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Spiritualized – And Nothing Hurt

Data di Uscita: 7/09/2018

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      1999

      Cara Marta,
      vorrei pronunciare parole sensate per parlarti di quello di cui vorrei parlarti, e se non ce la farò, sarà solo l’ennesimo delirio di una persona che non sa trovare il modo di potersi davvero esprimere. In fondo credo che questa sia la diciassettesima lettera che provo a scrivere; le altre le ho bruciate nel camino. Probabilmente troverai la cenere sparsa tra la legna asciutta.
      Cominciare e argomentare un discorso del genere è complicato, non dico che sia una giustificazione, ma, per Dio, non è nemmeno una cosa da niente.
      Perciò te lo dirò senza alcun giro di parole: non riesco più a provare altro che rabbia, da un anno a questa parte. Non sembra importare a nessuno… Nemmeno a te. Voglio dire, non credo di farcela più. Sai cosa sia la pietà? Hai la minima idea di cosa significhi non conoscere più nulla di se stessi?
      Lo sto facendo di nuovo. Vedi? Sto di nuovo trascurando il discorso.
      Me ne vado. Ho dovuto aspettare che ti alzassi dal letto. Ho dovuto guardarti salutarmi con quel sorrisino benevolo che ti ritrovi sul viso. Ho dovuto sorbirmi ancora una volta la tua odiosa voce ordinarmi di buttare la spazzatura, di dare da mangiare ai cani, di rifare il letto, di pulire il bagno con la pezza.
      Non posso più sopportare di vedere quanto tu non ti accorga di nulla. Ti è sempre bastato vivere nel tuo mondo. Non sai quanto lo odi il tuo mondo. Non sai quanto odi questa casa.
      Ho trovato la chiave della soffitta. I mobili erano accatastati a caso, impolverati. Qui dentro non ci entra nessuno da decenni. La stanza puzza e c’è una macchia nera e rotonda per terra, vicina alla finestra, credo sia sangue. Ma credimi, stare anche solo per un’ora in un posto che non siano quelle camere di merda da te così simmetricamente arredate e perfettamente pulite ha riempito il mio cuore di gioia.
      Concludo dicendoti di non fraintendere queste mie parole. Ho amato quello che abbiamo avuto, non rimpiango nulla. Ma quello che non rimpiango è tutto quello che vorrei bruciasse, e che non voglio più ricordare.
      Addio.

      1987

      Non credere che arriverà qualcuno. Gli occhi si stanno per chiudere ma tu sei coraggioso, riesci a resistere un po’, almeno un altro po’. Riesci a malapena a voltare la testa per provare a guardare a terra il pavimento di legno sporco di rosso.
      Ti chiedi se la gente penserà che tu sia morto in modo buffo o se piangeranno per te, nonostante la stupidità che ti sei portato appresso nel modo in cui hai lasciato questo mondo. Credevi non si potesse pensare in modo così lucido poco prima di morire.
      La nuca fa male, il pavimento è duro, non te lo aspettavi; non ti aspettavi di cadere in modo così incredibilmente idiota. Stupida sedia di legno, stupido soppalco. Ti guardi intorno e ti accorgi di essere circondato da legno, ovunque tu posi gli occhi; ti rendi conto di esserne imprigionato.
      Forse riesci a comprendere come si sentì tua nonna poco prima di trovarla stesa a terra, anni fa, quando eri bambino.
      Non provi nemmeno a urlare, sai che non avrai abbastanza voce per farti sentire. Tutto può tramutarsi solo in un lieve sospiro che non sarebbe d’aiuto a nulla. Riesci a sentirlo… Riesci a sentire il tuo respiro. Non ti eri mai accorto di quanto fosse forte e limpido. Il tuo corpo è immobile, il delicato sospiro che fuoriesce dalla tua bocca dal sapore del sangue è l’unica cosa che echeggia nella stanza, nel legno, tra gli scatoloni.
      Usi tutte le tue forze per alzare il braccio, pian piano, fino ad accarezzare la tempia. C’è un taglio anche lì. L’angolo appuntito di legno della cassa degli scacchi caduta dal soppalco ha fatto il suo dovere. Ora è a terra, rotta, aperta in due. Un alfiere è uscito fuori ed è rotolato sotto un armadio impolverato. Sei riuscito a vederlo girare su se stesso fino a scomparire, subito dopo esser caduto. Bel momento per insegnare a tuo figlio come si gioca a scacchi. Probabilmente lo imparerà da solo, è un bambino sveglio.
      La polvere e le ragnatele coprono il vetro della finestra. Avresti dovuto pulire questo casino un bel po’ di tempo fa. Se l’avessi fatto, ora ti saresti goduto il panorama lì fuori. L’agglomerato di palazzi e di cemento migliore del pianeta. La sporcizia sul vetro copre la vista, non puoi vedere oltre la stanza, sei costretto a rimanere lì, nel legno, mentre la vista si appanna, si sfoca.
      Non credevi di poter pensare in modo così lucido.

      2015

      La scatola di DVD che diceva mamma è proprio lì, posso vederla nascosta dietro il soppalco. Prendo la sedia di legno mezza spaccata vicina alla finestra, ci salgo e allungo le mani. Ed è esattamente come diceva lei, cumuli di film di tutti i tipi, sparsi tra la polvere e la sporcizia. Chissà da quanto non viene aperta. Tra tutti scelgo una manciata di film muti qua e là. È bello non capire nulla di quello che stia succedendo nel film, per poi lasciare che le didascalie diano la risposta a tutto. È come se l’unico principio fosse quello di lasciarsi trasportare.
      Mi piace qui. Probabilmente chiederò a papà se posso farci un’altra stanza, magari per suonare, o per scrivere. Potrebbe essere il mio ufficio personale. L’odore del legno è rassicurante. Certo, dovrò pulire il vetro della finestra, ma sono sicuro che è una soffitta di media più bella di quelle delle altre case qui in zona.
      Sara mi guarda, mi dice di sbrigarmi. Dice che questa stanza le mette paura. Mi volto verso di lei e le dico che tra poco ho finito, devo solo scegliere gli ultimi DVD da portare giù. Mi dice che sul soppalco ce n’è un’altra scatola, indicandola con le piccole e fragili dita. Alzo lo sguardo e mi accorgo di un contenitore in legno ancor più nascosto, mezzo rotto. Salgo di nuovo sulla sedia e la tiro giù. Sono degli scacchi.
      Mi volto verso Sara e le chiedo se vuole giocare. Lei mi dice che ha paura e che vuole tornare giù, che tra poco sarà buio e la luce non sarà più abbastanza. Non l’ascolto. Apro la scatola e sistemo gli scacchi. Le dico di fare una scommessa. Se vincerà lei sarò costretto a dormire qui da solo, se vincerò io lei dovrà fare lo stesso. Lei dice che non è una scommessa paritaria, ma dopo averle strizzato il cervello per qualche secondo aggiungendo alla scommessa anche un gelato pagato, a malincuore la piccola Sara è costretta ad accettare. Come se potesse vincere.
      Manca un alfiere. Le dico che è fortunata, che non avrebbe avuto scampo. Lei mi guarda, mi dice che vuole tornare in salone, che tra poco sarà pronta la cena, e che qui è sempre più buio.
      Le dico di scendere da mamma e di portare con sé lo scatolone con i DVD mentre io rimango ancora qualche secondo a mettere a posto gli scacchi.
      Sara mi lascia solo. Ormai la stanza ha perso quasi tutta la sua illuminazione, e non sembra più così accogliente. Mi chino per sistemare i pezzi della scacchiera, illuminato dalla luce fioca proveniente dalla porta aperta.
      Volto lo sguardo verso un angolino, sotto un vecchio armadio, non ancora completamente coperto dal buio. C’è un foglio di carta accartocciato. Allungando il braccio, non senza fatica, lo raccolgo. La mano è completamente impolverata, dello stesso colore del foglio ormai quasi distrutto, probabilmente dal tempo. La calligrafia e l’inchiostro consumato fanno sembrare le frasi degli scarabocchi quasi del tutto illeggibili. In alto a sinistra due parole, sforzo gli occhi per riuscire a capire cosa ci sia scritto.

      Cara Marta,

      Simone Ruggieri

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