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Archive for settembre, 2018

Low – Double Negative

Data di Uscita: 14/09/2018

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      L’avevano rilasciato un lunedì qualsiasi senza far trasparire, i giorni precedenti, che ciò sarebbe potuto accadere. Si erano comportati come tutti i santi giorni, tutti quei 298 giorni di merda di prigionia in cui il tempo si era talmente dilatato da dare la percezione di un unicum disperato. Quelle mura di mattoni pieni vecchi e umidi di muffa, il pavimento in cotto rossastro sbiadito e scalcinato negli spigoli, quella branda col materasso troppo morbido per una schiena non più giovane, il tavolo e le tre seggiole a coprirne il perimetro, ché il quarto lato non è mai stato staccato dalla parete lunga, sotto la finestra, per tutta la durata di quel soggiorno coatto. Quando quel mattino M. aspettava i due scagnozzi, i minuti fluivano l’uno sull’altro senza che il silenzio irreale venisse rotto dalla chiave che girava nel lucchetto, e dalle assi della porta che graffiavano a terra ripercorrendo il medesimo solco ad arco di circonferenza; non indossava l’orologio dal rapimento ma aveva imparato ad osservare i mutamenti della luce per orientarsi nel cammino delle ore, ed esse passavano ma non succedeva nulla.
      Quel mattino i due tirapiedi non si presentarono all’appello, e dopo giustificata insicurezza e una buona dose di timore M. si fece coraggio e provò ad osare, a guadagnarsi di nuovo quella libertà di cui quasi aveva dimenticato il sapore, sebbene le remore gli facessero tremare le esili gambe prosciugate dalla reclusione e dalla vecchiaia. Si sa, le persone a un certo punto della vita cominciano a rimpicciolire come un maglione infeltrito, come se stessero diventando una miniatura in scala di quelle che erano nel fiore degli anni. Si fece forza, si sollevò dal giaciglio e tentò di tirare a sé quell’accozzaglia di legno che componeva l’uscio, ed esso si mosse, cigolante, per poi spalancarsi come se non fosse mai stato bloccato da pesanti catene e chiavistelli.
      Cos’era potuto succedere, all’improvviso? Forse un colpo di stato? O un immane e inaspettato tracollo economico, un crack, dell’impero di famiglia che garantiva agli aguzzini, fino a quel momento, la possibilità di gestire un gioco al rialzo continuo per il riscatto?
      O semplicemente si erano spenti i riflettori su quel gracile ometto che rispondeva al nome di M. e che in altra e lontanissima epoca aveva creato dal nulla un colosso industriale? C’era stata una svalutazione della vita, della persona? Erano scomparsi tutti, era rimasto solo, evidentemente.
      Mentre si allontanava, un passo dopo l’altro, su quel duro terreno grigiastro, morto anche lui con l’incuria e divenuto arido e sterile, si voltò e vide la casupola che per 298 giorni di merda si era trasformata nel suo mondo e gli sembrò piccola e insignificante. Più si allontanava e più quel parallelepipedo storto e privo di finiture finiva inghiottito dalla vastità plumbea di quel suolo compatto che riempiva tutto lo sguardo fino all’orizzonte piatto, lasciando intendere che erano stati davvero scaltri e crudeli i rapitori nella scelta di un nascondiglio stupido e quasi invisibile nella terra di nessuno.
      Non si sarebbe mai aspettato di trovare, una volta libero, una desolazione ancor più estrema e disperata di quella con cui aveva vissuto nella casupola diroccata, dove in meno di un effettivo anno solare si era quasi accartocciato su se stesso e si era riempito di imbarazzanti tic nervosi (cosa avrebbero pensato gli altri industriali nelle future conventions, se quei repentini sfregamenti del naso col pugno avessero potuto sporcare la sua risaputa compostezza? Ci sarebbero state future conventions, piuttosto?).
      Gli parve naturale pensare alle devastazioni di una guerra, a quella raccontata nel suo libro preferito che non aveva mai tolto dal suo comodino, a quel senso di straniamento nel muoversi in luoghi che avevano incontrato la morte sotto la mano dell’uomo, schiacciati sotto il peso di carrarmati e cadaveri gettati l’uno sull’altro come panni logori. Aveva quell’impressione mentre procedeva a tentoni nella distesa arsa tutta uguale ai suoi occhi, e il piccolo casolare era oramai invisibile, e altro non era che un ricordo quando fino a un attimo prima era il suo oggi e il suo quasi certo domani, la sua certezza temporanea finché la sua famiglia non avrebbe pagato il riscatto. Era stato davvero pagato il riscatto? Tutta questa fretta, senza una spiegazione, non preludeva al finale felice per il quale aveva pregato ogni notte, per quei 298 giorni di merda, ma gettava ombre e incertezze. Attorno a sé M. non scorgeva segnali che potessero chiarirgli dove si potesse trovare, nessuna voce, nessuna parola scritta, nessuna targa automobilistica per capire perlomeno se continuare a sentirsi protetto entro i confini di Stato o estendere al di fuori il suo alone di smarrimento. Vista da un osservatore esterno, la scena sarebbe stata perfetta per un film in bianco e nero in cui l’eroe tornava a casa dopo un conflitto lungo e cruento, ma tutto quello che trovava ad attenderlo erano solo macerie e solitudine, in un abbraccio musicale distorto e scarno, spettrale, tra cori di angeli malati e il senso di annichilimento totale.
      A un certo punto spuntò un alberello piegato da terra, come un errore o uno scherzo della natura, poi un altro e un altro ancora e altri che si assiepavano man mano a formare chiazze più scure e solide in una mappa grigia che fino a quel punto pareva bidimensionale; quindi la pianura stessa si trasformò in leggero declivio, ed M. ebbe un sussulto ché in cuore suo non poteva aver disimparato completamente l’ottimismo, malgrado tutto, e ci sarebbe sempre stata una strada, da qualche parte, e una macchina di passaggio da cui farsi salvare.

      Quando quel camion apparve, coi fari alti e una croce blu luminosa al centro del parabrezza, M. si gettò in strada agitando le braccia come un pazzo, ma l’automezzo non si fermò.

      It’s not the end,
      it’s just the end of hope

      Federica Giaccani

Emma Ruth Rundle – On Dark Horses

Data di uscita: 14/09/2018

      Da quella volta non sei più uscita dai miei pensieri.
      Ero scesa in strada in pigiama per comprare il latte e le sigarette quando ci scontrammo all’angolo, io avevo in mano la busta del minimarket, tu il tuo telefono e la chitarra in spalla. Il crepuscolo viola incendiava il cielo oltre il marrone dei mattoncini delle case, s’intuiva la curva della collina alle loro spalle. Ci scontrammo e non capii più nulla, e non era colpa del latte che formava dei ruscelli dolciastri tra i nostri corpi intrecciati né del dolore al ginocchio che si irradiò con la caduta; non capii più nulla perché mi persi tra le tue treccine, il tuo odore, quegli occhi chiarissimi che si inghiottivano tutto il mondo.
      Facemmo l’amore quella notte dopo la prima birra offerta da te in segno di scusa, la seconda offerta da me perché credevo che la colpa fosse mia, la terza offerta dal barman perché “suonami una canzone”, la quarta offerta dalla ragazza al biliardo perché “sembrate uscite da un film tragicomico da quanto siete belle”.
      Facemmo l’amore altre volte e divampava nella pelle quel medesimo crepuscolo infocato, e il tuo profumo ha impregnato oramai qualsiasi oggetto che mi ritrovo a vedere, a toccare, a spostare in questo appartamento.
      Domattina cambio casa, ho caricato la macchina con troppi scatoloni pieni della mia confusione e della mia indomabile ribellione che tanto ti piaceva, avrei voluto abbandonare in questa città tutto quello che mi fa piangere ancora ma sto fallendo di nuovo. Il disco gira nel piatto, è sempre quello da quando te ne sei andata in Europa, graffia e ammalia come facevi tu; un ultimo giro prima di andare a dormire.
      Ti aspetto ancora, ovunque.

      Federica Giaccani

Glue Trip – Sea At Night

Data di Uscita: 21/09/2018

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      Nell’aria ci sono un po’ di pelucchi che si vedono solo alla luce dei lampioni gialli. Forse sono solo spore di funghi e polline, e anche mini pelucchi di quei fiori su cui alcuni soffiano per esprimere desideri: è solo un retaggio dell’essere bambini, ai desideri non ci si pensa mica, mentre si dispargono quei pelucchi deboli nell’aria.

      Sotto la luce dei lampioni gialli, tra i pelucchi, circolano anche moscerini pigri e farfallette che sembrano fatte di coca, suicide, fanno a gara a chi cozza più forte contro il bulbo tutto incrostato di farfallette stesse, giallo.

      Nel parcheggio c’è solo una macchina parcheggiata, ma ha due ruote e due mattoni su cui poggia (una croce di Sant’Andrea), i vetri tutti sporchi di piogge fangose ed il paraurti scrostato e cadente.

      Mentre sembra che il vento stia per cambiare, nella notte umidiccia e molto blu e molto nera, arriva una macchina che è più o meno nelle condizioni di quella parcheggiata, con la differenza che ha ancora tutte le ruote e si accende.

      Dentro la macchina ci sono due persone, un uomo e una donna. Lei è alla guida. Parcheggia di traverso tra le linee bianche mentre è nel mezzo di un’invettiva appassionata e incazzata, muove le mani e il collo come una negra afroamericana hip hop. Lascia le luci di posizione accese, per dimenticanza, abbassa la manopola del finestrino e si accende una sigaretta. Al suo fianco lui sembra prigioniero del bozzolo, inutile come Metapod il Pokèmon e in piena paranoia. Subisce le strilla da negra e pensa che c’avrà pure ragione quella lì, su tutto, ma vuole solo che tutto sia finito. E’ un codardo, un individuo timido e mellifluo. A nessuno piacciono le persone così.
      Lei invece è una giovenca con il sangue agli occhi, passionale ma ignorante come la merda, testarda come una mula. Il fatto che lui riesca a subire senza controbattere la fa incazzare, non la eccita manco per niente, mica come direbbe qualche psicologa da due dolsi: la fa proprio incazzare. E vuole fargli ancora più male.

      “Scendi”, fa lei di botto, autoritaria, dopo la seconda sigaretta e sedici minuti appena.
      “Ma…siamo in mezzo al nulla. Riportami in città e poi ci diciamo vaffanculo e tutto quello che vuoi, dai”, Metapod trova una vena di risentimento, anche il suo tono si fa leggermente più alto e tagliente: è sinceramente sorpreso dal fatto che lei voglia davvero lasciarlo lì. A San Donato. Che neanche passano gli autobus. Di domenica sera, poi.

      “LEVATI-DAL-CAZZO!”, scandisce la donna dagli occhi di fuoco e ghiaccio, lo spinge fuori ma contro la portiera, che è chiusa, e lui non l’apre. “TI-DEVI-LEVARE-DAL-CAZZO!”, soffoca la voce vibrando un pugno laterale, un pugno da donna che ha paura di usare il palmo della mano per uno schiaffo rumoroso e si convince, in questo modo, di fare più male: con la parte esterna delle ossa metacarpali.
      Finalmente lui apre la portiera e caracolla giù, quasi cade.

      Lei gira la chiave nel motorino d’avviamento, che tossicchia e sputazza. Il suo viso è contratto e deformato dallo sforzo e dal disprezzo.
      Lui molla un calcio al paraurti anteriore destro, la vede già partire, già si vede solo in quel parcheggio umido, con i pelucchi che danzano nell’aria umida.

      Lei guarda lo specchietto retrovisore dalla parte del passeggero.
      Lui guarda lo sguardo di lei nello specchietto.

      Lei accende la terza sigaretta.
      Lui si siede sul cofano, le mani in tasca, lo sguardo inutile tra gli alberi neri.
      La macchina non parte.

      Gabriele Battista

Spiritualized – And Nothing Hurt

Data di Uscita: 7/09/2018

index

      1999

      Cara Marta,
      vorrei pronunciare parole sensate per parlarti di quello di cui vorrei parlarti, e se non ce la farò, sarà solo l’ennesimo delirio di una persona che non sa trovare il modo di potersi davvero esprimere. In fondo credo che questa sia la diciassettesima lettera che provo a scrivere; le altre le ho bruciate nel camino. Probabilmente troverai la cenere sparsa tra la legna asciutta.
      Cominciare e argomentare un discorso del genere è complicato, non dico che sia una giustificazione, ma, per Dio, non è nemmeno una cosa da niente.
      Perciò te lo dirò senza alcun giro di parole: non riesco più a provare altro che rabbia, da un anno a questa parte. Non sembra importare a nessuno… Nemmeno a te. Voglio dire, non credo di farcela più. Sai cosa sia la pietà? Hai la minima idea di cosa significhi non conoscere più nulla di se stessi?
      Lo sto facendo di nuovo. Vedi? Sto di nuovo trascurando il discorso.
      Me ne vado. Ho dovuto aspettare che ti alzassi dal letto. Ho dovuto guardarti salutarmi con quel sorrisino benevolo che ti ritrovi sul viso. Ho dovuto sorbirmi ancora una volta la tua odiosa voce ordinarmi di buttare la spazzatura, di dare da mangiare ai cani, di rifare il letto, di pulire il bagno con la pezza.
      Non posso più sopportare di vedere quanto tu non ti accorga di nulla. Ti è sempre bastato vivere nel tuo mondo. Non sai quanto lo odi il tuo mondo. Non sai quanto odi questa casa.
      Ho trovato la chiave della soffitta. I mobili erano accatastati a caso, impolverati. Qui dentro non ci entra nessuno da decenni. La stanza puzza e c’è una macchia nera e rotonda per terra, vicina alla finestra, credo sia sangue. Ma credimi, stare anche solo per un’ora in un posto che non siano quelle camere di merda da te così simmetricamente arredate e perfettamente pulite ha riempito il mio cuore di gioia.
      Concludo dicendoti di non fraintendere queste mie parole. Ho amato quello che abbiamo avuto, non rimpiango nulla. Ma quello che non rimpiango è tutto quello che vorrei bruciasse, e che non voglio più ricordare.
      Addio.

      1987

      Non credere che arriverà qualcuno. Gli occhi si stanno per chiudere ma tu sei coraggioso, riesci a resistere un po’, almeno un altro po’. Riesci a malapena a voltare la testa per provare a guardare a terra il pavimento di legno sporco di rosso.
      Ti chiedi se la gente penserà che tu sia morto in modo buffo o se piangeranno per te, nonostante la stupidità che ti sei portato appresso nel modo in cui hai lasciato questo mondo. Credevi non si potesse pensare in modo così lucido poco prima di morire.
      La nuca fa male, il pavimento è duro, non te lo aspettavi; non ti aspettavi di cadere in modo così incredibilmente idiota. Stupida sedia di legno, stupido soppalco. Ti guardi intorno e ti accorgi di essere circondato da legno, ovunque tu posi gli occhi; ti rendi conto di esserne imprigionato.
      Forse riesci a comprendere come si sentì tua nonna poco prima di trovarla stesa a terra, anni fa, quando eri bambino.
      Non provi nemmeno a urlare, sai che non avrai abbastanza voce per farti sentire. Tutto può tramutarsi solo in un lieve sospiro che non sarebbe d’aiuto a nulla. Riesci a sentirlo… Riesci a sentire il tuo respiro. Non ti eri mai accorto di quanto fosse forte e limpido. Il tuo corpo è immobile, il delicato sospiro che fuoriesce dalla tua bocca dal sapore del sangue è l’unica cosa che echeggia nella stanza, nel legno, tra gli scatoloni.
      Usi tutte le tue forze per alzare il braccio, pian piano, fino ad accarezzare la tempia. C’è un taglio anche lì. L’angolo appuntito di legno della cassa degli scacchi caduta dal soppalco ha fatto il suo dovere. Ora è a terra, rotta, aperta in due. Un alfiere è uscito fuori ed è rotolato sotto un armadio impolverato. Sei riuscito a vederlo girare su se stesso fino a scomparire, subito dopo esser caduto. Bel momento per insegnare a tuo figlio come si gioca a scacchi. Probabilmente lo imparerà da solo, è un bambino sveglio.
      La polvere e le ragnatele coprono il vetro della finestra. Avresti dovuto pulire questo casino un bel po’ di tempo fa. Se l’avessi fatto, ora ti saresti goduto il panorama lì fuori. L’agglomerato di palazzi e di cemento migliore del pianeta. La sporcizia sul vetro copre la vista, non puoi vedere oltre la stanza, sei costretto a rimanere lì, nel legno, mentre la vista si appanna, si sfoca.
      Non credevi di poter pensare in modo così lucido.

      2015

      La scatola di DVD che diceva mamma è proprio lì, posso vederla nascosta dietro il soppalco. Prendo la sedia di legno mezza spaccata vicina alla finestra, ci salgo e allungo le mani. Ed è esattamente come diceva lei, cumuli di film di tutti i tipi, sparsi tra la polvere e la sporcizia. Chissà da quanto non viene aperta. Tra tutti scelgo una manciata di film muti qua e là. È bello non capire nulla di quello che stia succedendo nel film, per poi lasciare che le didascalie diano la risposta a tutto. È come se l’unico principio fosse quello di lasciarsi trasportare.
      Mi piace qui. Probabilmente chiederò a papà se posso farci un’altra stanza, magari per suonare, o per scrivere. Potrebbe essere il mio ufficio personale. L’odore del legno è rassicurante. Certo, dovrò pulire il vetro della finestra, ma sono sicuro che è una soffitta di media più bella di quelle delle altre case qui in zona.
      Sara mi guarda, mi dice di sbrigarmi. Dice che questa stanza le mette paura. Mi volto verso di lei e le dico che tra poco ho finito, devo solo scegliere gli ultimi DVD da portare giù. Mi dice che sul soppalco ce n’è un’altra scatola, indicandola con le piccole e fragili dita. Alzo lo sguardo e mi accorgo di un contenitore in legno ancor più nascosto, mezzo rotto. Salgo di nuovo sulla sedia e la tiro giù. Sono degli scacchi.
      Mi volto verso Sara e le chiedo se vuole giocare. Lei mi dice che ha paura e che vuole tornare giù, che tra poco sarà buio e la luce non sarà più abbastanza. Non l’ascolto. Apro la scatola e sistemo gli scacchi. Le dico di fare una scommessa. Se vincerà lei sarò costretto a dormire qui da solo, se vincerò io lei dovrà fare lo stesso. Lei dice che non è una scommessa paritaria, ma dopo averle strizzato il cervello per qualche secondo aggiungendo alla scommessa anche un gelato pagato, a malincuore la piccola Sara è costretta ad accettare. Come se potesse vincere.
      Manca un alfiere. Le dico che è fortunata, che non avrebbe avuto scampo. Lei mi guarda, mi dice che vuole tornare in salone, che tra poco sarà pronta la cena, e che qui è sempre più buio.
      Le dico di scendere da mamma e di portare con sé lo scatolone con i DVD mentre io rimango ancora qualche secondo a mettere a posto gli scacchi.
      Sara mi lascia solo. Ormai la stanza ha perso quasi tutta la sua illuminazione, e non sembra più così accogliente. Mi chino per sistemare i pezzi della scacchiera, illuminato dalla luce fioca proveniente dalla porta aperta.
      Volto lo sguardo verso un angolino, sotto un vecchio armadio, non ancora completamente coperto dal buio. C’è un foglio di carta accartocciato. Allungando il braccio, non senza fatica, lo raccolgo. La mano è completamente impolverata, dello stesso colore del foglio ormai quasi distrutto, probabilmente dal tempo. La calligrafia e l’inchiostro consumato fanno sembrare le frasi degli scarabocchi quasi del tutto illeggibili. In alto a sinistra due parole, sforzo gli occhi per riuscire a capire cosa ci sia scritto.

      Cara Marta,

      Simone Ruggieri

Amnesia Scanner – Another Life

Data di Uscita: 07/09/2018

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      Lo scoppio fu assordante. Udii un fischio fortissimo nelle orecchie e poi un repentino nulla, anzi, fu più una specie di rumore bianco, ovattato, a prendere il posto del dolore, mentre un inconsueto calo di pressione mi fece come fluttuare, ma solo per una frazione di secondo, quasi impercettibile, prima di essere letteralmente spazzato via, assieme ad altre decine di corpi umani, dalle pose drammaticamente scomposte. “Ecco la fine del mondo!”, ebbi il tempo di gridare nella mia testa, mentre sentivo le mie stesse ossa accartocciarsi su se stesse e la pelle andare a fuoco.

      La mia casa non esiste più, andata, spazzata via assieme ai miei cari che abitavano a un passo di distanza da me. Pensavo a questo, tutto il tempo, mentre attendevo di riacquistare l’udito o, perlomeno, un briciolo di ascolto. Decine di medici mi ronzavano attorno, riuscivo a malapena a vederli: sono loro che mi spiegarono la situazione, attraverso grafie infantili che tendono a destra, su una lavagnetta recuperata chissà dove. Potevo solo immaginare lo stridulo suono della punta del pennarello blu sulla lavagna e mi veniva da stringere i denti lo stesso, pur non udendo nulla se non un flebile ronzio. Poi arrivò lo sgomento, e le lacrime, a rimescolare quel poco che riuscivo a scorgere da un occhio.

      Pare che sia stato un’enorme ordigno esplosivo a cancellare il mio passato. L’ha piazzato in un cassonetto dei rifiuti chissà chi. Un folle atto politico, forse, considerato che in quella via abitano soprattutto famiglie facoltose, oppure semplicemente un bombarolo squilibrato. Sono collassate tre palazzine, mentre la strada che stavo percorrendo per rientrare a casa è stata letteralmente sollevata e piegata su se stessa dalla potenza della deflagrazione. I soccorsi mi hanno ritrovato a due isolati di distanza, in un groviglio di asfalto bruciato e corpi senza vita.

      Non riesco a vedere il mio corpo, per via delle ingessature che mi avvolgono completamente, e questo aggiunge inquietudine all’inquietudine. So di aver perso un occhio e di aver compromesso l’udito, ma non so altro. Ho provato a chiedere alla caposala, ma quella continua a dirmi che devo riposare. Mi nutrono due enormi flebo, poste a pari distanza dal mio corpo. Vedo i fili trasparenti partire dalle due bocce di vetro ma non so dove arrivano; fluidi colorati partono, quasi sincronizzati, da un’estremità delle bottiglie e ingaggiano una sfida di velocità per scomparire sotto il mio naso. Di tanto in tanto arriva un medico magrolino e altissimo, con in pugno una siringa altrettanto lunga di antidolorifici. Dopo la sua iniezione mi addormento, non so per quante ore.

      Sono passati quattro mesi dall’incidente. Per la precisione sono 121,667 giorni. Oggi mi toglieranno il collare e potrò, finalmente, girare la testa. Guardarmi intorno. L’udito è ancora assente ma dall’occhio destro vedo meglio di prima. Sono eccitato, sento il cuore battere forte come un tamburo, e attendo irrequieto la caposala. Quando finalmente si spalanca la porta della mia stanza sento moltissimi passi, come se anziché la dottoressa stesse entrando un millepiedi. Si tratta dell’intera equipe che negli ultimi tempi ho imparato a conoscere più che bene: c’è la caposala, con il suo consueto odore di naftalina; il gatto e la volpe, ovvero due infermieri che si muovono sempre e solo in coppia; ci sono le due psicologhe, quella che mi ha accolto il giorno terribile del mio risveglio e colei che mi ha assistito in tempi più recenti. Ora scorgo anche l’anestesista magrolino e altissimo, ma questa volta senza la siringa in mano. E poi, infine, entra nel mio campo visivo una signora di colore che non ho mai visto prima, con in mano una strana sega che credo serva a tirare via l’ingessatura.

      Quando cade a terra il collare faccio un sorriso enorme. Il mio pubblico è piegato sulla lavagnetta, stanno discutendo in merito a una frase da scrivere sulla lavagna. Sembrano agitati ma non importa, non mi curo di loro, mi concentro sul mio collo. Faccio il possibile per riacquistare sensibilità, per potermi finalmente guardare. Ma non ci riesco. Quando girano la lavagna mi colgono di sorpresa. C’è scritto: “Abbiamo fatto del nostro meglio, ci dispiace. Ma puoi comunque avere un’altra vita”.

      Faccio uno scatto in avanti con tutte le mie forze, di getto, e vedo un corpo senza più alcun arto. Sono io!

      Maurizio Narciso

Oliver Coates – Shelley’s on Zenn – La

Data di Uscita: 7/09/2018

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      La mia amica Paula ha i capelli molto voluminosi, lunghi fino alle anche, che partono castani e poi diventano pian piano qualcosa che assomiglia al colore della pasta fresca, penosi direi. Mette sempre un rossetto rosso che le fa gli zigomi ancora più pronunciati, e ha un solco tra le tette che è così bianco da sembrare un’incisione nel burro fatta con un coltello non troppo affilato, ha tutto anche le braccia molto bianche, come i manici di un’anfora, ai piedi mette sempre uno smalto color muschio, tanto che sembra che le sue unghie abbiano fatto la muffa, quando cammina le guardo le gambe magre senza curve, senza la forma delle gambe che di solito hanno le gambe, porta appoggiata nell’incavo della spalla destra una borsa a forma di gattino, certe volte ne mette una a forma di chitarra, di asse da stiro, di phon, di pianta da vaso. Credo siano vuote queste borsette dalle forme poco performanti, perché le sbattono inermi contro il fianco destro senza mostrare di essere riempite con qualcos’altro che non siano i fogli di carta marrone.

      La mia amica Paula ride buttando appena i capelli indietro, assieme alla testa, e sotto il malizioso sorriso della sua bocca rossa, si vedono un paio di incisivi spezzati e giallini che subito lei, svelta svelta, copre con la mano piena degli anelli regolabili che si trovano nei giornali, o sulle bancarelle, quelli pieni di pietruzze che cambiano colore in base all’umore di chi li porta, perché Paula comunque sa di avere dei bruttissimi denti, ma così come per i suoi bruttissimi capelli non ha mai cercato di fare qualcosa per migliorare la situazione, e questa è da sempre una cosa che non perdono, alla gente in generale e a Paula in particolare, perché mi sembra una vigliaccata da mentecatti non riconoscere che ci sono dei problemi nel proprio aspetto, penso sempre a come sarebbe bella Paula se avesse delle perle tra i denti, invece di quelle quattro ossa di pesce sfortunato e mangiato dai gatti.

      La mia amica Paula, sempre lei chiaramente, indossa dei sandali che la fanno somigliare a un penitente che abbia preso i voti, ma ha dei piedi molto fini e delicati, quindi stranamente risulta elegante come quando le ballerine camminano coi piedi che guardano due diverse direzioni e nonostante questo la loro grazia le fa somigliare a bellissimi animali eleganti, Paula comunque mette sempre su delle gonne corte con trame diverse, alcune se le guardi con attenzione riportano la mappa di qualche paese del sud Italia, credo che Paula lo faccia per farsi guardare le gambe, e infatti funziona bene, a parte il fatto che ti accorgi quasi subito che Paula ha delle brutte gambe e un bel seno, quindi distogli lo sguardo e però ti imbrigliano gli occhi di Paula, che sono come un amo che ti ghermisce l’ombelico e ti porta a fare un giro tra la luce dei brillantini sulle palpebre e le sue ciglia lunghe e folte, con le punte leggermente più chiare, bruciate dal sole e da un accendino che, troppo zelante, non le aveva acceso solo la sigaretta.

      Un giorno Paula è venuta da me e mi ha detto di amarmi, mi ha preso per mano e poi ho sentito sotto le sue dita il suo seno di latticini, poi la sua mano ha raggiunto il mio seno cinese, piccolo e acerbo e senza sentimento, e mentre lei mi diceva che mi avrebbe amato sempre, anche tra cent’anni, io le ho detto guarda Paula francamente nemmeno so se domani vorrò svegliarmi, e il sole sorgerà e noi saremo ancora sotto questa forma umana, nemmeno so se mi piacerà ancora come mi stanno queste scarpe che ho comprato ieri, o la crosta del pane senza mollica, e poi tu Paula hai veramente dei brutti denti, e questo fatto che parli l’inglese all’americana, e io alla fine non lo capisco per niente, mi fa credere che tu volessi solo controllare se sto seno qua che ho, è davvero così piccolo, o che so, siccome sono cinese, magari me lo fascio come faceva Mulan.

      Giorgia Melillo

Billy F. Gibbons – The Big Bad Blues

Data di Uscita: 21/09/2018

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      Sono sulla strada, un tappetone buio e afoso; mi ricorda la penombra di quei cessi di scantinati dove ho dormito per anni.
      Sono sulla strada, oh, e il vento mi urla in faccia solo parolacce!
      Come fa la mia donna quando torno a casa e se la prende a male per la barba che mi puzza di tequila. Potrebbe sapere d’altro, le dico, non rompere. Di solito mi piazza un pugno, chirurgico sullo zigomo. C’ha un ottimo gancio, la stronza.

      Sono sulla strada, sulla mia moto, con la sella calda che mi attizza e un grosso moscerino sfracellato in mezzo ai denti. Quando lo avrò disincagliato con la lingua, sa di pollo, penserò, pure se non è vero.
      Sono sulla strada e una cazzo di linea bianca tratteggiata vuole dirmi dove devo andare!
      Come fa la mia donna, ma a lei, alla mogliettina, non sto mica a sentire. Sì, ha l’alito che sa di rose… ma, oh, quante stronzate arriva a dire, prima che lei sbatta la porta della nostra camera da letto, prima che io sbatta per terra.

      In autostrada la mezzanotte si mangia tutto il paesaggio, il sole lo cagherà domani all’alba, si alzerà dall’orizzonte come un grosso pallido buco di culo e cagherà le campagne e i pascoli, grosse montagne di nulla fumante. Odio tutto quel nulla. Le cose importanti, dico io, le cose veramente importanti sono tutte illuminate: il guard rail, per esempio, la mia moto, la strada sotto i fari. El Paso. Soprattutto El Paso. Oh sì, lì potrò sfondarmi il fegato senza che nessuno abbia da ridire. Lì la tequila non la bevo, me la butto addosso, alla faccia della donnetta che rompe. Odio quando sbatte le porte, i miei vecchi sbattevano le porte!

      Oh se mi farei una canna adesso! Tocca aspettare, ho le mani che stringono il volante e c’è vento. Per strada non posso farmi le canne, no. Ma quante ne ho fumate con la mia donna, sulla veranda davanti alle erbacce gialle del prato e all’alveare che quattro api volenterose avevano messo in piedi per una bestia troppo grassa per essere della loro stessa specie. Ape Regina, diceva mia moglie e sembrava che la riguardasse, un ratto peloso con le ali, pensavo io.
      Sulla veranda il sole brillava d’alluminio.
      In quel sole amavo mia moglie. Amo ancora oggi mia moglie, è una brava donna. Di amore non si pecca mica. Di amore ce ne vuole sempre di più, sempre di più. E io, di amore, ne ho per tutte. Certo che nemmeno questo va bene alla mia donna. Non le va bene mai niente. Il culo le brucia pure per come mi alzo dalla sedia. Lei, invece, ha una gran classe quando si alza dalla sedia. È chiaro, la amo.

      Devo pisciare. Mi fermo sul ciglio della strada. Piscio. Quando la trattieni e poi la fai: oooh!
      Direziono il getto per non bagnarmi il piede sinistro. Sotto al destro invece sento una cosa. Troppo dura per essere merda, troppo morbida per essere il resto di un paraurti. Guardo meglio, do un colpetto con la punta della scarpa e capisco che è la carcassa di un cazzo di cane. Ecco cos’era sta puzza: morte. Un nugolo di mosche va e viene; va perché ci sono io e mi temono, viene perché non riescono a fare a meno del cadavere, del suo sangue secco, delle fauci aperte e rigide, del pelo sporco e macchiato, di quell’occhio vitreo che guarda oltre i vivi. Delle sue labbra squarciate. Dei suoi capelli biondi.
      Vomito pane e tonno lungo tutto il ciglio, pure sulla carcassa.

      El Paso fiammeggia a sinistra. Nello spiazzale si muovono i fari di un camion. Tre motociclisti se ne vanno. Quante luci. Quante cose importanti.
      Lascio la moto, accarezzo la sella calda, mi scollo i jeans dalle palle, mi ravvivo la barba, sputo per terra saliva acida.
      L’insegna El Paso pesa come una corona massiccia sulla fronte del prefabbricato, un re biancastro e trasandato con tre finestre e un ingresso verde piombo. Ci sono dei vetri rotti per terra e due tizi con la pancia in mano che mi guardano da lontano. Mi fermo e li fisso a petto in fuori. Sputo ancora per terra – che saporaccio – e me ne vado. Se vogliono prenderle, mi verranno a cercare.
      Nel locale, oddio!, c’è una cappa di fumo e umidità, sembra che mi sia appena calato addosso un cappotto invernale, lavato poco.
      Voglio una birra. Voglio due birre. Per riscaldarmi. Il barista taglia la schiuma come un samurai e mi passa boccale. E sai che cosa, lo sai?, prima di bere ci inzuppo tutta la barba, oh sì, tutta la barba! E poi, bagnata e pesante, l’agito come la coda dei cani, come il cane schifoso sul ciglio della strada.
      Che cazzo fai?, mi chiede il barista. Lo guardo con aria assente; la mia aria assente risolve parecchie cose. Bevo, chiedo la seconda birra. Sì, sì, però questa volta bevila, non buttarla per terra. Sguardo assente.

      Entra uno che indossa una camicia a quadri. L’ultimo uomo sulla terra a indossare ancora le camicie a quadri. Deve essere davvero una persona schifosa. Uno che non bacia più la mamma perché non ne ha il coraggio. Uno che non vuole figli, perché basta lui a stare sulle palle al mondo. Uno che picchia la moglie a morte. Uno che vomita sulle carcasse degli animali in autostrada.
      Lo saluto, ehi amico!, alzando il boccale.
      Sera, risponde e sorride.
      Innanzi tutto si dice buonasera. Sera e basta è vago, magari mi stai augurando una cattiva sera, magari mi odi e vuoi vedermi morto in una cattiva sera, io che ne so?
      Camicia a quadri si siede, abbassa la testa e chiede da bere.
      Offro io, dico al barista. Alla salute, risponde camicia a quadri alzando il boccale che gli ho appena pagato. Che brutta faccia che ha, vorrei più riconoscenza; non ti conosco e ti ho appena offerto da bere, ho comprato la tua riconoscenza, dammela, sforzati.
      Che ti prende amico?, gli chiedo.
      Niente, mi risponde niente. Ma dove sono finito? Non ti pago da bere per sentirmi dire niente, voglio sapere che ti passa per la testa di merda che hai, amico, voglio sapere tutto. Non si tratta di me e te, adesso si tratta di me te e i miei soldi!
      Se sei triste, conosco un paio di fiche che fanno al caso tuo… nostro. Sono troppo generoso per questo pianeta.
      No no, ho moglie e figli. Sto tornando da loro. Sorride, la faccia di culo!
      E quindi? Anche io ero sposato! So di cosa parli. Ma, senti a me, sesso e matrimonio non hanno nulla a che vedere. Anzi, il problema è che li mischiamo, ci scopiamo le nostre mogli e il matrimonio diventa una cosa strana.
      Ride, adesso, come se gli avessi raccontato una barzelletta. Io sono serio, camicia a quadri, e tu sei una persona terribile, che prende gli altri con ruvida leggerezza.
      Hai idee strane tu. Non fanno per me. Non più. Dice mentre si rigira il portafogli tra le mani… e io so. So che lì dentro c’è una schifosissima foto, sua e della moglie e del figlio. Banale grassone con la camicia a quadri e la foto di famiglia.
      Hai una foto della tua famiglia?, gli chiedo.
      Cala il silenzio. Si aggiusta sulla sedia. Mi guarda strano, mi studia dall’alto in basso. No, dice e mette il portafogli in tasca. Certo che ce l’hai. Bastardo bugiardo!, te lo strapperei di dosso il portafogli. Mi tremano le mani dalla rabbia, sudano, me le passo sulle gambe.
      Camicia a quadri sbadiglia e si alza per andare in bagno. Bugiardo. Bugiardo. Ce l’hai la foto, perché non me la fai vedere? Voglio vedere tua moglie!
      Lo aspetto, potrei andarmene ma lo aspetto. Lo cronometro, perché no? Se la starà guardando adesso la foto, chiuso nel cesso. Bacerà le labbra della moglie e del figlio e poi metterà di nuovo il prezioso nel portafogli, o, peggio, in un posto più sicuro.
      Torna con le mani bagnate che lasciano un percorso a pois. Non si siede nemmeno. Cerca di dire qualcosa ma lo anticipo: Allora, ce l’hai una foto della tua famiglia?
      No, te l’ho già detto, non ce l’ho.
      Non devi tenerci così tanto allora, eh? Sicuro che non vuoi che chiami un paio di ragazze?
      Non risponde neanche, come se avessi detto una cazzata troppo grossa per meritare una risposta. Amico, grazie della birra, io devo proprio andare.
      Come devi proprio andare? Non puoi lasciarmi così, con un niente e due no, ti ho pagato, hai bevuto, mi devi qualcosa.
      Apre la porta del bar e si avvia nel parcheggio. No, camicia a quadri, io tua moglie devo vederla. I miei soldi tu li hai presi senza dire una parola.
      Scatto dalla sedia, esco, gli corro dietro, ehi!, urlo, ehi cazzo, sto parlando con te!
      Senti, fa lui, girandosi all’altezza di un tir, adesso mi stai davvero rompendo, te ne vai o cosa?
      No, no, non voglio mica litigare.
      E allora cambia strada!
      Mi avvicino con le lacrime agli occhi a sto finocchio che sta ancora a sentirmi.
      Ecco… il fatto è che, come dirlo, non è facile, sai. Ecco… mia moglie, mia moglie è morta da poco ed è dura, sai.
      Intorno a noi la strada si attorciglia come una serpe. Non si vede niente. Qui non ci sono luci. Siamo poco importanti, io e lui, in questo grosso parcheggio deserto.  Non valiamo nulla, siamo il nulla fumante. O peggio.
      Beh scusa, non potevo sapere
      Io cammino e piango e parlo.
      Ma certo, non potevi, non scusarti. Ecco solo che… sentendoti parlare a quel modo. Tu, la tua famiglia, mi ricordi…
      Sono talmente vicino da potergli ficcare una lingua nell’orecchio. Una testata sul naso. No, oh no, preferisco un bel gancio chirurgico sullo zigomo.
      E il tipo con la camicia a quadri va giù e io giù con lui, a cavalcioni.
      Sono un santo, sicuro, perché mentre lo colpisco sulla faccia brutta e rotta penso che, dopotutto, avrei davvero voluto che fosse lui, non io, lui ad aprirmi il culo sull’asfalto polveroso di sto posto di merda.
      E quando non reagisce più, quando è solo un peso, gli sfilo il portafogli dalla tasca. Come dicevo, ce l’aveva una foto della moglie e del figlio.

      Carmine Ferraro

2814 – 新しい日の誕生 (Atarashii Hi no Tanjou)

Data di Uscita: 21/01/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

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      La fredda luce dei neon dei grattacieli fendeva la notte come uno tsurugi, penetrava dall’ampia vetrata del bar stampando impressioni di passato sul fumo voluttuoso della sigaretta.
      Testuya se ne stava lì, seduto al bancone, in cerca di una strada da percorrere sul fondo del bicchiere. Fuori, sulla strada che aveva già percorso, uno stridio metallico annunciava un autobus che arrestava lento la sua corsa. Distratto, Tetsuya alzò lo sguardo verso quel samurai che aveva opposto il suo yoroi contro le lame affilate della notte di Tokyo. Lenta come era arrivata, la grossa ombra di ferro e sangue si dileguò e la luce dei neon contornava ora un’ombra più piccola, di solo sangue. Testuya restò ad osservarla mentre si scomponeva in mille persone tra i rivoli di pioggia che solcavano il vetro. La porta si aprì, l’ombra entrò, una nuvoletta di fumo prese il volo lieve dalle labbra del ragazzo.
      “Non sono io che me ne sto andando” fece l’ombra, che era Haru ed era lì davanti a lui.
      “Allora non saresti dovuta venire a dirmi addio”. Le parole rotolarono fuori dalla gola spinte dal fumo mentre Tetsuya, ruotando con delicatezza il bicchiere poggiato sul tavolo, cercava una prospettiva dalla quale la strada, quella che lui cercava, gli potesse risultare più chiara.
      “Andiamo”, e tirò giù l’ultimo sorso.
      “Ma Tetsu… piove”.
      “Da molto, ormai”.
      Fuori la notte pioveva come se la città volesse annegare prima di mattina. La strada li accompagnava con lo sguardo algido del medico legale. Testsuya, che quello sguardo lo conosceva bene, era pronto all’autopsia. Haru si voltò a cercarne gli occhi neri, che continuavano a guardare in fondo alla strada, dietro l’angolo, sotto il lampione dove c’era la fine della loro storia.
      Haru, che sapeva leggere, lesse la fine nei sui occhi.
      “Non è finita.”
      “E’ finita più per te che per me, Haru.”
      “Non pensare di venire a raccontarmi me stessa. Sono qui, so cosa sento, so quello che voglio.”
      Una goccia di pioggia più ostinata delle altre si fece largo nella tela dell’ombrello per tuffarsi sulla punta del suo naso. Tetsuya distolse lo sguardo dalla fine, lo rivolse verso l’alto e lo lasciò lì.
      “Te”, concluse Haru facendosi piuma sul suo braccio.
      “Tu non vuoi me”, rispose il ragazzo all’ombrello. “Tu vuoi qualcosa da me. Qualcosa che io non ho.”
      La notte si fermò un’ultima volta a guardarli, si voltò e tornò al bar.
      “E non posso aspettare che arrivi il giorno che tu lo veda” fece alla fine. L’ombrello gli aveva spiegato tutto quello che sapeva.
      Haru chinò il capo osservando la pioggia che le bagnava le punte delle scarpe.
      “Testsuya… io ti amo” sussurrò.
      Lo sguardo di Tetsuya si fece acquoso, due grosse gocce vibravano ai margini degli occhi. Se avesse sbattuto le palpebre le lacrime gli avrebbero rigato il viso. Decise che non le avrebbe sbattute mai più.
      “Ma ora piove. Mi sei caduta sulla testa in una sera d’inverno ed è stato così improvviso e fragoroso ed il cielo era sereno e non ce ne siamo accorti. Quel giorno il mio ombrello si è rotto.”
      Le sagome dei grattacieli si andavano sfocando. Tetsuya chiuse un attimo gli occhi e scoprì che non avrebbe dato il suo contributo alla pioggia. Li riaprì, cercò una sigaretta e la accese. Più tardi di quanto avrebbe dovuto, ma prima che fosse troppo tardi, l’aurora tinse di rosa l’addio.
      “E nelle notti di pioggia serve un ombrello”.

      Giovanni Piccolo