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Billy F. Gibbons – The Big Bad Blues

Data di Uscita: 21/09/2018

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      Sono sulla strada, un tappetone buio e afoso; mi ricorda la penombra di quei cessi di scantinati dove ho dormito per anni.
      Sono sulla strada, oh, e il vento mi urla in faccia solo parolacce!
      Come fa la mia donna quando torno a casa e se la prende a male per la barba che mi puzza di tequila. Potrebbe sapere d’altro, le dico, non rompere. Di solito mi piazza un pugno, chirurgico sullo zigomo. C’ha un ottimo gancio, la stronza.

      Sono sulla strada, sulla mia moto, con la sella calda che mi attizza e un grosso moscerino sfracellato in mezzo ai denti. Quando lo avrò disincagliato con la lingua, sa di pollo, penserò, pure se non è vero.
      Sono sulla strada e una cazzo di linea bianca tratteggiata vuole dirmi dove devo andare!
      Come fa la mia donna, ma a lei, alla mogliettina, non sto mica a sentire. Sì, ha l’alito che sa di rose… ma, oh, quante stronzate arriva a dire, prima che lei sbatta la porta della nostra camera da letto, prima che io sbatta per terra.

      In autostrada la mezzanotte si mangia tutto il paesaggio, il sole lo cagherà domani all’alba, si alzerà dall’orizzonte come un grosso pallido buco di culo e cagherà le campagne e i pascoli, grosse montagne di nulla fumante. Odio tutto quel nulla. Le cose importanti, dico io, le cose veramente importanti sono tutte illuminate: il guard rail, per esempio, la mia moto, la strada sotto i fari. El Paso. Soprattutto El Paso. Oh sì, lì potrò sfondarmi il fegato senza che nessuno abbia da ridire. Lì la tequila non la bevo, me la butto addosso, alla faccia della donnetta che rompe. Odio quando sbatte le porte, i miei vecchi sbattevano le porte!

      Oh se mi farei una canna adesso! Tocca aspettare, ho le mani che stringono il volante e c’è vento. Per strada non posso farmi le canne, no. Ma quante ne ho fumate con la mia donna, sulla veranda davanti alle erbacce gialle del prato e all’alveare che quattro api volenterose avevano messo in piedi per una bestia troppo grassa per essere della loro stessa specie. Ape Regina, diceva mia moglie e sembrava che la riguardasse, un ratto peloso con le ali, pensavo io.
      Sulla veranda il sole brillava d’alluminio.
      In quel sole amavo mia moglie. Amo ancora oggi mia moglie, è una brava donna. Di amore non si pecca mica. Di amore ce ne vuole sempre di più, sempre di più. E io, di amore, ne ho per tutte. Certo che nemmeno questo va bene alla mia donna. Non le va bene mai niente. Il culo le brucia pure per come mi alzo dalla sedia. Lei, invece, ha una gran classe quando si alza dalla sedia. È chiaro, la amo.

      Devo pisciare. Mi fermo sul ciglio della strada. Piscio. Quando la trattieni e poi la fai: oooh!
      Direziono il getto per non bagnarmi il piede sinistro. Sotto al destro invece sento una cosa. Troppo dura per essere merda, troppo morbida per essere il resto di un paraurti. Guardo meglio, do un colpetto con la punta della scarpa e capisco che è la carcassa di un cazzo di cane. Ecco cos’era sta puzza: morte. Un nugolo di mosche va e viene; va perché ci sono io e mi temono, viene perché non riescono a fare a meno del cadavere, del suo sangue secco, delle fauci aperte e rigide, del pelo sporco e macchiato, di quell’occhio vitreo che guarda oltre i vivi. Delle sue labbra squarciate. Dei suoi capelli biondi.
      Vomito pane e tonno lungo tutto il ciglio, pure sulla carcassa.

      El Paso fiammeggia a sinistra. Nello spiazzale si muovono i fari di un camion. Tre motociclisti se ne vanno. Quante luci. Quante cose importanti.
      Lascio la moto, accarezzo la sella calda, mi scollo i jeans dalle palle, mi ravvivo la barba, sputo per terra saliva acida.
      L’insegna El Paso pesa come una corona massiccia sulla fronte del prefabbricato, un re biancastro e trasandato con tre finestre e un ingresso verde piombo. Ci sono dei vetri rotti per terra e due tizi con la pancia in mano che mi guardano da lontano. Mi fermo e li fisso a petto in fuori. Sputo ancora per terra – che saporaccio – e me ne vado. Se vogliono prenderle, mi verranno a cercare.
      Nel locale, oddio!, c’è una cappa di fumo e umidità, sembra che mi sia appena calato addosso un cappotto invernale, lavato poco.
      Voglio una birra. Voglio due birre. Per riscaldarmi. Il barista taglia la schiuma come un samurai e mi passa boccale. E sai che cosa, lo sai?, prima di bere ci inzuppo tutta la barba, oh sì, tutta la barba! E poi, bagnata e pesante, l’agito come la coda dei cani, come il cane schifoso sul ciglio della strada.
      Che cazzo fai?, mi chiede il barista. Lo guardo con aria assente; la mia aria assente risolve parecchie cose. Bevo, chiedo la seconda birra. Sì, sì, però questa volta bevila, non buttarla per terra. Sguardo assente.

      Entra uno che indossa una camicia a quadri. L’ultimo uomo sulla terra a indossare ancora le camicie a quadri. Deve essere davvero una persona schifosa. Uno che non bacia più la mamma perché non ne ha il coraggio. Uno che non vuole figli, perché basta lui a stare sulle palle al mondo. Uno che picchia la moglie a morte. Uno che vomita sulle carcasse degli animali in autostrada.
      Lo saluto, ehi amico!, alzando il boccale.
      Sera, risponde e sorride.
      Innanzi tutto si dice buonasera. Sera e basta è vago, magari mi stai augurando una cattiva sera, magari mi odi e vuoi vedermi morto in una cattiva sera, io che ne so?
      Camicia a quadri si siede, abbassa la testa e chiede da bere.
      Offro io, dico al barista. Alla salute, risponde camicia a quadri alzando il boccale che gli ho appena pagato. Che brutta faccia che ha, vorrei più riconoscenza; non ti conosco e ti ho appena offerto da bere, ho comprato la tua riconoscenza, dammela, sforzati.
      Che ti prende amico?, gli chiedo.
      Niente, mi risponde niente. Ma dove sono finito? Non ti pago da bere per sentirmi dire niente, voglio sapere che ti passa per la testa di merda che hai, amico, voglio sapere tutto. Non si tratta di me e te, adesso si tratta di me te e i miei soldi!
      Se sei triste, conosco un paio di fiche che fanno al caso tuo… nostro. Sono troppo generoso per questo pianeta.
      No no, ho moglie e figli. Sto tornando da loro. Sorride, la faccia di culo!
      E quindi? Anche io ero sposato! So di cosa parli. Ma, senti a me, sesso e matrimonio non hanno nulla a che vedere. Anzi, il problema è che li mischiamo, ci scopiamo le nostre mogli e il matrimonio diventa una cosa strana.
      Ride, adesso, come se gli avessi raccontato una barzelletta. Io sono serio, camicia a quadri, e tu sei una persona terribile, che prende gli altri con ruvida leggerezza.
      Hai idee strane tu. Non fanno per me. Non più. Dice mentre si rigira il portafogli tra le mani… e io so. So che lì dentro c’è una schifosissima foto, sua e della moglie e del figlio. Banale grassone con la camicia a quadri e la foto di famiglia.
      Hai una foto della tua famiglia?, gli chiedo.
      Cala il silenzio. Si aggiusta sulla sedia. Mi guarda strano, mi studia dall’alto in basso. No, dice e mette il portafogli in tasca. Certo che ce l’hai. Bastardo bugiardo!, te lo strapperei di dosso il portafogli. Mi tremano le mani dalla rabbia, sudano, me le passo sulle gambe.
      Camicia a quadri sbadiglia e si alza per andare in bagno. Bugiardo. Bugiardo. Ce l’hai la foto, perché non me la fai vedere? Voglio vedere tua moglie!
      Lo aspetto, potrei andarmene ma lo aspetto. Lo cronometro, perché no? Se la starà guardando adesso la foto, chiuso nel cesso. Bacerà le labbra della moglie e del figlio e poi metterà di nuovo il prezioso nel portafogli, o, peggio, in un posto più sicuro.
      Torna con le mani bagnate che lasciano un percorso a pois. Non si siede nemmeno. Cerca di dire qualcosa ma lo anticipo: Allora, ce l’hai una foto della tua famiglia?
      No, te l’ho già detto, non ce l’ho.
      Non devi tenerci così tanto allora, eh? Sicuro che non vuoi che chiami un paio di ragazze?
      Non risponde neanche, come se avessi detto una cazzata troppo grossa per meritare una risposta. Amico, grazie della birra, io devo proprio andare.
      Come devi proprio andare? Non puoi lasciarmi così, con un niente e due no, ti ho pagato, hai bevuto, mi devi qualcosa.
      Apre la porta del bar e si avvia nel parcheggio. No, camicia a quadri, io tua moglie devo vederla. I miei soldi tu li hai presi senza dire una parola.
      Scatto dalla sedia, esco, gli corro dietro, ehi!, urlo, ehi cazzo, sto parlando con te!
      Senti, fa lui, girandosi all’altezza di un tir, adesso mi stai davvero rompendo, te ne vai o cosa?
      No, no, non voglio mica litigare.
      E allora cambia strada!
      Mi avvicino con le lacrime agli occhi a sto finocchio che sta ancora a sentirmi.
      Ecco… il fatto è che, come dirlo, non è facile, sai. Ecco… mia moglie, mia moglie è morta da poco ed è dura, sai.
      Intorno a noi la strada si attorciglia come una serpe. Non si vede niente. Qui non ci sono luci. Siamo poco importanti, io e lui, in questo grosso parcheggio deserto.  Non valiamo nulla, siamo il nulla fumante. O peggio.
      Beh scusa, non potevo sapere
      Io cammino e piango e parlo.
      Ma certo, non potevi, non scusarti. Ecco solo che… sentendoti parlare a quel modo. Tu, la tua famiglia, mi ricordi…
      Sono talmente vicino da potergli ficcare una lingua nell’orecchio. Una testata sul naso. No, oh no, preferisco un bel gancio chirurgico sullo zigomo.
      E il tipo con la camicia a quadri va giù e io giù con lui, a cavalcioni.
      Sono un santo, sicuro, perché mentre lo colpisco sulla faccia brutta e rotta penso che, dopotutto, avrei davvero voluto che fosse lui, non io, lui ad aprirmi il culo sull’asfalto polveroso di sto posto di merda.
      E quando non reagisce più, quando è solo un peso, gli sfilo il portafogli dalla tasca. Come dicevo, ce l’aveva una foto della moglie e del figlio.

      Carmine Ferraro

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