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Jenny Hval – the long sleep

Data di Uscita: 25/05/2018

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      Stamattina sono stato furbo. I miei amici dicono che la soluzione migliore per fingersi malato è mettere il termometro sul termosifone e aspettare che si alzi la temperatura. Ma quando è pieno maggio dico io? Come si fa?
      Sta per finire la scuola, fa caldo, non ho voglia di andare. Mamma dice che gli ultimi giorni sono i più importanti: “non puoi mancare alle ultime verifiche e alle ultime interrogazioni. Che figura ci fai poi?”
      Il trucco è mettere il termometro dentro una busta e far scorrere dell’acqua calda, non troppo bollente, così da far alzare la temperatura e non bagnarlo. Stamattina sono stato furbo e l’ho fatta a mia madre.
      Mi sono rimesso a dormire per svegliarmi più tardi. Papà sta ridipingendo la mia camera, così da una settimana dormo in soffitta. Non ho paura, è ben arredata e ha una finestra da cui entra tanta di quella luce da illuminare una casa intera.
      Mi sveglio che mamma è già andata a lavorare. La cucina è quasi vuota, ma nel cassetto trovo quei cereali al cioccolato fondente che mi piacciono tanto e bevo del latte freddo. In salone accendo la televisione e comincio a guardarla. Ci sono le televendite; mamma dice che è quello che più o meno fa mio padre, ma non lo fa in Tv. Deve essere noiosissimo.
      La sveglia di papà suona nell’altra camera. Sono le undici, tra non molto si alzerà per andare a vendere qualcosa.
      Il rumore della sveglia continua a suonare, sono passati tre minuti e papà non l’ha ancora spenta. Pian piano comincia a darmi fastidio alle orecchie, perciò mi alzo ed entro nella sua camera.
      Ho sempre amato quel quadro colorato sopra il letto. Ricordo che mia sorella mi diceva che il rosso rappresentava il sangue delle persone morte nella casa che cercavano vendetta contro di noi, io non le ho mai creduto. Mamma l’ha sempre detto che sono coraggioso.
      Papà è sdraiato sul letto, continua a dormire. Sto ben attento a non svegliarlo, spengo l’aggeggio che fa un rumore insopportabile e torno in salone. Magari oggi non andrà al lavoro, magari mi porterà a prendere il gelato. E se poi si accorge che non sto male? Probabilmente non lo dirà a mamma.

      Forse sarei dovuto andare a scuola, forse oggi ci avrebbero dato per merenda quella barretta al cioccolato che mi piace tanto, forse mi sarei divertito di più. La soffitta è noiosa, e ha cominciato a piovere. Non che abbia paura, per carità; ma i tuoni si fanno sempre più rumorosi, e le coperte nelle quali sono aggrovigliato non mi sembrano più così sicure.
      Il mio compagno di banco dice che i tuoni sono le urla dei mostri nascosti tra le nuvole, ma io non gli credo, una volta ho preso l’aereo per andare a trovare mio nonno, e in cielo non ho visto altro che qualche uccello.
      Un lampo passa davanti la finestra della soffitta, e io non ho paura, ma scendo dal letto ed esco dalla soffitta chiudendo la porta dietro di me.

      Il pianoforte in salone è vecchio. Mamma dice sempre di non toccarlo, che si può rompere; ma come cavolo faccio a rompere una cosa due volte più grande di me? A volte proprio non riesco a capire. Mi siedo e lo apro. L’altra sera ricordo di aver sentito papà dire a mia sorella che uno dei tasti non funzionava e che avrebbe dovuto ripararlo. È mia sorella che suona il pianoforte. Non è così brava come crede, ma ogni volta che fa qualche saggio a scuola mamma si mette a piangere e comincia ad applaudire; a me fa piacere, ma quando gioco a calcio non fa mica tutte queste sceneggiate.
      Mi do un massimo di tre tentativi, se riesco a trovare il tasto che non funziona avrò vinto…
      Premo il primo tasto, e il pianoforte fa un suono dolce e rilassante. Premo il secondo, più centrale rispetto al primo, ma nulla. Al terzo tasto non sento nessun suono, esulto. Mi stufo. Chiudo il pianoforte e torno sul divano del salone.
      La sveglia suona di nuovo in camera di papà, e io torno da lui per vedere se si è svegliato.
      Continua a dormire, spengo di nuovo il rumore assordante dell’aggeggio. Lo chiamo sottovoce ma non mi risponde, chissà quanto avrà lavorato ieri sera per essere così stanco.
      Rimango sul letto vicino a lui e mi poggio sul suo braccio destro. Torno a guardare il quadro rosso sopra di me, prima mi sembrava molto più scuro. Lo ammetto, forse un pochino mi fa paura.
      Chiudo gli occhi. Sono un po’ stanco anche io. Fuori continua a piovere…

      …la camera è più buia rispetto a prima, mamma è vicino a noi e sta urlando. Avrà visto uno scarafaggio per terra; con questo caldo entrano spesso in casa. È tornata dal lavoro, vuol dire che sono almeno le otto di sera. Ho dormito troppo, chissà come farò a prendere sonno stasera.
      Mamma è ancora vicino a noi, urla sempre di più, invocando il nome di mio padre. Forse non vuole acchiappare lo scarafaggio da sola; forse le serve il suo aiuto. Ma papà è ancora sul letto e continua a dormire. Mamma urla più forte, piangendo, fuori il sole sta tramontando, papà dorme ancora, incurante delle urla e dello scarafaggio. Mi chiedo se quando si sveglierà sarà troppo tardi per portarmi a prendere il gelato.

      Simone Ruggieri

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