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Low – Double Negative

Data di Uscita: 14/09/2018

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      L’avevano rilasciato un lunedì qualsiasi senza far trasparire, i giorni precedenti, che ciò sarebbe potuto accadere. Si erano comportati come tutti i santi giorni, tutti quei 298 giorni di merda di prigionia in cui il tempo si era talmente dilatato da dare la percezione di un unicum disperato. Quelle mura di mattoni pieni vecchi e umidi di muffa, il pavimento in cotto rossastro sbiadito e scalcinato negli spigoli, quella branda col materasso troppo morbido per una schiena non più giovane, il tavolo e le tre seggiole a coprirne il perimetro, ché il quarto lato non è mai stato staccato dalla parete lunga, sotto la finestra, per tutta la durata di quel soggiorno coatto. Quando quel mattino M. aspettava i due scagnozzi, i minuti fluivano l’uno sull’altro senza che il silenzio irreale venisse rotto dalla chiave che girava nel lucchetto, e dalle assi della porta che graffiavano a terra ripercorrendo il medesimo solco ad arco di circonferenza; non indossava l’orologio dal rapimento ma aveva imparato ad osservare i mutamenti della luce per orientarsi nel cammino delle ore, ed esse passavano ma non succedeva nulla.
      Quel mattino i due tirapiedi non si presentarono all’appello, e dopo giustificata insicurezza e una buona dose di timore M. si fece coraggio e provò ad osare, a guadagnarsi di nuovo quella libertà di cui quasi aveva dimenticato il sapore, sebbene le remore gli facessero tremare le esili gambe prosciugate dalla reclusione e dalla vecchiaia. Si sa, le persone a un certo punto della vita cominciano a rimpicciolire come un maglione infeltrito, come se stessero diventando una miniatura in scala di quelle che erano nel fiore degli anni. Si fece forza, si sollevò dal giaciglio e tentò di tirare a sé quell’accozzaglia di legno che componeva l’uscio, ed esso si mosse, cigolante, per poi spalancarsi come se non fosse mai stato bloccato da pesanti catene e chiavistelli.
      Cos’era potuto succedere, all’improvviso? Forse un colpo di stato? O un immane e inaspettato tracollo economico, un crack, dell’impero di famiglia che garantiva agli aguzzini, fino a quel momento, la possibilità di gestire un gioco al rialzo continuo per il riscatto?
      O semplicemente si erano spenti i riflettori su quel gracile ometto che rispondeva al nome di M. e che in altra e lontanissima epoca aveva creato dal nulla un colosso industriale? C’era stata una svalutazione della vita, della persona? Erano scomparsi tutti, era rimasto solo, evidentemente.
      Mentre si allontanava, un passo dopo l’altro, su quel duro terreno grigiastro, morto anche lui con l’incuria e divenuto arido e sterile, si voltò e vide la casupola che per 298 giorni di merda si era trasformata nel suo mondo e gli sembrò piccola e insignificante. Più si allontanava e più quel parallelepipedo storto e privo di finiture finiva inghiottito dalla vastità plumbea di quel suolo compatto che riempiva tutto lo sguardo fino all’orizzonte piatto, lasciando intendere che erano stati davvero scaltri e crudeli i rapitori nella scelta di un nascondiglio stupido e quasi invisibile nella terra di nessuno.
      Non si sarebbe mai aspettato di trovare, una volta libero, una desolazione ancor più estrema e disperata di quella con cui aveva vissuto nella casupola diroccata, dove in meno di un effettivo anno solare si era quasi accartocciato su se stesso e si era riempito di imbarazzanti tic nervosi (cosa avrebbero pensato gli altri industriali nelle future conventions, se quei repentini sfregamenti del naso col pugno avessero potuto sporcare la sua risaputa compostezza? Ci sarebbero state future conventions, piuttosto?).
      Gli parve naturale pensare alle devastazioni di una guerra, a quella raccontata nel suo libro preferito che non aveva mai tolto dal suo comodino, a quel senso di straniamento nel muoversi in luoghi che avevano incontrato la morte sotto la mano dell’uomo, schiacciati sotto il peso di carrarmati e cadaveri gettati l’uno sull’altro come panni logori. Aveva quell’impressione mentre procedeva a tentoni nella distesa arsa tutta uguale ai suoi occhi, e il piccolo casolare era oramai invisibile, e altro non era che un ricordo quando fino a un attimo prima era il suo oggi e il suo quasi certo domani, la sua certezza temporanea finché la sua famiglia non avrebbe pagato il riscatto. Era stato davvero pagato il riscatto? Tutta questa fretta, senza una spiegazione, non preludeva al finale felice per il quale aveva pregato ogni notte, per quei 298 giorni di merda, ma gettava ombre e incertezze. Attorno a sé M. non scorgeva segnali che potessero chiarirgli dove si potesse trovare, nessuna voce, nessuna parola scritta, nessuna targa automobilistica per capire perlomeno se continuare a sentirsi protetto entro i confini di Stato o estendere al di fuori il suo alone di smarrimento. Vista da un osservatore esterno, la scena sarebbe stata perfetta per un film in bianco e nero in cui l’eroe tornava a casa dopo un conflitto lungo e cruento, ma tutto quello che trovava ad attenderlo erano solo macerie e solitudine, in un abbraccio musicale distorto e scarno, spettrale, tra cori di angeli malati e il senso di annichilimento totale.
      A un certo punto spuntò un alberello piegato da terra, come un errore o uno scherzo della natura, poi un altro e un altro ancora e altri che si assiepavano man mano a formare chiazze più scure e solide in una mappa grigia che fino a quel punto pareva bidimensionale; quindi la pianura stessa si trasformò in leggero declivio, ed M. ebbe un sussulto ché in cuore suo non poteva aver disimparato completamente l’ottimismo, malgrado tutto, e ci sarebbe sempre stata una strada, da qualche parte, e una macchina di passaggio da cui farsi salvare.

      Quando quel camion apparve, coi fari alti e una croce blu luminosa al centro del parabrezza, M. si gettò in strada agitando le braccia come un pazzo, ma l’automezzo non si fermò.

      It’s not the end,
      it’s just the end of hope

      Federica Giaccani

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