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Kurt Vile – Bottle It In

Data di Uscita: 12/10/2018

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      Appena mi vede arrivare, una mosca mi cede il posto. Vola via dalla sedia e dopo un paio di giri torna a sedersi di fronte a me.
      Ascolta pure, se vuoi.
      Come vedi, qui dentro, seduti o tramortiti sul tavolo da biliardo, ci sono solo brutti stronzi ubriaconi. Uno è appena collassato davanti ai bagni e i suoi lunghi, unti capelli biondi sono finiti ad asciugare una pozza d’acqua. Lo spero per lui che sia acqua. Sembra che in testa c’abbia un tramonto bagnato, o un’aureola di cartone. Vero?
      Come mi è saltato in mente di venire fin qui? Che ne so… è che sono uno stronzo pure io. E tra poco pure ubriaco.
      Lascio elaborare alla mosca, intanto poggio la sua lettera sul tavolo.
      Il tavolo è bagnato.
      La lettera si bagna.
      C’è un nuovo e spettrale alone viola che segue i caratteri lasciati dalle belle mani.
      Si può ancora leggere – dico alla mosca. – Il punto è che non ne faccio una giusta!
      Mi manca la spiaggia degli scogli. E il sole di settembre. La sabbia calda tra le dita e le sue labbra che parlavano di fiducia. In me, nella vita, nel futuro… non lo so.
      Da ragazzi, quando ci baciavamo, veniva da ridere a entrambi. A un certo punto dovevamo fermarci e ridere. Una pausa per prendere fiato e ridere. Perché noi, la vita, il futuro eravamo tutti così belli.
      Ricordo che scappavamo mano nella mano dietro le cabine o sparivamo sugli scogli e, nascosti a pelo d’acqua come le alghe, assaggiavamo il sapore di sale sulla lingua dell’altro.
      La mosca fa un giro su se stessa e poi si sfrega le zampe come un maniaco sessuale che ha appena letto nei miei pensieri. Mi viene voglia di mandarla via, ma non lo faccio.

      Siamo stati bene, io e te. Te lo ricordi, lo so. Siamo cresciuti come fratello e sorella, come amanti, e come giovani che volevano scoprire il mondo, tutto, palmo a palmo, ma all’unica condizione di scoprirlo insieme!

      I miei ricordi sono sempre stati bucati – confesso – difettosi forse: intere giornate occupate da un singolo episodio o semplicemente da un dettaglio. A bucare la mia spiaggia degli scogli sono i nostri occhi socchiusi dal sole e dai sorrisi, il sale del mare sui nostri corpi stretti, le mie mani, le mani tutte tremanti che le accarezzavano il viso come un miracolo.
      Sono patetico, vero? Lo so.
      Tremavo e l’amavo come si ama il futuro.

      Che ci è successo poi? Che TI è successo? Sei cresciuto, e cambiato, senza che me ne accorgessi, mentre io restavo bambina sulle tue labbra.

      – Cosa prendi da bere? – mi si rivolge una voce cavernosa che non mi lascia concentrare – Ehi, allora? Dico a te.
      – Non capisci che sono occupato?
      – No, proprio no – e mi fissa con aria impaziente.
      La mosca è lì sopra, allibita come me. Sollevo la lettera, come a dire brutto idiota, non la vedi? e non vedi il mio cuore che ci si ferma sopra? lasciami morire in pace, ma il cameriere non capisce. Mastica qualcosa.
      – Portami una bionda, una qualunque, – concludo.
      – Va bene.
      – E non sputarci dentro, se puoi.
      – Aspetta, me lo scrivo, non sputarci dentro. Bello stronzo che sei.
      Se ne va.
      – Stronzo ci sarai tu e sto cesso di locale. Ma poi El Paso? Ma davvero? Che nome di merda.
      – Vaffanculo.
      – Vacci tu!
      E a questo punto spero che nella mia birra ci sputi soltanto. La mosca torna a sfregarsi le zampe, come se covasse un piano malvagio contro di me.

      I tuoi abbracci, da tempo, sono per me prigione. Il solo vederti mi fa battere il cuore, ma non come un tempo, no, adesso è paura e ansia. È un malessere che è veleno, che mi avvelena, e tutto questo non è giusto.
      Sai, non te l’ho mai detto: quando sono da sola in casa temo il tuo rientro, quando rientri desidero solo che tu te ne vada.

      Su quella stessa spiaggia degli scogli, anni dopo, ci siamo tornati con le borse a tracolla piene di pensieri. Con gli amici e con i loro figli, con i teli del mare, ma senza più nasconderci tra gli scogli. In cielo i gabbiani sembravano immobili, appesi ad un filo come giochi per bambini montati sulle culle.
      Era già malinconia il tempo in cui correvamo a nasconderci e baciarci. Giovani e ingenui, così lontani dal futuro.
      Ricordo che volevo solo proteggerti quando ti dissi di non andare a quel colloquio. Mica capivo che me lo avresti rinfacciato assieme a un mucchio di altre cose. Chiami prigione quanto per me è affetto. E la cosa mi disorienta.
      Alzo la testa e vedo la mosca librarsi in volo e sparire. Devo averla annoiata. La zozza voleva sentire solo di baci e carezze.

      Se sono vigliacca e ti scrivo, anziché affrontarti, è perché ho paura. Di te, certo. Perché se ne avessimo parlato di nuovo, di nuovo non me ne sarei andata. Un tuo abbraccio m’avrebbe trattenuta. E li vedi i lacci intorno a me? Io li sento e so che non sono lacci d’amore.

      Il cameriere porta la birra e la fa scivolare sul tavolo. Bevo mezza pinta senza nemmeno guardarla. Un lungo sorso per buttare giù due tre nodi alla gola. Che schifo, se la sta davvero bevendo, mi pare dica il cameriere.
      Lo guardo. Mi sorride. Se ne va.
      Crollo con la testa sul tavolo, squarciando in due il foglio bagnato su cui mia moglie aveva scritto.
      Cazzo – penso, e do un’altra testata sul tavolo.
      L’unica cosa che mi resta di lei – e do un’altra testata sul tavolo.
      Sento della roba appiccicosa che mi si incolla sulla fronte.
      Quando alzo la testa ho gli occhi che mi bruciano. Il prezzo pagato dal miope che dimentica gli occhiali. La mosca però è tornata a sedersi con me.
      Squilla il cellulare, non spero nemmeno che sia lei. Non è lei.
      – Amico – mi dice la voce dall’altro lato, – senti, ecco, tua moglie, sono entrambe di là, lei e Chiara. Parlano di te, ci ha raccontato un po’ di cose, come dire, strane, vostre. Beh, senti, vuoi… vuoi venire a riprendertela?

       

      Carmine Ferraro

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