, oltre i declivi il mare è blu cobalto tutt’intorno. Il meltemi mi rammenta lo scorrere dell’estate, ma non ho ancora fatto il primo bagno della stagione perché qui l’urgenza è una malinconia da domare, da addomesticare a quattro mani, tra accelerazioni ballabili e paesaggi sonori eterei che scorrono come fotogrammi dal finestrino di un treno. Mi è rimasto poco tempo per recuperare le parole che ho affidato alle foglie accarezzate dal vento, mi hanno promesso che se ne sarebbero prese la giusta cura per lenire la mia solitudine. Ma anche a te hanno riservato la medesima premura.
Domani arriverà il tuo aereo, ti porterò a mangiare sulla spiaggia per mostrarti il meglio sin da subito, poi ci tufferemo e cercheremo assieme i pesci sott’acqua.

Federica Giaccani

Aurora – Running With The Wolves

Aurora Running With The WolvesD.d.U. 04/05/2015

Let this crystalline voice run through the air like water on your body and your skin, let it tell stories from the soul and the woods, let all rhythm with memories and sunlight through leaves and paths on the ground, let it call for home. Watch it shake with a slow spontaneous dance, watch it run through childhood dreams, wild purity, humanity, let it sing. She sings challenging wide horizons in the landscape, she sings from the middle of nature, seeing the sun that breaks the ice and caress the lake, and your face. You feel a genuine proper need of art, of a proper space, little or far it doesn’t seem to matter too much. Hear again this voice sing, among these places, as a cut of light that’s running through a diamond .
Lascia che questa voce cristallina corra attraverso l’aria come acqua sul tuo corpo e sulla tua pelle, lascia che racconti storie che arrivano dal profondo dell’anima e dai boschi, lascia tutto risuonare con memorie e luce solare che percorre le foglie e i sentieri sul suolo, lascia che cerchi la via di casa. Guardo tutto in movimento durante una lenta danza improvvisa, guardalo correre tra sogni d’infanzia, purezza selvaggia e costruzioni dell’uomo, lascia che canti. Canta inseguendo ampi orizzonti nel paesaggio, canta dal cuore della natura, guardando il sole che scioglie il ghiaccio e carezza la superficie di un lago, e il tuo viso. Senti un bisogno genuino e appropriato di arte, di uno spazio adeguato, piccolo o lontano non sembra poi molto importare. Ascolta ancora cantare questa voce, ascoltala tra questi luoghi, come un fendente di luce che taglia un diamante a metà.

Filippo Redaelli

Shinoby – Sensory Deprivation Tank

Shinoby - Sensory Deprivation TankD.d.U. 23/06/2015

Ero attirato inesorabilmente da quel rivolo di sudore che scorreva sul tuo petto, nell’insenatura naturale formata dal décolleté. Un tracciato fonte di piacere estremo e fantasie appagate tra incessanti linee di kicks e snare ambivalenti. Le temperature non si abbassavano con il tramontare del sole: un sortilegio, che solo la carica sessuale poteva infrangere, spezzava il respiro.
“Sensory Deprivation Tank” recitava il cartello ai bordi di una strada che non aveva uscita, ci inerpicammo su di un viale scosceso attorniati da musiche prima accelerate e poi intermittenti. Il caldo e la fatica diluiti tra i sorrisi delle persone che ballavano tra piante carnivore e barboni disidratati schiantati al suolo dalle temperature.
Cactus illuminati nella radura sulla collinetta e mani che si intrecciano mentre lentamente ci si spogliava apprezzando le abrasioni di un’amplesso che acquistava vigore nonostante gli sguardi indiscreti. Una voce metallica in lontananza tra rave lontani anni luce e buio pesto in cui gli occhi di animali sconosciuti brillavano come stelle a terra. Ho seguito il rivolo di sudore tra le cosce, nella schiena fino ai glutei per una passione senza freno che ha trovato botole calde in cui defluire dirompente.

Le grida dei derelitti risvegliati dalla danza finale, una corsa tra le risate con l’abbassarsi dei bpm al pari della pressione corporea. Il confine tra sesso, paura e ansia non è mai stato così vicino; siamo vestiti di solo sudore. Esperienze da ripetere in loop.

Alessandro Ferri

Ken Camden – Dream Memory

Ken Camden - Dream MemoryD.d.U. 15/06/2015

Nella vita precedente c’è stata un’estate di ebbrezza continua, dove anche il caldo soffocante non impediva il contatto fisico. La vigoria e la carica sessuale da una parte, un continuo fluire di musica ambient dall’altra. Due poli del genere creavano un circuito vizioso in cui la pelle nuda aderiva perfettamente al suolo ed alla sua erba umida senza sentire pruriti o fastidi. Il pudore dimenticato chissà dove prima di ripartire seguendo strade poco illuminate con in sottofondo un tappeto di droni.
Un periodo storico che attualmente si mischia ad un’altra vita, uscendone ovviamente distorto. L’armamentario sintetico è cresciuto, la manipolazione della chitarra varia con un tocco vintage e cosmico a far sembrare il passato coperto da una patina gialla. Sussulti vibranti che rimangono distanti in un delay capace di stordire, le scie galattiche sono ben indicate allo sprovveduto turista nel passato. Il soporifero mantiene qualità fisiche e tattili, la pelle è sempre presente in un romanticismo sottile come i capelli rimasti incollati alla maglietta.
“Vocal samples” rintracciabili in uno strano alfabeto segreto, un range di oscillazioni pressoché infinito. Il ricordo della penetrazione è irreale, lontano e ricoperto dalla lussuria, inscindibile dalla pellicola opalina apposta sulla memoria.

Alessandro Ferri

Blanck Mass – Dumb Flesh

Blanck Mass - Dumb FleshD.d.U. 12/05/2015

Il porno era diventato una fissazione senza via d’uscita, una dipendenza. Consumavamo giornate intere davanti allo schermo, pause e zoomate su capezzoli e peli pubici, su volti deformati dal piacere, immobilizzati in imbarazzanti espressioni libidinose. Saltavamo la scuola con regolarità per spararci video e film a ripetizione, stava trasformandosi in una malattia. La carne fresca è stupida, volubile. E quando arrivò l’elettronica trance dei synth, ci facemmo imbambolare come dei mocciosetti; tracannavamo vodka come fosse acqua e ballavamo senza tregua loop cupi e lussuriosi, la libertà correva nei vasi linfatici e con le braccia al cielo osannavamo gli dei pagani del suono. Guadagnammo la perdizione totale quando scoprimmo che era possibile combinare le due passioni, i ritmi pulsanti sapevano di sesso e la pornografia ci muoveva dentro come una musica scura e ipnotica, dalla ritmica incandescente.
Non avremmo mai più visto alcuna alba.

Federica Giaccani

Bodega Bamz – Sidewalk Exec

Bodega Bamz - Sidewalk ExecD.d.U. 14/04/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Harlem, Rucker Park

Padre dalla Repubblica Dominicana e madre dal Portorico, dove vuoi andare ragazzo? In NBA? Meglio se inizi a spacciare con quel fisico, ti mancano i muscoli anche per quello forse.
Azzoppato per le origini, la diffidenza si trasforma in squalo affamato tra minoranze guardate con sospetto dalla maggioranza. I tatuaggi come diversificazione e posizionamento non sono un rimasuglio degli anni 90′, le battaglie per conquistare territori è viva. Bodega aveva solo il tiro da fuori, con la droga poco successo perché i boss non rispettavano la sua famiglia.
Recitare un ruolo, questa era la sua vita: my first passion was being in film. Growing up in church, I was in dramas. I was very passionate about acting, I still am
E allora i Tanboys – a movement of Latinos who are proud and powerful individuals who want to put our culture back on the forefront of this music – prima della relazione con A$ap Mob, flow forsennato e beat dilatati ancora da definire. Una forza d’urto in crescita e amen se non si arriverà al titolo di MVP, Curry è lontano.

I’m staying humble, I’m staying true to myself. I hope that I was born to do this

Alessandro Ferri

Jerry Paper – Carousel

Jerry Paper - CarouselD.d.U. 31/03/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Il riferimento a Eno mi sembra abbastanza scontato, ma c’è un elemento nuovo, strampalato, circense, con una sonorità che sembra muoversi sempre sulla linea dello scherzo. Un disturbo post traumatico da stress che si può estendere dalla vita individuale a quella del mondo e della musica… e della mia stessa vita. Una nevrosi da guerra causata da guerre di diverso tipo, guerre in cui non si spara. Ma non importa, tanto c’è questo sottofondo ridicolo, questa coscienza del grottesco della vita umana, dell’abnorme tragicommedia che si esaurisce nel giro di qualche decennio e ci rende simili a granelli da caffè, humus che fa fatica a diventare tale a causa della prolungata assunzione di conservanti che ci “conserva” anche da morti. Guardarsi allo specchio e insultarsi; ridere; andare ai ricordi più dolorosi e rendersi ridicoli (magari immaginandosi vestiti da tacchini); guardarsi negli occhi; pensarsi polvere; ridere di nuovo; ripetere l’esercizio tre volte.

Marco Di Memmo

Nathaniel Rateliff – Closer

Nathaniel Rateliff - CloserD.d.U.: 27/01/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Vorrei scriverti una lettera. Vorrei in questa lettera invitarti a venire con me. Mi sembra già di essere sull’auto che guiderò fino a raggiungerti. Vita dentro, fuori, dappertutto. Tu arriveresti, luminosa come sempre, a schiarire questo cuore. Gireremo a lungo, mi dirai di quel posto, sai ricordi te ne parlai. Andremo a Liverpool, non sarà Easy, certo, ma non ci fermeremo, Something beautiful ci aspetta. Guarda, senti, lo vedo già qui, non lo vedi anche tu? Mangeremo un gelato lì in quella gelateria all’angolo, seduti assieme alla brezza marina, a M. Ward che canta la sua “Color of water”, e riderai, e rideremo. Laughter, un riso che ci porterà a ridere ancora. Closer, mi sussurri, teneramente. Così poi scenderà la sera, distesi tra le nostre braccia staremo, una luce fioca di riflesso sull’acqua del Mare D’Irlanda illuminerà i nostri visi. Winded. At the end.

Valentina Loreto

Angelo De Augustine – Spirals of Silence

D.d.U. 18/11/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Nessuno sa che quando si annega si continua a vivere per molti anni sul fondo dei fiumi, dei laghi o dei mari; poi viene l’angelo della morte e porta nel paradiso degli annegati. Nei fondali si scopre che le carpe sono delle ragazze meravigliose, oppure che i persici eseguono alle perfezione i passi di danza cinese, oppure, ancora, che i tonni, i merlin e i pescispada cantano le canzoni di Nick Drake e che ascoltando questo Angelo con le sue spirali di silenzio, in alcuni momenti, hanno provato quella stessa malinconia dell’angelo-drago annegato, che è bella e dolorosa al tempo stesso.

Marco Di Memmo

VVhile – More

D.d.U. 09/11/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

In un luminoso primo pomeriggio cominciammo a caricare il furgone, i bagagli erano ammucchiati in strada col rischio che qualche avventato automobilista li spazzasse via, ché si sa, qui da noi il traffico è caotico e ti travolge come avremmo fatto noi con l’Europa, a colpi di batteria. Stipati valigie e strumenti, partimmo all’inseguimento del sole, uscendo da Beograd, e ben presto i casermoni sovietici svanirono per lasciare il posto ai campi coltivati. All’alba avremmo trovato accanto a noi ancora il caro amico Danubio, per farci sentire sempre a casa. E intanto la notte arrivava, ci accampammo in una stazione di servizio sotto un cielo terso e benevolmente stellato. Nel caldo abbraccio del sacco a pelo ci aspettava un futuro elettrico, chitarre graffianti, rumore, sudore. E un caleidoscopio di suoni multisfaccettati, come i disparati volti di questo continente.

Federica Giaccani

Fink – Hard Believer

D.d.U. 15/07/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

La ragione per cui ho comprato la mia prima chitarra risale a quando ero solo un bambino. Ogni cosa presente in casa era proprietà di tutti, eccetto la vecchia Martin di mio padre. Me ne tenevo alla larga per evitare di indisporlo. Mi diceva che ero troppo giovane perché capissi l’importanza di quel suono. Naturalmente la cosa m’infastidiva, qualunque piccolo uomo vuole sentirsi trattato come pari da colui che, dal primo respiro, è diventato il suo riferimento. Cominciai a risparmiare con qualche lavoretto improvvisato. Si dice che chi comincia ad avere a che fare con la musica è spinto dal bisogno di esprimere qualcosa, dalla necessità di sfogare quel che abita la propria pancia. Io lo facevo per dimostrare a mio padre che si sbagliava. Inutile dire che col tempo ho avuto modo di comprendere che ad avere torto ero io. Oggi capisco quello che cercava di dirmi. È impossibile comprendere intimamente la profondità di alcune cose, benché gli ardori infantili che ti muovono continuino a suggerirti il contrario. La sua voce mi ripete ancora che siamo fatti l’uno per l’altra, e non posso nascondere che ascoltare quel segreto mi fa stare bene.

Giulia Delli Santi

Mark Lanegan Band – No Bells on Sunday

D.d.U. 29/07/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Un intrico di fili. Pali in legno. Quasi marci. Solidi quanto basta. Case popolari in mattoni rossi. Fogli di giornale abbandonati al vento. Bottiglie in frammenti ai piedi di marciapiedi vuoti. Ci si potrebbe passare intere domeniche tentando vanamente di ricomporle. Ma l’autobus viaggia piano. Come alla ricerca di un ultimo disperato passeggero da portare fuori da là. Lontano dalla città. Chissà dove. Mentre tutto oltre i finestrini passa oltre. Immagini come annebbiati fotogrammi di una pellicola abbandonata.
Per un momento immaginò di interpretare sé stesso in un film. Ne concluse che non sarebbe stato affatto realistico. Non sarebbe stato per niente veritiero. Lui. Proprio lui. Incapace di recitare sé stesso. Fu solo un momento. Poi quel pensierò scivolò via. Sopraffatto da un’incontenibile necessità di pisciare. E poi il mal di testa. Cazzo. Agognava con ansia la prima sosta ad una qualsiasi stazione di servizio.

Pietro Liuzzo Scorpo

Phon.o – Cracking Space Pt. 2

D.d.U. 06/06/2014

Un  breve ascolto, durante la lettura

La ragazza si alza dal bordo piscina con ancora il costume addosso e si infila dei pantaloni di felpa troppo grandi per lei prima di partire; l’ultima sigaretta rimasta e poi giù per le colline floride di vegetazione in sella alla moto. Anche lei non si era mai tolta le cuffie dalle orecchie e la cassa scandisce chiari battiti techno che sovrastano il rombo del motore. Di tanto in tanto il ritmo prende aria con aperture malinconiche, riportano alla mente tempi felici di club berlinesi o notti trascorse a parlare, instancabili, camminando sotto gli ombrelli delle palme del lungomare.
Tra le strade di questa metropoli ormai priva di segreti per lei, la luce di una nuova alba le instilla timori e si sente persa. Fino a ieri avrebbe giocato tutto sulle sue certezze, ora l’impaccio le complica pensieri e movimenti anche per le cose basilari, come ricucire gli affetti. Con la spiaggia davanti scende e si cala il berretto sugli occhi, lo scopo è trovare stratagemmi per scongelare le situazioni ibernate, raffreddate da distanze perpetrate. Tuttavia è come essere entrati al supermercato per procurarsi gli ingredienti per la solita ricetta che riesce sempre alla perfezione, e trovarsi spiazzati davanti a un’improvvisa amnesia che mantiene il carrello vuoto.
Tentenna alcuni minuti sulla riva e poi si tuffa, una rincorsa disperata e violenta al pari di un urlo di liberazione; ecco l’abbraccio dell’acqua cristallina e rumori ovattati: la pace, almeno per un po’.

Federica Giaccani

Nima – See Feel Reel

D.d.U. 08/07/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Cose piccole, ripetute in cinquanta cassettine.
Un suono che copre più sensazioni e viaggia in modo anomalo. Entra come tutti gli altri suoni dalle orecchie ma poi devia immediatamente il percorso per entrare nell’esofago e giù fino allo stomaco. Succhi gastrici e acidi lavorano prima di rispedire il tutto al cervello. Synth direttamente da camerette che si aprono al mondo e lo studiano, voci in sottofondo che raschiano la superficie prima di venire alla luce, loop che ti circondano. Beat inspiegabili, tra simmetria e asimmetria.
Quei lavori che devi prima digerire e successivamente capire a pieno, ascolto dopo ascolto, secondo dopo secondo. Chi ha lo stomaco forte trova un piccolo capolavoro, una ricchezza straniante e alcune collaborazioni azzeccate. Tensione creativa dura e pura.
E una frase che rispecchia bene il tutto, si sente davvero che “See Feel Reel” viene da questa fonte.
“I’m inspired by people who are in love with their craft and love to share it”.

Preparate il vostro stomaco.

Alessandro Ferri

Ghemon – Orchidee

D.d.U. 27/05/2014

Erano trascorsi anni blu come la sera dopo il tramonto, non fitti ma comunque tenebrosi.
C’erano stati momenti di identità multiple in cui lo specchio rifletteva immagini, in cerca della pace che portava a discorsi al limite dell’ovvietà, con le mani sulla testa e i capelli corti, sui vestiti, sulla camicia. L’armadio aveva rinchiuso troppo a lungo fantasmi ch’erano poi volati con la loro pesantissima leggerezza fuori, e la finestra mostrava Milano e le sue luci, sempre la stessa, ogni momento: diversa.
Via Tortona affollatissima in Aprile, era quel giorno piuttosto statica e sui muri, opposti ai binari, le poesie anonime di ragazzi sarcastici e un po’ innamorati.
Gianluca fece un pasto veloce, fumò la quarta sigaretta e chiamò un taxi.
Un’Orchidea al posto dei coinquilini: bianca.
C’era spazio che non era vuoto, nella nuova casa. C’era vita, che era un futuro anteriore ipotizzato e tanto discusso, in quel momento.
Nonostante tutto, nonostante continueremo a fare poi, vivendo mentre.
Tutti parlavano di “rinascita”, quando lo incontravano. Ai concerti, al teatro, in giro, in sala prove, anche durante i pomeriggi svogliati, nel fermo immagine di un culo attratto dalla gravità sul divano monocolore, comunque comodo. A gambe accavallate prima, dopo rilassate e divergenti.
Gli dicevano:
– ti vedo bene!
-sei dimagrito!
-senti Narciso, dovresti provare a far l’attore con quel tipo di viso!
La certezza di essere fuoriluogo ovunque chiedendosi che cazzo ci trovano di divertente in quelle feste piene di gente, diventò piuttosto il contorno di una personalità che dimenticava i vent’anni ma ne faceva tesoro. Una smorfia con le labbra. Sorrisi. Sguardo oltre.
Quelle erano voci, indefinite ma comunque determinanti.

Chi era amico doveva dirglielo in faccia, perché c’erano state vipere a tentare il morso velenoso, incontrate per caso durante un cammino un po’ dantesco, andando giù. Saturnino al basso.
Quando si è pronti ad esser feriti non si è più vulnerabili, e lui l’aveva capito. Anche perché lo si è sempre. Anche con lo scudo e la spada, anche correndo da lei nel traffico con la sicurezza di un bacio o con la malinconia della partenza.
Poter dire: questo sono io è un’autodeterminazione che comporta le tasche vuote e la mente piena, anche di certezze, però, prima precluse dai tentativi più volte falliti, dalle illusioni.
Non basta una vita intera, sia chiaro.
Tredici canzoni. Gli strumenti, mettersi in discussione sempre.
Non c’è più la rabbia di tutto ciò che è stato.
Stato in luogo: sono qui.
Gianluca non poteva più tirarsi indietro.
Quando si procede è solo in avanti.

Ilaria Pastoressa

Hundred Waters – The Moon Rang Like a Bell

D.d.U. 27/05/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Sembra che abbia appena nevicato…
Hai detto queste parole innamorandoti di ogni lettera che pronunciavi, mentre guardavi la prima fila di alberi oltre la collina. Illuminati da ombre bianche e con un cielo grigio luminoso appoggiato sopra, sembravamo all’interno di un presepe del quale eravamo protagonisti involontari.
Io vedevo la luce apparire e scomparire e tutto mutava intorno a noi tranne la mia sensazione di stare guardando la polvere di ricordi dimenticati e di desideri infranti, un pulviscolo che sfiorava quei rami trasportato da un vento che non creava pieghe nei nostri vestiti.
Ti ho guardata conquistato dalla semplicità di una pelle senza trucco… e ho ricominciato a credere in quello che tu vedevi.
You make these feelings go away

Filippo Righetto

Dergar – On​(​c​)​e

D.d.U. 05/02/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Non vi era mattina che non lo incrociavo per strada, imboccavo il corso velocemente per andare a lavoro e lui mi arrivava incontro per poi continuare nel verso opposto. Un fanatico delle abitudini lui, il bastone tenuto stretto con la mano destra e il giornale ben piegato sotto l’ascella sinistra; mi fermavo un istante dietro l’angolo, per spiare le sue mosse che ormai conoscevo a memoria, il passo incerto davanti al teatro, un’occhiata al cielo e poi oltre, a salire per i vicoli del vecchio quartiere. In estate la sua chierica si indorava sotto l’effetto dei raggi battenti del sole, ma l’elegante abito scuro era comunque imprescindibile.
Se ti fossi arrischiato a seguirlo, tenendoti a distanza, avresti scoperto che il giornale sarebbe rimasto chiuso e serrato sotto il braccio; l’uomo si fermava per ore affacciato al balcone sul porto per seguire le navi arrivare e partire. I suoi occhi brillavano vagheggiando storie supposte, inseguendo mete lontane. Una luce pulsante tra i labili solchi delle scie a pelo d’acqua e musica ambient a descrivere l’in(de)finito sul far della sera, ché la giornata ormai stava terminando, come sempre.

Federica Giaccani

Wu Ming Contingent – Bioscop

D.d.U. 18/04/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Siediti. Riempi il bicchiere con del vino. Accenditi una sigaretta. Ti verrà raccontata una Storia. Una Storia in dieci storie. Figure mitologiche quantomai reali. Impresse in un immaginario collettivo di sottobosco. Che profuma di jungla vietnamita. Di napalm. Mentre Arrigoni a Gaza respira fosforo bianco. E dall’altra parte del mondo qualcuno blatera di pazzia e fame. E ci si ritrova poi a sfogliare un album di foto per riportare alla luce le immagini in bianco e pantere nere dei giochi olimpici di Città del Messico. Accanto all’australiano più veloce di tutti i tempi il pugno chiuso è alzato al cielo. Spazza e spezza il qualunquismo invocando Robespierre (roba da far perdere il capo ai moderati!). E vola poi sull’isola di Tanna. Dove sei finito Jon Frum? Forse a Cuba? Dove la Storia sfreccia a tutta velocità superando pure El Chueco. La Rivoluzione è scesa in terra. Mentre sorride Kolosimo guardandoci dalle stelle. Forse si è ricongiunto a Marx e a Lenin. Su un’astronave. E sorvolando il Brasile osservano assieme Socrates vincere nel Corinthias al pari con tutti i suoi compagni. Tu sogni che cambieresti se potessi cambiare. Ma la maggioranza fa quel che deve fare. Fanculo a Marchionne. E fanculo ai social network.

Pietro Liuzzo Scorpo

A Winged Victory for the Sullen – Atomos VII

D.d.U. 29/04/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Pur non muovendomi mai di casa ho visto più posti di tutti, ho ascoltato tutte le voci. Gli uccelli del cielo mi hanno raccontato il mondo e gli insetti della terra mi hanno descritto i luoghi privati del sole. Gli stranieri mi hanno portato i colori che mi mancavano e le mie mani hanno vissuto intensamente. Ho capito la lezione della roccia ed ho sentito quella degli atomi. Pur non essendoci nulla di nuovo tutto è nuovo; pur essendo tutto finito tutto è senza fine.
Io sono l’uomo, la selce tagliata, il campo magnetico dominato, l’impulso nervoso preso al laccio, la meccanica, io sono la selezione e il selezionatore, sono colui che nasce con la stella del mattino.
Ho vissuto sempre nello stesso posto e non ho mai fatto male a nessuno.

Marco Di Memmo

Phon.o – Cracking Space Pt. 1

D.d.U. 28/03/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Un’auto lanciata automaticamente su un rettilineo tangente il mare, le palme altissime si susseguono fino alla blanda curva all’orizzonte tra l’odore fiorato dell’estate imminente e quello acre e pungente dei ricordi. Un ragazzo persevera nel premere l’acceleratore, ed è quasi l’alba ma non ancora troppo tardi per un ultimo mojito. Si avvicina al bancone di un piccolo bar sulla spiaggia, non si toglie le cuffie dalle orecchie ché la techno non è mai abbastanza, come l’alcool; osserva il mare, trema di freddo e paura di solitudine, versa una lacrima. Una seconda cade nel bicchiere tra le foglie di menta e si scioglie. L’acqua che lambisce i piedi scalzi sembra calda ma si sa, da alterati sono poche le cose che sono come sembrano.
Chilometri lontano una ragazza è rimasta in quella piscina vuota con le gambe ciondolanti dal trampolino. L’acqua si è prosciugata, come le forze da riversare nei tentativi di rimettere insieme i pezzi. È quasi alba anche per lei ma davanti ha soltanto le colline, e accanto un pacchetto di sigarette semivuoto.
Nessuno dei due ha voglia di un nuovo inizio, i ronzii della musica e il passato non danno tregua, ma il sorgere del sole li sovrasta e, alla fine, annienta la loro ribellione.

Federica Giaccani