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Motta – Vivere o Morire

Data di Uscita: 6/04/2018

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      I primi anni della mia vita sono scivolati via esattamente come la prima pagina di un libro. Succede qualcosa di indimenticabile, ma per quanto ci si sforzi non si riesce mai a ricordarli.
      Nella mia realtà immaginaria sono morto molte volte, l’ultima solo pochi minuti fa. In queste situazioni è raro avere il tempo di scegliere, ma io, in questo funerale funambolico, ho predisposto il colore della musica, il riflesso dei fiori, il calore della luce.
      La mia prima vita è stata quella degli inciampi, di braccia pronte a sorreggermi.
      Nella mia seconda vita ho sempre pensato a quello che non avevo.
      La mia terza vita è iniziata da qualche istante, quando hai risposto al mio vieni via con me.
      Una parte di te non ha mai smesso di pensare che non avessimo nulla in comune. Non ti sei mai liberata di quel pensiero, come della paura di commettere gli stessi sbagli. Il primo indizio di quella che sarebbe stata una fonte di sorrisi e sospiri l’hai avuto quando mi hai visto arrivare con quella confezione colorata di blu, piena di biscotti presi dall’altra parte del mondo. Per me era stato un gesto naturale, ma tu hai tenuto quella scatola per molti mesi.
      Io, dalla mia parte, l’avevo capito qualche settimana prima di te. Scambiando l’ubriachezza per interesse, mi rispondi sempre ridendo, ma da quell’errore era nato qualcosa che sarebbe rimasto. Quella sera ci siamo spogliati di tutto tranne che dei vestiti, e senza fingere niente ci eravamo raccontati. Nella spontaneità dei tuoi gesti si era formata la frase con cui ti ho salutata dopo poche ore, e con la quale ti guardo ogni mattina.
      Hai da fare per i prossimi ottant’anni?
      Nella mia prima vita mi avrebbero ferito i commenti dei dubbiosi, degli invidiosi, di quelli che chissà per quale straordinaria investitura si sentono in diritto di reclamare le mie ombre e il mio sguardo notoriamente imbronciato; a ben pensare mi avrebbero toccato e avrei vacillato anche nella seconda vita. In questa terza non m’interessa affatto, se qualcuno si è sentito tradito e avrebbe preferito una posa fasulla alla trasparente verità. Ho sempre tifato per la coerenza, gli accordi non li ho mai cambiati ché rimescolati in un’altra chiave riflettono, comunque, la mia immagine. Dovrei forse vergognarmi di essere felice? Specialmente al risveglio, quando ti vedo accovacciata nell’altra metà del letto, del chiacchiericcio non m’interessa affatto. L’odore del caffè mentre stropicci gli occhi e il sole di Roma senza scampo irrompe pieno come una cascata di bianco a illuminare la libreria dei vinili, e filtra tra i buchi delle tapparelle della camera da letto come una mano dagli infiniti polpastrelli delicati che decorano l’armadio a pois chiarissimi. Ecco, io mi sento felice, e del resto non m’interessa affatto.
      Quando mi hai visto arrivare col furgone, anziché con una macchina, pensasti subito che fossi uno strambo, anche un po’ fricchettone; ne ho sempre guidato uno, non solo per avere sempre con me la chitarra e il cane, ma per potermi portare a casa le cose che trovo per strada di cui mi innamoro all’istante. Come quella bicicletta da corsa col manubrio asimmetrico, come la cassapanca che abbiamo riverniciato insieme dopo nemmeno un mese che avevo incontrato per la prima volta il tuo sguardo e il tuo nome. Nella mia prima vita mi portavo appresso nel furgone tutta l’ingenuità di scelte bizzarre e strampalate, nella seconda vita l’irrequietezza che anche il mio cane aveva preso ad avere a noia. La mia terza vita è cominciata mentre parcheggiavo in mezzo al traffico di questa città maledetta e straordinaria, l’aria sapeva di pini bagnati e di sventure, ma come spesso accade le cose più belle succedono in contesti insospettabili, e ora ricordo solo il suono bellissimo della tua risata.
      Un mio vecchio conoscente sosteneva che la nostra generazione invecchia e perde i capelli e le speranze, tuttavia non si rassegna e continua ad essere in grado di innamorarsi, di osare in nome dell’amore, e in effetti superati i trent’anni mi sembra naturale ascoltare tu che canti in una mia canzone, e accomiatarmi pacificamente dalle storie finite male.
      Nella mia realtà immaginaria sono morto molte volte, ma poi quello che mi riesce meglio – ora lo so – è vivere.

Federica Giaccani e Filippo Righetto

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