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2814 – 新しい日の誕生 (Atarashii Hi no Tanjou)

Data di Uscita: 21/01/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

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      La fredda luce dei neon dei grattacieli fendeva la notte come uno tsurugi, penetrava dall’ampia vetrata del bar stampando impressioni di passato sul fumo voluttuoso della sigaretta.
      Testuya se ne stava lì, seduto al bancone, in cerca di una strada da percorrere sul fondo del bicchiere. Fuori, sulla strada che aveva già percorso, uno stridio metallico annunciava un autobus che arrestava lento la sua corsa. Distratto, Tetsuya alzò lo sguardo verso quel samurai che aveva opposto il suo yoroi contro le lame affilate della notte di Tokyo. Lenta come era arrivata, la grossa ombra di ferro e sangue si dileguò e la luce dei neon contornava ora un’ombra più piccola, di solo sangue. Testuya restò ad osservarla mentre si scomponeva in mille persone tra i rivoli di pioggia che solcavano il vetro. La porta si aprì, l’ombra entrò, una nuvoletta di fumo prese il volo lieve dalle labbra del ragazzo.
      “Non sono io che me ne sto andando” fece l’ombra, che era Haru ed era lì davanti a lui.
      “Allora non saresti dovuta venire a dirmi addio”. Le parole rotolarono fuori dalla gola spinte dal fumo mentre Tetsuya, ruotando con delicatezza il bicchiere poggiato sul tavolo, cercava una prospettiva dalla quale la strada, quella che lui cercava, gli potesse risultare più chiara.
      “Andiamo”, e tirò giù l’ultimo sorso.
      “Ma Tetsu… piove”.
      “Da molto, ormai”.
      Fuori la notte pioveva come se la città volesse annegare prima di mattina. La strada li accompagnava con lo sguardo algido del medico legale. Testsuya, che quello sguardo lo conosceva bene, era pronto all’autopsia. Haru si voltò a cercarne gli occhi neri, che continuavano a guardare in fondo alla strada, dietro l’angolo, sotto il lampione dove c’era la fine della loro storia.
      Haru, che sapeva leggere, lesse la fine nei sui occhi.
      “Non è finita.”
      “E’ finita più per te che per me, Haru.”
      “Non pensare di venire a raccontarmi me stessa. Sono qui, so cosa sento, so quello che voglio.”
      Una goccia di pioggia più ostinata delle altre si fece largo nella tela dell’ombrello per tuffarsi sulla punta del suo naso. Tetsuya distolse lo sguardo dalla fine, lo rivolse verso l’alto e lo lasciò lì.
      “Te”, concluse Haru facendosi piuma sul suo braccio.
      “Tu non vuoi me”, rispose il ragazzo all’ombrello. “Tu vuoi qualcosa da me. Qualcosa che io non ho.”
      La notte si fermò un’ultima volta a guardarli, si voltò e tornò al bar.
      “E non posso aspettare che arrivi il giorno che tu lo veda” fece alla fine. L’ombrello gli aveva spiegato tutto quello che sapeva.
      Haru chinò il capo osservando la pioggia che le bagnava le punte delle scarpe.
      “Testsuya… io ti amo” sussurrò.
      Lo sguardo di Tetsuya si fece acquoso, due grosse gocce vibravano ai margini degli occhi. Se avesse sbattuto le palpebre le lacrime gli avrebbero rigato il viso. Decise che non le avrebbe sbattute mai più.
      “Ma ora piove. Mi sei caduta sulla testa in una sera d’inverno ed è stato così improvviso e fragoroso ed il cielo era sereno e non ce ne siamo accorti. Quel giorno il mio ombrello si è rotto.”
      Le sagome dei grattacieli si andavano sfocando. Tetsuya chiuse un attimo gli occhi e scoprì che non avrebbe dato il suo contributo alla pioggia. Li riaprì, cercò una sigaretta e la accese. Più tardi di quanto avrebbe dovuto, ma prima che fosse troppo tardi, l’aurora tinse di rosa l’addio.
      “E nelle notti di pioggia serve un ombrello”.

      Giovanni Piccolo

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