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Paper Dollhouse – The Sky Looks Different Here

Data di Uscita: 9/02/2018

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      Percorro una strada lastricata, ascoltando il rumore che fa mia valigia rigida ogni volta che incappa in un ciottolo fuggito via dal cantiere aperto che mi sono lasciata alle spalle. Ho un paio di scarpe con il tacco alto, il gommino che dovrebbe impedirmi di scivolare nelle giornate piovose è tutto consumato nella parte interna, tendo a camminare sempre allo stesso modo, e questo fa sì che debba ricomprarmi le scarpe molto spesso. Quando abitavo nel mio vecchio paese, era il negozio all’angolo con quel cane bruno parcheggiato davanti al bidone della plastica, che mi riforniva. Certe volte le scarpe erano difettate, avevano un laccio in meno, o erano progettate come due destre, ma io avevo imparato ad adattarmi a tutto pur di avere un paio di scarpe nuove che non fossero consumate nella parte interna della pianta.

      Avevo appuntamento per far visita a questa specie di minuscola stanza con un bagno solo per me, ma il treno aveva fatto tardi, non ero sicura che quella donna che al telefono sembrava una di quelle delle linee erotiche mi stesse ancora aspettando. Vedevo da lontano il numero 4 disegnato a forma di serpente marino, e il giardino molto curato pieno di cani barboncini che strillavano come quelle donne sciocche dei film degli anni ’50. Era una cosa che diceva sempre mio padre, questa qui, perché aveva visto molti film pieni di sciocche donne con grandi sopracciglia. Io mi ero sempre chiesta cosa sapesse di loro, per crederle sciocche.

      La signora che mi era parsa una della linea erotica per via della sua voce un po’ ansimante che mi faceva pensare a certe eroine dei film italiani contemporanei, sempre un po’ nevrotiche e prive di istinto materno, a vederla dal vivo era proprio esattamente uscita da un canale erotico degli anni in cui mio padre restava sveglio ancora fino a tardi. Portava i capelli biondi, decolorati, alti sulla testa, acconciati distrattamente ma comunque in ordine, si era messa un rossetto ciclamino sulle labbra piene di increspature, e però ancora carnose. Stava dando acqua alle piante con un criterio che, anche io che facevo morire tutto quello che toccavo, avrei definito quantomeno arbitrario e parlava al telefono usando il suo inglese sospirato, di chi abita al sud. Mi aveva salutato con un gesto cortese, strizzando un po’ gli occhi, che si erano messi a correre veloci fino all’orlo della mia gonna, alle mie calze spesse, alla valigia su cui c’era scritto il mio nome da italiana. Aveva attaccato con un sospiro particolarmente orgasmico, e si era rivolta a me, mi aveva detto di chiamarsi Monica, un nome che non aveva niente a che fare col sud dell’Inghilterra, e che non aveva notato il mio ritardo, quanto piuttosto che avevo un bellissimo colore ramato di capelli, chissà come ero brava a fare la pasta, chissà come mi avrebbero amato gli uomini di quelle parti.

      Mi aveva portato in questa stanza arrampicata sulla sommità della villetta a due piani, i nostri passi erano attutiti dalla moquette e dal fatto che avevamo lasciato le scarpe giù all’ingresso. Questa pretesa voglia di non introdurre germi in casa perdeva di senso non appena ci si rendeva conto della classica quantità di sozzume variegato che può immagazzinare un pavimento fatto, effettivamente, di stoffa. La mia futura stanza era un corridoio stretto e lungo in cui prima sicuramente viveva un tossico che forse ci era morto anche dentro. Sull’armadio che torreggiava attaccato al muro c’erano almeno un centinaio di adesivi, e a parte squadre di calcio varie, mi pareva riguardassero una specie di Casapound inglese. Alle pareti era appeso un quadro con girasoli immensi, grumi di color sabbia nascondevano la faccia enorme di un pagliaccio. Monica mi aveva spiegato che quella era camera di un amico di suo figlio, era stato da loro per circa due anni, fino a che poi non aveva tentato di impiccarsi appendendosi con le stringhe dei suoi scarponi al melo vecchio che stava in giardino. Monica non gli aveva perdonato di aver spaccato a metà il melo, perché d’accordo che era ormai morto e mezzo marcio, ma era un albero a cui lei teneva molto. Monica mi aveva fatto vedere i posacenere che aveva fatto con il legno del melo abbattuto, avrebbe voluto fare dei taglieri ma non venivano bene. Mi ero molto trattenuta per non chiedere a Monica se il ragazzo non avesse tentato il suicidio perché in quella stanza la finestra era così piccola che sembrava una feritoia, non prendeva nemmeno tutto del paesaggio su cui si affacciava, ed essendo costruita a imbuto rovesciato, gli infissi impedivano di vedere anche il cielo, così che pure in quel momento lì, quando ancora c’era un po’ di luce a illuminare la ghisa uniforme della periferia inglese, sembrava fosse notte inoltrata, mancava anche lo spazio per la luce artificiale che veniva giù da una lampada sola, nuda. Sentirai urla di bambini e uccellini, aveva detto Monica, siamo dietro a una scuola.

      Le avevo detto che mi sarei presa del tempo per pensare, e che avevo altre case da vedere quel pomeriggio, ma non era vero. Me ne ero andata ripercorrendo il viale, evitando i barboncini strilloni, dando i calci agli stessi ciottoli incontrati prima sulla strada, e avevo camminato molto, fino ad arrivare al lungomare, fino alla battigia che poi erano solo altri sassi, avevo guardato su.

      Per arrivare a casa di Monica bisognava prendere una strada secondaria che ruotava su se stessa a spirale, era costeggiata da un muro alto di mattoni chiari e da una siepe sulla sommità che un po’ escludeva lo sguardo, lo obbligava a fare uno sforzo in più per guardare il cielo. Era un posto che assomigliava molto a un sogno che facevo per questo avevo fatto la valigia, messo le scarpe alte, forse a breve accettato di vivere in una casa abitata da una bionda tinta, e dai fantasmi di mele mai nate.

      Omaggio a G.

Giorgia Melillo

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