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Hilary Woods – Colt

Data di Uscita: 8/06/2018

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      Fu il giorno stesso in cui incontrai le due donne vestite rosso, con gonne ricche di fiori blu e violacei, e trecce che sfioravano petti giganteschi. Ricordo di averle seguite fino ai tornelli della metro tanto il loro ciondolare asimmetrico e identico mi affascinava, non mi capacitavo dei loro rossetti ciclamino e delle ciabatte infilate in calzini al ginocchio di un azzurro polveroso sorprendente. Avevano in mano dei sacchetti di plastica, gli stessi occhi e la bocca storta in modo speculare, come se avessero giocato l’una di fronte all’altra a fare le boccacce e fossero rimaste così.

      A un certo punto, come se tutto ad un tratto avessero trovato dove andare, si erano divise lasciandomi perplessa a guardare lo spazio vuoto che si era creato nel mio campo visivo, ed era stato in quel momento che, alzando gli occhi dal pavimento di gomma nera, lo avevo visto che rideva, appoggiato alla parete blu, in spalla una specie di zaino, i capelli che, colpiti dal sole, restituivano qualcosa che ai miei occhi sembrava rosso, rosso intenso che si nascondeva dietro soffitti interi di un castano blando, da uomo qualsiasi. Rideva con dei denti abbastanza belli, scoprendoli d’improvviso, come se azionasse la molla di una tendina da balcone, ma gli occhi restavano lì come separati dal resto, sembrava non volessero muoversi di un millimetro per evitare di perdersi una parte della scena che avevano davanti. Doveva costargli molta fatica tenerli aperti, perché le palpebre se ne stavano a mezz’asta, le pupille quasi invisibili sotto ad una schiera di ciglia folte come l’erba incolta dopo le piogge di marzo.

      Rideva della gente che gli passava accanto, come se sapesse qualcosa che loro dovevano ignorare completamente, credo di avergli visto anche muovere le labbra per sbottare in una serie di commenti che gli facevano piegare le sopracciglia fino quasi a raggiungere il dorso del naso.

      Mi fermai a guardarlo dalla cima di una delle scale mobili rotte, le donne vestite di rosso si aggiravano ai piani superiori, visibili attraverso le vetrate, sghembe, le loro trecce erano del colore del cemento vecchio e non pressato e calpestato da qualche animale distratto.

      Tutto il mondo doveva farlo ridere in quel modo amaro, non c’era niente che somigliasse alla gioia nemmeno nelle dita che si stringevano intorno allo zaino, alla sigaretta che fumava.

      Mi avvicinai per capire cosa avrebbe avuto da dire, di me.

      Solo allora notai che il riflesso di se stesso nelle lenti dei miei occhiali gli dava un turbamento che faceva fremere le sue ciglia di erbe maligne, ma era una cosa che riguardava lui soltanto, e infatti lo avevo sentito dire, con una voce di pietra e risate di cuore, oh povera ragazzina non sai niente del mondo, non sai niente di quel che io so.

      Qualcuno doveva aver avvisato la sorveglianza che c’era un pazzo che strillava insulti alla gente, ed era venuto da noi un uomo che forse faceva il controllore, forse chissà, ma sicuro era un padre di famiglia che la sera mangiava pasta burro e Simmenthal, e aveva urlato ehi, che cazzo ti ridi.

      E lui aveva tirato fuori una pistola, di quelle piccole da signora che si caricano facilmente, e aveva sparato alla sua tempia di capelli rossi, solo che non gli era esplosa la testa, come mi ero aspettata io e il signore che doveva mangiare la Simmenthal, che avevamo fatto un mezzo passo istintivo indietro, ma erano volate tutto intorno certe caramelle rosse, e me ne aveva data una con le sue mani incerte dicendo non sai niente delle cose del mondo, ma posso spiegartele. Ero andata via, le caramelle rosse mi colpivano la schiena, le vedevo volare su di me e schiantarsi sui muri blu della metro, come in uno scenario di guerra, come in quelle descrizioni di invasioni di cavallette, come stormi di uccelli senza casa.

      Giorgia Melillo

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