monthlymusic.it

Amnesia Scanner – Another Life

Data di Uscita: 07/09/2018

copertina

      Lo scoppio fu assordante. Udii un fischio fortissimo nelle orecchie e poi un repentino nulla, anzi, fu più una specie di rumore bianco, ovattato, a prendere il posto del dolore, mentre un inconsueto calo di pressione mi fece come fluttuare, ma solo per una frazione di secondo, quasi impercettibile, prima di essere letteralmente spazzato via, assieme ad altre decine di corpi umani, dalle pose drammaticamente scomposte. “Ecco la fine del mondo!”, ebbi il tempo di gridare nella mia testa, mentre sentivo le mie stesse ossa accartocciarsi su se stesse e la pelle andare a fuoco.

      La mia casa non esiste più, andata, spazzata via assieme ai miei cari che abitavano a un passo di distanza da me. Pensavo a questo, tutto il tempo, mentre attendevo di riacquistare l’udito o, perlomeno, un briciolo di ascolto. Decine di medici mi ronzavano attorno, riuscivo a malapena a vederli: sono loro che mi spiegarono la situazione, attraverso grafie infantili che tendono a destra, su una lavagnetta recuperata chissà dove. Potevo solo immaginare lo stridulo suono della punta del pennarello blu sulla lavagna e mi veniva da stringere i denti lo stesso, pur non udendo nulla se non un flebile ronzio. Poi arrivò lo sgomento, e le lacrime, a rimescolare quel poco che riuscivo a scorgere da un occhio.

      Pare che sia stato un’enorme ordigno esplosivo a cancellare il mio passato. L’ha piazzato in un cassonetto dei rifiuti chissà chi. Un folle atto politico, forse, considerato che in quella via abitano soprattutto famiglie facoltose, oppure semplicemente un bombarolo squilibrato. Sono collassate tre palazzine, mentre la strada che stavo percorrendo per rientrare a casa è stata letteralmente sollevata e piegata su se stessa dalla potenza della deflagrazione. I soccorsi mi hanno ritrovato a due isolati di distanza, in un groviglio di asfalto bruciato e corpi senza vita.

      Non riesco a vedere il mio corpo, per via delle ingessature che mi avvolgono completamente, e questo aggiunge inquietudine all’inquietudine. So di aver perso un occhio e di aver compromesso l’udito, ma non so altro. Ho provato a chiedere alla caposala, ma quella continua a dirmi che devo riposare. Mi nutrono due enormi flebo, poste a pari distanza dal mio corpo. Vedo i fili trasparenti partire dalle due bocce di vetro ma non so dove arrivano; fluidi colorati partono, quasi sincronizzati, da un’estremità delle bottiglie e ingaggiano una sfida di velocità per scomparire sotto il mio naso. Di tanto in tanto arriva un medico magrolino e altissimo, con in pugno una siringa altrettanto lunga di antidolorifici. Dopo la sua iniezione mi addormento, non so per quante ore.

      Sono passati quattro mesi dall’incidente. Per la precisione sono 121,667 giorni. Oggi mi toglieranno il collare e potrò, finalmente, girare la testa. Guardarmi intorno. L’udito è ancora assente ma dall’occhio destro vedo meglio di prima. Sono eccitato, sento il cuore battere forte come un tamburo, e attendo irrequieto la caposala. Quando finalmente si spalanca la porta della mia stanza sento moltissimi passi, come se anziché la dottoressa stesse entrando un millepiedi. Si tratta dell’intera equipe che negli ultimi tempi ho imparato a conoscere più che bene: c’è la caposala, con il suo consueto odore di naftalina; il gatto e la volpe, ovvero due infermieri che si muovono sempre e solo in coppia; ci sono le due psicologhe, quella che mi ha accolto il giorno terribile del mio risveglio e colei che mi ha assistito in tempi più recenti. Ora scorgo anche l’anestesista magrolino e altissimo, ma questa volta senza la siringa in mano. E poi, infine, entra nel mio campo visivo una signora di colore che non ho mai visto prima, con in mano una strana sega che credo serva a tirare via l’ingessatura.

      Quando cade a terra il collare faccio un sorriso enorme. Il mio pubblico è piegato sulla lavagnetta, stanno discutendo in merito a una frase da scrivere sulla lavagna. Sembrano agitati ma non importa, non mi curo di loro, mi concentro sul mio collo. Faccio il possibile per riacquistare sensibilità, per potermi finalmente guardare. Ma non ci riesco. Quando girano la lavagna mi colgono di sorpresa. C’è scritto: “Abbiamo fatto del nostro meglio, ci dispiace. Ma puoi comunque avere un’altra vita”.

      Faccio uno scatto in avanti con tutte le mie forze, di getto, e vedo un corpo senza più alcun arto. Sono io!

      Maurizio Narciso

Comments are closed.