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Bill Ryder-Jones – YAWN

Data di Uscita: 2/11/2018

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      Ricordi l’attesa che hai provato la prima volta che entrasti nella casa. L’odore di legna appena tagliata che emanavano gli armadi delle stanze. La luce soffusa che filtrava dalle tapparelle della finestra del salone e rilassava i tuoi occhi, mentre sdraiato sul divano osservavi tuo fratello guardare un cartone animato in televisione. Guardavi le mura bianche della stanza emanare un colore freddo, che regnava incontrastato nelle camere. Eri felice di esserti trasferito. Tutto sembrava avvolto in un nucleo, una piccola barriera che avrebbe potuto proteggere te e la tua famiglia da qualsiasi pericolo. Ricordi il cigolio sinistro della porta della tua camera, durante la notte, quando tutte le finestre erano chiuse e ti chiedevi insistentemente come facesse a muoversi senza vento. Ricordi le scale davanti la tua stanza, l’ostacolo che la notte dovevi superare per poter andare nella camera dei tuoi genitori al piano di sotto, per riuscire a dormire in pace, cosicché nessun rumore sinistro avrebbe rovinato il tuo sonno. Ricordi il letto soffice di tua madre e tuo padre, il cuscino che lasciava sprofondare la tua testa in un nuovo mondo, dove tutto era diverso e distante. Il giardino coperto di erba profumata e bagnata dalla pioggia. Il patio dal quale eri solito osservare le nuvole dense e grigie che creavano forme tanto paurose quanto poetiche; sapevi che non le avresti mai temute, non da quel patio che ti proteggeva da qualsiasi intemperie. Ricordi di aver fatto un sogno in cui chiedevi a tuo padre quando sareste potuti andare a vedere il mare. Ricordi la sua voce fredda risponderti che il mare era troppo lontano da casa. Non riesci a ricordare se la mattina dopo ti fossi svegliato piangendo.

      Ricordi di anni più tardi, quando eri cresciuto e tuo fratello era partito per l’università. Ricordi il natale in cui tornò e ti portò per regalo una maglietta di quella band che amavi ascoltare chiuso in camera, mentre facevi i compiti di algebra. Ricordi di esserti sentito solo, per qualche tempo, tra quei cassetti e quegli armadi di legno che ora non odoravano più di nulla. Ti sembrò strano quando tua madre ti disse che prima o poi saresti andato via anche tu, e ti sembrò ancor più strano quando quelle sue parole non ti spaventarono affatto. Amavi quelle mura, amavi la luce che filtrava dalle tapparelle e i colori freddi nelle stanze durante le giornate di pioggia. Amavi la piccola barriera che ti faceva sentire al sicuro. Guardavi le tende che si muovevano lentamente, toccando la finestra di vetro chiusa e sporcata dalle gocce di pioggia. Sdraiato sul divano del salone osservavi il tuo riflesso immobile sullo schermo della televisione spenta dove tuo fratello era solito guardare i cartoni animati.
      Di quel giorno hai ricordi vaghi. Probabilmente era mattina. Eri nella tua camera, la musica usciva fuori dalle casse lasciando poco spazio ai rumori della realtà.
      Ricordi la voce di tua madre proprio fuori dalla tua camera chiederti aiuto con la cesta dei panni bagnati da dover portare al piano di sotto, così da poterli stendere in giardino. Quando hai aperto la porta ti è tornato alla mente il rumore sinistro che sentivi da bambino, quando ti chiedevi cosa la muovesse se non il vento. Ricordi di averle chiesto se volesse una mano. Ciò che non riesci a ricordare è quale movimento involontario facesti per far sì che questa perdesse l’equilibrio, per poi cadere dalle scale davanti la tua stanza. Non riesci a toglierti dalla testa l’urlo strozzato che fece quando il suo corpo era in aria, poco prima di toccare terra. Ricordi che allungasti la mano per poterla afferrare, ma che non riuscisti neanche a sfiorarla.
      Lei era lì, stesa sul pavimento di legno. I suoi occhi rossi e sconvolti ti fissavano. Ricordi che delle lacrime camminavano sulle sue guance lisce fino a cadere a terra, dentro la piccola pozza di sangue creatasi dietro la sua testa che si insinuava tra le fughe del pavimento. C’era assoluto silenzio nella casa; potevi sentire solo il suo respiro terrorizzato che pian piano si faceva sempre più debole, mentre l’unica cosa che riuscivi a pensare era di quella volta in cui da bambino le confessasti, senza volerla ferire, che volevi più bene a tuo padre che a lei.

      Ricordi di essere diventato adulto quando tuo padre decise di vendere la casa; quando gli armadi si erano fatti vecchi e il rumore di legna appena tagliata aveva lasciato spazio alla muffa. Ricordi di aver visto il tetto del patio crollare a causa della grandine e di aver pensato che forse quella barriera protettrice non sarebbe potuta durare in eterno. Ti sei sentito in colpa quando hai dimenticato l’odore dei capelli di tua madre. Hai provato un senso di sollievo quando, seduto al tavolo del salone insieme a tuo padre, gli dicesti che forse era arrivato il momento di discutere di cosa fosse successo quel fatidico giorno. Ti sei sentito ancor più sollevato quando ti rispose che non c’era nulla di cui parlare.
      Hai sentito un senso di vuoto quando hai dovuto salutare quelle mura nelle quali hai vissuto per vent’anni, e hai pensato che in realtà vent’anni non erano poi chissà quanto tempo. Ricordi di aver provato una morsa allo stomaco quando hai sentito la porta chiudersi alle tue spalle. Ricordi di aver visto le nuvole mentre camminavi nel giardino, in quel percorso interminabile che ti avrebbe portato in macchina. Ricordi di aver pensato che in quel luogo il sole non c’era mai stato e che le nuvole e la pioggia ti erano sempre sembrate splendide e rassicuranti. Ricordi di essere entrato nell’automobile e di aver visto tuo padre chiudere a chiave il cancello del giardino. Ricordi che anni prima, da bambino, una volta tuo fratello ti raccontò che la casa aveva il potere di rendervi invisibili agli occhi di tutti, e che tu, per paura che qualche ladro entrasse credendo che questa fosse vuota, attaccasti un foglio al cancello del giardino con su scritto “In questa casa ci abitano delle persone”.

      Simone Ruggieri

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