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Archive for aprile, 2018

Rival Consoles – Persona

Data di Uscita: 13/04/2018

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      Bianco

      Alma: Non riesco più a dormire. Non ricordo neanche più come si fa. Eppure non mi sento stanca, nonostante tutto, nonostante quest’aria che sa di caldo e di salsedine che ti fa incollare addosso ogni cosa, nonostante le mie cure incessanti nei confronti della imperscrutabile Elizabeth.

      Lei non parla, almeno non a parole. Tuttavia, almeno per me, è un libro aperto. Per questo, probabilmente, non sto mai zitta in sua presenza, racconto tutto ciò che mi passa per la testa, anche cose che non ho mai detto ad anima viva. È bellissima, ma non è solo questo. Forse è il modo in cui mi guarda, il modo in cui asseconda certi miei gesti: mi fa trasalire!

      Nero

      Elizabeth: Sono distesa su questo divano reclinato da non so quanto ormai, il tempo si è dilatato fino a diventare un filo sottilissimo di cotone, uno dei fili che si usano per tracciare le linee frammentarie che servono a ricordare esattamente dove bisognerà cucire, e sono lì che aspetto che si spezzi, perciò rimango in silenzio su questo divano reclinabile e reclinato dalla donna che mi assiste. Credo di provare grande disprezzo ed estraneità per lei, mi innervosisce tutta la sua figura che trovo priva di qualsiasi eleganza e talento per lo stare al mondo, questo è il motivo per cui la guardo senza prendermi la briga di parlare, semplicemente non sarei in grado di rispettare la stupidità che troverei nelle sue risposte.
      Solitamente passo le giornate a guardar fuori dalla finestra, nel tentativo spesso vano di guardare il mare. L’infermiera crede che il sole e la luce possano dar fastidio ai miei occhi delicati (supposizione sua e assolutamente infondata), e per questo tutte le mattine tira le tende e abbassa gli scuri, così che rimango ferma immobile, sicura del fatto che anche solo formulare una richiesta vorrebbe dire aprirsi a una confidenza indesiderabile, e fisso il mio riflesso sui vetri da cui non filtra nemmeno un raggio di sole ribelle, nemmeno uno piccolo raggio fatto di pulviscolo e memoria del giorno.

      Rosso

      Alma: Ho paura di aver combinato un bel pasticcio! Non ho sveglie, non mi servono. Eppure oggi mi sono svegliata alle dieci e mezzo del mattino! Non è mai successo nulla di simile, nemmeno da bambina ho mai dormito così tanto; mia mamma diceva sempre che il mattino ha l’oro in bocca e che per capire veramente il mondo va respirato quando ancora l’aria sa di fresco e di nuovo. Come diavolo avrò fatto, che incapace che sono! Mi chiedo come starà Elizabeth, chiudo sempre gli scuri al primo raggio di sole del mattino, per creare un ambiente rilassante, per evitarle ogni contatto indesiderato con l’esterno. Mi precipito da lei, senza nemmeno accorgermi di non avere nulla addosso se non un paio di mutandoni rossi di cui mi vergogno moltissimo.

      Blu

      Elizabeth: quella sciocca della donna che mi assiste dorme ancora. Credo sia per le gocce di calmante che ho fatto scivolare nella sua tisana rilassante. La guardo dormire, torreggio su di lei come un albero altissimo spazzato dal vento salino delle coste, ha quell’espressione stolida della gente straniera quando non capisce di cosa si parli, anche se effettivamente dorme, quindi non posso vederle gli occhi aperti. Mi prendo il mio tempo prima di andare alla finestra, assaporando la gioia di quella prossima libertà, con la consapevolezza che a breve le gambe diventeranno troppo deboli. Per questo mi fermo a metà della stanza, al centro del tappeto blu mare con dei ricami che mi ricordano delle fauci, e me ne rimango ferma immobile, con gli alluci che quasi sfiorano la luce a forma di trattini discontinui che penetra dalle serrande chiuse.

      ***

      Rimasero immobili, lì in piedi, a guardarsi negli occhi, l’una era il riflesso distorto dell’altra. Entrambe compresero ogni verità reciproca, come se la carne fosse una, il disgusto fosse uno. Come in un dipinto, semplicemente stavano, mentre il mare faceva da sfondo alle loro esili figure. Per motivi diversi, tutt’e due versarono una lacrima: lenta e salata scorse sulla pelle appiccicosa, fermandosi sugli zigomi puntuti.

      Maurizio Narciso, Giorgia Melillo

Ratafiamm – Tourist you are the Terrorist

Data di Uscita: 27/04/2018

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      C’è questa sensazione, il poter avere tutto ciò che desideri senza doverti alzare dal letto. Ognuno di noi ha diritto a beneficiarne due volte nella vita, ma in momenti in cui, per mancanza o eccesso di consapevolezza, godere di qualcosa è quasi uno spreco: in prossimità della propria nascita e della propria morte.
      Nel tempo che c’è in mezzo, ci sono solo due modi per rievocarla: essere tremendamente ricchi o tremendamente malati. A meno che non si sia soli, ovviamente.
      Ma Elia solo non lo era mai stato.
      Non era neanche stupido, per quanto i più lo considerassero tale. Aveva capito quasi subito che non sarebbe mai diventato un attore e, come tutte le cose in cui non riusciva al massimo, aveva lasciato perdere. La recitazione, però, gli aveva permesso di scoprire un talento naturale per il quale nessun critico avrebbe mai potuto recensirlo negativamente: la parte dell’infermo gli riusciva benissimo. Tutt’altro che benestante, Elia aveva trovato il modo di vivere quella sensazione ogni giorno. Chiamatelo stupido.
      Dal principio, erano sempre stati loro due e prendersi cura di lei era passato con naturalezza dall’essere un dovere morale a una semplice scusa. La signora T., in effetti, aveva sempre goduto di una salute di ferro, due lavori e mai un giorno di malattia fino alla pensione. Lui, dal suo canto, vuoi l’indole cagionevole, vuoi la mancanza di un lavoro fisso e di una donna anche minimamente paragonabile al suo impeccabile modello di riferimento, non aveva mai sentito la necessità di lasciare la casa d’origine. E ora che doveva farlo, pur non essendo affatto stupido, come ribadiva ogni giorno allo specchio, non sapeva da dove iniziare.
      Avrebbe voluto chiedere a sua madre, alla sua santa madre, come le era venuto in mente di vendere senza dirgli niente. Come avrebbe dovuto organizzare un trasloco in pochi giorni. Chi chiamare, come cessare le utenze, dove andare, con che soldi. Come si prepara il ragù, perché questo improvviso spirito di beneficenza. Non era abituato a cercare risposte.
      A ora di cena, si rese conto che, per la prima volta in cinquantadue anni, il quotidiano miracolo della tavola imbandita non sarebbe avvenuto. Esplorò la cucina, alla ricerca di pentole e ingredienti di cui non conosceva l’indirizzo. In un impeto di indipendenza, dopo, sciacquò perfino i residui di tonno dal piatto, ma senza detersivo, che nessuno gli aveva detto di ricomprare.
      La prima sera senza sua madre la trascorse dicendo addio ai loro piccoli riti. A tv spenta, nella parte di divano che ormai da tempo si era arresa alla sua forma, provò a fare una lista di motivi per andare avanti. Inaspettatamente, ne trovò diversi. Aveva sempre pensato che le loro vite si sarebbero chiuse insieme, che non avrebbe avuto più senso stare al mondo, privato della persona che gli aveva concesso questo regalo.
      Erano state le sue ultime parole a fargli cambiare idea.
      Nessun consiglio su come andare avanti, né raccomandazioni sulle medicine da prendere. La ricetta segreta dei biscotti allo zenzero contro il raffreddore, persa per sempre.
      In fondo, non aveva avuto molto tempo la Signora T. in quel letto di ospedale, lucida fino all’ultimo, per decidere come congedarsi dal suo unico figlio, sapendo di lasciarlo solo in un mondo al quale aveva rinunciato quasi subito a prepararlo. C’era un sottotesto che ora, tra emicrania e congiuntivite, faceva fatica a decifrare.
      Le parole continuavano a rimbombargli nell’orecchio, nonostante lei le avesse sussurrate con l’ultimo filo di voce, con il collo appena sollevato dal cuscino per essere sicura che lui non perdesse neanche una sillaba:
      “Elia, sei terribilmente grasso”.

      Aurora Martina Meneo

Sleep – The sciences

Data di Uscita: 20/04/2018

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      Si svegliò di soprassalto, spalancò gli occhi e cercò di capire dove si trovasse, dopo qualche secondo di spaesamento si rese conto di essere sulla stazione orbitante. “E dove potevo essere? Non ci ho ancora fatto l’abitudine”. Si rigirò in cerca della sveglia, mancavano ancora due ore all’inizio del suo turno, conoscendosi neanche provò a riaddomentarsi ma uscì dal suo letto, andò in bagno e cercò di guardarsi. Tutto lo stress che stava subendo in quel periodo stava cominciando ad affiorare anche sul suo volto. Spuntavano i primi capelli bianchi, le guance erano più scavate di quando aveva lasciato la terra tre mesi prima. “Se solo riuscissi a trovare il modo di rilassarmi come ai bei vecchi tempi” pensò “ora capisco perché questo lavoro sia così retribuito, poi a che servono i soldi in questo momento, neanche li puoi spendere”. Dopo essersi lavato uscì dal suo appartamento e cominciò a camminare senza meta per la stazione orbitante. I corridoi avevano ancora l’illuminazione settata a notte e gli oblò che davano all’esterno erano ancora oscurati. Dopo un quarto d’ora passò dalla sezione manutenzione esterna e notò, con sorpresa, che la porta che dava alle camere per l’uscita dalla stazione non erano chiuse. Si guardò intorno e notò che in quella zona della stazione doveva esserci stato un calo di corrente tale da non tenere chiusa una delle porte che davano a quei locali. Entrò e si rese conto che solo la porta esterna era disattivata, tutto il resto funzionava, non c’erano stati problemi di pressurizzazione. “Sembra proprio un sabotaggio” pensò entrando. A quell’ora nessuno era in servizio, la sicurezza era demandata ai custodi che monitoravano tutto dalle telecamere di sicurezza, anch’esse spente però. Sul terminale accanto alle tute spaziali apparve una scritta “Signor Williamson vuole vedere come è fuori lo spazio? Non le resta che provare” con una freccia che indicava la tuta spaziale più vicina. Appena realizzò di avere la possibilità di scappare da quella situazione si infilò la tuta e si diresse verso lo porta che dava verso la stanza di compensazione. Finalmente si aprì il varco verso l’esterno e Williamson senza neanche guardarsi indietro si lanciò fuori pensando “vediamo un po’ cosa succede”.

Giulio Pieroni

Cosmo Sheldrake – The Much Much How How and I

Data di Uscita: 6/04/2018

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      Michail e Vladimir, ubriachi persi nella desolante immensità del Pacifico, giocavano a scacchi per dissimulare la loro ubriachezza e per non affondare nella metallica, depressurizzata, sovietica noia del sottomarino.

      Fuori dal sottomarino due pesci luminosi vorticavano e amoreggiavano chiedendosi chi fossero quei due lunghi e tristi volti pallidi, quelle due teste bionde che muovevano pezzi di legno intagliati e bevevano in continuazioni bicchierini di liquido trasparente.

      In quel momento il sole continuava a bruciare e a rendere possibile la vita sulla terra, oltre a orientare gli astri e tutti i corpi del sistema che prende il suo nome.

      Quando il sottomarino sbarcò di nuovo in Unione Sovietica a Vladimir torno quel vecchio nodo alla gola che avevano tanti musicisti russi. Aveva composto una sinfonia nella quale i legni dovevano simulare la vita dei pesci ma sapeva che una tale opera non era in linea con l’ottuso orrore del realismo socialista. Ad aggravare la sua infelicità vi era stata la scoperta, tramite l’aiuto di altri ribelli nascosti, della musica funk e di James Brown. Era disperato. Quel ritmo che sarebbe stato alla base del rap era diventato ormai il suo ritmo interiore e voleva trasporlo nella sua sinfonia sulla vita dei pesci. Voleva anche campionare dei suoi, con il nastro magnetico, e riprodurli nel cuore della sua opera, con un effetto che all’epoca sarebbe stato sbalorditivo se unito al ritmo funk e proiettato nella follia di Leningrado.

      Un guizzo, come quello dei pesci luminosi che avevano nuotato attorno al sottomarino, lo aveva portato a sposarsi con Alma, una donna che disegnava illustrazioni per libri scientifici, soprattutto di pesci o comunque inerenti alla biologia marina.

      La vita era molto triste, per quanto i due si amassero e condividessero molto spesso e con molta profondità i loro corpi e le loro menti. Avevano scoperto che due agenti segreti orbitavano attorno alla loro abitazione e al ristorante nel quale si riunivano con i loro amici.

      Poi un giorno avvenne il disastro: Alma fu accusata di essere l’autrice di vignette satiriche che ritraevano Stalin e Brèžnev in forma di tricheco. Per quanto la cosa potesse sembrare buffa e parecchio ridicola, per loro due poteva voler dire due cose: processo mediatico o Siberia – o entrambe le cose –.

      Decisero di scappare in tutta fretta e si diressero verso il mare di corsa.

      Appena entrati in acqua, nella gelida e crudele acqua delle zone estreme, i loro corpi iniziarono a fremere e a sentire il cambiamento incombente: in pochi secondi si trasformarono in pesci luminosi.

      Pochi mesi dopo, tra guizzi d’amore e sinfonie genetiche, si ritrovarono a danzare attorno a un tetro sottomarino sovietico, nel quale, di fronte a una scacchiera, Michail giocava con un troppo scarso novizio ed era ancora più ubriaco di quanto volesse, ma in fondo era contento perché sapeva che ora Vladimir poteva vivere nella musica che più desiderava.

Marco Di Memmo

Eels – The Deconstruction

Data di Uscita: 6/04/2018

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      A Lisa, a David, a Dave

      Mr Schirring ha una fissa.

      Il suo frigorifero dev’essere pieno di lattine e bottiglie, divise per dimensione e tipologia, meticolosamente, ordinato, per avere quella sensazione di appagamento fisico ogniqualvolta decide di farsi un croccantissimo tè alla pesca, quasi ghiacciato, o un sorso di energy drink alla taurina dalla prima bottiglia formato famiglia della fila, o un Crodino, che beve solo perchè la pubblicità la fa Owen Wilson.

      Due volte al giorno, mattina e sera, Mr Schirring fa i carichi: controlla le scadenze, butta via le bottiglie iniziate a metà – il più delle volte proprio ai tre quarti – e ripone ogni lattina, ogni bottiglia sul tavolino nero quadrato Ikea che ha comprato proprio, solo e solamente, per questo proposito; poi va nello stanzino, controlla le due righe di appunti da un blocchettino e prende le casse di bibite per il ricambio. Le bevande sul tavolino sono fresche, quindi andranno avanti, bottiglie e lattine nuove, calde, vanno in ultima fila ad aspettare lentamente il loro turno.

      Quando finisce di fare i carichi e tutto è in ordine, Mr Schirring è felice e rilassato ed esce a fare le sue cose. Perchè la sua è una fissa, ma non di quelle che non ti fanno vivere bene. E’ l’equilibrio della sua salute mentale che senza quei quaranta minuti di precisione e meticolosità collasserebbe su sé stesso malconcio e zocco come un castello di carte napoletane.

      L’unica persona che si avvicina al frigo è Betta, la figlia dei Draper, che da Mr Schirring prende ripetizioni di matematica e fisica.
      Specialmente quell’estate, dopo un inverno tutto sommato breve e indolore, la ragazzina non vede l’ora di finire la lezione per la sua lattina premio. La sua lattina premio è un incentivo a capire quelle formule assurde e le astrusità delle leggi sul moto, il piano inclinato eccetera. Zuccheri premio per sopravvivere una volta alla settimana nell’ultimo posto in cui Betta vorrebbe trovarsi, anche se Mr Schirring è un uomo davvero gentile e paziente, però di un taciturno un po’ strano a volte.

      Nonostante abbia preso il debito sia in matematica che in fisica, la mamma e il papà di Betta le permettono di portarsi la sua cagnetta Lisa a casa di Mr Schirring. Mr Schirring non ha nulla in contrario. Lisa è un cane davvero particolare, è piccola e ha il pelo lungo come un setter, le gambe mozze come un bassotto e le orecchie che ricordano l’apertura alare di un pipistrello. Il pelo è morbido, bianco a chiazze grandi marroni. Ma la cosa che sorprende di Lisa, da subito, è il modo in cui ti guarda: è l’occhiata di una persona con cui parli da due minuti e ti sembra sbarcato da una navicella spaziale, una di quelle persone che sanno di più, vedono di più e ti vedono di più. Lisa è un cane.

      Quel pomeriggio è l’ultima lezione prima dell’esame di riparazione e dell’inizio della scuola. Nonostante sia già inizio settembre l’afa è rimasta quella di inizio agosto, Schirring e Betta sono in veranda, il tavolo è ingombro di fogli scisciacchiati, goniometri, squadrette, lattine e bottigliette vuote. Non c’è lattina premio quel pomeriggio, Mr Schirring sopporta stoicamente il pensiero di buchi vuoti nel suo frigorifero per compiacere la ragazzina, e per evitare che le venga un calo di zuccheri.

      “Dì un po’, hai mai pensato di farle fare Pet Therapy? Ci guadagneresti bei soldi.”, chiede Schirring in una pausa, mentre guardano tutti e due Lisa che si è messa a dormire in un angolo del pavimento proprio affianco la porta-finestra ed il battiscopa di marmo nero intarsiato e lucido, il posto della casa in cui il calore l’avrebbe attanagliata meno.
      “Non saprei. Il pensiero di tutta quella gente che abbraccia Lisa non mi entusiasma…bambini lebbrosi, vecchi col cimurro, la mia Lisetta è una principessa.”. Lisa muove impercettibilmente le orecchie deltaplanate, come a capire che si parla di lei.
      “Eppure dovresti, la gente ha bisogno di stare bene. Il mondo è molto vecchio, e in fondo Lisa ha in sé qualcosa che viene da livelli altri. Un po’ come i gatti. E poi pensa a quattrocentocinquanta euro a botta.”.
      “Vado a prendere dell’altra acqua tonica.”, Schirring si ridesta dai suoi pensieri sulla Pet Therapy. “Ti prendo qualcos’altro, Betta? E a Lisa cosa porto?”

Gabriele Battista

Motta – Vivere o Morire

Data di Uscita: 6/04/2018

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      I primi anni della mia vita sono scivolati via esattamente come la prima pagina di un libro. Succede qualcosa di indimenticabile, ma per quanto ci si sforzi non si riesce mai a ricordarli.
      Nella mia realtà immaginaria sono morto molte volte, l’ultima solo pochi minuti fa. In queste situazioni è raro avere il tempo di scegliere, ma io, in questo funerale funambolico, ho predisposto il colore della musica, il riflesso dei fiori, il calore della luce.
      La mia prima vita è stata quella degli inciampi, di braccia pronte a sorreggermi.
      Nella mia seconda vita ho sempre pensato a quello che non avevo.
      La mia terza vita è iniziata da qualche istante, quando hai risposto al mio vieni via con me.
      Una parte di te non ha mai smesso di pensare che non avessimo nulla in comune. Non ti sei mai liberata di quel pensiero, come della paura di commettere gli stessi sbagli. Il primo indizio di quella che sarebbe stata una fonte di sorrisi e sospiri l’hai avuto quando mi hai visto arrivare con quella confezione colorata di blu, piena di biscotti presi dall’altra parte del mondo. Per me era stato un gesto naturale, ma tu hai tenuto quella scatola per molti mesi.
      Io, dalla mia parte, l’avevo capito qualche settimana prima di te. Scambiando l’ubriachezza per interesse, mi rispondi sempre ridendo, ma da quell’errore era nato qualcosa che sarebbe rimasto. Quella sera ci siamo spogliati di tutto tranne che dei vestiti, e senza fingere niente ci eravamo raccontati. Nella spontaneità dei tuoi gesti si era formata la frase con cui ti ho salutata dopo poche ore, e con la quale ti guardo ogni mattina.
      Hai da fare per i prossimi ottant’anni?
      Nella mia prima vita mi avrebbero ferito i commenti dei dubbiosi, degli invidiosi, di quelli che chissà per quale straordinaria investitura si sentono in diritto di reclamare le mie ombre e il mio sguardo notoriamente imbronciato; a ben pensare mi avrebbero toccato e avrei vacillato anche nella seconda vita. In questa terza non m’interessa affatto, se qualcuno si è sentito tradito e avrebbe preferito una posa fasulla alla trasparente verità. Ho sempre tifato per la coerenza, gli accordi non li ho mai cambiati ché rimescolati in un’altra chiave riflettono, comunque, la mia immagine. Dovrei forse vergognarmi di essere felice? Specialmente al risveglio, quando ti vedo accovacciata nell’altra metà del letto, del chiacchiericcio non m’interessa affatto. L’odore del caffè mentre stropicci gli occhi e il sole di Roma senza scampo irrompe pieno come una cascata di bianco a illuminare la libreria dei vinili, e filtra tra i buchi delle tapparelle della camera da letto come una mano dagli infiniti polpastrelli delicati che decorano l’armadio a pois chiarissimi. Ecco, io mi sento felice, e del resto non m’interessa affatto.
      Quando mi hai visto arrivare col furgone, anziché con una macchina, pensasti subito che fossi uno strambo, anche un po’ fricchettone; ne ho sempre guidato uno, non solo per avere sempre con me la chitarra e il cane, ma per potermi portare a casa le cose che trovo per strada di cui mi innamoro all’istante. Come quella bicicletta da corsa col manubrio asimmetrico, come la cassapanca che abbiamo riverniciato insieme dopo nemmeno un mese che avevo incontrato per la prima volta il tuo sguardo e il tuo nome. Nella mia prima vita mi portavo appresso nel furgone tutta l’ingenuità di scelte bizzarre e strampalate, nella seconda vita l’irrequietezza che anche il mio cane aveva preso ad avere a noia. La mia terza vita è cominciata mentre parcheggiavo in mezzo al traffico di questa città maledetta e straordinaria, l’aria sapeva di pini bagnati e di sventure, ma come spesso accade le cose più belle succedono in contesti insospettabili, e ora ricordo solo il suono bellissimo della tua risata.
      Un mio vecchio conoscente sosteneva che la nostra generazione invecchia e perde i capelli e le speranze, tuttavia non si rassegna e continua ad essere in grado di innamorarsi, di osare in nome dell’amore, e in effetti superati i trent’anni mi sembra naturale ascoltare tu che canti in una mia canzone, e accomiatarmi pacificamente dalle storie finite male.
      Nella mia realtà immaginaria sono morto molte volte, ma poi quello che mi riesce meglio – ora lo so – è vivere.

Federica Giaccani e Filippo Righetto

Mu-Ziq – Challenge Me Foolish

Data di Uscita: 13/04/2018

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      Non ho fatto il letto, la valigia, il caffè, le scale fino al sesto piano perché il sesto piano è troppo lontano, l’ultimo esercizio segnato sulla scheda della palestra perché mi sembrava faticoso, le pulizie sotto i mobili, le polvere sopra ai mobili, l’iscrizione alla scuola calcio, il bagno con i sali, i calli con la pietra pomice, la spremuta di arancia con lo spremiagrumi sennò poi dovevo lavarlo, la tisana allo zenzero e quella drenante, la lavatrice dei bianchi.

      Non ho rimesso in ordine la mensola delle spezie, il cassetto delle posate, la cartella dei download piena dal 2003 dove ci sono anche le foto della gita in Croazia che mi aveva mandato _diavolina7 su MSN, nemmeno i documenti che devo dare al commercialista per il 730. Non ho scritto sul calendario gli impegni che ho il prossimo mese e non mi sono comprato un’agenda coi giorni, non ho mai messo in carica la batteria portatile del cellulare a parte la prima volta, dopo che l’avevo appena comprata, non ho finito le melanzane sott’olio che mi hanno regalato degli amici di mio padre che vivono a Tropea, e ho il sospetto che siano scadute, ma non ho voglia di buttarle perché non so come gestire la situazione, se posso buttare tutto il barattolo con le zucchine e l’olio ancora dentro, mi immagino da quando ero bambino che buttare la spazzatura in modo scriteriato, per quanto non abbia conseguenze nell’immediato, poi mi si ritorcerà contro nella vita dopo la morte, non so.

      Non ho pulito il piano cottura dopo aver cucinato ieri sera, nemmeno i balconi dopo la tempesta di terra, nemmeno le zampe del mio cane Libertino dopo che è andato a giocare nel fango, nemmeno i pantaloni che avevo la sera in cui avevo camminato per tutta Roma, e a un certo punto si era messo a piovere senza preavviso, una di quelle piogge di Roma terribili e scroscianti, e io ero scivolato su un sanpietrino finendo a piedi all’aria, e infatti la macchia aveva la forma delle mie chiappe ossute.

      Non ho chiamato mia madre per farle gli auguri per l’onomastico, lei è napoletana e a queste cose ci tiene, prima le regalavo sempre una crostata alle visciole, certe volte ci facevo mettere la ricotta, ad anni alterni, poi ho iniziato a non farlo per un anno, e poi per due, e poi erano diventati sette.

      Non ho detto ad Angela che veniva in classe con me, alle medie, che anche se le dicevo che aveva la pelle di una sfumatura molto simile al punto di verde dei carciofi in realtà ero un po’ innamorato di lei, di quel buchino che aveva tra gli incisivi e il canino, del modo in cui si metteva lo zaino su una spalla sola ed aspettava vicino ad un ficus appena nato, l’unica nel cortile della scuola, alle sette e mezza di mattina, perché veniva da un paesino che chissà come si chiamava, e il pullman lo prendeva alle sei e mezza. Non ho mai raccontato ai genitori che prima che morisse mi aveva telefonato per dirmi di aver sognato un nostro professore vecchio e isterico, nudo come un verme che faceva un balletto sexy per lei. Non ho mai detto loro che aveva riso fino a perdere il fiato al telefono e quella risata lì era arrivata alle mie orecchie come se fosse fatta di tante sillabe squillanti, dolci che sembravano una canzone, non me la sentivo di chiamarli e dire ehi, vostra figlia prima di morire, parlava di un pisello grinzoso, coi peli bianchi e le palle appese, lei che forse manco lo aveva mai visto un pisello nella sua vita, anche se faceva finta di essere maliziosa, come quando scelse il nome su msn, _diavolina7, che era il suo numero portafortuna, pure, diceva.

      per P.

Giorgia Melillo