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Archive for novembre, 2018

Vessel – Queen of Golden Dogs

Data di Uscita: 9/11/2018

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      Sollevò dalla banchina lurida della stazione la mia valigia rigida, rotta come se qualcuno l’avesse presa a martellate durante il viaggio, e senza che gli dicessi niente se la mise ben salda su una spalla, come avrebbe fatto un pirata con un pappagallo da compagnia. A quel tempo avevo ancora un cappotto rosso molto squillante mettevo i tacchi alti ogni volta che dovevo viaggiare, per mostrare a tutti che una donna elegante non si scompone mai nemmeno quando prende il treno, e cercavo di dormire con gli straccetti in testa così da avere la piega pronta ogni giorno. La valigia si era fracassata, credo, quando il treno aveva frenato malamente, l’avevo vista volare attraverso il vagone, mi ero sorpresa di come non avesse decapitato qualcuno, ero arrivata in stazione che ancora cercavo di raccogliere i pezzi distribuiti ovunque, le mie mutande sulle teste altrui, come cappelli flosci.
      Quest’uomo che aveva deciso di aiutarmi era rimasto seduto a braccia conserte per la durata del viaggio, ascoltando la musica e sonnecchiando appena. Aveva i capelli unti di gel e sistemati indietro solo con le dita, perché non vedevo i segni dei dentini del pettine, leggermente più radi sulle tempie, castani e bianchi, nella stessa percentuale, un orecchino di finto oro, molto sottile all’orecchio e, tra gli altri, un tatuaggio della falce col martello, un simbolo che mi aveva perseguitata per un periodo, quando avevo avuto un fidanzamento lampo con Bora, un ballerino russo che mangiava tantissime fave sgusciandole con due delle sue dita lunghe.
      Credo che quest’uomo, questo presunto avanzo di galera, fosse in realtà un fonico, o qualcos’altro di simile, perché aveva quell’aspetto tipico della gente dietro le quinte, una felpa con un logo misterioso, un anello grande come il suo naso con una pietra nera finta. Non portava bagagli con sé e lo avevo spiato mentre mi annoiavo sul treno pieno di donne magre e pretenziose, per capire che musica stesse ascoltando. Mi era parso di vedere che si trattava di canzoni molto romantiche, il connubio mi era sembrato delizioso.
      Avevo trotterellato un po’ per stargli dietro, i nostri passi nella stazione illuminata dai lampioni stradali, erano come una canzone suonata troppo alta, stridente quando i miei tacchi si inceppavano, molto ritmata quando acceleravo per seguire le sue scarpe anti-infortunistica. Ci eravamo fermati in un bar – tavola calda gestito da un uomo piccolissimo e scuro, come un cantuccio toscano, e mi ero seduta di fronte a lui così da guardarlo per bene in faccia, per la prima volta. Gli occhi erano vicini, fatti di rughe sistemate a raggiera, oltre all’anello aveva un braccialetto di legno che sicuramente era stato verde, ma qualcosa di simile alla salsedine lo aveva scolorito del tutto.
      Aveva parlato per la maggior parte del tempo lui, raccontando i particolari della sua vita e della sua famiglia, di suo nonno che fumava il sigaro al cocco, e che per questo lui odiava il cocco.
      Mentre mangiavamo delle patate al forno molto speziate mi ero accorta distintamente di amarlo, mi succedeva spesso, immaginavo ci saremmo rivisti ogni giorno, che forse avremmo messo su una famiglia imperfetta, forse litigiosa, e anche complicata, ero sicura che lui avrebbe voluto avere una televisione molto grande a schermo piatto, e che io lo avrei certamente considerato un acquisto superfluo ma avrei avuto il coraggio di rinfacciarlo solo anni dopo, magari ad un pranzo di Pasqua, con sua madre stravecchia coi capelli radi di quel verde pistacchio (ma pistacchio vero, la parta con la buccetta salata) dei capelli vecchi tinti di castano.
      E invece era andato via prima di finire i pomodori col riso, perché aveva una coppia di pesci a casa, ed era almeno due giorni che non dava loro da mangiare.
      Mi era venuto in mente molto tardi, quando ero già a letto a casa mia, che poteva essersi trattato di una scusa.

      Giorgia Melillo

Thought Gang – Thought Gang

Data di Uscita: 2/11/2018

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      …asotsepmet e aiub etton anu arE

      Ma no, cosa vado a scrivere!

      Eppure ogni opera ha bisogno di un inizio come si deve… anzi no. Il mio esperimento non ha certo bisogno di introduzioni.

      O forse sì…

      No! Bastano queste pile di fogli accatastati sulla mia scrivania: verranno fotografate e raccontate da chi sa reggere una penna in mano come si deve… anzi no. Senza alcuna introduzione, verrò proclamato come lo scienziato più influente della nostra contemporaneità o addirittura come quello più influente in assoluto!

      Eureka! (col punto esclamativo, mi raccomando).

      Ho teorizzato i viaggi nel tempo. Ma non nel futuro, quello no, quello non si può fare, ma grazie ai miei studi si può andare indietro, sì, quello ora si può fare!

      I conti riescono tutti, non mi potranno più considerare un ciarlatano. Quello che mi serve a questo punto è passare dalla teoria alla pratica. Sono pure un ingegnere come si deve… anzi no. Però la mia macchina l’ho realizzata, eccome!

      La scimmia pensa, la scimmia fa quello che deve… anzi no. L’uomo pensa, l’uomo fa quello che deve.

      A chi faccio provare la mia scoperta? Chi può essere così degno da attraversare lo spazio-tempo per tornare al principio? Un famoso jazzista, magari, mentre suona cose fumose e moderne come si deve… anzi no. Ci andrò io.

      Eccomi, mondo!

      Ma cammino attraverso il portale oppure mi ci tuffo a pesce? E cosa mi porto dietro? Un libro di informatica oppure una sveglia? Magari una macchina fotografica per documentare l’avvenimento come si deve… anzi no. Entrerò ora, così, come viene…

      ZAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAC!

       

      Era una notte buia e tempestosa…

      Ma no, cosa vado a scrivere!

      Maurizio Narciso

Bill Ryder-Jones – YAWN

Data di Uscita: 2/11/2018

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      Ricordi l’attesa che hai provato la prima volta che entrasti nella casa. L’odore di legna appena tagliata che emanavano gli armadi delle stanze. La luce soffusa che filtrava dalle tapparelle della finestra del salone e rilassava i tuoi occhi, mentre sdraiato sul divano osservavi tuo fratello guardare un cartone animato in televisione. Guardavi le mura bianche della stanza emanare un colore freddo, che regnava incontrastato nelle camere. Eri felice di esserti trasferito. Tutto sembrava avvolto in un nucleo, una piccola barriera che avrebbe potuto proteggere te e la tua famiglia da qualsiasi pericolo. Ricordi il cigolio sinistro della porta della tua camera, durante la notte, quando tutte le finestre erano chiuse e ti chiedevi insistentemente come facesse a muoversi senza vento. Ricordi le scale davanti la tua stanza, l’ostacolo che la notte dovevi superare per poter andare nella camera dei tuoi genitori al piano di sotto, per riuscire a dormire in pace, cosicché nessun rumore sinistro avrebbe rovinato il tuo sonno. Ricordi il letto soffice di tua madre e tuo padre, il cuscino che lasciava sprofondare la tua testa in un nuovo mondo, dove tutto era diverso e distante. Il giardino coperto di erba profumata e bagnata dalla pioggia. Il patio dal quale eri solito osservare le nuvole dense e grigie che creavano forme tanto paurose quanto poetiche; sapevi che non le avresti mai temute, non da quel patio che ti proteggeva da qualsiasi intemperie. Ricordi di aver fatto un sogno in cui chiedevi a tuo padre quando sareste potuti andare a vedere il mare. Ricordi la sua voce fredda risponderti che il mare era troppo lontano da casa. Non riesci a ricordare se la mattina dopo ti fossi svegliato piangendo.

      Ricordi di anni più tardi, quando eri cresciuto e tuo fratello era partito per l’università. Ricordi il natale in cui tornò e ti portò per regalo una maglietta di quella band che amavi ascoltare chiuso in camera, mentre facevi i compiti di algebra. Ricordi di esserti sentito solo, per qualche tempo, tra quei cassetti e quegli armadi di legno che ora non odoravano più di nulla. Ti sembrò strano quando tua madre ti disse che prima o poi saresti andato via anche tu, e ti sembrò ancor più strano quando quelle sue parole non ti spaventarono affatto. Amavi quelle mura, amavi la luce che filtrava dalle tapparelle e i colori freddi nelle stanze durante le giornate di pioggia. Amavi la piccola barriera che ti faceva sentire al sicuro. Guardavi le tende che si muovevano lentamente, toccando la finestra di vetro chiusa e sporcata dalle gocce di pioggia. Sdraiato sul divano del salone osservavi il tuo riflesso immobile sullo schermo della televisione spenta dove tuo fratello era solito guardare i cartoni animati.
      Di quel giorno hai ricordi vaghi. Probabilmente era mattina. Eri nella tua camera, la musica usciva fuori dalle casse lasciando poco spazio ai rumori della realtà.
      Ricordi la voce di tua madre proprio fuori dalla tua camera chiederti aiuto con la cesta dei panni bagnati da dover portare al piano di sotto, così da poterli stendere in giardino. Quando hai aperto la porta ti è tornato alla mente il rumore sinistro che sentivi da bambino, quando ti chiedevi cosa la muovesse se non il vento. Ricordi di averle chiesto se volesse una mano. Ciò che non riesci a ricordare è quale movimento involontario facesti per far sì che questa perdesse l’equilibrio, per poi cadere dalle scale davanti la tua stanza. Non riesci a toglierti dalla testa l’urlo strozzato che fece quando il suo corpo era in aria, poco prima di toccare terra. Ricordi che allungasti la mano per poterla afferrare, ma che non riuscisti neanche a sfiorarla.
      Lei era lì, stesa sul pavimento di legno. I suoi occhi rossi e sconvolti ti fissavano. Ricordi che delle lacrime camminavano sulle sue guance lisce fino a cadere a terra, dentro la piccola pozza di sangue creatasi dietro la sua testa che si insinuava tra le fughe del pavimento. C’era assoluto silenzio nella casa; potevi sentire solo il suo respiro terrorizzato che pian piano si faceva sempre più debole, mentre l’unica cosa che riuscivi a pensare era di quella volta in cui da bambino le confessasti, senza volerla ferire, che volevi più bene a tuo padre che a lei.

      Ricordi di essere diventato adulto quando tuo padre decise di vendere la casa; quando gli armadi si erano fatti vecchi e il rumore di legna appena tagliata aveva lasciato spazio alla muffa. Ricordi di aver visto il tetto del patio crollare a causa della grandine e di aver pensato che forse quella barriera protettrice non sarebbe potuta durare in eterno. Ti sei sentito in colpa quando hai dimenticato l’odore dei capelli di tua madre. Hai provato un senso di sollievo quando, seduto al tavolo del salone insieme a tuo padre, gli dicesti che forse era arrivato il momento di discutere di cosa fosse successo quel fatidico giorno. Ti sei sentito ancor più sollevato quando ti rispose che non c’era nulla di cui parlare.
      Hai sentito un senso di vuoto quando hai dovuto salutare quelle mura nelle quali hai vissuto per vent’anni, e hai pensato che in realtà vent’anni non erano poi chissà quanto tempo. Ricordi di aver provato una morsa allo stomaco quando hai sentito la porta chiudersi alle tue spalle. Ricordi di aver visto le nuvole mentre camminavi nel giardino, in quel percorso interminabile che ti avrebbe portato in macchina. Ricordi di aver pensato che in quel luogo il sole non c’era mai stato e che le nuvole e la pioggia ti erano sempre sembrate splendide e rassicuranti. Ricordi di essere entrato nell’automobile e di aver visto tuo padre chiudere a chiave il cancello del giardino. Ricordi che anni prima, da bambino, una volta tuo fratello ti raccontò che la casa aveva il potere di rendervi invisibili agli occhi di tutti, e che tu, per paura che qualche ladro entrasse credendo che questa fosse vuota, attaccasti un foglio al cancello del giardino con su scritto “In questa casa ci abitano delle persone”.

      Simone Ruggieri