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A.A.L (Against All Logic) – 2012-2017

Data di Uscita: 17/02/2018

aal-2012-2017

      Mi ero fermato imbambolato a guardare il cielo, a picco sulla tangenziale, per incrociare con lo sguardo gli aerei che partivano dall’aeroporto qualche chilometro più in là, per fantasticare sulle destinazioni. Io, che non prendevo un aereo da cinque anni oramai, e mi ero quasi dimenticato come incastrare bene le cose nel bagaglio a mano, come incastrare bene le cose nella vita.
      Non volevo tornare a casa, per cui mi attardavo come uno stupido a guardare il cielo, e alle macchine che sfrecciavano sotto i miei piedi potevo senz’altro parere un disperato che stava tentennando dinnanzi a un suicidio scenografico, pubblico. Chi mi conosceva bene invece lo avrebbe escluso: ero un uomo troppo defilato per inscenare uno spettacolo, seppur drammatico. Non volevo tornare a casa, il frigo era vuoto fatta eccezione per le solite banane e le solite uova, i palliativi per un pieno di energia rapido col minimo sforzo, e la tua voce che ancora non se ne andava dalle orecchie e che ripeteva, stanca, “non vanno tenute in frigo, certo che la logica non è proprio il tuo forte”.
      Avevo vinto la causa più importante della mia carriera e non avevo nessuno a cui raccontarlo, al momento. I miei pensieri schizzavano nell’universo delle cose da dire e da fare, come quegli aerei che stavo seguendo con bramosa curiosità. Poi riprese a piovere, così, da una manciata di nuvole grigie sullo sfondo giallognolo di un crepuscolo strano.
      Il venerdì sera di città brulicava di passi e di risate, a schivare pozzanghere che non sporcassero calze velate e abiti freschi di stiratura; avevo lasciato la macchina nel primo posto libero che mi capitò a tiro e mi intrufolai nel caos degli aperitivi e della leggerezza altrui, le cuffiette alle orecchie con quella playlist che scivolava da Moby a robetta funk, da Four Tet alla psichedelia elettronica, senza alcuna sensatezza. Il vociare e la musica si sovrapponevano, si compenetravano, chiasso di bimbi alla recita di fine anno assieme alla techno più scura e frammentata, il tocco morbido e caldo di una cantante soul dai probabili capelli voluminosi fuso con la cassa in quattro quarti di una solitudine urbana elettronica. Sulla scia di questa accozzaglia affascinante, priva di un’apparente logica associativa, sul filo di una danza tribale metropolitana, con le sirene della polizia che s’insinuavano tra le melodie, persi del tutto le coordinate, e per la prima volta (ma me ne resi conto soltanto a posteriori) si sbriciolò quel sistema di freni e incasellamenti che organizzava la mia persona da tempi immemorabili, (co)stringendola in un ruolo autoimposto di cui il mio inconscio, a quanto pare, ne aveva abbastanza. L’avessi fatto prima, probabilmente quella sera ti avrei avuta ancora accanto e mi avresti guardato con l’orgoglio negli occhi per un successo importante; l’avessi fatto prima, probabilmente saremmo stati a casa a stappare una bottiglia di spumante buono e avremmo fatto l’amore.
      In quella balera di periferia avevano disposto delle sedie scalcagnate tutt’attorno alla stanza, e la gente al centro ballava senza tregua come fosse in una festa di una di quelle cittadine esteuropee in cui si conoscono tutti e danzano da sempre. E un due tre quattro, un due tre quattro, e una ragazza con la gonna ampia a righe mi prese a braccetto con un sorriso larghissimo scurito dal vino rosso. Presi a muovermi a ritmo come se non avessi fatto altro nella vita, scordandomi la parte di compassato che mi ero autoaffibbiato in comitiva, tenendo puntualmente il culo incollato alla sedia, per noia, per eccesso di pudore. Dimenticai l’orrenda chiazza di ketchup che solo qualche ora prima mi aveva marchiato la camicia bianca, come un sigillo d’inadeguatezza ai fast food, ma quando la parete a specchio mi mostrò quel vermiglio sbagliato tra il colletto e il taschino decisi di togliermela e di andare fino in fondo, a scrollarmi tutto di dosso esibendo la maglietta della salute sopra il pantalone che avevo ancora indosso dall’udienza. Avevo gli occhiali appannati dalla condensa, dal sudore, e qualche gocciolina salata di lacrime ché a quarant’anni non avevo ancora imparato a ridere senza piangere, e la musica mutava senza alcun percorso tracciato, ma i miei piedi, le mie braccia, il mio corpo, ormai la assecondavano senza remore fondendosi al corpo della ragazza con la gonna al righe, a quelli delle bellissime afroamericane che si dimenavano forsennate, a quelli dei ragazzetti coi bomber e le teste rasate trovatisi da quelle parti perché probabilmente non avevano la benzina per fuggire altrove.
      Presi un taxi ché a malapena ricordavo in che parte di città fossi, men che meno sarei stato in grado di ritracciare la macchina; fuori dal finestrino albeggiava e la musica che avevo nelle cuffie pompava scandendo il susseguirsi di edifici di là dal vetro. Non avevo nessuno ad aspettarmi a casa, ma avevo ritrovato me stesso.

Federica Giaccani

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