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Fire! – The Hands

Data di Uscita: 18/01/2018

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      L’illuminazione stradale s’infrangeva sull’asfalto bagnato. Ne veniva riflessa tremolante come una pozzanghera increspata da un vento tiepido e umido. Il cielo sopra rimaneva opaco, arancio sporco. Cielo per niente esausto, più che altro meditabondo, che si muoveva lentamente con aria indecisa. Forse avrebbe nuovamente piovuto. A Sam non importava più di tanto. La cosa importante era mantenere l’equilibrio mentre avanzava barcollando appoggiandosi al muro. Pensò che le era andata bene che il locale avesse chiuso così presto. Avrebbe bevuto ancora probabilmente, al punto di diventare incosciente. Si fermò. Si girò verso il muro. Allargò appena le gambe. Il peso tenuto con le mani sulle ginocchia, bilanciandosi a fatica con la punta dei piedi. La testa chinata. I muscoli del collo si contrassero. Vomitò. Un’imprecazione le sfuggì dalle labbra quando si accorse di essersi schizzata sull’impermeabile. Si infilò la mano in tasca e ne estrasse un fazzoletto per passarselo ai bordi della bocca. Quando tornò in posizione eretta, dopo un primo momentaneo capogiro, pensò di sentirsi meglio. In quel momento, un’auto si fermò dietro di lei. La persona al volante si sporse sul sedile del passeggero e cominciò a ruotare la manovella per abbassare il finestrino. Una donna, all’incirca della sua età. Stava fumando una sigaretta.
      «Tutto a posto?» le chiese con aria preoccupata.
      Sam fece un cenno con la testa che non era né un sì né un no. Sapeva che non era tutto a posto, ma non era abbastanza lucida per capire se quella fosse la risposta giusta.
      «Vuoi che ti chiami un taxi?»
      La guardò ancora per qualche secondo, socchiudendo gli occhi per metterla meglio a fuoco. Rispose. «Se ti chiedo una sigaretta, potresti darmi anche un passaggio?»
      La donna restò interdetta per qualche secondo. Quindi abbozzò una risata tra sé e sé. Con una mano aprì lo sportello mentre con l’altra raccolse il pacchetto dal cruscotto. Sam ringraziò mentre chiudeva la portiera. Quindi prese la sigaretta che le veniva offerta e se la portò alla bocca. Un attimo dopo una fiammella si accese davanti ai suoi occhi. Serrò le labbra e tirò, fino a quando non sentì il fumo riempirle le guance. Quindi inspirò. Trattenne il respiro per due secondi. Espirò riconoscente. «Sì cazzo.» e s’abbandonò sul sedile borbottando il proprio indirizzo.
      «Ho ancora le immagini di questi omicidi che mi passano davanti agli occhi. Le foto dei particolari. Delle macchie di sangue. Qualcosa di raccapricciante. Sono passati mesi, mesi!, prima che riuscissimo a connetterli tra loro, a capire che dietro c’era la stessa mano. Oggi l’abbiamo preso e quando l’ho visto ammanettato entrare dentro la volante per un istante ho pensato che finalmente sarei riuscita a dormire, finalmente, per una notte, senza incubi, senza svegliarmi e voler vomitare. Ma non ce l’ho fatta, non ce l’ho fatta, e quelle cazzo di immagini le vedo ogni volta che chiudo gli occhi, ogni-volta-che-chiudo-gli occhi!, e il sangue, e poi ripasso mentalmente tutte le prove, tutti gli indizi che abbiamo raccolto, le persone che abbiamo interrogato, e rivedo la sua faccia, oh non se l’aspettava mica che lo beccassimo, ma ha fatto comunque quel sorrisetto condiscendente del cazzo, come a dire. Mi avete preso? Che bravi! E allora stasera mi sono detta che sarebbe stato meglio bere fino a svenire che almeno da incosciente non avrei avuto gli incubi ma in realtà come vedi ci sto ancora pensando solo che la nausea è ancora più forte e spero di non rovesciarti in macchina ché sei pure stata gentile a darmi un passaggio sennò non ho idea di come sarei arrivata fino a casa mi reggo a malapena in piedi e forse tra poco pioverà di nuovo e sembra che in questo posto i taxi non esistano, dov’è che siamo? Non se l’aspettava che gli piombavamo in casa oggi tanto che aveva lasciato le foto che aveva scattato alle vittime in una cartellina appoggiata sopra alla scrivania nello studio in bella vista che era ovvio che stesse pensando che stavamo ancora brancolando nel buio altrimenti se ne sarebbe sbarazzato o per lo meno le avrebbe nascoste da qualche parte come fanno i serial killer in televisione hai presente che si tengono un feticcio e lo nascondono come un tesoro ecco c’aveva la faccia di uno che l’avrebbe fatto sai cioè questo non te lo posso dimostrare è un istinto che vale quanto una scoreggia e forse guardo troppa televisione che quando torno a casa e sono stanca voglio staccare il cervello mi stappo una birra e mi metto sul divano e per televisione danno solo questi polizieschi del cazzo e io non ci voglio pensare anche ad altri omicidi uno vuole solo non pensare a niente guardarsi una commedia magari e invece niente cadaveri sangue e impronte digitali e quindi decido che me ne esco e me ne vengo al locale e prendo un bourbon e poi ne prendo un altro e un altro ancora finché non perdo il conto e intanto c’è la tv accesa e trasmettono le immagini dell’arresto e mi vedo in un angolo mentre intervistano il mio collega che c’ha la faccia più rassicurante e risoluta della mia che voglio solo vomitare quindi chiedo di cambiare canale e per fortuna il barista non mi riconosce e spegne la tv e allora cala questo silenzio che non fa altro che amplificare il volume dei miei pensieri diventando qualcosa di insopportabile e chiedo un altro bourbon e il tizio dietro al banco mi fa guarda che questo è l’ultimo e poi chiudiamo e allora io ho sperato che quel bourbon fosse quello di troppo quello che mi fa svenire che mi fa dimenticare tutto ché non voglio più avere gli incubi e rivedere la faccia di quell’uomo che mi sorride compiaciuto sono stanca e stanca e stanca dovrei prendermi qualche giorno di permesso andare a trovare i miei lontano da questa città respirare un po’ d’aria fresca fare una camminata nel bosco e sognare i gufi fuori dalla finestra invidiandoli perché loro sono capaci di vedere nelle tenebre mentre io vorrei solo urlare»
      Sam sentì una mano sulla spalla che la scosse e aprì gli occhi. La sigaretta completamente consumata ancora tra le labbra. Cenere e vomito sull’impermeabile.
      «Siamo arrivati.»

Pietro Liuzzo Scorpo

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