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Archive for gennaio, 2018

Locktender – Friedrich

Data di Uscita: 15/01/2018

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      Il mare era molto agitato quel giorno, grosse onde andavano a sbattere contro le colonne della ex piattaforma petrolifera. L’uomo, districandosi tra i cavi e i pannelli solari, riuscì ad arrivare alla torretta di osservazione. Salire quella scala era un’operazione che richiedeva sempre più impegno da parte sua, erano lontani gli anni in cui riusciva agilmente a salire senza avere il fiatone. Oramai era un’operazione che faceva raramente, si fidava delle boe segnalatrici piazzate a distanza. Una di quest’ultime aveva registrato un movimento anomalo 8 minuti prima. Arrivato in cima si tenne alla balaustra di ferro oramai arrugginata dalla salsedine. Raccolse dal piccolo tavolino il binocolo e se lo portò agli occhi girandosi verso la direzione della boa che aveva dato l’allarme. Ad una prima occhiata non notò nulla di strano, per scrupolo caricò i dati della geolocalizzazione del segnalatore sul canocchiale fisso della torre. Guardandoci dentro si rese conto che una fonte di calore era presente nella traiettoria dalla boa alla piattaforma, zoomò il più possibile e si rese conto che altro non era che un piccola imbarcazione con all’interno quattro persone. Non avevano segni distintivi particolari. L’anziano scese più in fretta che poteva dalle scale ed andò a rintanarsi nel rifugio che usava in questi casi. Era un piccola nicchia al di sotto della superficie della piattaforma da cui era in grado di controllare tutto il suo piccolo regno. C’era anche un piccolo oblò che dava all’esterno, da lì riusciva già a vedere l’increspatura anomala del mare dovuta al movimento della barca. Il canocchiale aveva stimato l’arrivo dell’imbarcazione in 23 minuti quindi aveva tutto il tempo per nascondersi. Attivò le procedure di emergenza, spense tutti i dispositivi elettronici, reindirizzò il traffico dati ai server sulla terra ferma, attivò il disturbatore di segnale e si posizionò davanti all’emittitore EMP, non avrebbe voluto usarlo perché avrebbe significato un danno ingente anche alle sue strutture ma pur di non fare avvicinare nessuno era disposto anche a quello. Nel frattempo la barca si era avvicinata, egli inforcò di nuovo il binocolo e controllò la situazione all’esterno, oramai erano vicini. Aumentò l’ingrandimento del binocolo fino al massimo e contemporaneamente attivò il microfono direzionale putandolo verso l’imbarcazione.

      Vide che i quattro cominciavano a tirare fuori i portatili:
      “—- n segnale Wifi?” chiese uno dei quattro.
      “negativo n———- connessioni wireless”.
      Il microfono riuscì ad isolare le voci in maniera pulita:
      “Attività elettrica all’interno della piattaforma?”
      “Residuale forse dovuta a qualche transponder”
      “Attività umana?”
      “Probabilmente sì, ma visto quello detto finora possiamo concludere che sia qualche reietto che abbia preso questo pilone in mezzo al mare come il suo regno, purtroppo non è quello che stiamo cercando”
      “Non diamoci per vinti continuiamo a cercare, vi do altri 15 minuti” disse quello che evidentemente doveva essere il capo che riuscì ad identificare come una donna sulla quarantina vestita color kaki che si muoveva nervosamente tra i due operativi che cercavano di scoprire i suoi segreti. Per evitare rischi spense anche il microfono e si allontanò dall’oblò, sperando che anche questa volta riuscisse a nascondere sé stesso e il suo progetto da occhi indiscreti.

Giulio Pieroni

Microtrauma – Soñar

Data di Uscita: 12/01/2018

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      I miei sogni sono sempre stati belli – eccetto rarissimi casi – fino a quattro anni fa, poi il naufragio. Ne faccio ancora di belli ma i sogni di adesso sono troppo eterogenei, troppo strani e restano troppo poco nella memoria.
      Bramiamo così tanto di diventare adulti ed essere considerati tali che poi quando sta per arrivare il momento ci sentiamo spaesati, tristi, nostalgici anche di quelle terribili ore che funestavano la nostra adolescenza.
      In tutto questo i sogni sono tra le principali vittime della nostra situazione, della nostra vanità, del nostro bisogno di sentirci importanti, sensati, considerati. È da tempo che non sogno più gli orsi, forse perché ho compreso la fine della poesia, perché mi sono rassegnato alla prosa e non sono più saggio.
      Ho sempre voluto trovarmi altrove, ho sempre vissuto una vita analoga al sogno, in uno stato di perenne distrazione, come quello che per Breton doveva essere la caratteristica dei surrealisti; eppure non vivo più nemmeno un’esistenza surreale o matrice di creazioni surreali.
      Una parte di me è convinta che la mia guarigione, la riappropriazione di senso, avverrà soltanto quando i miei sogni torneranno ad avere l’aura di un tempo, le atmosfere che mi forniscono le intermittenze oniriche e le suggestioni che non mi fanno pensare all’oscena parola «realtà».
      Questa è la condizione di naufrago onirico, ritrovatosi sull’isola della realtà senza volerlo, sempre meno padrone della sua vita, sempre più vincolato alle persone che ha attorno e alla materialità spietata del mondo in cui si è trovato a vivere.
      Cercherò una risposta nella pietra e nel legno, nella terra e nei suoi frutti, chiederò loro cosa fare, se rianimare la folle fede nella parola o se buttarmi solo sui fatti, sulle cose, su ciò che si deteriora. Chiederò consiglio alle grotte, domanderò alle tane delle volpi come tornare a sentirmi vivo.

Marco Di Memmo

Fire! – The Hands

Data di Uscita: 18/01/2018

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      L’illuminazione stradale s’infrangeva sull’asfalto bagnato. Ne veniva riflessa tremolante come una pozzanghera increspata da un vento tiepido e umido. Il cielo sopra rimaneva opaco, arancio sporco. Cielo per niente esausto, più che altro meditabondo, che si muoveva lentamente con aria indecisa. Forse avrebbe nuovamente piovuto. A Sam non importava più di tanto. La cosa importante era mantenere l’equilibrio mentre avanzava barcollando appoggiandosi al muro. Pensò che le era andata bene che il locale avesse chiuso così presto. Avrebbe bevuto ancora probabilmente, al punto di diventare incosciente. Si fermò. Si girò verso il muro. Allargò appena le gambe. Il peso tenuto con le mani sulle ginocchia, bilanciandosi a fatica con la punta dei piedi. La testa chinata. I muscoli del collo si contrassero. Vomitò. Un’imprecazione le sfuggì dalle labbra quando si accorse di essersi schizzata sull’impermeabile. Si infilò la mano in tasca e ne estrasse un fazzoletto per passarselo ai bordi della bocca. Quando tornò in posizione eretta, dopo un primo momentaneo capogiro, pensò di sentirsi meglio. In quel momento, un’auto si fermò dietro di lei. La persona al volante si sporse sul sedile del passeggero e cominciò a ruotare la manovella per abbassare il finestrino. Una donna, all’incirca della sua età. Stava fumando una sigaretta.
      «Tutto a posto?» le chiese con aria preoccupata.
      Sam fece un cenno con la testa che non era né un sì né un no. Sapeva che non era tutto a posto, ma non era abbastanza lucida per capire se quella fosse la risposta giusta.
      «Vuoi che ti chiami un taxi?»
      La guardò ancora per qualche secondo, socchiudendo gli occhi per metterla meglio a fuoco. Rispose. «Se ti chiedo una sigaretta, potresti darmi anche un passaggio?»
      La donna restò interdetta per qualche secondo. Quindi abbozzò una risata tra sé e sé. Con una mano aprì lo sportello mentre con l’altra raccolse il pacchetto dal cruscotto. Sam ringraziò mentre chiudeva la portiera. Quindi prese la sigaretta che le veniva offerta e se la portò alla bocca. Un attimo dopo una fiammella si accese davanti ai suoi occhi. Serrò le labbra e tirò, fino a quando non sentì il fumo riempirle le guance. Quindi inspirò. Trattenne il respiro per due secondi. Espirò riconoscente. «Sì cazzo.» e s’abbandonò sul sedile borbottando il proprio indirizzo.
      «Ho ancora le immagini di questi omicidi che mi passano davanti agli occhi. Le foto dei particolari. Delle macchie di sangue. Qualcosa di raccapricciante. Sono passati mesi, mesi!, prima che riuscissimo a connetterli tra loro, a capire che dietro c’era la stessa mano. Oggi l’abbiamo preso e quando l’ho visto ammanettato entrare dentro la volante per un istante ho pensato che finalmente sarei riuscita a dormire, finalmente, per una notte, senza incubi, senza svegliarmi e voler vomitare. Ma non ce l’ho fatta, non ce l’ho fatta, e quelle cazzo di immagini le vedo ogni volta che chiudo gli occhi, ogni-volta-che-chiudo-gli occhi!, e il sangue, e poi ripasso mentalmente tutte le prove, tutti gli indizi che abbiamo raccolto, le persone che abbiamo interrogato, e rivedo la sua faccia, oh non se l’aspettava mica che lo beccassimo, ma ha fatto comunque quel sorrisetto condiscendente del cazzo, come a dire. Mi avete preso? Che bravi! E allora stasera mi sono detta che sarebbe stato meglio bere fino a svenire che almeno da incosciente non avrei avuto gli incubi ma in realtà come vedi ci sto ancora pensando solo che la nausea è ancora più forte e spero di non rovesciarti in macchina ché sei pure stata gentile a darmi un passaggio sennò non ho idea di come sarei arrivata fino a casa mi reggo a malapena in piedi e forse tra poco pioverà di nuovo e sembra che in questo posto i taxi non esistano, dov’è che siamo? Non se l’aspettava che gli piombavamo in casa oggi tanto che aveva lasciato le foto che aveva scattato alle vittime in una cartellina appoggiata sopra alla scrivania nello studio in bella vista che era ovvio che stesse pensando che stavamo ancora brancolando nel buio altrimenti se ne sarebbe sbarazzato o per lo meno le avrebbe nascoste da qualche parte come fanno i serial killer in televisione hai presente che si tengono un feticcio e lo nascondono come un tesoro ecco c’aveva la faccia di uno che l’avrebbe fatto sai cioè questo non te lo posso dimostrare è un istinto che vale quanto una scoreggia e forse guardo troppa televisione che quando torno a casa e sono stanca voglio staccare il cervello mi stappo una birra e mi metto sul divano e per televisione danno solo questi polizieschi del cazzo e io non ci voglio pensare anche ad altri omicidi uno vuole solo non pensare a niente guardarsi una commedia magari e invece niente cadaveri sangue e impronte digitali e quindi decido che me ne esco e me ne vengo al locale e prendo un bourbon e poi ne prendo un altro e un altro ancora finché non perdo il conto e intanto c’è la tv accesa e trasmettono le immagini dell’arresto e mi vedo in un angolo mentre intervistano il mio collega che c’ha la faccia più rassicurante e risoluta della mia che voglio solo vomitare quindi chiedo di cambiare canale e per fortuna il barista non mi riconosce e spegne la tv e allora cala questo silenzio che non fa altro che amplificare il volume dei miei pensieri diventando qualcosa di insopportabile e chiedo un altro bourbon e il tizio dietro al banco mi fa guarda che questo è l’ultimo e poi chiudiamo e allora io ho sperato che quel bourbon fosse quello di troppo quello che mi fa svenire che mi fa dimenticare tutto ché non voglio più avere gli incubi e rivedere la faccia di quell’uomo che mi sorride compiaciuto sono stanca e stanca e stanca dovrei prendermi qualche giorno di permesso andare a trovare i miei lontano da questa città respirare un po’ d’aria fresca fare una camminata nel bosco e sognare i gufi fuori dalla finestra invidiandoli perché loro sono capaci di vedere nelle tenebre mentre io vorrei solo urlare»
      Sam sentì una mano sulla spalla che la scosse e aprì gli occhi. La sigaretta completamente consumata ancora tra le labbra. Cenere e vomito sull’impermeabile.
      «Siamo arrivati.»

Pietro Liuzzo Scorpo

L I M – Higher Living

Data di Uscita: 01/01/2018

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      Nell’aria una canzone: “You should know”.

      Vivo nel mondo in cui si possono vedere i pensieri degli altri.

      Il passato mi risulta incomprensibile: come si faceva, prima, a far capire alla commessa di un grande magazzino quale vestito si desiderasse; oppure, come si spiegava al negoziante di ceramiche quale esatta sfumatura cromatica si gradisse per le piastrelle del proprio bagno?

      La Higher Living S.p.a. rivoluzionò l’essenza stessa del vivere sociale; non più filtri mentali, non più indecisioni, non più confusione. Un ologramma dei nostri pensieri viene costantemente proiettato sulle nostre facce, in modo da essere visibile a noi stessi e agli altri. Lo so, sembra strano, una traduzione sintetica dei nostri pensieri che è più lucida del pensiero stesso; ma per questo genere di cose sono una frana, andrebbe chiesto all’azienda come fa ad azzeccare sempre ciò che abbiamo nella testa.

      Non ho mai avuto dubbi, io. Su nulla.

      Iniziarono i nostri politici, utilizzando lo slogan “trasparenza di pensiero”, o almeno è ciò che mi raccontavano sempre i nonni. A macchia d’olio, la sincerità dilagò. Higher Living divenne in poco tempo l’app più scaricata della generazione precedente alla mia; oltre il virale, fu l’invenzione più importante su scala globale dai tempi della ruota. Mia madre e mio padre nacquero senza, ma fecero l’impianto in giovane età, qualche mese prima del secondo censimento globale dei “limpidi di pensiero”. Oggi rappresentiamo il 99.99999999% della popolazione terrestre e io faccio parte della seconda generazione di nativi digitali.

      Però, non capisco come sono finita in questa situazione, perché il dubbio ce l’ho proprio ora? Theodore mi ama, i suoi pensieri mi fanno commuovere; le sue premure sono così dolci. Non voglio fargli del male. Eppure sono qui, incapace di dirgli di sì. Sul suo viso è apparsa l’immagine di noi due felici, mano nella mano, uniti da un bacio d’amore. Io, invece, non riesco a pensare ad altro che a questa vespa che mi ronza attorno da un po’.

      Nell’aria una canzone: “You should know”.

Maurizio Narciso

Black Rebel Motorcycle Club – Wrong Creatures

Data di Uscita: 12/01/2018

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      Sicuramente l’aveva detto per spaventarmi ancora di più, come se non fossi già abbastanza bianco e cencio, la maglietta incollata alla schiena. La stronza.
      La tarantola marrone africana è il ragno più velenoso al mondo, lo sapevi?
      Io lì, a fissare quel Tupperware sul tavolo tondo, lanugine in cui si distingueva qualcosa di grande e arrovellato, a riposo, in attesa. La teneva in un Tupperware. Io lì, nella stessa stanza, sotto lo stesso tetto, con una tarantola marrone africana.
      Mi sarei lanciato dalla finestra, l’ansia mi usciva dalle orecchie e mi faceva sentire la necessità di togliermi la pelle di dosso. Il cielo plumbeo minacciava le poche persone e le poche macchine per strada, tra quegli infissi scadenti passavano spifferi che mi arrivavano dritto al collo. Sudavo freddo quindi avrei potuto prendermi un malanno, tanto più che ero sensibile di mio a torcicollo e cervicale. Pensai di andare a sedermi sul divano, quasi meccanicamente, sentivo Jessica cantare sotto la doccia. Non osavo distogliere lo sguardo, come se quella cosa avesse potuto prendermi al mio minimo movimento.
      Poi sedie all’aria, corsi alla finestra.
      Un tipo barbuto e bardato in tuta waterproof sfrecciò in bicicletta superando un bus che aspettava una vecchina alla fermata. Era Gianluca, lo riconobbi, uno dei pochi italiani che frequentavo, un tipo in gamba che faceva il contabile per una scuola di lingue di fronte l’università. Un tipo apposto Gianluca, una persona con la testa sulle spalle, la fissa per le biciclette ed un sorriso sincero velato di rassegnazione misteriosa.
      Mi lanciai giù per le scale a quattro a quattro. Scale di moquette, sempre moquette in qualsiasi casa. Maledetta Inghilterra, paese di zozzoni.
      Dabbasso presi a fumare una sigaretta dopo l’altra. Gianluca era già lontano, peccato, mi avrebbe fatto piacere una chiacchiera con lui. Non trovandomi in casa, Jessica l’avrebbe capito che mi era preso un coccolone, io del resto glie l’avevo detto ma lei no, devi vincere le tue paure, sta chiusa lì, che mica l’apriamo, è pericolosissimo, ma ti pare.
      Ogni quanto le dai da mangiare? E cosa le dai da mangiare?
      Topi congelati. Mah, una volta ogni tanto. Adesso non mangia che sarà un mese.
      Jessica, sei totalmente pazza.
      Era questo: i sorci nel freezer, una tarantola marrone africana affamata chiusa in un Tupperware con i buchini per respirare, più tutte le tue cazzate sui mondi paralleli, la meditazione, l’amore libero, gli allucinogeni. Che donna meravigliosa, folle e contraddittoria come nessuna mai. Pericolosa come quella sua tarantola marrone. Jessica.
      Tornai su e mi costrinsi a guardare col cuore che mi sgomitava nel collo. Dovevo guardare. Dall’altra stanza sentivo l’asciugacapelli e quella sua voce da Siouxie. Aveva il culo separato dal resto del corpo da una vitina stretta (la tarantola), devo dire che me l’aspettavo più compatta, più tocha, tipo carrarmato peloso, e invece sembrava quasi una formica enorme e pelosa, più lunga, più affusolata.
      La mia amazzone pallida dagli occhi verdi e la treccia nera sul petto entrò in sala pronta e profumata, mi abbracciò da dietro facendomi sobbalzare. Mi sorprese che guardavo il ragno a questa distanza dal contenitore di plastica, totalmente ipnotizzato e in qualche modo incastrato in quella cosa piena di zampe, di occhi, di peli, che si muoveva appena a meno che non sfiorassi ancora con un po’ di inevitabile terrore residuo le sue pareti invisibili e solidissime.
      Quando scendemmo in strada, nel freddo e nel vento molesto, ero decisamente più tranquillo. Casa mia era più calda, una volta arrivati non ci sarebbero stati spifferi, nella camera che avevo in affitto il letto king-size occupava i tre quarti dello spazio ma lì, abbracciati sotto le coperte, l’unico animale che avrebbe potuto darci fastidio era Daisy, il barboncino della padrona di casa, che ogni tanto apriva la porta con il muso, salutava e tornava in salotto a farsi i fatti suoi.
      Tra l’altro non è vero che la tarantola africana è il ragno più velenoso al mondo, anzi, pare che lo sia davvero molto poco.

Gabriele Battista

Тпсб – Sekundenschlaf

Data di Uscita: 12/01/2018

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      Era sbucata da dietro le frasche come un’apparizione, giuro, correva come un capriolo inseguito dai cacciatori e poi boom la luce accecante dei miei fari, a smascherare il suo spavento. I cespugli si agitavano nel vento caldo, anche i capelli di lei, lunghi, volteggiavano selvaggi e scomposti, un poco intrecciati. In macchina avevo su un disco strano, musica elettronica, cadenzava una ritmica lenta e vagamente ossessiva, dai richiami tribali, che di tanto in tanto aumentava i bpm in maniera inaspettata, un’aspra jungle scurissima. Stavo tamburellando la mano destra sul volante quando quella ragazza comparve trafelata e impaurita, frenai d’istinto e la strada sterrata su per le colline sollevò nuvole di polvere tra me e la fuggitiva, a rendere ancora più onirica e surreale la situazione. Lei si voltò di scatto e mi fulminò all’istante con quegli occhi enormi e terrorizzati, la pelle più bianca della luna illuminata dai quei riflettori non richiesti, un paio di jeans e un cappotto scuro di un paio di taglie più grandi del dovuto, col cappuccio. Sul momento credetti che fosse una visione, avevo i sensi appannati da alcuni bicchieri di troppo schiantati a cena coi colleghi, quelle conventions tra dentisti in cui inizi nel nome della salute e finisci completamente sfasciato al bancone del bar, con un alito pesante e un intruglio di bevute che invece di far bene ai denti ne ingialliscono lo smalto. L’incoerenza. Avevo esagerato senza ritegno e poi c’era stata quella musica, sì, quel disco che si insinuava nel mio viaggio di saliscendi collinari dal resort di lusso al mio appartamento in città impregnando di ipnotico mistero il silenzio della notte altrimenti disturbato soltanto dal rombo del motore nelle mie accelerate sconsiderate.
      Era piombata a un passo dalle mie ruote anteriori, la ragazza, e per quanto fosse tutto così assurdo e pazzesco, ogni cosa sembrava esattamente al suo posto, in un equilibrio strampalato e affascinante. Giusto il tempo di sfregarmi gli occhi col dorso di una mano, agitare un poco le palpebre come al risveglio da un sonno brevissimo, di appena qualche secondo, e lei non c’era più. Sparita, volatilizzata. Mi ero assopito tra quelle curve blande accarezzate dal vento e da piante selvatiche, col piede incollato al gas e la testa appesantita da alcool e chiacchiere moleste e infinite, poi c’era quella dannata musica a complicare tutto, come un canto di sirena subdolo dai risvolti oscuri, percussioni lontane e scie sintetiche. Era esistita davvero la ragazza? Come quella volta di ritorno dal cinema con la mia fidanzata del momento, avevamo visto Mulholland Drive ed eravamo talmente scossi e soggiogati dal film che faticavamo addirittura a scambiarci opinioni in macchina, sulla strada di casa. Al semaforo vicino alla stazione dei bus saltò fuori dal nulla un mendicante e si appoggiò allo specchietto per chiederci qualche spicciolo, aveva una gamba soltanto e barcollava a stento con una stampella di legno. Carla ebbe un mancamento, io farfugliai qualcosa cercandomi dei centesimi nelle tasche per cacciarlo via il prima possibile, sperando che nel frattempo il semaforo ci avrebbe aiutati facendo scattare il verde, ma la notte gli intervalli temporali erano dilatati, deformati, e c’era stato anche Lynch a mettere in dubbio realtà e percezione.
      La jungle diveniva indiavolata, e delle voci intavolavano discorsi dai toni sommessi a incasinare la musica e sporcarne la ritmica, poi arrivava un sax a gamba tesa, come un brivido, un punto di domanda. Mi svegliai il mattino seguente con questa frattaglia sonora in testa e le tempie strette da una morsa d’acciaio, come fosse una chiave inglese gigante che aveva in pugno la mia testa; al notiziario delle 8:00 parlavano di una giovane scomparsa, la foto segnaletica mostrava un’elegante hostess in divisa ma quel barlume di follia e paura nello sguardo erano inequivocabili. Me la vedevo ancora correre, incespicare e di nuovo scattare in avanti, tra il vento e le siepi mezze arse, il terrore pulsante e il fiatone come quel disco che avevo deciso di ascoltare in macchina, tornando dall’incontro ingessato con gli altri dentisti, che mi gettò senza scampo in bilico tra sonno e sogno, e mistero, oscuro.

Federica Giaccani

Nils Frahm – All Melody

Data di Uscita: 26/01/2018

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      Stanotte è entrato qualcuno nella mia stanza e aveva l’aspetto di un uomo altissimo, le sue mani immense viaggiavano lungo tutta la testa del letto producendo un suono che era come un fruscio legnoso, quello che fanno i corrimano quando li accarezzi venendo giù dalle scale di marmo del palazzo ufficiali, lì ci sta il capoufficio che ha i baffi sempre lucidi di pomata. Si è messo tra me e una donna coi capelli color paglia che non conosco, ha cominciato ad allargare gambe e braccia, per buttarmi fuori

      Non riesco a ricordarmi il nome di quella cosa lì, che vedo tonda e bucata da una parte, ha l’aspetto di un galleggiante nel mare, come quella volta che Paolo stava annegando, gli lanciai una lenza che avevo per le mani, abboccò come un pesce, ma si riempì di graffi, per un po’ dovette smettere di fare i lavoretti a scuola

      Sono caduto sulle piastrelle che ho scelto anni fa, insieme alla donna coi capelli di paglia che adesso se ne sta accanto a me, dice cose con una voce molto sommessa e lamentosa
      Sono uscito che l’aria avrei dovuto sentirla tra i capelli e sotto il naso, ma avevo stranamente freddo, e allora mi sono passato una mano sulla fronte, dove avevo sempre avuto quel ciuffo nero e ho sentito sotto le dita la consistenza chiara di un certo tipo di mobile a fisarmonica, rosso, che su a casa conteneva delle scarpe, le mie e certe da donna, alcune avevano i lacci, altre invece delle fragole costruite con la stoffa e del polistirolo perché la forma fosse più esatta

      Ho preso questo oggetto piccolo con su una donna girata di profilo, un vestito molto elegante, dei numeri, dei simboli, l’ho messa di traverso sul dorso della mia mano, per vedere che effetto faceva avere il bordo sottilissimo tra la pelle, e c’erano macchie brunastre e peli radi, tutti rigirati su se stessi come in un vortice, mi si è formato un piccolo taglio, sul dorso della mano, anche la donna vestita in modo elegante era tutta rossa

      Li ho sentiti dire di come me ne andavo in strada, vestito solo di un pigiama a pallini neri, perché era così che mi avevano trovato, descrivendo quello stupido pigiama, comprato in saldo una volta, che mi ero occupato io della mia biancheria. Qualcuno mi ha preso la mano, ed era una cosa che quasi mai nessuno faceva, perché ero un uomo che aveva imparato a rifare il letto, piegare il pigiama, lavare denti orecchie collo piedi pene in meno di 10 minuti, a rimanere fuori al freddo, con un fucile in braccio, completamente solo e senza voglia di parlare solo con la luce della luna che si specchiava nei miei occhi vicini da miope, mi ha preso per mano con una mano pelosa da uomo, mi ha riportato ad un palazzo altissimo, nemmeno mi si piegava il collo fin lassù, vedevo solo la luna dietro gli alberi bruciati o mangiati da qualche parassita, la luna era alta e aveva braccia immense, cercava di entrare da una finestra, e una donna con i capelli color paglia dall’alto la respingeva, brandendo una statua della Madonna

      Paolo se ne stava abbarbicato a quel galleggiante e mi diceva sono vivo papà, mi sono aggrappato a questa cosa qui, tonda e bucata, come hai detto che si chiama?
      La luna?

      per A.

Giorgia Melillo