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Тпсб – Sekundenschlaf

Data di Uscita: 12/01/2018

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      Era sbucata da dietro le frasche come un’apparizione, giuro, correva come un capriolo inseguito dai cacciatori e poi boom la luce accecante dei miei fari, a smascherare il suo spavento. I cespugli si agitavano nel vento caldo, anche i capelli di lei, lunghi, volteggiavano selvaggi e scomposti, un poco intrecciati. In macchina avevo su un disco strano, musica elettronica, cadenzava una ritmica lenta e vagamente ossessiva, dai richiami tribali, che di tanto in tanto aumentava i bpm in maniera inaspettata, un’aspra jungle scurissima. Stavo tamburellando la mano destra sul volante quando quella ragazza comparve trafelata e impaurita, frenai d’istinto e la strada sterrata su per le colline sollevò nuvole di polvere tra me e la fuggitiva, a rendere ancora più onirica e surreale la situazione. Lei si voltò di scatto e mi fulminò all’istante con quegli occhi enormi e terrorizzati, la pelle più bianca della luna illuminata dai quei riflettori non richiesti, un paio di jeans e un cappotto scuro di un paio di taglie più grandi del dovuto, col cappuccio. Sul momento credetti che fosse una visione, avevo i sensi appannati da alcuni bicchieri di troppo schiantati a cena coi colleghi, quelle conventions tra dentisti in cui inizi nel nome della salute e finisci completamente sfasciato al bancone del bar, con un alito pesante e un intruglio di bevute che invece di far bene ai denti ne ingialliscono lo smalto. L’incoerenza. Avevo esagerato senza ritegno e poi c’era stata quella musica, sì, quel disco che si insinuava nel mio viaggio di saliscendi collinari dal resort di lusso al mio appartamento in città impregnando di ipnotico mistero il silenzio della notte altrimenti disturbato soltanto dal rombo del motore nelle mie accelerate sconsiderate.
      Era piombata a un passo dalle mie ruote anteriori, la ragazza, e per quanto fosse tutto così assurdo e pazzesco, ogni cosa sembrava esattamente al suo posto, in un equilibrio strampalato e affascinante. Giusto il tempo di sfregarmi gli occhi col dorso di una mano, agitare un poco le palpebre come al risveglio da un sonno brevissimo, di appena qualche secondo, e lei non c’era più. Sparita, volatilizzata. Mi ero assopito tra quelle curve blande accarezzate dal vento e da piante selvatiche, col piede incollato al gas e la testa appesantita da alcool e chiacchiere moleste e infinite, poi c’era quella dannata musica a complicare tutto, come un canto di sirena subdolo dai risvolti oscuri, percussioni lontane e scie sintetiche. Era esistita davvero la ragazza? Come quella volta di ritorno dal cinema con la mia fidanzata del momento, avevamo visto Mulholland Drive ed eravamo talmente scossi e soggiogati dal film che faticavamo addirittura a scambiarci opinioni in macchina, sulla strada di casa. Al semaforo vicino alla stazione dei bus saltò fuori dal nulla un mendicante e si appoggiò allo specchietto per chiederci qualche spicciolo, aveva una gamba soltanto e barcollava a stento con una stampella di legno. Carla ebbe un mancamento, io farfugliai qualcosa cercandomi dei centesimi nelle tasche per cacciarlo via il prima possibile, sperando che nel frattempo il semaforo ci avrebbe aiutati facendo scattare il verde, ma la notte gli intervalli temporali erano dilatati, deformati, e c’era stato anche Lynch a mettere in dubbio realtà e percezione.
      La jungle diveniva indiavolata, e delle voci intavolavano discorsi dai toni sommessi a incasinare la musica e sporcarne la ritmica, poi arrivava un sax a gamba tesa, come un brivido, un punto di domanda. Mi svegliai il mattino seguente con questa frattaglia sonora in testa e le tempie strette da una morsa d’acciaio, come fosse una chiave inglese gigante che aveva in pugno la mia testa; al notiziario delle 8:00 parlavano di una giovane scomparsa, la foto segnaletica mostrava un’elegante hostess in divisa ma quel barlume di follia e paura nello sguardo erano inequivocabili. Me la vedevo ancora correre, incespicare e di nuovo scattare in avanti, tra il vento e le siepi mezze arse, il terrore pulsante e il fiatone come quel disco che avevo deciso di ascoltare in macchina, tornando dall’incontro ingessato con gli altri dentisti, che mi gettò senza scampo in bilico tra sonno e sogno, e mistero, oscuro.

Federica Giaccani

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