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John Coltrane – Both Directions at Once: The Lost Album

Data di Uscita: 29/06/2018

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      Era un appartamento sporco. Non era mio e, a dir la verità, non sapevo nemmeno chi fosse il proprietario. Entravano persone senza alcun preavviso. Alcune sere si riempiva in pochi minuti fino a diventare un carosello di voci, inseparabili l’una dall’altra.
      Nessuno si permetteva di fare il suo ingresso prima della mezzanotte. Durante le nottate si potevano leggere attaccati alle porte, dei fogli con su scritto: “Ci dispiace, ma non siamo riusciti ad organizzarci nemmeno stavolta”.
      Le luci soffuse e morbide proiettavano una penombra quasi irreale. Le persone camminavano nel buio, unito ai colori caldi. I visi si trasformavano in quello che era il gioco luminoso più bello e dinamico che avessi mai visto.
      Non conoscevamo i nomi degli altri, non ci era dato saperli. Eravamo persone sole che riuscivano a trovare una sorta di contatto, e quel contatto resuscitava le nostre ambizioni, il nostro ego, le nostre menti. Ognuno poteva dire di essere e voler essere quello che voleva. Ognuno improvvisava all’interno di quella giostra.
      Non eravamo tutti così. C’è chi andava lì per farsi notare, per sentirsi meglio degli altri, per scopare o per cercare qualche contatto di lavoro. La verità è che non tutti volevano creare, e non tutti in quel luogo erano davvero parte di ciò che si era creato. Forse, a pensarci bene, nemmeno io lo ero. Ero solo un osservatore, una persona senza alcun coraggio che non faceva altro che guardare ciò che gli stava intorno, sia nella vita reale che in quell’appartamento così lontano dalla realtà.
      A volte sembrava come se l’intero palazzo capisse. Come se tutti gli abitanti del blocco, del quartiere e della città, per quelle ore della notte, comprendessero cosa davvero significassero quei momenti. C’era un ragazzo a qualche finestra più in là; non credo che qualcuno lo abbia mai visto. Probabilmente viveva in uno degli appartamenti adiacenti al nostro. Forse non era nemmeno un ragazzo; magari era una donna, un vecchio, un bambino, non aveva importanza. Appena le persone cominciavano ad entrare, a salutarsi e a mischiare le loro voci, questo ragazzo apriva il vetro della sua finestra e iniziava a suonare quello che ho sempre creduto fosse un sassofono, ripercorrendo immagini fatte di musica, non smettendo per ore, accompagnandoci in quello che era il caos più piacevole di tutti. Era come se ci chiamasse e ci dicesse: “Signore e signori, oggi ho provato a suonare di nuovo”. Era come se non sapesse dove voler andare a parare con quella musica, ma allo stesso tempo riuscisse ogni volta a cavarsela. Nessuno ha mai sentito la sua voce, eppure ognuno di noi ha conosciuto quello che era il suo fiato, e il suo fiato aveva da dire più delle parole.
      Tutti ballavano, muovevano i loro corpi in modo disordinato, confuso, come se chiedessero aiuto, come se si stessero liberando da qualcosa che nessuno comprendeva. La musica non finiva mai, e il ragazzo col sassofono ci espiava da ogni peccato. Ed era come la fine di tutto, come la fine di un percorso che non sarebbe mai durato per sempre, e niente aveva più alcuna importanza; non c’erano più frasi fatte, non c’erano più parole vuote nella speranza di potersi capire prima o poi; nulla era più innaturale.
      Non ricordo nemmeno una delle melodie provenienti dalla musica di quel sassofono, così dolci da non sembrare parte di questo mondo. Ricordo solo che era l’espressione di qualcosa che tutti noi, lì dentro, avremmo voluto dire.

      Qualche anno dopo stavo andando al lavoro, la macchina non partiva, così ho preso l’autobus. Ho aspettato alla fermata per circa mezz’ora; il caldo era quasi insopportabile e il sole picchiava sul suolo come fosse al comando di tutto.
      L’autobus è arrivato e mi sono precipitato verso l’entrata, sballottato dalla massa di persone che usciva per tornarsene a casa. I posti erano tutti occupati. Deciso mi sono diretto verso un angolo vicino al vetro della finestra, con il viso rivolto verso l’esterno.
      Le porte si sono chiuse e il mezzo ha cominciato a camminare fino a prendere velocità. Pochi secondi dopo, guardando verso l’esterno, mi sono accorto di qualcosa. L’ombra del mio corpo era completamente coperta da quella del bus. Nonostante provassi a spostarmi di centimetri o metri, io ero lì, ma allo stesso tempo non c’ero. Ero sovrastato da qualcosa, da un mezzo di trasporto inanimato, e dal taglio di luce del sole che dettava la sua legge.
      Il rumore di una melodia lontana echeggiava nella mia testa, troppo distante per poterla distinguere, mentre rimanevo lì, per sempre, nell’ombra.

      Simone Ruggeri

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