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Glue Trip – Sea At Night

Data di Uscita: 21/09/2018

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      Nell’aria ci sono un po’ di pelucchi che si vedono solo alla luce dei lampioni gialli. Forse sono solo spore di funghi e polline, e anche mini pelucchi di quei fiori su cui alcuni soffiano per esprimere desideri: è solo un retaggio dell’essere bambini, ai desideri non ci si pensa mica, mentre si dispargono quei pelucchi deboli nell’aria.

      Sotto la luce dei lampioni gialli, tra i pelucchi, circolano anche moscerini pigri e farfallette che sembrano fatte di coca, suicide, fanno a gara a chi cozza più forte contro il bulbo tutto incrostato di farfallette stesse, giallo.

      Nel parcheggio c’è solo una macchina parcheggiata, ma ha due ruote e due mattoni su cui poggia (una croce di Sant’Andrea), i vetri tutti sporchi di piogge fangose ed il paraurti scrostato e cadente.

      Mentre sembra che il vento stia per cambiare, nella notte umidiccia e molto blu e molto nera, arriva una macchina che è più o meno nelle condizioni di quella parcheggiata, con la differenza che ha ancora tutte le ruote e si accende.

      Dentro la macchina ci sono due persone, un uomo e una donna. Lei è alla guida. Parcheggia di traverso tra le linee bianche mentre è nel mezzo di un’invettiva appassionata e incazzata, muove le mani e il collo come una negra afroamericana hip hop. Lascia le luci di posizione accese, per dimenticanza, abbassa la manopola del finestrino e si accende una sigaretta. Al suo fianco lui sembra prigioniero del bozzolo, inutile come Metapod il Pokèmon e in piena paranoia. Subisce le strilla da negra e pensa che c’avrà pure ragione quella lì, su tutto, ma vuole solo che tutto sia finito. E’ un codardo, un individuo timido e mellifluo. A nessuno piacciono le persone così.
      Lei invece è una giovenca con il sangue agli occhi, passionale ma ignorante come la merda, testarda come una mula. Il fatto che lui riesca a subire senza controbattere la fa incazzare, non la eccita manco per niente, mica come direbbe qualche psicologa da due dolsi: la fa proprio incazzare. E vuole fargli ancora più male.

      “Scendi”, fa lei di botto, autoritaria, dopo la seconda sigaretta e sedici minuti appena.
      “Ma…siamo in mezzo al nulla. Riportami in città e poi ci diciamo vaffanculo e tutto quello che vuoi, dai”, Metapod trova una vena di risentimento, anche il suo tono si fa leggermente più alto e tagliente: è sinceramente sorpreso dal fatto che lei voglia davvero lasciarlo lì. A San Donato. Che neanche passano gli autobus. Di domenica sera, poi.

      “LEVATI-DAL-CAZZO!”, scandisce la donna dagli occhi di fuoco e ghiaccio, lo spinge fuori ma contro la portiera, che è chiusa, e lui non l’apre. “TI-DEVI-LEVARE-DAL-CAZZO!”, soffoca la voce vibrando un pugno laterale, un pugno da donna che ha paura di usare il palmo della mano per uno schiaffo rumoroso e si convince, in questo modo, di fare più male: con la parte esterna delle ossa metacarpali.
      Finalmente lui apre la portiera e caracolla giù, quasi cade.

      Lei gira la chiave nel motorino d’avviamento, che tossicchia e sputazza. Il suo viso è contratto e deformato dallo sforzo e dal disprezzo.
      Lui molla un calcio al paraurti anteriore destro, la vede già partire, già si vede solo in quel parcheggio umido, con i pelucchi che danzano nell’aria umida.

      Lei guarda lo specchietto retrovisore dalla parte del passeggero.
      Lui guarda lo sguardo di lei nello specchietto.

      Lei accende la terza sigaretta.
      Lui si siede sul cofano, le mani in tasca, lo sguardo inutile tra gli alberi neri.
      La macchina non parte.

      Gabriele Battista

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