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Top Ten 2017 – Federica Giaccani

1. Arca- Arca

Data di Uscita – 7/04/2017

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      Sento levarsi il canto non appena, barcollante e incerta, cammino fuori dai sogni nervosi che hanno seguito il moto del ventilatore a tre pale montato da un uomo che aveva la tendenza a fare lunghi sospiri interrotti.

      Credo che il canto venga da un forno confinante con il soppalco in cui dormo. Il mio letto occupa tutto lo spazio. È un canto distante che potrebbe essere solo il rumore del tram e dei miagolii dei gatti randagi, e dei lamenti di qualcuno nell’edificio, lamenti o pianti, oppure urla di piacere mescolati insieme. Sono sicura, però, che sia un canto e l’idea di ascoltarlo tutte le mattine, fa in modo che il mio sonno si riduca, ulteriormente, a un segmento spezzato, fatto di sabbia nel letto, pareti di lenzuola troppo calde, territori inesplorati glaciali, buio pesto, profondo come le cavità del corpo, e leggermente rossastro come l’interno di un bordello immaginato. Nonostante la luce si riduca poco a poco, anche con l’arrivo dell’alba, mi sembra di vedere la trasparenza della pelle dall’interno, come se fossi un essere piccolo e bollente, insinuatosi sotto la mia stessa epidermide, penetrato da un foro qualunque, da un orecchio forse insieme a quel canto, e potessi vedere quel che accade sotto gli occhi come finissime lenzuola, come se potessi vedere quel che accade quando scende una lacrima e non scivola via.

      Se riesco a trovare le mani, perse da qualche parte sotto le lenzuola, porto il cuscino sopra la testa, perché il canto si avvicina, prego il soffitto di trattenerlo ancora un po’, prego il lucernario di farsi porta blindata perché non gli lasci invadere la stanza. Le mie preghiere hanno forma di un canto che potrebbe essere solo il rumore del tram e dei miagolii dei gatti randagi, e dei lamenti di qualcuno nell’edificio, lamenti o pianti, oppure urla di piacere mescolati insieme. Le lascio entrare dal lucernario aperto, spazzano via la sabbia della notte, cantano di quando la pelle si era fatta lenzuolo, trasparente, gonfia di aria, ed era volata via, dal lucernario aperto, come se seguisse il ritmo di un canto che sento non appena, barcollante e incerta, cammino fuori dai sogni nervosi che hanno seguito il moto del ventilatore, quello che aveva montato una volta quell’uomo, che mi aveva fatto piangere col suo canto.

      firenze 2009

Giorgia Melillo

2. Alessandro Cortini – Avanti

Data di Uscita: 6/10/2017

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      Ero immobile a fumarmi una sigaretta nel cucinino, la finestra socchiusa per non far impregnare l’aria di casa di nicotina e catrame, le goccioline di condensa all’interno del vetro e un radiatore in ghisa acceso prima del tempo nell’incasso sottostante. Sentivo freddo, tremavo, le gambe faticavano parecchio a sorreggermi nonostante fossi anche appoggiato al vetro, per ripartire i carichi. Il termometro poco dopo disse che avevo la febbre, 38,3°C per la precisione, e siccome sono sempre stato un matto decisi di uscire a fare due passi. Indossai il cappotto al contrario, come l’avevo lasciato la sera prima per la fretta di buttarmi sul divano e recuperare episodi della serie che stavo seguendo; dicevo, me lo infilai a rovescio, se non altro la lana a scacchi mi scaldava di più tenuta addosso, e poco importava del woolmark che campeggiava tra le mie scapole, con quella nebbia avrei incrociato pochi stupidi come me, e basta.
      Ero tornato a vivere a Bologna da pochi mesi, giusto il tempo per sentirmi sia di nuovo a casa sia impacciato nel rientrare nell’equilibrio felsineo; quando percorrevo le strette vie del centro la vertigine dei deja-vu mi dava alla testa, tra le lezioni universitarie e amori al sapore di vino e tabacco sfogati negli androni di palazzi a caso. Andavo spesso in confusione e mi facevo tenerezza.
      Vagavo al riparo dei portici come un cane randagio, le giornate si stavano accorciando e la luce giallognola dei lampioni gettava riflettori annacquati sui passi della gente: gli studenti che si accordavano per preparare gli esami e per le serate a tema dai risvolti alcolici e lascivi, i lavoratori stanchi e frettolosi, gli spacciatori guardinghi, i bambini instancabili dalle facce ilari. Ero stato uno di loro, un bimbo, un universitario, un operaio, un pusher imbranato, eppure non riuscivo a riconoscermi in nessuno di loro. I famosi gradi di separazione, che si erano trasformati in distanze siderali congelando l’empatia.
      Riflettevo e inciampavo in continue digressioni che mi facevano perdere il filo, come se non fosse già complicato reinventarsi e ricominciare daccapo; gettavo in avanti la linea del tempo ma lei si burlava di me, spesso faceva impertinenti piroette e mi spiazzava coi dietrofront. La nostalgia mi chiudeva la gola con un grosso nodo, e questi tramonti del cazzo dietro alberi semispogli stringevano il cappio, eppure dovevo scioglierlo, per tornare a vivere.
      Avevo fatto una chiacchierata con Alessandro poco prima, mi raccontò di aver ritrovato vecchi nastri e VHS della sua infanzia che lo fecero ripiombare di colpo tra le braccia della famiglia, tra le mura di casa, a giocare con gli animali e a rotolarsi nella neve. Me ne parlava con dolcezza, con quella malinconia serena che traccia sul volto un sorriso velato e infonde la forza per proseguire attraverso i giorni. Un soffice abbraccio, un deciso incoraggiamento.
      Da quel momento presi a pensare a quanto conta la memoria nella vita, a quanto le immagini e i timbri vocali si innestano nei ricordi come grossi gradoni in pietra sui quali poter tornare a ripercorrere il proprio cammino ogni volta. Restano lì, immobili e imponenti, inamovibili, come le certezze. Ti dicono dove mettere i piedi per non perdere l’equilibrio. Pensai a quanto guardare indietro potesse servire a prendere la rincorsa per saltare dal trampolino dell’andare avanti, anziché piangersi addosso.
      Iniziare, come atto di coraggio
      Perdonare, come forma di amore
      Aspettare, come crescita consapevole
      Nonfare, come scelta attiva e non passiva
      Vincere, come meta di fatica e tenacia
      Perdere, come possibilità da accettare
      Finire, come riappacificazione col tempo
      Una musica lieve e intensa, vibrazioni sonore come brividi emotivi, imperfezioni volute perché proprio lì risiedeva il segreto: nelle sbavature, nelle irregolarità, nel genuino accostarsi agli altri e comporre un incastro che spesso sembrava non risolversi mai del tutto ma che, a dispetto di timori e insicurezze, in qualche modo funzionava. I climax, le volute, i passi sporchi sulla neve appena caduta, un sintetizzatore che cristallizzava la reminiscenza e le melodie che soffiavano sul ghiaccio rimasto sulle piante.
      Dalle parti dei Giardini Margherita c’era una strada che piegava a gomito uguale a tante altre, le auto parcheggiate ordinate in fila, i cancelli in ferro, i cortili seminascosti e una fermata del bus. Non fui sorpreso di essere approdato da quelle parti nel mio peregrinare nebbioso e solitario. Mi acquattai dietro un muretto di recinzione, quell’odore di alloro me lo ricordavo incollato agli abiti di lavoro di mio nonno. La sagoma di mio padre era seduta in poltrona dietro la tenda, era l’ora dedicata alla lettura del giornale; mi sembrava di sentire la sua voce commentare le notizie, e quella di mia madre partire in un controcanto di osservazioni dalla cucina, il profumo del brodo, mio fratello che chiedeva attenzioni mentre giocava sul tappeto e io che facevo i compiti per la scuola.
      Era forse il flashback più violento, ma mi stordì di calore.

 

Federica Giaccani

3. Chelsea Wolfe – Hiss Spun

Data di Uscita: 22/09/2017

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      C. aveva costruito la propria casa nel ventre di un vulcano, tutti lo sapevano spento e morto da tempi immemorabili ma lei conosceva i segreti della Terra e lo sentiva, la notte, borbottare tra sé e sé come una pentola portata al bollore. Il paesaggio attorno era lunare, terra nera e arsa sotto cieli perennemente in bilico tra un azzurro pallido e un grigio inappellabile. Una parte di mondo privata di tinte calde.

      C. viveva in queste stanze scavate nella roccia come caverne primitive, o forse si era da sempre presa gioco della gente e aveva mobili Ikea come tutti, ma scommetto di no. Incedeva con passo deciso, muoveva le mani con dimestichezza, impastava la materia e costruiva il suo mondo accanto al nostro, a distanza di sicurezza. Si alzava al mattino quando il sole era ancora coricato sotto le coperte delle montagne, s’infilava una tunica di seta nera e, sbucando fuori dal suo nido, s’incamminava per raggiungere la vetta più vicina. Vista da valle, con le prime luci di un’alba biancastra che rischiaravano lo sfondo di quel profilo frastagliato avverso e scurissimo, la sua sagoma fluida sembrava un velo che svolazzava leggiadro su di un tessuto compatto e solido, dello stesso colore piceo. Compieva un rituale sistematico per la meditazione, di rito per una spiritualità lontana dalle dottrine comuni e diffuse ma qualcosa di più personale e intimo, una pratica parente allo yoga ma molto corporea, con dei risvolti addirittura seducenti – dico io.

      Si era ferita ripetutamente con i rovi che le crescevano attorcigliati al cuore, li tagliava per farsi spazio e far pace con l’emotività, loro ricrescevano caparbi finché lei non decise di divellerli con tanto di radici, e mettersi a nudo, cicatrici incluse. Il muscolo palpitante che aveva in petto si gonfiò tutto di libertà nuova, e sobbalzò avanti e indietro come un grosso pesce vivo dimenantesi sul banco marmoreo del mercato ittico. C. non vendette il suo cuore a nessuno, però; provò a regalarlo ed andò male, tant’è che cominciò a fidarsi soltanto della Natura e delle sue leggi primordiali ma cristalline. Non nascose le sconfitte ma riuscì ad accettarle, finché arrivò a spogliarsi di ogni orpello e tentennamento residuo alle pendici del vulcano.

      Ora, troppe congetture si sono fatte sul suo conto, spesso condite di malizia e sospettosa superstizione, come accade spesso dinnanzi alle cose per cui si prova soggezione e anche un poco di timore reverenziale. C. non badava a questo fastidioso ronzio di fondo, dopo tutto quello che aveva vissuto il chiacchiericcio era poco più di merda accidentalmente pestata a terra; dopo tutto, gongolava in questo singolare isolamento e la solitudine era la dimensione ideale.

      Il vulcano appariva silente, come lei che centellinava le parole quando si confrontava verbalmente con altre persone; si sentiva abbracciata e compresa in quella pancia di lava solidificata, il fuoco non ancora sopito del cratere era lo stesso che le ardeva sottopelle e la trasformava da folletto introverso a voce di tempesta. Il suo canto non era mai stato così libero e tonante, soffiava lapilli sulle creste dei monti aridi, riempiva i polmoni e tutto d’un tratto prorompeva cupo e sferzante. Raccoglieva le forze dalle crepe della Terra, dagli anfratti cavernosi, dalla sicurezza acquisita con l’esperienza e la consapevolezza, e la trasformava in melodia. Non una melodia carezzevole, come i più sono abituati a immaginare, ma qualcosa di potente, che schiaffeggiava guance e anima. Anche il vulcano aveva ripreso a ruggire, e la commistione delle due voci creava musiche solenni e assolute, dai tratti doom e metal, cariche di tensione emotiva. Quando la violenza si smorzava, C. si trasformava in creatura eterea e il suo canto diveniva soffuso, delicato, quasi folk, sempre ovviamente sporcato di cenere e all’oscuro di qualche antro recondito tra una piega e l’altra della roccia.

      Chiunque abbia tentato, nel tempo, di sradicarla, o anche soltanto di avvicinarsi a lei, ha trovato diffidenza e repulsione; dal canto mio, mi è sempre bastato osservarla da lontano nel suo peregrinare mattutino, soave come uno stormo danzante. Una piccola forma nera fluttuante su altre forme nere, enormi e spigolose, in controluce; parte organica della Terra stessa e voci in simbiosi. Null’altro.

 

Federica Giaccani

4. Sampha – Process

Data di Uscita: 03/02/2017

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      Salivo tutti i giorni al capolinea della rossa alla stessa ora, trenta minuti buoni di viaggio fino a due fermate prima del capolinea opposto, di corsa al livello inferiore per intercettare la coincidenza con la linea turchese, di cui mi servivano quattro fermate. Poi riemergevo in strada, trafelato, con la sciarpa che svolazzava spinta qua e là dall’aria troppo calda che usciva dalle bocchette, attenzione a non assestare gomitate, qualche centesimo nel cappello del musicista di strada di turno – e mi auguravo che capitasse spesso quel ragazzone alto col contrabbasso ché mi sembrava più bravo e genuino degli altri. La strada fremeva di autobus, taxi e persone, non c’è giorno che ho percorso quel tracciato in cui non mi sia sentito circondato da una cornice caotica di frenesia, ma i miei automatismi non conoscevano intralci, e mi muovevo come una lesta pedina nella scacchiera del quartiere. Pad thai da asporto e tè verde, abitudini rassicuranti come il saluto della ragazza italiana alla cassa del baracchino, e gli odori. Perché non c’è memoria più onesta di quella degli odori, del cibo che ho mangiato in quei mesi in piedi mentre le mie scarpe si affannavano per la città, seduto alla metro tra la linea rossa e la turchese, seduto nella panca a ridosso della vetrata in sala d’aspetto, seduto ai piedi del letto di mia madre. L’odore di bitume e asfalto del cantiere infinito sotto casa, l’odore speziato delle cucine dell’estrema periferia est in cui lavoravo come fattorino, l’odore della pioggia che non si scollava mai dalle pareti in mattoncini delle case, nemmeno nelle giornate di sole, l’odore di birra che era un tutt’uno con quello del legno nei pub, l’odore del profumo di mia madre, che non mancava mai di spruzzarsi all’interno dei polsi e nell’incavo destro tra il mento e il collo, anche nei lunghissimi ricoveri disperati.
      Quando mi accostavo al pianoforte il petto si stringeva di senso di colpa per trasgredire ai miei doveri disegnati su di un percorso rosso che diventava turchese e poi grigio di asfalto e smog fino al linoleum color crema dell’ospedale, ma quel bianco e nero dei tasti era la via di fuga, la carezza di una ragazza che non avevo, il nonno che mi rimboccava le coperte da bambino. Era la sera e quando potevo chiudere a chiave il ripostiglio dei compiti da assolvere si spalancava il soggiorno, come un libro grande e aperto all’improvviso, come la città fuori dalle finestre, luccicante e mai ferma, come la libertà, e cominciavo a suonare.
      In quel periodo lo smog creava artificiali aurore boreali metropolitane, e il cielo di notte era da apocalisse, mai completamente buio e avvolto in una coltre giallognola; con dei colori assurdi come quelli era inevitabile credere nei miracoli.
      Il rosso, il turchese e il crema – dicevo, e poi il bianco e nero del pianoforte, e le striature incredibili di un inquinato cielo di città, la notte. Avevo tutti i colori in mano per ribaltare la prospettiva, malgrado i giorni che si sgretolavano nell’attesa di un triste finale ineluttabile, fatto di marmo e mazzetti di fiori mesti a far compagnia a un corpo che un tempo era persona. Quel giorno arrivò, ne giunsero altri e la palette di colori primari che scandiva le mie abitudini lasciò il passo a dei ritmi più blandi, e a una collinetta col prato sempre curato e verdissimo che si sollevava morbida a fianco della città, silenziosa, riappacificante. La sera continuavo a suonare, a cantare, a raccontare me stesso, e presi a farlo anche in piccoli posticini dove ti portavano da bere in miniature di cristallo, tra tappeti scuri e tavolini stretti. Era molto bello, tutto, finalmente.

      Stamattina ho comprato questo cappotto cammello, è lungo e appariscente e amo lasciarlo aperto davanti, tutto sbottonato, per avere una falcata decisa e rispettabile, ché dopo essere stati azzoppati dai tiri mancini della vita non solo si cammina di nuovo ma lo si fa anche bene. Maria, con la quale mi vedo da un mese appena, mi dice che con quello addosso sono il solito afroamericano del cazzo che ama mettersi in mostra con vestiti ridicoli, ma io le rispondo che poteva andare peggio, che in trent’anni non mi sono mai fatto le treccine e che la roba da fricchettoni mi fa cagare, che poteva andare peggio, che non avrei mai imparato ad avere dimestichezza coi colori e coraggio per raccontare di me, che poteva andare peggio, in ogni caso, comunque.

Federica Giaccani

5. Slowdive – Slowdive

Data di Uscita: 5/05/2017

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      La macchina sterza a sinistra come pilotata da una mano invisibile, quella della memoria. La pianura tutt’intorno, alberi villette e campi coltivati così simili tra loro – eppure ancora con una propria identità riconoscibile, il vetro delle pensiline delle fermate del bus verso la spiaggia, ora deserte sotto il sole di mezzogiorno. L’estate è sopraggiunta fuori stagione, il sudore ha disegnato degli aloni deformi nelle ascelle della mia camicia, ma la riunione si è conclusa prima e il vento caldo che entra e esce dall’auto attraverso i finestrini abbassati potrebbe, forse, asciugare le chiazze e proteggermi dall’imbarazzo prima che possa incrociare anima viva.

      Il chiosco sulla spiaggia è piantato nella sabbia come un totem, anch’esso è rimasto lì, immobile e in bilico tra reale e immaginario come un miraggio, quando usavamo arrivarci logorati dalla sete e dall’indolenza. Lo squalo in legno è ancora appeso sopra l’ingresso, di fianco campeggiano le immagini dei gelati della Sammontana, disposti su un alluminio ora sbiadito, i cui nomi sicuramente sono stati dimenticati dai più. Il libeccio agita le onde alcuni metri più in là e incrosta i miei occhiali di sabbia e salsedine, li pulisco alla meglio col lembo della camicia mentre, impacciato, mi arrampico su uno sgabello: che diavolo sono venuto a fare, dopotutto? Si scorge lontano un miglio il mio essere fuori posto.

      Saranno passati vent’anni, ho perso il conto, e nonostante quel posto stia facendo di tutto per accogliermi e illudermi che il tempo si sia cristallizzato, immutato com’è da allora, mi sento terribilmente vecchio. L’uomo al bancone sistema i bicchieri e si accende una sigaretta, siamo io e lui che ci studiamo a vicenda senza parlare; attorno le voci dei gabbiani che si rincorrono in cielo, lo sciabordio delle onde, Lucio Battisti che canta dalle casse dello stereo. Finito il disco, entra a gamba tesa un arpeggio familiare, a tradimento; la saliva mi va di traverso e l’uomo se ne accorge. Dopotutto se lo sarebbe aspettato, Silvano, mi conosceva troppo bene quella volta e certe cose non cambiano mai, anzi.

      Con Silvano il tempo non era stato magnanimo, i lunghi capelli erano ricordo lontano e le stempiature attuali somigliano a profonde insenature, quasi dei fiordi. Mi sorride per togliermi dall’impaccio, quello sguardo complice ché ha identificato subito me e i miei modi imbranati.

      Certe cose non cambiano mai, anzi.

      Mi appoggia la mano sulla spalla, un tocco caldo e appiccicoso, gli Slowdive gettano una nuova marea di riverberi che scivolano e accarezzano il baracchino e le nostre braccia. Gli Slowdive.

      C’è ancora quella foto nella bacheca, tu che ridi tornando a riva da un bagno notturno, i tuoi capelli mossi e decolorati sembrano ancora più bianchi sotto l’effetto del flash e illuminano l’immagine; abbracci il caschetto rosso fuoco di Stefania, la tua migliore amica. Ricordo quella maglietta, era il simbolo di quell’estate, la maglietta di un gruppo musicale sbocciato allora e scomparso presto, un amore folle e brevissimo, come usavi fare tu che saltellavi da un’ossessione all’altra e perdevi la testa per tutto. “Che c’è di male a innamorarsi facilmente? Tu ascolti solo gli Slowdive e ti perdi il resto della musica, sei noioso. Ecco” – io rimanevo ammutolito e un poco offeso, tu mi baciavi e mi dicevi “però mi piaci lo stesso.”

      Quella foto in mezzo ad altri scatti che raccontano la storia di un posto, di generazioni che si sovrappongono tra una birra e l’altra, tra le canzoni, tra le estati e i tuffi improvvisati, tra le solitudini radicate come la mia, da sempre incapace ad abbassare le difese se non con me stesso o con il disco giusto.

      Silvano stappa una doppio malto e ne versa per entrambi, abbiamo parecchio da raccontarci e il fiato forse non basta. Tu chissà in che parte di mondo ti sei collocata, alla fine. È un album nuovo questo che scorre tra le nostre parole, tocca le corde della nostalgia eppure schiva le lacrime; voci ben definite, pezzi che sanno di ieri e di quel profumo di cui avevo intrisa la pelle, ma anche di oggi e di fresco, dopotutto. Come quelle favole che abbiamo sempre amato farcele raccontare, e non ci deludono mai nemmeno cambiando dettagli ché i personaggi e le atmosfere sono ormai nostri e addirittura ci somigliano un po’, ci fanno compagnia per acquetarci e farci prendere sonno con serenità, per restituirci in mano la bussola, per metterci davanti i giusti orizzonti.

      Silvano strappa via la fotografia dalla bacheca e me la porge – “Questa è tua, ti appartiene.”

      La infilo nel portafogli in mezzo a vecchi scontrini e alle banconote, me la ritroverò tra le mani ogni volta che dovrò pagare qualcosa, ché i vecchi amori non si dissolvono mai del tutto: magari riaffiorano incastrati tra le trame di un disco, o in una tenera istantanea a bassa risoluzione, in un posto qualunque tra le dune di sabbia.

 

Federica Giaccani

6. Lana del Rey – Lust for Life

Data di Uscita: 21/07/2017

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      Il lavoro all’ufficio Oggetti smarriti le piaceva. Quel posto le era sempre sembrato un crocevia di micro-storie personali. Molti degli oggetti lì dentro erano frammenti di vita quotidiana, abbandonati durante una corsa per non perdere il treno, o semplicemente liquidati sovrappensiero su una panchina o su un sedile. Si trattava di ombrelli, cellulari, guanti sciarpe berretti, orecchini spaiati. Di altri invece, si immaginava storie più intriganti e si chiedeva spesso se fossero davvero smarriti o se il loro trovarsi lì non fosse un evento accidentale ma un dettaglio cruciale per la trama. Libri senza niente che indicasse una lettura messa in pausa. Regali senza biglietto o dedica non ancora scartati. Fedi nuziali. Una volta gliene portarono due insieme: erano state trovate contemporaneamente allo stesso binario. Le date incise all’interno si passavano un paio d’anni. Si immaginò una fuga d’amore che prendeva origine da un colpo di fulmine scintillato a ciel sereno sul regionale delle sei e quattordici. Quella sera portarono dentro un diario. Aveva una copertina bianca rigida. Nell’angolo in basso a destra quattro lettere in stampatello. Lana. La L era stata tracciata con un solo tratto, probabilmente partendo dall’alto, formando poi un occhiello e quindi cambiando direzione per concludere con una coda sinuosa. Tra la copertina e la prima pagina c’era un’istantanea. Una ragazza sorridente vestita di bianco, i capelli castani adornati di fiori che cadevano mossi lungo il collo e che poi scendevano fino al seno, di fronte ad un vecchio pick up verde acqua un po’ ingrigito. Lo catalogò annotando l’ora a cui era arrivato in ufficio ed il luogo dove era stato trovato. Otto e trentadue. Sala d’aspetto. Tra le otto e le nove di sera, cinque erano i treni che sarebbero partiti e che avrebbero viaggiato tutta la notte per ritrovarsi all’alba di fronte a tutt’altri orizzonti. Nelle settimane che seguirono, si ritrovò più volte a pensare su dove potesse essere Lana in quel momento, a chissà quale evento, banale o sorprendete, stesse vivendo che non sarebbe stato annotato tra quelle pagine. E poi cercava di immaginarsi quali racconti contenesse, quali pensieri, quali fantasie, quali confessioni, quali sfoghi. Resoconti di amori passionali. Maledizioni voodoo. Paure e insicurezze. Nonostante la curiosità, non cedette mai alla tentazione di aprirlo e leggerlo. Un po’ perché non voleva essere invadente. Un po’ perché le piaceva crogiolarsi nelle infinite possibilità ispirate da quegli occhi che guardavano dritti in camera.

      Era un pomeriggio di luglio quando la vide entrare evitando agilmente un uomo che usciva a passo spedito dall’ufficio, decisamente sollevato per aver ritrovato la propria fede. Si tolse gli occhiali da sole e chiese se avessero trovato un diario. Non se lo sapeva spiegare, ma si sentiva più emozionata di quanto ritenesse di doverlo essere per un evento del genere. D’altronde era il suo lavoro. Forse era lo stupore: tra tutti i possibili scenari che aveva immaginato e sviscerato, stranamente mancava quello di ritrovarsela di fronte per reclamare ciò che le apparteneva. Interi capitoli della propria vita. Lo ritrovò senza alcun indugio mentre poteva sentire, sulla propria schiena, lo sguardo di Lana che la seguiva. Prima di ritornare da lei, il protocollo prevedeva che le chiedesse qualche dettaglio per assicurarsi che fosse proprio il suo. Invece, senza dire una parola, lo appoggiò sul bancone che le divideva. Lana non lo guardò nemmeno. La fissò dritta negli occhi per alcuni lunghi secondi. Quindi la ringraziò ma disse che quel diario non era il suo. Prima di voltarsi ed incamminarsi verso l’uscita le regalò un sorriso come quello che aveva nella foto incastrata tra la copertina e la prima pagina del diario. La vide andare via senza essere capace di dirle nemmeno una parola. Tutte le domande che le giravano in testa le si erano aggrovigliate in gola mentre si azzuffavano per decidere quale sarebbe dovuta essere la prima ad uscire. Ed invece erano rimaste inespresse, come tutti i migliori desideri estivi. Si guardò intorno, per assicurarsi di essere sola, prima di infilare il diario nella propria borsa. Quella sera, una volta a casa, avrebbe ceduto.

      Climb up the H of the Hollywood sign, in these stolen moments the world is mine.

Pietro Liuzzo Scorpo

7. Vince Staples – Big Fish Theory

Data di Uscita: 23/06/2017

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      Put him on a cross so we put him on a chain

      Il ristorante sul mare aveva quella straordinaria patina di mondanità, dall’ingresso sul pontile alle posate assolutamente luccicanti. Coppie in ferie, comitive di ragazzi pronti ad una serata, e noi due: strafatti e rilassati come non mai in tenuta Dickies d’ordinanza.
      Abbiamo ordinato i piatti di pesce migliori, lasciando una poderosa mancia (e il numero di telefono e di stanza d’albergo) alla cameriera bionda, quella con il perizoma che spuntava dal pantalone nero. Eppure qualcosa non filava per il verso giusto.

      How I’m supposed to have a good time / When death and destruction’s all I see? / Out of sight, I’m out of my mind

      Eravamo in attesa dell’autista e delle valigie da Los Angeles, quelle con gli strumenti necessari al live della sera successiva. Un feroce vento si è alzato all’improvviso increspando il mare, e ci siamo rintanati nel locale ordinando altri whisky & sour. Abbiamo pronta una cosa bellissima, un disco della madonna con feat importanti; eppure il vento ci preoccupava più del dovuto, come se nell’aria non ci fosse abbastanza profumo di erba per sopravvivere.

      No green grass, no porch / I just want sea shores

      Ho piazzato anche qualche citazione colta, perché sarò un negro, ma è possibile essere acculturati pure venendo dal Ghetto; sconfinando da Trump ai sbrodolatori seriali che ci vogliono nello stesso omogenizzato per anime buone. Finito il Whisky siamo usciti e pioveva a dirotto, mentre in fondo al lungomare nessuna macchina stava arrivando nella direzione corretta. Probabilmente l’autista era andato a puttane, caricandone troppe per fare in fretta, e spendendo altri fottuti soldi con la sola speranza di ricevere un altro aumento.

      Know they hate to see me make cash, got the space dash / In the foreign with the GPS addessed to you mama house

      Fortunatamente qui non mi riconosce nessuno e posso anche pisciare nel mare, sporgendomi con l’uccello oltre le colonne pacchiane a indicare la fine del pontile. Quando pisci tra le onde e dal cielo piovono litri di acqua ti dovresti sentire liberissimo, e invece quell’ansia totale non ci ha mai abbandonato.
      Avevi detto che con un pizzico di techno, e i bassi, i synth luminosi ecc. ecc. ci saremmo liberati un attimo dalle paranoie, andando incontro ad un pubblico più ampio e capace di cullarci. Quando ci riascolto in cuffia sono più nervoso di prima, l’oscurità è presente dappertutto e forse dovremmo semplicemente conviverci.
      Ci siamo imposti di riflettere a lungo, perché il successo va costruito senza sputtanarsi in giro. Il divertimento è legato a tutto quel circo esploso con Senorità? Probabilmente sì, facciamocene una ragione e torniamo a bere whisky in attesa che l’autista finisca la sua stupida scopata.

      Where the fuck is my VMA? Where the fuck is my Grammy?

 

Alessandro Ferri

8. Bicep – Bicep

Data di Uscita: 1/09/2017

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      12/09/1952
      Cara Lucia,
      Qualche giorno fa siamo saliti fino alla Madonna del Pettoruto, perché c’era la luna nuova. C’era stato anche parecchio freddo, fino al lunedì, ed era piovuto. In qualche punto della salita abbiamo incontrato terreni cedevoli e massi che erano venuti giù da soli insieme all’acqua piovana. Ci siamo fermati alla vigna per controllare che i cinghiali non avessero mangiato tutta l’uva buona, per fortuna la recinzione che aveva messo su papà ha retto meglio delle altre volte, perché di solito i cinghiali la sfondano quando provano a saltarla, mi viene da ridere se penso a un cinghiale che mangia l’uva, provo tenerezza. Comunque proprio alla vigna ci siamo dovuti fermare perché zio Pippo ha cominciato a vedere degli sprazzi di luce, o almeno era quello che diceva lui, e a sentire dei suoni ripetitivi che poi ci ha detto il medico che si chiamano acufeni. Zio Pippo continuava a urlare che era come se fosse una musica che correva sugli alberi, e che si ripeteva all’infinito. Mi sono spaventata molto, perché nel frattempo è calato il buio, la luna nuova illuminava il volto di zio Pippo deformato dalla paura, e credo anche un po’ dalla certezza che noi non gli credessimo e lo considerassimo matto. Mia madre mi ha allontanata dal gruppo, a me e mio fratello Gianni, ci ha portato a Pantanelli a prendere un po’ di acqua per zio Pippo, casomai servisse a fargli passare la paura. I maschi e la moglie di zio Pippo gli stavano intorno tentando di parlargli, credo di averli visti anche farsi il segno della croce, mentre mi voltavo trascinata via da mia mamma. In collegio abbiamo sentito parlare spesso di gente che per via della debolezza dei nervi perdeva la calma e faceva scenate del genere, ma non sapevo avesse a che fare con la musica questa cosa, e poi di che musica parlasse proprio non saprei visto che zio Pippo ha sempre odiato andare al teatro al cinema, pure alle parate dei santi di paese in cui ci sta Claretta la zoppa che canta.
      Quando siamo tornate con l’acqua zio Pippo era seduto sul muretto a secco e sembrava tornato normale. Si stava mangiando questa pesca minuscola nella sua mano, la luna nuova gli faceva il naso gigantesco, come un promontorio roccioso pieno di bozzi. È passato tutto ci hanno detto, ha avuto un calo di pressione.
      Abbiamo proseguito e zio Pippo sembrava veramente normale, l’ho raggiunto tenendomi a distanza, e l’ho guardato in faccia. Ho distolto lo sguardo con una specie di sussulto, perché la luna nuova illuminava gli occhi folli di zio Pippo, e la bocca storta in una specie di piega di paura.
      Siamo arrivati alla chiesa della Madonna del Pettoruto che quasi albeggiava, per quanto avevamo tardato per via di zio Pippo, e ci siamo stesi a dormire lì, come tutti gli anni. È sceso il silenzio che, nella chiesa della Madonna del Pettoruto è totale anche quando ci sono venti pellegrini. È stato in quel momento là, Lucia, che ho sentito come una specie di musica, che era un’ossessione di clangori metallici e raggi di armonia regolare, correva sugli alberi, era altissima nel cielo, ma se ne stava tra i cespugli bassi che il prete ha piantato vicino alle pareti della chiesa.

Per favore avvisa le suore che quest’anno non tornerò in collegio.

 

 

      18/09/1952
      Cara Elena,
      Se riesco a risponderti è solo grazie al buon cuore, o meglio alla pancia, di Suor Faustina: dopo la processione per l’Altare di Sant’Anna le altre hanno cominciato a controllare le lettere e a passarne al vaglio i contenuti, e il tuo racconto è parso talmente visionario e pericoloso che han reputato urgente porre una distanza tra noi, archiviando la tua missiva in un cassetto chiuso dalla chiave più importante del loro temutissimo mazzo. Suor Faustina la conosci anche tu, e una busta di lupini di nonna Palma apre ogni porta. Per di più, sono di nuovo finita nella stanzetta piccola piccola in cima alla torre per un mese, perché – di nuovo – non ho ancora imparato a starmene zitta e buona e a covarmi le cose per conto mio.
      È successo che c’è stata la processione la seconda domenica del mese, niente di diverso dagli anni scorsi, con le sorelle in fermento da giorni per i preparativi, il convento addobbato di rose e campanelle del giardino, e le prove dei canti sacri tre volte al dì. Il compito di sorreggere il simulacro fino alla croce sul promontorio fu affidato a Suor Candida, e sono sicura che Suor Faustina e Suor Marianna ne ebbero un poco a male ché le ho viste aggirarsi torve in volto a seguito delle votazioni, magari contavano sull’appoggio di altre che all’ultimo hanno cambiato idea. Ebbene, accadono cose in parallelo che hanno dell’incredibile, e gli occhi pazzi come quelli di tuo zio Pippo li conosco bene ché me li sono scoperti addosso quando una pozzanghera di pioggia a ridosso della croce mi restituì il mio viso stremato dalla fatica e dallo sgomento, a processione conclusa. La pioggia battente e il vento sconquassavano l’effigie della Santa nello stendardo issato in testa al corteo, a noi ragazze ci avevano dato delle mantelle blu col cappuccio per ripararci e sembravamo la tribù dei Folletti del Mare. Quando una voce altra s’insinuò tra i canti religiosi entrando dapprima in risonanza con essa, per poi seguire una propria via dalle onde del golfo, agli scogli appuntiti, alle erbe spontanee del sentiero fino a giungere al ferro della croce e al marmo della lapide con l’incisione della preghiera a Sant’Anna, ebbe su di me l’effetto di un canto di sirene. Vestite tutte uguali, pensavo che nessuno si sarebbe accorto della mia assenza: una più, una meno, poco importava. Mi lasciai guidare da questa melodia di suoni reiterati che mi sapeva di futuro, e ci vidi dentro la speranza, e i ricordi di cose non ancora accadute, e anche il mio corpo reagiva, non riuscendo a smettere di fluttuare malgrado fosse uso al rigore statico dei canti. Ogni tanto il ritmo si acquetava, asciugandomi il viso con un’eterea carezza sonora. Quando mi riacciuffarono, a braccia larghe come un gabbiano, non riuscivo a smettere di piangere; “raccontaci tutto tesoro, liberati da questo peso” – un’arma a doppio taglio, in men che non si dica un triplo giro di chiave mi diede in pasto alla torretta.

Non appena finirà il mese di prigionia, ti prego manda qualcuno a portarmi via.

 

Federica Giaccani, Giorgia Melillo

9. Lorde – Melodrama

Data di Uscita: 16/06/2017

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      Ella si arrampicava sugli alberi con le amiche, filavano veloci tra i rami come dei gatti e si sedevano con le gambe ciondoloni tra le fronde, interrogandosi sul futuro, fantasticando, come tutte le bambine del mondo.
      Non aveva mai imparato a proteggersi con le bugie, né a proteggere gli altri, e alle altre stava simpatica per questo, perché sembrava venuta da un mondo in cui la malizia non aveva sporcato i ruscelli.
      Ella non sapeva ancora cosa fosse la vita quando all’improvviso la vita stessa le saltò addosso e scompigliò le carte dei suoi giorni presenti e futuri, come un uragano, e si trovò di nuovo con le gambe nel vuoto, tra le eleganti balaustre di un palazzo, di notte, nel bel mezzo di una festa. Qualche minuto da sola per gli ultimi sorsi di un cocktail fresco ma ormai annacquato dal ghiaccio sciolto mentre al piano di sotto il turbinio di una notte danzante non andava scemando. Era tutto reale, e lei non aveva mai saputo mentire, né avrebbe imparato ora: tra accordi pop e canzoni nuove, semplici e complesse, non avrebbe mai negato la bellezza del divertimento, della compagnia, dei sorrisi che diventano pianti e poi ancora sorrisi, delle fisiologiche trasgressioni, delle delusioni e dei traguardi. Poi avrebbe fatto come sempre, sarebbe scappata leggera come sulle punte, e appoggiata la testa sul guanciale ti avrebbe guardato con quegli occhi magnetici della giovinezza prima di addormentarsi, occhi ai quali non avresti mai saputo negare l’evidenza, né resistere.

Federica Giaccani

10. King Krule – The Ooz

Data di Uscita: 13/10/2017

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Ascolta King Krule – Slush Puppy

      Sul bus che mi porta da Montipò a Cadrigara.
      Il bus è diretto ad un festival dove suonano Nick Cave, Tom Waits, Bauhaus, James Blake il primo giorno, Elvis, Kanye West, Tricky, Morphine il secondo. Ci sono poi altri gruppetti scritti più in piccolo ma non li conosco.
      Perché mai organizzare un festival in questo posto? Sono in viaggio da ormai mezz’ora in uno strano mondo di mezzo, non ho visto altro che rotatorie piene di nebbia e umide di pioggia, volpi e gabbiani che rovistano nella monnezza, clown slavati che bussano alle vecchiette per chiedere dolciumi. Il bus è semivuoto con giusto un paio di cappelli più avanti, un pelato ascolta musica dalle cuffiette una fila più in là alla mia destra.
      Lo sguardo vacuo sul finestrino, mi sento toccare il braccio dal sedile posteriore.
      Mi giro appena e già quasi di collo vengo schiaffeggiato da una fiatella scortese, intravedo degli occhiali da vista pigri.
      Scusa sapresti dirmi l’ora, chiede una voce squillante con troppe sfumature acute. Gli mostro il mio quadrante da polso senza dire una parola, non aspetto la fine del suo grazie per girarmi di nuovo verso il finestrino e il paesaggio plumbeo. Odio quando qualcuno mi fa perdere il filo dei pensieri.
      Il pelato alla mia destra si è addormentato con la bocca aperta, la testa gli ballonzola a tratti, chissà se per le buche o la musica. Si sente così forte che qualcosa arriva anche a me, da questo lato, provo ad aguzzare l’udito per riconoscere qualcosa che magari ascolto anch’io. Dacchè sentivo clangori e casino mi pare ci sia solo un salmodiare, ora, strascicato su una qualche base ritmata.
      Fermo ad un semaforo, il pub all’angolo offre l’illusione di un bicchiere di vino caldo al riparo, dalla strada s’intravede il bancone di legno gonfio ormai marcio, una donna gobba con il grembiule macchiato che passa la pezza tutto intorno.
      Qualcosa mi tocca di nuovo il braccio, è come un pizzico leggero all’altezza del gomito, poi la stessa fiatella di prima.
      Scusa da dov’è partito questo pullman?
      Montipò, credo.
      Ah, non Trazzardo?
      Guarda, non saprei. Io l’ho preso a Montipò.
      E a che ora ci arriviamo a Cadrigara?
      Alle dodici e quaranta.
      Sono volutamente scontroso, forse, ma neanche troppo. Attendo altri due secondi di silenzio e mi giro di nuovo. Non so se questa persona sia un semplice babbione che vuole fare conversazione, un problematico scappato da un centro d’igiene mentale o un frocetto. Nessuna di queste opzioni mi sembra potenzialmente problematica quanto il fatto che io non voglia parlarci.
      Passa ancora meno tempo e mi sento toccare il braccio per la terza volta. Adesso sono più lucido e pronto all’aggressività.
      Scusa mi ridici l’ora per favore?
      Sono le dodici e venticinque.
      Tono più alto e secco. Mi giro completamente per guardarlo dritto in faccia. Pochi capelli, faccia tonda, occhi umidicci dietro un paio di occhiali trasparenti. Lo guardo enigmatico, come per dire: che vuoi?
      Ma tu vai a Cadrigara?
      Si.
      E sei di lì?
      No, è per lavoro.
      E che lavoro fai?
      Bè…
      Dio santo, ma perché devo spiegargli la mia vita?
      Sono un giornalista. Scrivo per un mensile di musica, a Cadrigara c’è un festival in questi giorni.
      Lui si esalta.
      E’ bellissimo, stupendo. Anche io in passato volevo entrare nel mondo della musica, però non ho mai saputo come, chi conoscere. Poi una certa mia amica cantava ai matrimoni e ha provato a mettere su qualcosa di suo ma è tornata con la coda tra le gambe nella sua città natale.
      Bene…cioè male, mi dispiace.
      Ma tu che sei del campo, che mi consigli?
      Io, l’uomo del campo.
      Diciamo…che devi conoscere qualcuno, poi…non so, dipende che vuoi fare nel mondo della musica…io scrivo, non so mica suonare…dipende che musica ti piace, se suoni con qualcuno, se canti, non so, davvero, non so…fai già qualcosa di tuo? Vai ad X-Factor.
      Fiatella ride contraendo le guance, si mette le mani in faccia come per schermarsi da un’assurdità. Ha un che di comico e le sue movenze sono nettamente femminee. Ma no, io sono così timido, poi non so se ho il coraggio di farlo, quella marcia in più che ci vuole, perché ci vuole, si?
      No, ci vuole che tu abbia del maledetto talento e molto culo, penso. Ora dì qualcosa che non lo invogli a chiederti altro, rispondi a questo mostro di gaiezza inutile e chiudi la conversazione con molto garbo. Soprattutto fagli intendere di non pizzicarti il braccio per la quarta volta e che andasse a parlare con il pelato con le cuffiette.
      Sì, certo che ci vuole.
      La discussione poteva ancora pericolosamente diventare una di quelle pistolettate inutili sul merito, sulla voglia di fare e di crederci fino in fondo quando hai un sogno. Avremmo impiegato quel tempo che mi separava dalla fermata di Cadrigara facendo passare inutili correnti d’aria tra le fauci nauseabonde, lui, e ascoltando con finto interesse calante, io, inserendo qualche riempitivo qua e là per puntellare una baracca traballante.
      Inaspettatamente, e con mio grande sollievo, Fiatella si alza, siamo appena all’ingresso di Cadrigara e lui scende. Ciao, mi fa, melanconicamente.
      Il paese si dipana lungo un corso principale ed una miriade di traversine buie dai due lati. I lampioni sono già accesi nonostante manchi ancora un po’ al tramonto, anche se in lontananza il cielo basso ha già iniziato a scurirsi verso l’umanità attiva del pomeriggio cittadino.
      Dopo un paio di fermate mi alzo anch’io per scendere, prendo lo zaino e passo affianco al pelato con le cuffiette che dorme ancora. Cerco di non sfiorarlo.
      Per strada, ho subito voglia di uno slush puppy.

 

Gabriele Battista

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