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Top Ten 2017 – Giulio Pieroni

1. Amenra – Mass VI

Data di Uscita: 20/10/2017

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      Numero di Matricola 36421 ordine del giorno:
      sgomberare l’area verde nel settore 24, sarete sette veicoli.
      Come al solito gli ordini erano stringati e potevano sembrare generici, Harris però sapeva bene cosa volessero dire quelle poche parole, sarebbe stato un intervento routinario di pulizia del luogo da qualche barbone o, al massimo, di uno dei soliti gruppuscoli di dissidenti accampati nel piccolo boschetto. La zona la consoceva bene era nato e cresciuto non lontano da quel parco che avrebbe dovuto “ripulire” quella notte. Lo stream di notizie gestito dalla Compagnia non forniva informazioni su particolari problematiche relative al parco, per cui si tranquillizzò e si incamminò verso il suo bulldozzer. Con un cenno del capo salutò gli altri sei driver; come al solito sarebbero stati loro a fare il grosso del lavoro. Dopo i soliti convenevoli ognuno salì sul suo mezzo. Lui da capo squadra guidava la carovana, la radio della Compagnia stava passando le solite informative sul traffico, niente di rilevante. Il traffico sembrava scomparire all’avvicinarsi della colonna di mezzi corazzati di cui Harris era il capofila. L’onnipotenza di cui godeva in sella a quella massa di acciaio era una delle cose che lo faceva sentire vivo e il motivo principale che lo spingeva ancora, dopo 27 anni di onorato servizio, a continuare il suo lavoro. Seguì automaticamente il navigatore fino all’ingresso del parco.
      “Okay ragazzi vediamo di fare un lavoro pulito, non ci dovrebbe essere granchè da fare, cerchiamo di finire in fretta e di non spargere troppo sangue in giro”.
      Si mise il casco a visione notturna, spense le luci e diresse il suo bestione verso il limitare del boschetto. Si fermò per aspettare che tutti gli altri mezzi fossero in posizione ma, nel girarsi, notò a pochi metri di distanza due figure umane ben evidenziate dalle traccie di calore. Si doveva trattare di alcuni dissidenti che si erano resi conto di loro e che stavano cercando di scappare. Le istruzioni della Compagnia in questi casi erano chiare: bloccare i fuggitivi e consegnarli agli agenti di sicurezza che sarebbero arrivati dopo di loro.
      “Ragazzi ci sono dei topini che stanno cercando di scappare, fermatevi dove siete vado a prenderli e poi possiamo cominciare lo smantellamento”.
      Scese dal camion e si avvicinò alle siepi da cui proveniva la traccia di calore. Si rese conto che era una coppia che stava amoreggiando, per un attimo si bloccò. Si ricordò che proprio in quel parco aveva dato il suo primo bacio a Becky, mosso da comprensione decise di non seguire le direttive aziendali si limitò ad urlare ai ragazzi di alzarsi e di togliersi dai piedi. I due erano evidentemente spaventati dalla situazione e cercarono di far presente che non c’entravano nulla con gli occupanti. Harris si rese conto che quello che dicevano fosse molto plausibile e disse:
      “Ragazzi non potete stare qui, lo sapete bene che c’è il coprifuoco. Dovrei avvertire le forze di polizia, ma siete fortunati oggi non ho voglia di stare ad aspettare la sicurezza per mandarvi in galera. Levatevi dalle scatole!”.
      La coppia capì che per quella volta era andata bene, ringraziarono calorosamente ed andarono verso l’uscita.
      Harris tornando verso il camion ripensò all’espressione dei due quando, poco prima, li aveva colti sul fatto. Erano tremendamente imbarazzati ma non riuscivano a stare lontani l’uno dall’altro per tutto il tempo infatti si erano tenuti la mano, dovevano essere veramente una coppia felice di bravi ragazzi. Con questo pensiero risalì sul bulldozzer accese il motore e cominciò il lavoro che gli era stato ordinato quella notte.

Giulio Pieroni

2. Ulver – The Assassination of Julius Caesar

Data di Uscita: 07/04/2017

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      Il quartiere a luci rosse di Detroit non è il posto più raccomandabile del globo, anzi può tranquillamente vantarsi di essere uno dei posti più malfamati dell’intera confederazione.
      La città è oramai una cinquantina d’anni che è in balia di bande, The Block è il quartiere generale del traffico di schiavi resettati cerebralmente. Zradko è di casa ma stanotte, si muove in mezzo alla fiumana in maniera del tutto atipica per i suoi standard, le luci al neon lo attraggono come fanno con gli insetti notturni che sbattono continuamente lungo la superficie del vetro.

      “Mi sa che quelle stimolazioni sessuali subliminali stanno facendo fin troppo effetto”. Non è roba destinata a lui, è solo il trasportatore dai laboratori NEG allo spacciatore che lo ha incaricato del “viaggio”.
      Lui, da vero professionista del settore, non ha nessuna intenzione di usufruirne, “quei piccoli sgorbi gialli non mi avevano detto che si sarebbero automaticamente attivati perché rilevano la posizione e monitorano le cose che vedo”. Da quando quegli aggeggi hanno cominciato ad attivarsi da soli, il suo lavoro gli pesa molto di più: ad ogni consegna c’è il rischio di scoprire lati del suo carattere che non vuole conoscere o che ha cercato di reprimere da tanto tempo. Certo lui è un carrier, un professionista del settore, con il suo addestramento militare è capace di resistere per ore, se non giorni, a stimolazioni sia esogene che endogene, comunque non sono cyborg del tutto insensibili, certe volte anche loro cadono nelle trappole ordite dai programmi, soprattutto nell’eventualità, e questo è uno dei casi, che vada a stimolare direttamentela produzione ormononale.
      “E ora che cazzo mi invento? Se entro in un locale li tolgo e li metto in tasca, nel giro di qualche minuto tutta love street saprà che diavolo trasporto e ci sarà almeno una decina di persone che mi seguirà come cani con la bava alla bocca”. La situazione non è delle più rosee. Meglio continuare a muoversi cercando di mantenere il più possibile il senno.

      Girando l’angolo però arriverà il vero problema, Zradko lo sa bene, sulla destra dopo circa 200 metri c’è il Rolling Stone e di conseguenza davanti ci saranno gli ormai familiari ologrammi a grandezza 2 a 1 di Yelena, “guarda che cazzo di sfiga, devo allungare. No anche questo non si può fare”. Andando dritto sarebbe entrato nella zona degli ZEKE “quei fottuti di cervello hanno già dimostrato di poter bucare le mie schermature per gli impianti quindi se non giro la strada mi ritrovo come minimo senza carico e con due coltellate”. “Lavoro di merda” dice a mezza voce e si incammina verso il Rolling Stone facendo appello a tutto quello che può pensando a cose che possono distrarlo dalla voglia di scopare qualsiasi cosa semovente.

      Il suo pensiero va subito al raid alla sede georgiana della Hiamatsu, riguardandosi indietro gli sembra che sia passato qualche decennio. Doveva essere un lavoretto di estrazione facile, invece si trasformò in una mattanza “tutta colpa di quello stronzo di Hideo”. Niente da fare queste cose lo sovraeccitano ancora di più, deve cambiare strategia e lo deve fare in fretta. Si ferma un attimo creando non pochi problemi alla gente che si accalca dietro di lui, qualcuno prova anche a protestare, salvo smettere dopo aver visto il suo volto su cui fa bella mostra un impianto oculare Zeiss per la vista telescopica e una cicatrice che gli copre quasi tutta la guancia destra. “Ok, tranquillo tranquillo, cerca di non ragionare con il cervello di sotto e mettiti a pensare a una cosa che può calmarti”: Dopo una quindicina di secondi arriva l’illuminazione “ma certo: l’augbasketball”. E’ una delle mode dell’ultimo decennio: esseri con innesti robotici che si danno battaglia in una sorta di evoluzione molto più cruenta del basket , Zradko va pazzo per quello sport, pur non potendolo praticare perchè non si è mai voluto sottoporre a operazione di sostituzione agli arti, il suo pensiero si focalizza sulla bella vittoria della sera scorsa della sua squadra preferita, i Detroit Iscariot.

      Con questi pensieri nella testa riesce a passare indenne la figura gigantesca di Yelena. Al momento è in completo controllo anche perchè il suo ricevitore wifi si allaccia alla rete di Hooper che da il segnale di spegnimento di qualsiasi “ok il più è fatto”. Si gira un attimo a guardare l’ologramma di Yelena “certo che ti sei lasciato scappare la donna della tua vita, brutto imbecille”. Non c’è tempo per questo tipo di pensieri però, meglio finire il lavoro. In men che non si dica arriva da Hooper . Si ferma un attimo prima di toccare la porta, anche se confuso si rende conto di non sentire la solita dub proveniente dall’ufficio di Hooper. “Questa cosa non mi piace per nulla”. Per sicurezza toglie i chip dal vano posizionato dietro l’orecchio destro, lui da trasportatore ha un vano che gli permette di portarne fino a 6. A quel punto tutta la realtà intorno a sé si fa molto più chiara, “ah allora qualche effetto me lo stavano ancora dando, ho rischiato grosso a girarmi, non è stata una bella idea caro il mio Zradko” si allontana leggermente dalla porta e si acquatta dentro un’insenatura lungo il muro del corridoio.
      “Qui la situazione mi pare un po’ più complicata del previsto” pensa digitando il numero di Hooper sullo schermo apparso sotto il suo bracciale al polso destro “Squilla” lo sente anche da fuori, poco dopo sente che la telefonata è stata staccata e sente provenire dall’ufficio voci sommesse e rumore di passi “beh non male questo incrementatore sonoro, meno male ci ho buttato i soldi degli ultimi due lavori”. Deve agire in fretta i tipi dentro sanno chi è e probabilmente lo aspettano.

      “Al diavolo sapete cosa? Mondo di merda, lavoro di merda, stavolta me la squaglio”. Pensato questo si avvicina piano alla porta lascia i chip senza entrare e se ne va. “Visto che per stavolta me la sono cavata forse per un po’ sarà meglio che sparisca, prima però voglio dire quello che penso ad una persona”.
      Esce dal caseggiato e si dirige verso il Rolling Stone.

Giulio Pieroni

 

3. Progenie Terrestre Pura – oltreLuna

Data di Uscita: 31/05/2017

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      La preghiera era un momento fondamentale per la squadra H2. Provenivano tutti più o meno dallo stesso fazzoletto di terra strappato al deserto che era conosciuto,
      qualche tempo prima, con il nome di Marocco. Il loro canto e la loro spasmodica ricerca, del tutto inutile, della direzione giusta verso cui pregare, stridevano
      assolutamente con l’ambiente in cui al momento lavoravano. Ora il loro paese non era più nelle mappe della storia come gran parte degli stati africani.
      Il gruppo H2 aveva un’importanza cruciale nello sviluppo del progetto. Era la squadra che si occupava dell’implementazione del sistema energetico della stazione orbitante.
      L’ingegnere capo dei lavori, come succedeva spesso, si fermò ad osservare quello che, ai suoi occhi, era un rito affascinante perchè inusuale.

      Certo che è assurdo che continuino a pregare tre volte al giorno. Dovremmo pensare di sostituirli, non è possibile avere queste interruzioni” disse rivolto al capocantiere.
      Sei forse pazzo? Dove trovi manodopera così specializzata a questo basso prezzo e che sia già abituata a lavorare in condizioni di gravità artificiale?” gli rispose lui.

      Il lavoratore che era stato deputato a intonare i canti continuò nel suo salmodiare per un paio di minuti, sucessivamente il piccolo gruppo ripose velocemente le proprie cose
      e si incamminò verso la fonte del rumore, il cantiere vero e proprio dove avrebbero passato, come minimo, le successive 6 ore della loro vita.
      Le macchine non li avevano aspettati, avevano portato dall’hangar i quattro pezzi che servivano per ultimare il reattore.

      Ingegnere ma siamo proprio certi che sia sicuro fare questo tipo di operazione a stazione aperta?” disse il capocantiere
      E quando la vorresti fare? Siamo già in ritardo con la consegna. L’evento che sono riusciti ad organizzare stasera non era procrastinabile ne tantomeno l’assemblaggio che dovremo fare, lavoriamo comunque in piena sicurezza stai tranquillo. A proposito, io vi saluto. Buon lavoro. Scappo di sopra sono stato invitato al concerto e mi hanno riservato un posto a sedere, tornerò tra qualche ora, per quel momento sarete pronti per cominciare la parte del lavoro in cui potrò avere un ruolo operativo”.

      Appena l’ingegnere ebbe finito di dire ciò, il capocantiere lo salutò in maniera sbrigativa e si avviò verso i suoi sottoposti.
      “Signori siete tutti pronti? In queste ore daremo il via al montaggio del reattore C, non vi devo dire nulla visto che sapete già tutto, buon lavoro.
      Mi raccomando solo di una cosa: state attenti. E’ il più importante, quindi il più costoso. Niente cazzate.”

      Ognuno andò alla sua postazione di lavoro. Youssef era quello che si doveva occupare di controllare le manovre fini dell’assemblaggio, era un lavoro duro perchè prevedeva
      sia una conoscenza informatica di alto livello che andare fisicamente a controllare che le giunture dei vari pezzi coincidessero perfettamente.
      Era stato il capocantiere a spingere per avere il controllo manuale di questo tipo di operazioni, in un primo tempo i delegati della Company non avevano visto di buon occhio
      questo cambiamento di programma ma alla fine avevano accettato. Youssef si sedette alla sua postazione; al segnale del capocantiere prese il controllo delle macchine
      attraverso il suo modulo per la realtà aumentata. Da quello poteva essere sicuro che l’allineamento fosse perfetto, grazie alle telecamere montate sui carrelli trasportatori.
      Entrare dentro la macchina non era una cosa semplice, neanche per lui, ma oramai ci aveva fatto l’abitudine.

      Nelle sue orecchie arrivavano i rumori percepiti dai microfoni posti sul robot trasportatore per poter capire eventuali cedimenti strutturali prima che il computer glieli potesse segnalare.
      In breve lui era dentro la macchina. Inizialmente si mosse con circospezione per capire quanto il pavimento potesse reggere, i parametri che gli dava il computer non
      risultavano fuori scala rispetto alle simulazioni quindi potè liberare la sua mano destra dal sistema di comando e cominciò a cercare qualcosa nella tasca laterale dei suoi
      pantaloni da lavoro. Una volta in mano riuscì senza problemi a trovare il punto di raccordo che gli serviva per collegarla al suo terminale.
      Riattaccò subitaneamente la mano destra al sistema di controllo senza che il sistema potesse rendersene conto visto che era riuscito a bypassare il sistema di controllo
      sdoppiando il segnale della mano sinistra senza dimenticarsi di specchiarlo così da sembrare veramente una mano destra.
      Portò a compimento senza problemi di sorta il suo incarico Il capocantiere era molto fiero di lui, aveva fatto tutto quello che gli era stato richiesto per quella sera.
      Si concesse un attimo di pausa prima di andare a vedere ad occhio nudo come era andato a finire il lavoro.
      Si fermò un attimo dal capocantiere “Capo tutto a posto.”
      Il capocantiere guardò le sue mani e vide il gesto impercettibile ad un occhio non allenato che usavano come gesto di intesa.
      Ottimo, vai a controllare fisicamente il tuo lavoro”, disse.
      Nella sua testa però c’era un solo pensiero: “Anders ora tocca a te. Qui noi abbiamo fatto quello che potevamo fare.

Giulio Pieroni

4. At the Drive in – in•ter a•li•a

Data di Uscita: 05/05/2017

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      E’ l’alba. Anja non riesce più stare i piedi, solo l’adrenalina e l’istinto di sopravvivenza l’hanno portata fino a qui.

      Si accascia ai piedi di un albero, immergendosi in una fitta suma. Toccando terra il suo corpo si contorce, quasi automaticamente, in un profondo conato di vomito che non prova nemmeno a trattenere. Distende la schiena lungo il tronco asciugandosi le labbra con una mano. Movimenti lenti, quasi rilassati, per illudersi di avere pace, tregua, calma, tutto ciò che non può permettersi di provare, non lì, non in quel momento. Socchiude gli occhi per un secondo, ben conscia che i demoni sono in agguato e che non può restare ad aspettarli.

      Tira su un pantalone consumato e con il coltello rugginoso del padre si incide la pelle, è l’ennesimo prezzo che si è imposta di pagare. La lama scivola quattro volte sulla sua carne e il sangue vivo le cola sulle converse sdrucite e luride. Stanotte la caccia è andata bene, tre tigri e uno scorpione uccisi a fronte di solo un colpo di pistola, di striscio, alla testa. La rakija nel corpo del cetnico le aveva salvato la vita.

      Come un automa inforca le cuffie del walkman del fratello, Jasmin, che era stato ucciso a Srebrenica davanti a lei e a sua madre. Dentro, l’unica cassetta che era riuscita a portar via da casa, pochi minuti di caos puro di un gruppo americano di cui ignorava il nome e che non le piaceva nemmeno. Hell Paso, c’era scritto sull’etichetta. Ma l’inferno era lì, intorno a lei. Prima dell’assedio, dei caschi blu, delle morti, della fuga tra i boschi fingendosi un ragazzo, era solita sbirciare le prove di suo fratello e il suo gruppo. Si definivano post-hardcore. Adesso le sembrava così ridicolo anche il solo pensiero che qualcuno potesse definirsi pre o post quando in realtà non sarebbe mai stato niente. Non riusciva a ricordarsi nemmeno quanto tempo fosse passato da quella realtà, così lontana e sempre meno vivida, oscurata dagli incubi del quotidiano.

      Questi pensieri la colpivano a cadenza regolare, e come in un rituale si trovava a guardare una foto della sua famiglia. Quello che era. Suo padre e suo fratello uccisi come insetti. Sua madre nel campo rifugiati, stuprata ogni notte, a turno, dai caschi blu o dai cetnici. E lei. Anja. Incapace di resistere una sola notte in quel campo, persa nella suma e disposta a morire in qualsiasi momento ma determinata a uccidere quanti più cetnici possibile. Per apparire più forte si era tagliata i capelli, le poche forme nascoste da ampi abiti rubati a un cadavere. Adesso si faceva chiamare Samir. Una donna qui non ci sarebbe potuta stare. L’avrebbero costretta a tornare al campo. Piuttosto la morte.

      Al di fuori del bosco, poco lontano da lei, improvvisamente, si leva un coro da stadio, in avvicinamento. Serbi. Il coro, marchio distintivo delle Tigri di Arkan. Nemmeno il tempo di pensare che il plotone è già in vista. Un movimento, un respiro, un passo ed è finita. Ripone la foto in tasca, mentre il walkman continua a urlare e si alza voltandosi verso i propri aguzzini. E’ stanca, Anja, è esausta. Che senso avrebbe continuare la fuga quando niente potrà darle pace, mai più?

      Il plotone si ferma. Una dozzina di soldati. La stavano cercando. Un cetnico, probabilmente il più alto in grado, fa segno di circondare l’albero dove lei è ancora appoggiata. Un sorriso mellifluo e al tempo stesso viscido, da lucertola, compare sul volto del paramilitare. Mentre parla, Anja può sentire la sua lingua schioccare, come un rettile. “Bene bene, ragazzo. Adesso la finiremo con queste scorribande nella notte. Mi sei costato ben venti uomini. Se tu non fossi uno sporco balija ti chiederei di diventare uno di noi.” Risate e fischi riecheggiano tra la boscaglia. Segue silenzio, come richiamati all’ordine da un diktat telepatico, i soldati imbracciano i fucili intimando ad Anja di precederli fino ad una radura. Arrivati sul posto, viene avvicinata da un serbo tarchiato e grasso, con il viso butterato e l’espressione da maiale. Disgustoso. Con un coltellaccio le taglia i vestiti, lasciandola nuda. Mentre la spoglia, con l’audacia posseduta solo dai folli, Anja gli chiede se avesse mai assaporato la pelle. Non vi è risposta, e resta lì, emasculata e indifesa, derisa e umiliata da tutto il plotone. Il suo giovane e magrissimo corpo è segnato dagli stenti di una fuga durata mesi, oltre che dai tagli autoinferti e altre ferite. Bianco immacolato, quasi trasparente, da vicino è possibile vedere quell’anima che sta bruciando più di quanto illumini. Alcuni soldati le si avvicinano a turno, toccandola lascivamente altri, invece, le spengono delle sigarette sulla pelle nuda. Il terribile siparietto dura solo pochi minuti ma il tempo sembra fermarsi solo per il gusto di vederla soffrire. Le viene consegnato un badile, mezzo rotto e con il manico scheggiato, intimandole di scavarsi la fossa, estremo riconoscimento per i nemici valorosi. La terra, vista l’estate estremamente secca, è dura e pesante da sollevare e poco dopo le sue mani iniziano a sanguinare.

      “Come ti chiami, ragazza?”

      Un brivido attraversa il corpo lasciandola quasi attonita. Come corrente elettrica, finendo per scaricarsi alla punta del badile. Chi era? Cosa era diventata? Ma soprattutto, era sempre Anja oppure era Samir, seppur evirato della sua pseudo-mascolinità? Non si sentiva affatto resiliente, si sentiva tenace. La tenacità è quella qualità dei materiali di immagazzinare energia fino ad arrivare a rottura, gliel’aveva insegnato suo padre, professore di educazione tecnica a Tuzla. E lei era arrivata al punto di rottura, non avrebbe potuto resistere un altro secondo. Aveva fatto tutto ciò che era possibile, e si sentiva innocente. Innocente. Aveva tradito, rubato, e ucciso. Soprattutto ucciso. Ma sapeva di essere nel giusto. La sua voglia di riscatto era incurabile. La sua voglia di vendetta era incurabile.

      “Anja Mùlijahić, e sono incurabilmente innocente”.

Tommaso Olmastroni

5. Bennett – bennett

Data di Uscita: 16/06/2017

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      Stare insieme. Loro due e basta. Era quella la cosa importante.

      La vecchia Pontiak faceva più rumore del solito ma poteva comunque a dar loro una possibilità di uscita dal loro vecchio mondo. Erano passate ormai quattro ore da quando erano riusciti ad uscire dai periferisci sobborghi di Detroit. Scappare era l’unico modo per poter sopravvivere a questo punto. Se l’erano detto molte volte e finalmente ci stavano riuscendo.
      Il paesaggio cambiava mentre uscivano dalla cintura metropolitana: gli impianti industriali, oramai pericolanti, lasciavano il passo a una campagna incolta, con grandi insediamenti di pannelli fotovoltaici e pale eoliche.
      I siti per la produzione di energia elettrica erano guardati a vista da corpi paramilitari. A Zradko vennero in mente i suoi vecchi lavori. Forse aveva fatto fuori persone che quei militari conoscevano o che addirittura consideravano amici. Non si lasciò distrarre da quei pensieri. Il suo, anzi, il loro obiettivo era chiaro. Guardò per un attimo Yelena che dormiva nel sedile del passeggero. Si sarebbero dovuti fermare a breve per far ricaricare un po’ la batteria della macchina.
      Zradko aveva guidato tutta la notte consumando quasi del tutto l’energia dell’accumulatore e il sistema fotovoltaico non era più così efficiente da consentire loro di proseguire ulteriormente. Identificarono il posto adatto: un piazzale con intorno strutture fatiscenti in vetro, doveva essere un vecchio centro commerciale. Zradko controllò che non ci fossero macchine nel giro di una decina di miglia attivando i suoi sensori. Anche il cielo sembrava libero da scocciatori. Si concesse una piccola pausa e svegliò, con un tocco leggero sui capelli, Yelena. Appena lei aprì gli occhi, lo guardò ancora mezzassonnata e gli sorrise. Si guardò intorno e chiese allarmata cosa stesse succedendo. Lui la tranquillizzò con un sguardo silenzioso appena accennato e disse:

      “Sta andando tutti secondo i piani.”
      “Mi hai spaventata, pensavo fosse successo qualcosa di grave.”

      Prima di ripartire in lontananza scorse qualcosa che attirò subito la sua attenzione, zoomò sulla area e vide che, a circa sei miglia, la polizia aveva piazzato un posto di blocco. Cercando informazioni sulla zona circostante si rese conto che non c’erano ripari sicuri.
      Yelena, riconoscendo il cambio d’espressione sul volto del suo compagno di viaggio, gli chiese cosa stesse succedendo. Zradko le spiegò la situazione in poche parole perchè era intento a captare le comunicazioni della polizia per capire cosa avrebbero dovuto aspettarsi.

      Yelena lo distolse dalle sue ricerche appongiando a sua testa sulla sua spalla:

      “Potrebbe essere la fine della corsa, lo sai vero?”
      “Sì lo so, era troppo bello per essere vero.” concluse Zradko.

      Stava per accendere il motore e dirigersi verso il posto di blocco quando Yelena lo trattenne per un braccio e guardandolo negli occhi gli disse:

      “Comunque vada, grazie di tutto. Stare insieme. È questa la cosa importante.”

Giulio Pieroni

6. Glassjaw – Material Control

Data di Uscita: 1/12/2017

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      Estratto dal documento 9415 del Governo Islandese sulla propagazione di Nuove Religione Sincretiche tramite la Rete:
      La situazione è oramai al collasso, negli ultimi 15 anni si è registrato un aumento dell’800% di spazi virtuali dedicati a nuovi credi religiosi, ed anche alcune confessioni preesistenti hanno affiancato l’usuale funzione con cerimonie svolte su internet. Sono state riscontrate 27 nuove forme di Idolatria della Rete in quanto tale, si passa dai culti più standard, La setta della rinascista virtuale, a culti totalmente nuovi, le due esemplificazioni più lampanti sono le due sette, a quanto pare nate dallo stesso “Santone”, “ GOD is the web” e “GOD is in the web”. I singoli culti verranno spiegati e studiati in un secondo momento. Lo scopo di questo documento è cercare una connessione tra il messaggio e il medium. Nella maggioranza dei casi i luoghi virtuali sono a pagamento per i fedeli che possono rimanere collegati tutto il tempo che vogliono ad assistere e partecipare alle funzioni. Altra categoria sono i culti che permettono al fedele di entrare gratuitamente; il nostro servizio informatico ha però riscontrato che il 82% di questi utilizzino degli script per usare le capacitita di calcolo delle macchine dei fedeli per i loro scopi, che sono tra i più vari. Questa particolare categoria fa molto poco uso di immagini in alta definizione così da non sprecare troppa capacità di calcolo e normalmente vengono classificate nella macrocategoria delle Religioni Psicovirtuali, in certi casi usano immagini e audio per dare sensazioni estatiche come succede con le droghe psichedeliche. I Culti più strutturati non usano nessuna delle due opzioni precendemente descritte ma usano il metodo dell’utente premium e degli acquisti durante la funzione o comprare servizi, confessioni o indulgenze. Per concludere questa parte introduttiva va sottolineato l’aspetto meramente economico: parliamo di utili non quantificabili in maniera chiara ma che si aggirano intorno alle centinaia di miliardi di dollari; inoltre il 74% dei culti sono marchi registrati di cui il 64% da singoli individui, il 15% da culti preesistenti e con sedi anche fisici. Il restante 21% può essere ricondotto alle grandi company che, per differenziare la loro offerta commerciale, hanno cominciato ad assumere esperti del settore, teologi studioso di marketing, antropologi e così via, così da poter da un lato creare dei culti specificatamente usati per aumentare la fedeltà nei propri dipendenti o per convincere dipendenti di altre aziende a unirsi a loro.

Giulio Pieroni

7. Chelsea Wolfe – Hiss Spun

Data di Uscita: 22/09/2017

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      C. aveva costruito la propria casa nel ventre di un vulcano, tutti lo sapevano spento e morto da tempi immemorabili ma lei conosceva i segreti della Terra e lo sentiva, la notte, borbottare tra sé e sé come una pentola portata al bollore. Il paesaggio attorno era lunare, terra nera e arsa sotto cieli perennemente in bilico tra un azzurro pallido e un grigio inappellabile. Una parte di mondo privata di tinte calde.

      C. viveva in queste stanze scavate nella roccia come caverne primitive, o forse si era da sempre presa gioco della gente e aveva mobili Ikea come tutti, ma scommetto di no. Incedeva con passo deciso, muoveva le mani con dimestichezza, impastava la materia e costruiva il suo mondo accanto al nostro, a distanza di sicurezza. Si alzava al mattino quando il sole era ancora coricato sotto le coperte delle montagne, s’infilava una tunica di seta nera e, sbucando fuori dal suo nido, s’incamminava per raggiungere la vetta più vicina. Vista da valle, con le prime luci di un’alba biancastra che rischiaravano lo sfondo di quel profilo frastagliato avverso e scurissimo, la sua sagoma fluida sembrava un velo che svolazzava leggiadro su di un tessuto compatto e solido, dello stesso colore piceo. Compieva un rituale sistematico per la meditazione, di rito per una spiritualità lontana dalle dottrine comuni e diffuse ma qualcosa di più personale e intimo, una pratica parente allo yoga ma molto corporea, con dei risvolti addirittura seducenti – dico io.

      Si era ferita ripetutamente con i rovi che le crescevano attorcigliati al cuore, li tagliava per farsi spazio e far pace con l’emotività, loro ricrescevano caparbi finché lei non decise di divellerli con tanto di radici, e mettersi a nudo, cicatrici incluse. Il muscolo palpitante che aveva in petto si gonfiò tutto di libertà nuova, e sobbalzò avanti e indietro come un grosso pesce vivo dimenantesi sul banco marmoreo del mercato ittico. C. non vendette il suo cuore a nessuno, però; provò a regalarlo ed andò male, tant’è che cominciò a fidarsi soltanto della Natura e delle sue leggi primordiali ma cristalline. Non nascose le sconfitte ma riuscì ad accettarle, finché arrivò a spogliarsi di ogni orpello e tentennamento residuo alle pendici del vulcano.

      Ora, troppe congetture si sono fatte sul suo conto, spesso condite di malizia e sospettosa superstizione, come accade spesso dinnanzi alle cose per cui si prova soggezione e anche un poco di timore reverenziale. C. non badava a questo fastidioso ronzio di fondo, dopo tutto quello che aveva vissuto il chiacchiericcio era poco più di merda accidentalmente pestata a terra; dopo tutto, gongolava in questo singolare isolamento e la solitudine era la dimensione ideale.

      Il vulcano appariva silente, come lei che centellinava le parole quando si confrontava verbalmente con altre persone; si sentiva abbracciata e compresa in quella pancia di lava solidificata, il fuoco non ancora sopito del cratere era lo stesso che le ardeva sottopelle e la trasformava da folletto introverso a voce di tempesta. Il suo canto non era mai stato così libero e tonante, soffiava lapilli sulle creste dei monti aridi, riempiva i polmoni e tutto d’un tratto prorompeva cupo e sferzante. Raccoglieva le forze dalle crepe della Terra, dagli anfratti cavernosi, dalla sicurezza acquisita con l’esperienza e la consapevolezza, e la trasformava in melodia. Non una melodia carezzevole, come i più sono abituati a immaginare, ma qualcosa di potente, che schiaffeggiava guance e anima. Anche il vulcano aveva ripreso a ruggire, e la commistione delle due voci creava musiche solenni e assolute, dai tratti doom e metal, cariche di tensione emotiva. Quando la violenza si smorzava, C. si trasformava in creatura eterea e il suo canto diveniva soffuso, delicato, quasi folk, sempre ovviamente sporcato di cenere e all’oscuro di qualche antro recondito tra una piega e l’altra della roccia.

      Chiunque abbia tentato, nel tempo, di sradicarla, o anche soltanto di avvicinarsi a lei, ha trovato diffidenza e repulsione; dal canto mio, mi è sempre bastato osservarla da lontano nel suo peregrinare mattutino, soave come uno stormo danzante. Una piccola forma nera fluttuante su altre forme nere, enormi e spigolose, in controluce; parte organica della Terra stessa e voci in simbiosi. Null’altro.

 

Federica Giaccani

8. Grift – Arvet

Data di Uscita: 8/09/2017

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      Il villaggio era dietro la collina, il sentiero da lei battuto centinaia di volte era l’unico modo per riuscire a tornare a casa. Le stelle in quella notte coperta non potevano esserle d’aiuto. Il passo era incerto perché aggravato dal peso della sua attrezzatura. Sul suo volto apparve un sorriso: stava ripensando all’azione del giorno ormai finito, era andato tutto bene, il compito che le era stato affidato non era certamente difficile né fondamentale per la sopravvivenza della sua piccola comunità, ma poteva dirsi comunque contenta. La soddisfazione derivava dall’aver portato a termine le calibrazioni di routine degli allacciamenti clandestini al più vicino pilone della corrente. I test effettuati non avevano segnalato anomalie né tracciamenti dello switcher. Fermandosi un attimo per bere, si rese conto di rumori provenienti oltre le sue spalle: accese subito il sensore di calore che aveva incorporato nei suoi occhiali e si accorse di avere compagnia.
      Le immagini che riceveva erano di figure umane distanti da lei non più di 100 metri. L’addestramento fornitole dalla Comunità la spinse a cambiare strada. Svoltò sulla sinistra e si nascose dietro a dei massi nella speranza, poco realizzabile, che i suoi inseguitori non disponessero della sua stessa tecnologia. Non fu una scelta fortunata: le tre figure si stavano dirigendo verso di lei, controllò una seconda volta nelle vicinanze non trovò nessun altro segnale termico. A questo punto non le rimaneva che cercare di seminarli. Guardò velocemente la carica residua delle batterie applicate alla sua giacca a vento. Avrebbe potuto utilizzare la schermatura solo per 5 minuti, ma non sarebbero stati sufficienti per permetterle di arrivare protetta alla base e se anche fossero stati sufficienti, non sarebbe stata comunque una buona idea; il rischio di lasciare tracce era troppo alto, avrebbe condotto i suoi inseguitori al villaggio.
      Cominciò a correre verso il torrente che sapeva snodarsi ad ovest, non lontano da lei. I sensori indicavano che anche i suoi inseguitori avevano aumentato il passo, perciò la distanza tra loro non aumentava. Gettò l’esca a calore sopra un albero, accese la schermatura e si buttò nelle acque gelide. Si mise a nuotare in direzione opposta al villaggio avendo un’idea ben precisa di dove potesse uscire dal fiume. Spense la schermatura ed osservò cosa succedeva intorno all’esca. I militari, ripresi dalla telecamera piazzata sull’esca, si erano fermati nei pressi della fonte di calore. Dopo essersi resi conto di essere caduti in trappola, avevano cominciato a cercare nei dintorni. Il filmato si concludeva lì.
      Uscita dall’acqua nascose il suo zaino sotto a una delle finte rocce disseminate nella foresta, accese un fuoco ed entrò dentro il vecchio capanno della guardia forestale, aprì la botola e si avviò nel cunicolo che l’avrebbe condotta verso una zona sicura.

Giulio Pieroni

9. Shizune – Cheat Death, Live Dead!

Data di Uscita: 19/02/2017

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      Si svegliò in maniera del tutto inusuale, non per uno stimolo del suo impianto sul tronco encefalico ma da un agente eterno dal fatto che dall’esterno provenissero dei rumori, poco dopo si rese conto che dall’esterno proveniva anche della luce, da quella che si era dimenticato che fosse un finestra. Dopo un tempo per lui indefinito si riscosse del tutto dal torpore e decise di andare ad indagare del perché del malfunzionamento del suo sistema “Antinteract 909”. Il suo impianto nel polso per il controllo remoto non dava segni di vita, non lo reputò una cosa importante succedeva spesso che si scollegasse dalla rete wireless della casa anche perché, non proprio in maniera intelligente era stato installato nel braccio che Amir teneva sempre sotto la testa, motivo per cui il sangue defluiva in maniera minore andando a ledere il corretto funzionamento dell’impianto. Perciò si alzò dal letto in direzione della centralina dell’Interact scavalcando con una certa difficoltà il sistema, anch’esso spento, di dattilografia intelligente. Arrivato alla centralina si rese conto che era completamente morto qualsiasi tipo di segnale, provò un reset, tutto inutile. La sua “casa intelligente” era completamente offline. questo generò in lui un mix di sentimenti abbastanza inusuale: un senso di smarrimento per quella condizione di nudità dall’esterno e curiosità nel poter rivedere; anche se contro al sua volontà, quello che lo circondava. Si avvicinò alla grande finestra situata dal lato destro del letto e si rese conto che la città era sempre la solita.

Giulio Pieroni

10. Perturbator – New Model

Data di Uscita: 5/09/2017

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      La musica proveniva da sottoterra, il gruppo di colletti bianchi che quella sera passarono per quel quartiere con il loro taser in mano poterono sentire rumori del tutto inconsueti per loro.
      “Ehi ma qui sotto stanno producendo qualcosa?”
      “Zitto e non pensarci, sbrigati bisogna arrivare il prima possibile alla metro”
      “No mi sbaglio sembra proprio musica, perchè non diamo un’occhiata?”
      “Ma sei impazzito? Vieni via”
      “Voi andate io vi raggiungo”.
      Gli altri guardarono il più giovane del gruppo come si guarda qualcuno che sta per fare un errore madornale, si girarono ed andarono via lasciandolo lì. Il giovane rimase come imbambolato da quei suoni, sembravano provenire da qualche esoscheletro in movimento ma sopra di essi c’era qualcos’altro sembrava quasi un pianoforte ma quasi come fosse distorto. Cercò di capire da dove provenisse quella musica. Intorno non si vedeva anima viva.
      “Ehi ti sei perso?”, sentì una voce femminile che proveniva dalle sue spalle.
      Si voltò e vide una testa che spuntava da quello che pensava fosse un tombino,
      “in realtà no, mi sono fermato perchè ho sentito questa musica, sai da dove proviene?”
      “certo, da qui sotto”
      “potrei venire a sentire?”
      “sei sicuro? Non sembri il tipo adatto ad un posto come questo?”
      Il ragazzo aveva già preso la sua decisione si stava già avvicinando alla botola “ogni tanto fa bene cambiare le proprie abitudini non trovi?”
      La ragazza gli fece spazio, lo fece passare e richiuse la botola alle sue spalle.

Giulio Pieroni

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