monthlymusic.it

Adagio

Omar Souleyman – To Syria, With Love

Data di Uscita: 2/06/2017

È una di quelle rarissime volte in cui non so davvero che cosa scrivere e nemmeno che cosa pensare. Forse c’è poco da pensare. L’avete ascoltato questo album? Fatelo.

Marco Di Memmo

Marika Hackman – I’m not your man

Data di Uscita: 2/06/2017

Con questa voce vorrei comporre una sinfonia per il tuo profumo, vorrei svegliarmi e vederti tagliare un’anguria nuda, nuda, con le tue gambe azzurre come il sale e con la tua criniera che conosce sette parole; vorrei svegliarmi e pensare di non aver buttato tutta la mia vita con la persona sbagliata e con un me stesso sbagliato.

 

Marco Di Memmo

Hauschka – What if

Al suo terzo caffè espresso Ludwig ebbe un infarto. Non lo aveva mai bevuto e glie lo aveva fatto scoprire una studentessa italiana nella sua amata Vienna che ora lo vedeva morire. Quando sua madre si recò sul letto di morte lo guardò con degli occhi di vetro e gli disse che lo aveva raccomandato di non frequentare ragazzi e ragazze straniere, perché portavano la morte ovunque andavano, ma Ludwig non riusciva ad accettare tanta rigidità e ottusità e sfidò sua madre con i tre caffè che lo avevano portato all’estrema unzione. Ma guardando quegli occhi di vetro, che non gli avevano mai suggerito amore prima di quel momento, si sgretolò in un pianto che fece tremare i pavimenti dell’intero ospedale, e il suo cuore guarì.

Marco Di Memmo

Daniel Brandt – Eternal something

Vecchio mio, Gould ti distruggerebbe come fece con Terry Riley. Così come un orso polare non può capire la logica della foca, un purista non può capire l’illogica esperienza del mistico, e spero che la tua esperienza sia di ordine mistico, altrimenti sei fritto e basta. Ma io chi sono poi per giudicarti? Io che non riesco ad accettare il fatto che alcune cose possano toccarsi e sporcare tutto, che altre possano sporcarsi, che io debba soffrire per le azioni altrui. Ma io chi sono? Sono un’onda forse? Sono una particella, una particella subatomica che si rivolta contro l’atomo e contro l’esistenza stessa? Sono un orso impazzito che distrugge tutto? Io sono settantatré persone, sono millenovecentonovanta, sono un milione distorto, senza polo. Il problema è nel mio nome o in me? Nel mio significato o nel mio significante?

Marco Di Memmo

Ezekiel Honig – A Passage of Concrete

Un giorno, nel mese di Marco, mio nonno mi spiegò il rumore.
“Vedi caro Marzo, ha presente quel mese lercio che gli studenti chiamano Luglio? Ai miei tempi si chiamava
Disintegrazione e le persone lo adoravano senza dover giustificare la propria pochezza. Ora io sono vecchio e
piuttosto fritto ma ti posso assicurare che il rumore, quello intenso e potente, quello che ti logora i timpani e l’anima,
nasce dal desiderio e dall’Ego. Distruggi il tuo Ego e tutto ti apparirà per quello che è: un suono indeterminato e infinito, né musica, né dolore, e sappi goderne a fondo”.
Il giorno dopo mi guardai allo specchio e vidi che in realtà ero già diventato mio padre e che mio nonno era un fondo di caffè disperso nella spietata bellezza della materia.

Marco Di Memmo

AL-90 – Cheremushki Groove

Data di Uscita 20/02/2017

cs633306-01a-big

 

Mi vogliono spedire di nuovo a Murmansk, e tu mi guardi con quella faccia incredula di chi vive in un mondo parallelo al mio, senza possibilità di comunicazione.

“Che cazzo ci si va a fare a Murmansk?”, e via ad inanellare i più beceri e insulsi stereotipi: il grigio melmoso delle pozzanghere, l’isolamento dell’estremo Nord, il (post) comunismo, i russi ubriachi.

Non ti ho mai raccontato del caseggiato basso e dei colori totalmente saturati, della luce assurda e del tempo che ondeggiava tra presente e anni ’90. C’era una pulsione vitale che solo i Paesi dell’Est conoscono. Stavolta mi han promesso di vedere l’alba dal tetto di quel fabbricato, quando tutto il resto del mondo a quell’ora dorme sotto cieli scuri, un afterparty dai toni acidi e nostalgici e movimenti rallentati, un giro sul tagadà e una gara di skateboard con le felpe fino alle ginocchia, dei sorrisi caldi su pelli chiarissime, musica garage suonata tra i vagoni di treni merce.

E chi cazzo ha voglia di tornare a casa?

Federica Giaccani

Nguyên Lê & Ngô Hông Quang – Hà Nôi Duo

1484277967_nguyen-le-ngo-hong-quang-ha-noi-duo-2017Data di Uscita: 13/01/2017

Un giorno una montagna solitaria, dopo mesi che sentiva piangere un lago, si alzò e andò a parlarci. Ma il lago non smetteva di stare male, diceva anzi di voler morire. Così la montagna fece un impressionante sospiro e si gettò di testa nel lago facendo scomparire sia sé stessa che il suo piangente compagno: in questo modo nacque la loro folle figlie una ridente pianura che parla e canta in due modi, ma nella stessa lingua.

Marco Di Memmo

Piers Faccini – I Dreamed an Island

Piers Faccini - I Dreamed an IslandD.d.U. 21/10/2016

Varcare ogni colore, ogni muro, ogni roccia, ogni mare, per arrivare a quell’isola lontana, oltre ogni parola, oltre le immagini. Giungere al convulso e inquieto cuore del sogno, penetrare nell’Ovest attraverso l’Est, giungere a Sud tramite il Nord, disintegrarsi per riattaccarsi agli atomi onirici che non riusciamo a vedere in questa vita desta.

Marco Di Memmo

Jonathan Finlayson & Sicilian Defense – Moving Still

Jonathan Finlayson & Sicilian Defense - Moving StillD.d.U. 14/10/2016

Lecca delicatamente il ritmo sincopato, dispari, dall’armonia scostante, del mio naufrago cuore. Abbi il coraggio di essere profondo, profonda, e sprofonda e trova la forza di risalire. Entra nel meccanismo della sintassi e cambia gli ingranaggi, sovverti le regole di questo gioco divino. Dissipati nella bellezza e ricomponiti nel silenzio. Questa è la mia strada verso la musica, questa la mia via per la bellezza.

Marco Di Memmo

Lorenzo Senni – Persona (Top Ten 2016)

lorse  Data di Uscita: 11/11/2016

  

Spio con un occhio dalla fessura di una porta che l’esercito malvagio
non si prenda più gioco di me.
Una busta due tre quattro e due di là.
Una busta due tre quattro e due di là.

Lo spioncino si faceva più lungo, stretto e lungo: visione angolare al massimo 40° di visuale,
l’iride si era ridotto a uno spillo sottilissimo. Attentissimo, un cazzo di sistema di sorveglianza laser una occhio-sorveglianza a raggi infrarossi collegato allo spioncino della porta non sarebbe entrato nessuno… forse.

Maledette, maledetti: il problema non era tanto dato dall’esterno, l’esterno lo sorvegliava l’occhio e da quella porta non sarebbe entrato nessuno, che fosse polizia, carabinieri, esercito, battaglione San Marco, caschi blu dell’Onu nessuno, non sarebbe entrato nessuno.
Il problema era dentro -pensó- un’ unica stanza, serrande serrate, il tavolo era compagno di giochi: un piatto, un bicchiere, accendino, sigarette, vecchia carta di credito, accendino, sigarette, vecchia carta di credito.
Cinque euro arrotolate, l’estremità tra muco e sangue, ma lo sguardo era sicuro aveva sconfitto la prima ondata di cimici carnivore fucsia, ci aveva rimesso solo un po’ di pelle. Mordevano le maledette e iniettavano il veleno del prurito.

Apri un altra busta morso al sacchetto e sputare la plastica in terra 5 buste 5 sputi la speed gialla color stabilo boss si espanse nel piatto.
5 euro, muco, sangue e strisce gialle, 5 euro, muco, sangue e strisce gialle.
Energia vitale stamina + 50, ultima busta power up stamina +100, partì in testa una musica di un vecchio videogame. Stava tornando l’ esercito fucsia pronto a mordere e a iniettare dappertutto.
Abbattere la prima legione, il divano finì a pezzi ma un uomo solo non può nulla con un esercito che vola, che si muove veloce così veloce. Doveva arretrare, schiacciarsi contro la porta e attivare la sua occhio-sorveglianza per difendere il suo corpo: ormai erano addosso, strisciavano sulle braccia e sotto pelle. Prese un coltello seghettato e grattó, doveva togliere quanto più veleno possibile e non importava del sangue, doveva estirpare eliminare uccidere.
Come arrivò a tagliarsi l’ultimo dito del piede destro fu questione di un attimo, un sega, ossa cazzo era pronto ad entrare nuovamente in battaglia. Medicazione da guerra con fogli di gazzetta rosa, fucsia, mimetizzazione attiva ma ormai aveva paura.
Guardò il crocefisso appeso nella stanza, era rimasto Dio: “Dio ascolta, ascolta chi ti prega, chi ti parla, il tuo nobile soldato, crociato salvatore dell’umanità”.
Si sarebbe fatto delle stigmate in segno di devozione, sì signore cercò un coltello e un martello, una cosa che nemmeno Michelangelo: arte per devozione su carne viva. “Per te, o Signore” e spinse il coltello nei palmi delle mani. Nessun dolore, nessun rimpianto e dal tavolo si alzò Dio di riflesso.
Energia pura.
“Signore dei signori ti prego -mai più!- aiutami a vincere, ti prego -mai più!-“
Preghiere e devozione: “se vinco, mai più”.
I pompieri elusero facilmente l’occhio-sorveglianza, cadde.
Uno schiavo di Dio ma vincitore
Medaglia d’oro al valor civile della droga ma vincitore.

Mirko Carera

 

Ólafur Arnalds – Island Songs

Ólafur Arnalds  - Island Songs
D.d.U. 28/10/2016

Comprendere la musica vuol dire innanzitutto comprendere la voce, dunque le voci, dunque la Voce.
Viddir, voci che si innalzano in armonia, intrecciate coi fili tesi degli archi, delle vibrazioni risonanti nel legno, nella fredda e sobria meraviglia della bellezza nel più alto Nord.

Marco Di Memmo

Nathan Bowles – Whole & Cloven

Nathan Bowles - Whole & Cloven
D.d.U. 02/09/2016

Oggi cerca l’etimologia di due parole: armonia e interferenza. Pensa a cosa è armonico e a cosa non lo è – ogni cosa ha una sua armonia o disarmonia –, pensa a cosa è frutto dell’interferenza – cioè tutto – e cosa non lo è – cioè ciò che si sottrae al tutto –. Comprendi e poi vieni a mangiare la torta ai mirtilli.

Marco Di Memmo

G.L.O.S.S. – Trans Day of Revenge

G.L.O.S.S. - Trans Day of Revenge

D.d.U. 13/06/2016

When peace is just another word for death
it’s our turn to give violence a chance!

Abbiamo sbagliato proprio. Libertà di parola. Ce la raccontavamo. Non volevamo censurare nessuno e allora abbiamo lasciato dire. Siamo stati zitti. Ed è inutile che ce la raccontiamo. Quella era una scelta politica. Abbiamo sbagliato proprio. Ho pure un amico che. Ci è proprio difficile capire. Stronzi sono coloro che non stanno agli scherzi. Io. Maschio. Bianco. Etero. Ho solo scherzato e voi ve la siete presa. Oh. Una volta ho fatto pure l’erasmus. C’ho la mentalità aperta io. Abbiamo sbagliato proprio. Diritti. Abbiamo concesso diritti. Dandoci pacche sulle spalle abbiamo normato. Con l’arcobaleno stretto in mano abbiamo invocato a gran voce di dare un briciolo del nostro privilegio anche a qualcun altro. Abbiamo sbagliato proprio. Affacciati dalla nostra torre d’avorio abbiamo lanciato di sotto un paio di brioches. E speravamo di cavarcela così. Abbiamo sbagliato proprio. E ora sono arrabbiate. Oh se sono arrabbiati. Questa torre dev’essere bruciata e stanno venendo con le molotov. E fanno proprio bene.

Pietro Liuzzo Scorpo

Frankie Cosmos – Next Thing

Frankie Cosmos - Next Thing

D.d.U. 01/04/2016

No, grazie, non fumo. Anzi, sì, dammi questa sigaretta. Faccio un paio di tiri paratattici e la butto accesa in un campo di mais secco. Il campo prende fuoco e noi scendiamo per ballarci dentro.
Incendiati e felici rinasciamo dalle nostre ceneri e torniamo in macchina. Spero riuscirai a calmare questi battiti che nemmeno il fuoco riesce a riportare alla normalità.

Marco Di Memmo

Dälek – Asphalt for Eden (Top Ten 2016)

Data di uscita: 22/04/2016

dalek

L’asfalto si è mangiato tutto. Non più il parco con i suoi, radi, alberi e l’area attrezzata con quell’altalena da sempre arrugginita. E’ piuttosto il trasformarsi post-fordista dei luoghi, ora totalmente spersonalizzati, a contenere i pomeriggi stanchi del nulla. Il quartiere è circondato da barriere architettoniche che per quanto in teoria non siano una gabbia, nella pratica rendono impossibile la fuga. Si ciondola da una periferia all’altra senza la possibilità di muoversi in una direzione che non sia quella tangente. I palazzoni alti a sfiorare il cielo hanno le finestre rettangolari indistinguibili l’una dall’altra. Alcune sono illuminate la sera. Da altre si può solo intuire la presenza di un televisore acceso. A perdita d’occhio soluzioni abitative per una speculazione che spinge tutto verso fuori, ai margini. E’ così che hanno costruito il purgatorio.

Pietro Liuzzo Scorpo

Shinoby – Do You Know We Exist?

D.d.U. 13/03/2016

Shinoby - Do You Know We Exist?

“Do You Know We Exist?” chiedevi dopo il ritorno in città, dove non si riusciva più ad avere un attimo di intimità. I controlli ai bordi di ogni strada, per paura di eventuali attentati, scoperchiavano ogni marginalità per riversarla nello spazio pubblico. Rivoltare il cestino dei panni sporchi in strada per ripulirci insieme, stando attenti a non trovare qualcosa di compromettente.
I fuochi d’artificio per rigettarsi nel caldo assurdo, tra piante carnivore e barbone disidratati, non servono e la voglia singolare di esistere va ricollocata in un luogo chiuso, lontano da occhi indiscreti. Ritrovarsi nudi ed avvinghiati nel più naturale degli atti in mezzo alla piazza con gli sguardi schifati addosso, sperando in una nebbia improvvisa. Così dicevi di sentirti in strada, dentro la città che nulla offriva.
Decidiamo di iniziare il nostro solito gioco nello scantinato di Jamal, lì dove non arrivavano quei suoni ruffiani e costruiti per adattarsi al clima esterno.
Il riscaldamento al massimo, la muffa e l’umidità creavano un microclima tossico, i synth e i beat inizialmente venivano percepiti come attutiti. Dicevi che era come quella volta, con la pallina di oppio e quella di fumo indiano; le risate disperse in un ballo poco allineato. L’ascesa del ritmo ricreò quel rivolo di sudore sul tuo petto, era un sudare acido e la scommessa fu quella di superare di nuovo ogni limite tra basi, laser ed esplosioni. Ci siamo ritrovati in strada senza vestiti, con lo sperma tristemente sparso ovunque, il ricordo a synth curatissimi, stordenti e sottoposti a modificazione genetica. “Do You Know We Exist?” fu la domanda ripetuta in loop nella memoria difensiva.

Jamal Moss porta il flip per il suo ultimo tratto con un adeguato rinnovamento extraterrestre del taglio titolo, aggiungendo un po ‘più vibrante e la profondità spaziale ai modelli Bashing schierati in pompa magna dal produttore Verona.
Lavorare la sua solita magia stravagante in un caos sottosopra di racket synth mutilati e armoniche ben curate, il produttore americano sicuramente non ha bisogno della forza di artificio, estendendo i tratti caratteristici del suono di Shinoby con un atteggiamento sempre più impegnativo

Alessandro Ferri

Florist – The Birds Outside Sang

Florist - The Birds Outside Sang

D.d.U. 29/01/2016

Pollock dipinge involontariamente frattali; le stonature convergono in un trasparente strato subtonale; l’immensa malinconia che provo fin da bambino si posa su un letto a terra, sotto il livello del mare. Sale grezzo sparso sul mio volto, fleur de sal che confonde i gusti. Traslucida la tua patina da strappare, ma tu non sei come vetro, tu sei fragile roccia liscia.
Trema tra le onde
Ferita dagli scogli
E insulta il mare
E grida e piange
E ride insieme alla fraterna morte.

Marco Di Memmo

Go Dugong – Novanta

 27/11/2015

Sono sul “novanta” oppure nel mio studio?

Un odore acre mi fa trasalire eppure è solo nella mia mente. Zero pippe mentali, solo sana attitudine hip hop, in mezzo a talmente tanti campionamenti da diventarci pazzi.

Sono due anni ormai che cerco di completare un lavoro che sento mio più di ogni altra cosa fatta prima. Dovevo solo trovare la chiave di lettura, qualcosa che tenesse insieme tutti i pezzi e l’ho trovata finalmente: è Milano.

La Milano degli odori.

La Milano del raggae giamaicano.

La Milano dei sapori.

La Milano del bolero cubano.

La Milano dei colori.

La Milano del beat maliano.

La Milano dei sensi.

La Milano che casa non è.

La Milano che è jazz.

La Milano che ti fa sentire a casa.

Sono da mesi sul filobus dell’inconscio che attraversa tutti questi stati.

Maurizio Narciso

DeepChord – Ultraviolet Music

DeepChord - Ultraviolet Music

D.d.U. 27/11/2015

Dubito che esista ancora qualcuno che non si sia mai perso in un bosco, irretito dalle intermittenze delle lucciole d’inizio estate. Le felci aggrovigliate attorno alle caviglie, gli alberi dagli alti fusti a perdita d’occhio a confondere la percezione dello spazio. E quella musica, quel dub, la profondità degli abissi alcuni metri sopra le canoniche immersioni.
L’aria è liquida e pulsa come un cuore vivo, un muscolo umido e grondante come l’aria tra le fronde. Porto le cuffie alle orecchie per neutralizzare le palpitazioni ma sortiscono l’effetto contrario: altre persone sono ritte tra i tronchi infittendo la trama e si agitano all’unisono con me. La pressione del fluido è direttamente proporzionale alla superficie su cui insiste, infiniti cilindri umani e un vibrare globale che trasforma la danza in una nuova creazione, sotto melodie impercettibili ai più come luci di uno spettro fuori dalla banda visibile ma rigogliose e battenti, dall’odore esotico di miracolo.

Federica Giaccani

Joanna Newsom – Divers

Joanna Newsom – Divers

D.d.U. 23/10/2015

Up in the clouds where he almost heard you

Ritengo sia un errore credere che il nostro cervello abbia bisogno di continui flussi informativi, correnti inquietanti vincolate al mapping cognitivo che diano l’illusione di ridurre l’incertezza. Il sogno, la rielaborazione mnemonica ne sono la testimonianza. Il cervello muta di fronte al fatto e, al tempo stesso, è capace di cambiare la realtà attraverso una palette Luscher in modo assolutamente proprio. Il fenomeno si dice essere legato all’effetto del personale trascorso, legno polverso che caratterizza il singolo e inevitabilmente entra a far parte integrante dell’opera. E dunque, per quanto la matrice sia comune, la rielaborazione non può che essere individuale. A pensarla in questi termini, è facile intendere come l’arte esalti la realtà o, al contrario, l’asciughi, capace di creare un nuovo canale adatto ad aprire le porte di nuove esperienze emotive. In un primo momento potenziale poi attraverso una mano mano e trasmesso al pennello, il riflusso visivo, reale o immaginato, si converte in forma ed eccita il sistema nervoso almeno quanto stimolerà quello dell’osservatore fino a diventare esperienza estetica. Esistono artisti che ritraggono ciò che vedono, altri che delineano ciò che ricordano. Io preferisco dipingere nuove realtà. Tutto quello di cui ho bisogno è svincolarmi dal tempo. L’effetto è singolare e degno di sincero rispetto.

Giulia Delli Santi

Palace – Chase the Light

D.d.U. 08/06/2015Palace - Chase the Light

Un semplice accordo tra le due parti, mentre invisibili parole tengono il ritmo alla caduta. Non so dove andremo a finire, somewhere under your skin , sottile a tratti trasparente.
C’è una brezza leggera che permette alla tua voce di giungere a me, senza barriere, come oltraggio a questi passi troppo corti, alla luce che indietreggia per lasciare spazio all’ombra.
Ma nell’ombra una stella sarà visibile, solo nell’ombra quella stella potrà guidarmi. Nel lungo cammino, tra alti cespugli, guardo in alto per ricominciare a camminare ad occhi chiusi.
(Potrei desiderare di smettere di aver paura, di perdermi, di rischiare. Non desidererò mai di smettere di aver paura. Fintanto che avrò paura:
I’m afraid of the dark
To me you’re the light
You’re more than a champion)

Valentina Loreto

Micheal Christmas – What a Weird Day

Micheal Christmas - What a Weird DayD.d.U. 23/10/2015

Ho in tasca un cubo nero, pietra nera, odio puro, carbonato, dado di morte, anti-sentenza. Ho preso un martello e ho spaccato l’orologio di casa, tornando bambino. Odio odio odio odio odio odio odio odio odio odio odio. Un tempo ero sposato con la più casta puttana del mondo: si era prostituita una sola volta nella sua vita. Ora sono il meno santo dei santi, il meno folle dei folli, squartierato squartato squadrato rotondo solo nel tondo algoritmo degli occhi. Inseguendo la fama ho incontrato la fame, puntando al bene ho sparato a me stesso. Butto il dado, esce un lato nero, ovvio. Muoio.
Che strana giornata.

Marco Di Memmo

Ólafur Arnalds & Nils Frahm – Loon

D.d.U. 02/10/2015Ólafur Arnalds & Nils Frahm - Loon

Le tazze fumanti, appoggiate sull’ampio davanzale, appannano i vetri assieme ai nostri respiri, a contrasto con la pioggia sottile che forma rigagnoli sbilenchi. È ottobre, Berlino è grigia dal quinto piano di un palazzo in stile Altbau di Prenzlauerberg.
Le gocce picchiettano le superfici dello studio, saltellano sul pianoforte e sulle poltrone in pelle scura, sgambettano leste tra le pesanti apparecchiature per manipolare i suoni che ci han costato una bella fatica, in un vecchio edificio senza ascensore.
Un leggero fruscio di fondo vorrebbe confondere le carte e sospendere un poco la percezione del presente. Il ginseng bollente redime i nostri peccati di una notte di clubbing della quale ancora mostriamo gli strascichi, tuttavia abbiamo imparato a commuoverci e danzare simultaneamente, in questa città, da sempre. Vanno di pari passo, il ballo e l’ascolto intimo, fluiscono l’uno verso l’altro, andata e ritorno.

Si è fatta notte, si esce di nuovo.

Federica Giaccani

Lyric of Leaves – Lyric of Leaves

Lyric of Leaves - Lyric of LeavesD.d.U. 14/07/2015

lyric of leaves by Lyric Of Leaves

In questa veranda l’ombra va e viene, tra i grovigli di bouganvillea fiorita e gli scampoli di cielo azzurro. Esistono solo colori netti: la terra è arsa e bruna, le case bianche, e anche se quest’isola da qui potrebbe essere confusa con terraferma, oltre i declivi il mare è blu cobalto tutt’intorno. Il meltemi mi rammenta lo scorrere dell’estate, ma non ho ancora fatto il primo bagno della stagione perché qui l’urgenza è una malinconia da domare, da addomesticare a quattro mani, tra accelerazioni ballabili e paesaggi sonori eterei che scorrono come fotogrammi dal finestrino di un treno. Mi è rimasto poco tempo per recuperare le parole che ho affidato alle foglie accarezzate dal vento, mi hanno promesso che se ne sarebbero prese la giusta cura per lenire la mia solitudine. Ma anche a te hanno riservato la medesima premura.
Domani arriverà il tuo aereo, ti porterò a mangiare sulla spiaggia per mostrarti il meglio sin da subito, poi ci tufferemo e cercheremo assieme i pesci sott’acqua.

Federica Giaccani