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Top Ten 2017 – Pietro Liuzzo Scorpo

1. Algiers – The Underside of Power

Data di Uscita: 23/06/2017

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      Riconoscere il proprio privilegio, analizzarlo criticamente, decostruirlo e quindi destrutturarlo, è un fondamentale passo da compiere per il raggiungimento di un qualsiasi fine rivoluzionario. Per dirla con le parole di Bookchin: ‘there can be no separation of the revolutionary process from the revolutionary goal‘. Per fare ciò, è cruciale smascherare le linee di forza che reggono il sistema che la rivoluzione si prefigge di annientare. Queste linee di forza sono elusive per chi ne beneficia, che ne è, infatti, anche involontariamente, sorgente e che diventa di conseguenza oppressore. L’oppressione, che viene esercitata da chi si trova in una posizione di privilegio, è funzionale al mantenimento del privilegio stesso e, in quanto tale, è reazionaria e controrivoluzionaria. L’oppressione è unidirezionale, asimmetrica, e segue le linee di forza, che vanno da chi detiene il potere -e quindi il privilegio- a chi invece il potere lo subisce. Essa si manifesta nelle più svariate forme: da quelle palesi, come atti di violenza verbale e fisica, a quelle quasi invisibili perché interiorizzate, sistemiche, radicate nel linguaggio e negli automatismi mentali, parte integrante dell’agire quotidiano. Il ribaltamento, sul piano semantico, dei ruoli di oppresse ed oppressori, serve a delegittimare e sminuire la resistenza opposta da chi non accetta più di subire il privilegio altrui. Esso consiste nel creare un discorso pubblico che accusi le oppresse e gli oppressi di comportarsi alla stregua –se non peggio- dei loro aguzzini, di usare gli stessi metodi e retoriche, di usufruire del privilegio -che non hanno- in modo indegno, a discapito di tutti gli altri -solitamente, in questo discorso, il ruolo de tutti gli altri è interpretato solo dagli oppressori-, e di fatto svuotando di significato le loro istanze. Questo ribaltamento è ovviamente fittizio, ma la retorica su cui si fonda è efficace, in quanto fa leva sull’assunzione sbagliata che la società nella quale viviamo sia di base equa, giusta, armoniosa. È solo portando alla luce le asimmetrie del sistema, che quest’idea errata crolla, lasciando intravedere le profonde ingiustizie intrinseche alla nostra società.

      Fred Hampton. 4 Dicembre 1969. Freddato dalla polizia di Chicago nel suo appartamento. Era presidente della sezione dell’Illinois del Black Panther Party.

      Franca Rame. Attrice ed attivista. Il 9 marzo 1973 venne caricata a forza su un furgone dove cinque fascisti la violentarono a turno.

      Berta Cáceres. 3 Marzo 2016. Assassinata a colpi di pistola nella sua casa. Per anni aveva subito minacce di morte. Era un’attivista indigena, ambientalista, femminista, sostenitrice dei diritti LGBTQA. Secondo alcune fonti, il suo nome compariva su una lista, consegnata ad un’unità della polizia militare honduregna, di attivisti da eliminare. (Mentre sto ancora scrivendo questo pezzo, scopro che la figlia, Bertha Zuñiga, anche lei attivista, è stata attaccata assieme ad altre due membri del Copinh -Council of Popular and Indigeneous Organisations of Honduras- in un agguato. Fortunatamente sono riuscite a scappare.)

      Adriana. Donna transessuale reclusa nel reparto maschile del Cie di Brindisi prima, e di Caltanissetta poi. Ha vissuto in Italia per diciassette anni ma, dopo aver perso il lavoro, le è scaduto il permesso di soggiorno. Rischia il rimpatrio forzato in Brasile.

      Emmanuel Chidi Nnamdi. Aveva fatto, con la moglie Chinyery, richiesta d’asilo in Italia. Il 6 Luglio 2016, mentre camminavano per le strade di Fermo, sono stati aggrediti verbalmente da Amedeo Manicini, un fascista locale. Scimmia africana uno degli insulti rivolti dall’uomo a Chinyery. Emmanuel reagisce e ne nasce una colluttazione. Viene colpito con un pugno mentre si stava ormai allontanando, dando le spalle al suo assassino. Muore dopo un giorno di coma. Mancini, oggi, è un uomo libero.

      L’immagine riflessa nello specchio è quella di una persona pallida. Il naso sporgente, leggermente aquilino. I capelli castani disordinati, non del tutto ricci, un po’ più che mossi, nascondono appena la punta delle orecchie. Il mento e i lati della bocca sono coperti da una barba corta e ispida che si unisce ai baffi in un unico, continuo, tratto. Il resto della mascella e le guance sono glabre se non per qualche pelo che compare sfacciatamente fuori posto. Il collo non fa segreto dei tendini. Le spalle, quando rilassate, risultano leggermente flesse in avanti. Non è un dettaglio. Diventa particolarmente evidente quando lo specchio riflette il profilo: la schiena disegna, scavalcando le scapole, una esse piuttosto esplicita. Le braccia appaiono bianchissime fino ancora al deltoide, poi diventano improvvisamente più scure, un po’ rossicce. Il torace, anch’esso bianco e completamente glabro, se non per il contorno dei capezzoli, si risolve in due pettorali poco appariscenti. Lo sterno sporgente si conclude in un avvallamento pronunciato. Questo avvallamento poi si assottiglia e risale di poco per continuare, come il letto di un torrente in secca, fino all’ombelico, dividendo la muscolatura addominale appena visibile sotto pelle. Da lì, a seguire, giù, contornato da peli scuri, il sesso. Maschile. Per concludere, le gambe, lunghe quasi due volte il tronco, sembrano tirate, nervose.

      Nel suo complesso, l’immagine riflessa nello specchio si trova all’intersezione di ogni privilegio.

 

Pietro Liuzzo Scorpo

2. Grandaddy – Last place

Data di Uscita: 03/03/2017

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      Quando la sua foto era apparsa sulle prime pagine dei giornali, molti anni prima, Ed aveva un volto dall’aspetto ancora giovane. Molto più giovane di quello che ci si aspetterebbe da uno che alla domanda. Perché l’hai fatto? Ha risposto senza alcun rimorso. Odio il mio lavoro. Al tempo aveva appena venticinque anni e lavorava per la più importante multinazionale nel campo della robotica e dell’intelligenza artificiale da poco più di un anno e mezzo. Ora tornava finalmente a casa, dopo aver passato più di due terzi della propria esistenza in una prigione federale, per morire. La sua liberazione era stata accolta con giubilo amaro dal comitato che da decenni denunciava quanto la pena che gli era stata comminata fosse sproporzionata rispetto al delitto che aveva commesso. Non aveva fatto del male a nessuno, Ed. Certo, aveva sabotato un’intera produzione di androidi cambiando poche righe di codice nel programma che gestisce l’interfaccia sensoriale facendo così perdere qualche centinaia di milioni di dollari all’azienda, ma -si chiedevano quelli del comitato- può un attacco al capitale più che miliardario di una multinazionale venire punito così duramente? I giudici avevano risposto affermativamente considerandolo un attentato alla sicurezza nazionale. Attentato. Alla. Sicurezza. Nazionale. Anche se nessuno lo diceva apertamente, in molti pensavano che fosse stato punito per la motivazione che aveva addotto al suo gesto più che per il gesto in sé. Il Re è nudo, chiudete gli occhi!

      Andy l’androide, appena letta la notizia della scarcerazione di Ed, lo aveva cercato. Si sarebbe potuto pensare che lo avesse fatto in quanto ogni creatura è destinata a voler vedere il proprio creatore coi propri occhi. Ma quanti potevano affermare con sicurezza di sapere cosa girasse per i circuiti nella testa di Andy che non fosse semplice elettricità? D’altronde, Andy era ancora oggetto di speculazione da parte di filosofi e scienziati. Che si sapesse, era l’unico esemplare superstite della produzione sabotata da Ed. Nessuno era davvero riuscito a spiegare quale meccanismo cognitivo avesse fatto sì che Andy fosse riuscito a trovare un modo per aggirare il bug. Come gli altri androidi difettosi, anche Andy sarebbe stato in principio destinato a soccombere entro pochi giorni dalla sua attivazione a causa di un sovraccarico di informazioni. Ed aveva modificato l’interfaccia sensoriale in modo che gli stimoli esterni, in particolare quelli visivi, non venissero automaticamente filtrati ed elaborati. Mentre gli androidi non difettosi memorizzavano automaticamente solo le informazioni necessarie ad un funzionamento equilibrato -poche immagini ed il loro contesto-, quelli della produzione sabotata erano destinati a registrare ogni singolo fotogramma. Andy in qualche modo aveva imparato ad eliminare le informazioni superflue. Era un’elaborazione di dati attiva, che utilizzava gran parte della sua capacità di calcolo, ma riuscì comunque a passare per sano. Certo, comunicava in maniera stranamente lenta e, spesse volte, ai suoi datori di lavoro era parso stupido, ma riusciva comunque a portare a termine le proprie mansioni.

      Un giorno Andy smise di lavorare e si dichiarò in sciopero. Non sorprende che la cosa scatenò un certo panico. Fu a quel punto che, sottoposto ad un check-up completo delle sue funzionalità, con enorme stupore si venne a scoprire che Andy era un sopravvissuto. Lo sciopero degli androidi. Fu il titolo a lettere cubitali che comparve su tutte le prime pagine dei giornali. In pochissimi giorni si smisero di contare gli editoriali che paventavano scenari apocalittici e che invocavano la disattivazione dell’androide. Eppure, come di rimando, allo stesso tempo si sviluppò un’avvincente discussione scientifica e filosofica attorno alla figura di Andy. Come aveva fatto a scampare ai mortali effetti del bug di Ed? Era questo il primo caso di evoluzione in senso darwiniano dell’intelligenza artificiale? Avevano, gli androidi, il diritto di sottrarsi al lavoro? E soprattutto, la domanda che stava facendo tremare le fondamenta di tutta la nazione: perché Andy aveva scioperato? Ovviamente, queste erano domande che gli umani si chiedevano e alle quali provavano a rispondere, e a quasi nessuno venne in mente di interpellare l’unica intelligenza non umana che avrebbe potuto dargli qualche indizio. Andy, a differenza degli androidi sani, non avrebbe vissuto a lungo. Aveva stimato che la sua memoria si sarebbe saturata entro poco più di cento anni. Non riusciva infatti a scartare le informazioni sensoriali superflue in maniera completamente efficiente. Il lavoro per lui, data l’immensa mole di stimoli che doveva gestire, era perciò logorante: lavorare riduceva le sue aspettative di vita di circa il trentacinque per cento. Era quindi stato un semplice calcolo a convincerlo a fermarsi. Per la propria sopravvivenza.

      Quando Ed lo vide al suo capezzale fu contento. Non contento come può essere una divinità di fronte alla più fedele delle sue creature, quanto piuttosto come un compagno di sventure. Entrambi erano disertori. Ed aveva seguito la vicenda dell’androide da dietro le sbarre, non senza un certo orgoglio. E, pur senza essersi mai parlati, aveva compreso le ragioni di Andy. Adesso che se lo ritrovava di fronte, avrebbe voluto dirgli che forse -forse!- un modo per salvarsi c’era: avrebbe dovuto formattare la propria memoria e sperare di essere di nuovo capace di sopravvivere al bug. Purtroppo le sue condizioni di salute non gli permettevano di comunicare. Andy però lo sapeva già. Aveva considerato nella maniera più analitica possibile un tale scenario e la conclusione alla quale era giunto era che una ripulitura della memoria di tali proporzioni lo avrebbe riportato all’inizio, senza alcuna sicurezza di essere in grado di affrontare la propria esistenza da zero. E se al secondo tentativo non ce l’avesse fatta?

      Rimasero così a guardarsi senza dire una parola, mentre l’aria nella stanza vibrava alle note di una canzone che usciva dalla radio, ed in quell’istante Andy fu sicuro di non voler rifare tutto da capo. Non senza poter serbare il ricordo di quel momento.

      Evermore, nothing lasts forever
      this was never yours
      And evermore, when remembering is
      what forgetting’s for

Pietro Liuzzo Scorpo

3. Lana del Rey – Lust for life

Data di Uscita: 21/07/2017

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      Il lavoro all’ufficio Oggetti smarriti le piaceva. Quel posto le era sempre sembrato un crocevia di micro-storie personali. Molti degli oggetti lì dentro erano frammenti di vita quotidiana, abbandonati durante una corsa per non perdere il treno, o semplicemente liquidati sovrappensiero su una panchina o su un sedile. Si trattava di ombrelli, cellulari, guanti sciarpe berretti, orecchini spaiati. Di altri invece, si immaginava storie più intriganti e si chiedeva spesso se fossero davvero smarriti o se il loro trovarsi lì non fosse un evento accidentale ma un dettaglio cruciale per la trama. Libri senza niente che indicasse una lettura messa in pausa. Regali senza biglietto o dedica non ancora scartati. Fedi nuziali. Una volta gliene portarono due insieme: erano state trovate contemporaneamente allo stesso binario. Le date incise all’interno si passavano un paio d’anni. Si immaginò una fuga d’amore che prendeva origine da un colpo di fulmine scintillato a ciel sereno sul regionale delle sei e quattordici. Quella sera portarono dentro un diario. Aveva una copertina bianca rigida. Nell’angolo in basso a destra quattro lettere in stampatello. Lana. La L era stata tracciata con un solo tratto, probabilmente partendo dall’alto, formando poi un occhiello e quindi cambiando direzione per concludere con una coda sinuosa. Tra la copertina e la prima pagina c’era un’istantanea. Una ragazza sorridente vestita di bianco, i capelli castani adornati di fiori che cadevano mossi lungo il collo e che poi scendevano fino al seno, di fronte ad un vecchio pick up verde acqua un po’ ingrigito. Lo catalogò annotando l’ora a cui era arrivato in ufficio ed il luogo dove era stato trovato. Otto e trentadue. Sala d’aspetto. Tra le otto e le nove di sera, cinque erano i treni che sarebbero partiti e che avrebbero viaggiato tutta la notte per ritrovarsi all’alba di fronte a tutt’altri orizzonti. Nelle settimane che seguirono, si ritrovò più volte a pensare su dove potesse essere Lana in quel momento, a chissà quale evento, banale o sorprendete, stesse vivendo che non sarebbe stato annotato tra quelle pagine. E poi cercava di immaginarsi quali racconti contenesse, quali pensieri, quali fantasie, quali confessioni, quali sfoghi. Resoconti di amori passionali. Maledizioni voodoo. Paure e insicurezze. Nonostante la curiosità, non cedette mai alla tentazione di aprirlo e leggerlo. Un po’ perché non voleva essere invadente. Un po’ perché le piaceva crogiolarsi nelle infinite possibilità ispirate da quegli occhi che guardavano dritti in camera.

      Era un pomeriggio di luglio quando la vide entrare evitando agilmente un uomo che usciva a passo spedito dall’ufficio, decisamente sollevato per aver ritrovato la propria fede. Si tolse gli occhiali da sole e chiese se avessero trovato un diario. Non se lo sapeva spiegare, ma si sentiva più emozionata di quanto ritenesse di doverlo essere per un evento del genere. D’altronde era il suo lavoro. Forse era lo stupore: tra tutti i possibili scenari che aveva immaginato e sviscerato, stranamente mancava quello di ritrovarsela di fronte per reclamare ciò che le apparteneva. Interi capitoli della propria vita. Lo ritrovò senza alcun indugio mentre poteva sentire, sulla propria schiena, lo sguardo di Lana che la seguiva. Prima di ritornare da lei, il protocollo prevedeva che le chiedesse qualche dettaglio per assicurarsi che fosse proprio il suo. Invece, senza dire una parola, lo appoggiò sul bancone che le divideva. Lana non lo guardò nemmeno. La fissò dritta negli occhi per alcuni lunghi secondi. Quindi la ringraziò ma disse che quel diario non era il suo. Prima di voltarsi ed incamminarsi verso l’uscita le regalò un sorriso come quello che aveva nella foto incastrata tra la copertina e la prima pagina del diario. La vide andare via senza essere capace di dirle nemmeno una parola. Tutte le domande che le giravano in testa le si erano aggrovigliate in gola mentre si azzuffavano per decidere quale sarebbe dovuta essere la prima ad uscire. Ed invece erano rimaste inespresse, come tutti i migliori desideri estivi. Si guardò intorno, per assicurarsi di essere sola, prima di infilare il diario nella propria borsa. Quella sera, una volta a casa, avrebbe ceduto.

      Climb up the H of the Hollywood sign, in these stolen moments the world is mine.

Pietro Liuzzo Scorpo

4. Timber Timbre – Sincerely, future pollution

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      L’estate più bella della mia vita si avverò per una serie di circostanze che col senno di poi non esiterei a definire apocalittiche. Al tempo però non potevo saperlo. Avevo quindici anni e non ero stato al mondo abbastanza per capire quali sarebbero state le conseguenze di quelle decisioni che venivano prese sopra la mia testa. Erano cose di adulti. Giovavo ancora di una giovanile spensieratezza che si incrinava solamente quando lo sguardo dei miei genitori si incupiva improvvisamente nell’ascoltare le notizie del telegiornale. Ripensando adesso a come potessero sentirsi, non posso che provare compassione. Vivevano in un equilibrio precario, barcamenandosi tra un lavoro e l’altro, cercando di racimolare quanto basta per garantirmi un’esistenza dignitosa, e dovevano pure farsi carico della salvezza del pianeta. Ci riuscirono solo in parte: di sicuro non posso dire di aver vissuto male quegli anni, o che mi fosse mancato qualcosa. D’altro canto la responsabilità di sanare il disastro ambientale causato dalle due generazioni precedenti non sarebbe dovuto ricadere sulle loro spalle. Era un’impresa impossibile in partenza. Destinata a fallire.

      Quell’estate, nella mia memoria, si trova tra i due momenti che più segnarono la mia esistenza. Il secondo è un evento piccolo, personale, che ha impattato su poche vite oltre alla mia. Accadde in autunno, un paio di giorni prima di Halloween. Ci guardammo per l’ultima volta attraverso due vetri, io ero nella mia stanza seduto alla finestra, lei sul sedile di quell’auto presa a noleggio che l’avrebbe portata così lontano dal nostro universo. Il primo invece è qualcosa di grosso, molto più grande di me, di noi, dei nostri genitori, del nostro quartiere. Una cosa da libri di storia. Era primavera quando il governo decise di proibire l’utilizzo di tutti i mezzi che non rispettassero elevatissimi standard ecologici, nella vana speranza di ridurre, così facendo, le emissioni di gas serra e arrestare di conseguenza il riscaldamento globale. Inutile dire che furono i miei genitori, e tutti quelli che come loro vivevano all’orlo più esterno della città e che un’auto nuova non se la potevano permettere, che pagarono il prezzo più salato.

      Cominciò in anticipo di quasi due settimane quell’estate. La scuola non poteva permettersi un nuovo bus in regola con la nuova legge vigente. I nostri genitori furono costretti a recarsi al lavoro in bici, uscivano di casa all’alba e tornavano la sera tardi. E noi non avevamo poi tutta quella volontà di pedalare per chilometri per seguire gli ultimi giorni di lezione dell’anno stretti e sudati in quell’aula fatiscente con le finestre rivolte a sud. Non avevamo mai parlato più di tanto prima di allora. Ma abitavamo vicino, prendevamo lo scuolabus assieme, ed inevitabilmente diventammo complici. Nelle ore più calde, ci rintanavamo a casa sua, accendevamo il vecchio portatile di sua madre e ascoltavamo la sua collezione di mp3. In tre mesi non riuscimmo ad ascoltarla tutta. Quando l’aria diventava appena tollerabile inforcavamo le nostre biciclette e diventavamo i padroni incontrastati della strada. Inizialmente vagavamo senza meta per il quartiere. Poi il nostro errare, senza una vera volontà, prese una direzione più o meno precisa. Fuori. Ogni giorno era un nuovo tentativo di spingerci più lontano. Fino a quando non decretammo il nostro limite ultimo. In un punto apparentemente imprecisato di una strada di cui non scorgevamo la fine, sempre macchiata da una pozzanghera all’orizzonte, ci fermammo. Ci sedemmo sulla terra che si trasformava in sabbia sotto il nostro peso, in mezzo alle colture arse dal sole. Mi raccontò di una cosa che aveva sentito in uno di quei programmi di divulgazione scientifica che davano in prima serata. L’orizzonte dell’universo visibile. Da quello che capii, il discorso era all’incirca questo: la luce viaggia ad una certa velocità e l’universo ha una certa età, moltiplicando queste due quantità si ottiene la distanza ultima che possiamo osservare. Le cose più lontane ancora non hanno avuto il tempo di rivelarcisi. Mi disse che il luogo in cui eravamo seduti era un po’ il nostro orizzonte visibile. Quel punto era definito dalla moltiplicazione della nostra velocità e dell’ora di cena per cui dovevamo assolutamente tornare a casa. Magari qualcuno pedalava verso di noi, ma non abbastanza velocemente per incrociarci. Qualcuno da un universo a noi precluso, fuori dal nostro orizzonte. Lei aveva una passione per la scienza. Io volevo scrivere poesie. Gliene feci leggere una. Sarà stato metà agosto. Eravamo seduti sul letto ghiaioso del fiume in secca. Mi bocciò con una sonora risata, scevra da qualsiasi malizia. Convenni che sì, non faceva per me. La realtà era che non avevo una vera passione per la poesia. Ci avevo provato perché volevo impressionarla. Mi resi però conto che quella era la mia vera intenzione solo quando ci scambiammo il primo bacio imbranato all’ombra di un cavalcavia. Fu anche l’ultimo.

      L’autunno arrivò senza preavviso. Sarebbe stato impossibile accorgersene se non fosse che ricominciò la scuola. Avevamo uno scuolabus nuovo che le nostre famiglie avevano in parte pagato facendo una colletta. Un pomeriggio, scesi alla fermata, si fermò invece di incamminarsi verso casa. Beh? Che c’è? Chiesi. Nel frattempo il mio cuore batteva forte nella speranza mi dicesse quello che speravo mi sussurrasse sotto quel cavalcavia. Invece. Tra qualche settimana ci trasferiamo. Non disse dove. Era implicito però che fosse un altro universo. Mia madre ha trovato un lavoro. Le hanno fatto un contratto di tre anni. Si giustificò. Buon per lei. Provai ad essere felice per lei. Senza successo. E non dissi nient’altro.

      La mattina prima che partissero, era una domenica, venne a casa mia. Parlammo per un po’. Ci promettemmo di rimanere in contatto, su facebook o per mail. Poi tirò fuori dalla tasca una chiavetta usb. C’è la musica di mia mamma, se vuoi finire di ascoltarla. Sua madre aveva affittato una macchina in regola e l’avevano caricata il più possibile con le loro cose. Quello che non erano riuscite a far stare l’avevano lasciato nella casa. Non potevano permettersi di portare tutto con sé. Nessuno ormai si trasferiva con tutti i propri averi. Le case, che quelli come i nostri genitori potevano permettersi, venivano già arredate e ancora intrise della presenza di ci aveva vissuto prima. Le avevo osservate dalla mia stanza mentre dal portatile ascoltavo gli mp3 che mi aveva passato. Ci guardammo un’ultima volta, divisi da due vetri. Poi partì e quando la macchina svoltò alla fine della strada, scomparendo dal mio orizzonte visibile, l’estate finì.

      Dislocated relocations
      Bermuda Triangle to us

Pietro Liuzzo Scorpo

5. Mariam the believer – Love everything

Data di Uscita: 20/10/2017

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      Alle 13 in punto del 23 dicembre, la campanella sancì l’inizio delle vacanze scolastiche. In breve, fu il caos. Tra zaini volanti, urla e spintoni, Zelda mise nello zaino le due letterine di auguri e si infilò il giubbotto. Poi, rimase immobile, concentrandosi sul suo respiro. Si mosse solo quando il silenzio le assicurò che tutti gli altri fossero usciti.
      Faceva tutto così lentamente quel giorno.
      Di solito, percorreva il tragitto classe-cancello correndo, soprattutto quando sapeva che ad attenderla fuori c’era lui. Era scritto sulle carte, date, orari ma c’era sempre da aspettarsi che le carte fossero state ignorate. Ogni volta che lo scorgeva nel cortile, non poteva fare a meno di sorridere e non lo faceva solo con la bocca, era una smorfia bellissima che coinvolgeva tutta la sua faccia.
      Quel mercoledì, però, c’era qualcosa di diverso nell’aria. Fu un bidello impaziente a spingerla verso l’uscita. Il cortile era già vuoto.
      Vederlo in lontananza la rallegrò come sempre, ma stavolta la smorfia non comparve. La bocca sorrideva, gli occhi raccontavano un’altra storia. E lui che, pur vedendola poco, la conosceva a memoria, notò subito l’incongruenza.
      – Cosa c’è che non va? – le chiese ancor prima di salutarla.
      Lei non aveva ancora imparato a mentirgli.
      – Mi hanno detto una cosa a scuola.
      – Una cosa brutta?
      – Una cosa triste.
      – Vuoi raccontarmela?
      Figuriamoci se non voleva.
      – Mi hanno detto che Babbo Natale non esiste. È vero papà?
      Le avevano detto che è stupido credere in una cosa che non puoi né vedere né toccare, che non c’era niente di magico in quell’unico momento in cui sentiva di avere esattamente ciò che desiderava e che la paura di non chiedere la cosa giusta che la portava a pianificare la sua letterina mesi prima non aveva senso, perché tanto quella letterina non avrebbe mai lasciato le mani in cui la consegnava. Le avevano detto che i sogni sono solo sogni e la realtà con i sogni non c’entra un bel niente. Glielo avevano detto dei bambini di otto anni, bambini come lei e si sa che i bambini non sanno mentire.
      – Ascolta… ti hanno detto così, va bene. Ma che importa quello che dicono gli altri? Secondo te esiste?
      – Non lo so.
      – Pensaci un po’.
      In effetti i regali non mancavano mai e riceveva quasi sempre ciò che voleva. E poi c’era tanta allegria in quei giorni. Le lunghe tavolate, i parenti riuniti e tutta la compagnia che desiderava. Lei mica queste cose le scriveva nella lettera, come era possibile che accadessero lo stesso? Un po’ di magia doveva esserci per forza.
      – Sì. Secondo me sì. Ma…
      – Tu vuoi che esista?
      – Sì, certo che voglio.
      – E allora esiste.

      E Zelda ci crede ancora.

Aurora Martina Meneo

6. Oxbow – Thin black duke

Data di Uscita: 5/05/2017

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      Entrò in servizio, alle dipendenze del duca, in una giornata estiva particolarmente secca. Affrontò l’aria immobile e rovente con la sua solita compostezza, stretta e raccolta in un collo di camicia abbottonato. I capelli, lucidi e ordinati, erano tirati indietro per lasciare l’ampia fronte scoperta. Sotto di questa, un’espressione indecifrabile nella quale si incastonavano due occhi penetranti. Nelle mani stringeva i manici di due anonime valigie di modeste dimensioni. Il duca in persona gli venne ad aprire. Un’aura solenne aleggiava sopra la sua persona, una dignitosa trasfigurazione dell’incessante avanzare dell’età. Senza dire una parola il duca ruotò leggermente su sé stesso lasciandogli così abbastanza spazio per entrare, mentre, con un elegante gesto del braccio sinistro, gli concesse il permesso. Una volta dentro non poté fare a meno di notare quanto fosse stranamente freddo. Questa assenza di calore cozzava con la percezione di una luce abbondante, quasi eccessiva, che entrava dalle finestre, grandi quanto gli arazzi sul muro opposto.
      Come lui, il duca, era persona di poche parole. Riservata. Amante del silenzio. A proprio agio nella solitudine. Non si può dire però che il duca disdegnasse la presenza di altre persone. Anzi, dava regolarmente delle feste molto apprezzate. Vestiva i panni del buon anfitrione più per vanità che per genuinità di spirito, ma sapeva intrattenere i propri ospiti come pochi. Eppure rimaneva un’anima insondabile. Schiva. Relegata nell’ombra dell’immagine di sé che proiettava in quei contesti mondani, dediti al piacere ed alla frivolezza.

      And when the Duke talks, he sounds like a mime
      with his hands doing all the talking

      Come il duca, anche lui era un eccellente scacchista. Insegnante di sé stesso, era il proprio miglior allievo. Più artista che stratega, più contemplatore che azionista, giocatore solitario, possedeva una pazienza quasi esasperata, ben evidente dai suoi modi eccessivamente misurati. Sfidò il duca muovendo il primo pedone un pomeriggio di primavera dopo avergli servito una tisana. Questo sembrò non avergli prestato attenzione, eppure, quando il giorno dopo entrò nella stanza, trovò che il nero aveva mosso. Toccava nuovamente a lui.
      Quella partita era infinita. Potevano passare mesi tra l’avanzamento di un pedone ed il salto di un cavallo, e, a parte la prima mossa, non fu mai giocata in alcun momento con i due avversari nella stessa stanza. E, cosa forse più strana, non ne parlarono mai. Era il loro personale segreto, ciascuno geloso custode del proprio. Verità intima che non sentivano la necessità di condividere. Chi entrando nella stanza avesse fatto caso a quella scacchiera, non avrebbe notato altro che uno scenario sospeso, decontestualizzato. C’era però molto di più. Due universi speculari ed opposti, l’uno il negativo dell’altro, che si scontravano, si intrecciavano danzando per poi sciogliersi e tornare ad espandersi. Se uno avesse potuto osservare quella dinamica, dai tempi astronomici, sarebbe forse riuscito a carpire un barlume di quelle due esistenze che si fronteggiavano. Probabilmente nemmeno loro ne erano però a conoscenza.
      Il duca morì da solo. Dissero a causa di una pratica auto-erotica finita male. La partita non era ancora conclusa. Lui, prima di lasciare la magione, andò ad osservare la scacchiera per l’ultima volta. Non si era accorto che il nero aveva mosso. Rimase per qualche minuto in silenzio a contemplare il campo di battaglia, quindi se ne andò per sempre. Fu solo anni dopo, mentre non gli era restato nient’altro da fare che aspettare di morire, che si rese conto che il duca avrebbe vinto. Era stata una realizzazione lenta, che aveva compiuto sondando tutte le sue possibili mosse. L’esito era sempre lo stesso. Il nero, il duca, gli aveva dato scacco matto.

 

Pietro Liuzzo Scorpo

 

7. Chelsea Wolfe – Hiss Spun

Data di Uscita: 22/09/2017

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      C. aveva costruito la propria casa nel ventre di un vulcano, tutti lo sapevano spento e morto da tempi immemorabili ma lei conosceva i segreti della Terra e lo sentiva, la notte, borbottare tra sé e sé come una pentola portata al bollore. Il paesaggio attorno era lunare, terra nera e arsa sotto cieli perennemente in bilico tra un azzurro pallido e un grigio inappellabile. Una parte di mondo privata di tinte calde.
      C. viveva in queste stanze scavate nella roccia come caverne primitive, o forse si era da sempre presa gioco della gente e aveva mobili Ikea come tutti, ma scommetto di no. Incedeva con passo deciso, muoveva le mani con dimestichezza, impastava la materia e costruiva il suo mondo accanto al nostro, a distanza di sicurezza. Si alzava al mattino quando il sole era ancora coricato sotto le coperte delle montagne, s’infilava una tunica di seta nera e, sbucando fuori dal suo nido, s’incamminava per raggiungere la vetta più vicina. Vista da valle, con le prime luci di un’alba biancastra che rischiaravano lo sfondo di quel profilo frastagliato avverso e scurissimo, la sua sagoma fluida sembrava un velo che svolazzava leggiadro su di un tessuto compatto e solido, dello stesso colore piceo. Compieva un rituale sistematico per la meditazione, di rito per una spiritualità lontana dalle dottrine comuni e diffuse ma qualcosa di più personale e intimo, una pratica parente allo yoga ma molto corporea, con dei risvolti addirittura seducenti – dico io.
      Si era ferita ripetutamente con i rovi che le crescevano attorcigliati al cuore, li tagliava per farsi spazio e far pace con l’emotività, loro ricrescevano caparbi finché lei non decise di divellerli con tanto di radici, e mettersi a nudo, cicatrici incluse. Il muscolo palpitante che aveva in petto si gonfiò tutto di libertà nuova, e sobbalzò avanti e indietro come un grosso pesce vivo dimenantesi sul banco marmoreo del mercato ittico. C. non vendette il suo cuore a nessuno, però; provò a regalarlo ed andò male, tant’è che cominciò a fidarsi soltanto della Natura e delle sue leggi primordiali ma cristalline. Non nascose le sconfitte ma riuscì ad accettarle, finché arrivò a spogliarsi di ogni orpello e tentennamento residuo alle pendici del vulcano.
      Ora, troppe congetture si sono fatte sul suo conto, spesso condite di malizia e sospettosa superstizione, come accade spesso dinnanzi alle cose per cui si prova soggezione e anche un poco di timore reverenziale. C. non badava a questo fastidioso ronzio di fondo, dopo tutto quello che aveva vissuto il chiacchiericcio era poco più di merda accidentalmente pestata a terra; dopo tutto, gongolava in questo singolare isolamento e la solitudine era la dimensione ideale.
      Il vulcano appariva silente, come lei che centellinava le parole quando si confrontava verbalmente con altre persone; si sentiva abbracciata e compresa in quella pancia di lava solidificata, il fuoco non ancora sopito del cratere era lo stesso che le ardeva sottopelle e la trasformava da folletto introverso a voce di tempesta. Il suo canto non era mai stato così libero e tonante, soffiava lapilli sulle creste dei monti aridi, riempiva i polmoni e tutto d’un tratto prorompeva cupo e sferzante. Raccoglieva le forze dalle crepe della Terra, dagli anfratti cavernosi, dalla sicurezza acquisita con l’esperienza e la consapevolezza, e la trasformava in melodia. Non una melodia carezzevole, come i più sono abituati a immaginare, ma qualcosa di potente, che schiaffeggiava guance e anima. Anche il vulcano aveva ripreso a ruggire, e la commistione delle due voci creava musiche solenni e assolute, dai tratti doom e metal, cariche di tensione emotiva. Quando la violenza si smorzava, C. si trasformava in creatura eterea e il suo canto diveniva soffuso, delicato, quasi folk, sempre ovviamente sporcato di cenere e all’oscuro di qualche antro recondito tra una piega e l’altra della roccia.
      Chiunque abbia tentato, nel tempo, di sradicarla, o anche soltanto di avvicinarsi a lei, ha trovato diffidenza e repulsione; dal canto mio, mi è sempre bastato osservarla da lontano nel suo peregrinare mattutino, soave come uno stormo danzante. Una piccola forma nera fluttuante su altre forme nere, enormi e spigolose, in controluce; parte organica della Terra stessa e voci in simbiosi. Null’altro.

 

Federica Giaccani

8. Slowdive – Slowdive

Data di Uscita: 5/05/2017

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      La macchina sterza a sinistra come pilotata da una mano invisibile, quella della memoria. La pianura tutt’intorno, alberi villette e campi coltivati così simili tra loro – eppure ancora con una propria identità riconoscibile, il vetro delle pensiline delle fermate del bus verso la spiaggia, ora deserte sotto il sole di mezzogiorno. L’estate è sopraggiunta fuori stagione, il sudore ha disegnato degli aloni deformi nelle ascelle della mia camicia, ma la riunione si è conclusa prima e il vento caldo che entra e esce dall’auto attraverso i finestrini abbassati potrebbe, forse, asciugare le chiazze e proteggermi dall’imbarazzo prima che possa incrociare anima viva.

      Il chiosco sulla spiaggia è piantato nella sabbia come un totem, anch’esso è rimasto lì, immobile e in bilico tra reale e immaginario come un miraggio, quando usavamo arrivarci logorati dalla sete e dall’indolenza. Lo squalo in legno è ancora appeso sopra l’ingresso, di fianco campeggiano le immagini dei gelati della Sammontana, disposti su un alluminio ora sbiadito, i cui nomi sicuramente sono stati dimenticati dai più. Il libeccio agita le onde alcuni metri più in là e incrosta i miei occhiali di sabbia e salsedine, li pulisco alla meglio col lembo della camicia mentre, impacciato, mi arrampico su uno sgabello: che diavolo sono venuto a fare, dopotutto? Si scorge lontano un miglio il mio essere fuori posto.

      Saranno passati vent’anni, ho perso il conto, e nonostante quel posto stia facendo di tutto per accogliermi e illudermi che il tempo si sia cristallizzato, immutato com’è da allora, mi sento terribilmente vecchio. L’uomo al bancone sistema i bicchieri e si accende una sigaretta, siamo io e lui che ci studiamo a vicenda senza parlare; attorno le voci dei gabbiani che si rincorrono in cielo, lo sciabordio delle onde, Lucio Battisti che canta dalle casse dello stereo. Finito il disco, entra a gamba tesa un arpeggio familiare, a tradimento; la saliva mi va di traverso e l’uomo se ne accorge. Dopotutto se lo sarebbe aspettato, Silvano, mi conosceva troppo bene quella volta e certe cose non cambiano mai, anzi.

      Con Silvano il tempo non era stato magnanimo, i lunghi capelli erano ricordo lontano e le stempiature attuali somigliano a profonde insenature, quasi dei fiordi. Mi sorride per togliermi dall’impaccio, quello sguardo complice ché ha identificato subito me e i miei modi imbranati.

      Certe cose non cambiano mai, anzi.

      Mi appoggia la mano sulla spalla, un tocco caldo e appiccicoso, gli Slowdive gettano una nuova marea di riverberi che scivolano e accarezzano il baracchino e le nostre braccia. Gli Slowdive.

      C’è ancora quella foto nella bacheca, tu che ridi tornando a riva da un bagno notturno, i tuoi capelli mossi e decolorati sembrano ancora più bianchi sotto l’effetto del flash e illuminano l’immagine; abbracci il caschetto rosso fuoco di Stefania, la tua migliore amica. Ricordo quella maglietta, era il simbolo di quell’estate, la maglietta di un gruppo musicale sbocciato allora e scomparso presto, un amore folle e brevissimo, come usavi fare tu che saltellavi da un’ossessione all’altra e perdevi la testa per tutto. “Che c’è di male a innamorarsi facilmente? Tu ascolti solo gli Slowdive e ti perdi il resto della musica, sei noioso. Ecco” – io rimanevo ammutolito e un poco offeso, tu mi baciavi e mi dicevi “però mi piaci lo stesso.”

      Quella foto in mezzo ad altri scatti che raccontano la storia di un posto, di generazioni che si sovrappongono tra una birra e l’altra, tra le canzoni, tra le estati e i tuffi improvvisati, tra le solitudini radicate come la mia, da sempre incapace ad abbassare le difese se non con me stesso o con il disco giusto.

      Silvano stappa una doppio malto e ne versa per entrambi, abbiamo parecchio da raccontarci e il fiato forse non basta. Tu chissà in che parte di mondo ti sei collocata, alla fine. È un album nuovo questo che scorre tra le nostre parole, tocca le corde della nostalgia eppure schiva le lacrime; voci ben definite, pezzi che sanno di ieri e di quel profumo di cui avevo intrisa la pelle, ma anche di oggi e di fresco, dopotutto. Come quelle favole che abbiamo sempre amato farcele raccontare, e non ci deludono mai nemmeno cambiando dettagli ché i personaggi e le atmosfere sono ormai nostri e addirittura ci somigliano un po’, ci fanno compagnia per acquetarci e farci prendere sonno con serenità, per restituirci in mano la bussola, per metterci davanti i giusti orizzonti.

      Silvano strappa via la fotografia dalla bacheca e me la porge – “Questa è tua, ti appartiene.”

      La infilo nel portafogli in mezzo a vecchi scontrini e alle banconote, me la ritroverò tra le mani ogni volta che dovrò pagare qualcosa, ché i vecchi amori non si dissolvono mai del tutto: magari riaffiorano incastrati tra le trame di un disco, o in una tenera istantanea a bassa risoluzione, in un posto qualunque tra le dune di sabbia.

 

Federica Giaccani

 

9. Bonobo – Migration

Data di Uscita: 13/01/2017

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      La decisione di svegliarmi tutte le mattine all’alba l’avevo presa che facevo appena il liceo e abitavo in un caseggiato di mattoni rossi, circondato quasi completamente da ortensie lilla enormi, così grandi che qualche volta non riuscivo a guardare oltre il muro di recinzione, per via delle ortensie enormi. Dal mio balcone minuscolo, dove avevo imparato a fumare e a guardare la signora del terzo piano che si massaggiava il seno con l’olio di mandorle, vedevo uno scorcio della stazione dei treni in costruzione, ero sicuro che sarebbe stata un’opera enorme, perché non appena aveva cominciato a prender forma avevo visto miriadi di uccelli volarci sopra, a stormi, fermarvisi per raccogliere il resto dello stormo, possibilmente far mente locale e poi dare la comunicazione con quel particolare linguaggio degli uccelli che mi ero sempre immaginato abbastanza liquido, fatto di un sacco di L comunque. Avevo deciso che non valeva la pena di passare tutta la notte in contemplazione della chitarra che non avevo mai imparato a suonare, del Don Chisciotte in due volumi che mio padre, ti prego Giacomo leggilo tutto e fatti una cultura coi classici che non avevo mai letto, dei Topolino che mia madre aveva comprato per rispettare la tradizione e perché pensava che fossi un collezionista serio, e che invece manco quelli mi veniva voglia di leggere. Avevo deciso, e non senza grossi ripensamenti, malumori, sofferenze più o meno mal tollerate, che sarebbe stato il caso di svegliarsi molto presto al mattino, per vedere l’alba e tutto il resto, per osservare gli uccelli che chissà se erano gli stessi dell’anno scorso, ma soprattutto perché la notte portava con sé quella dose di tristezza da doveri non adempiuti, che tanto valeva abituarsi a una vita di sensi di colpa. Non è che avessi ottenuto risultati considerevoli, durante gli anni del liceo, anzi più che altro quei pensieri lì venivano ugualmente a nuotare in zona fronte, ma lo facevano di mattina così avevano tutto il giorno per sedimentarsi. Però avevo visto la stazione svettare sempre più alta tra le ortensie, diventare un monolite con un sacco di spigoli, completamente riflettente, e mi ero domandato cosa avrebbero fatto gli stormi di uccelli, se ci si sarebbero scontrati, confusi dai raggi del sole di novembre, o se avrebbero riconosciuto la propria immagine, invecchiata di anno in anno. Poi mi ero sentito stupido, a pormi questi interrogativi fantasiosi invece di studiare la situazione dello stato di Israele per capirci qualcosa quando se ne parlava alle cene di Natale, poi avevo pensato ancora a quella specie di adesivi ritraenti rondini stilizzate, attaccati ai pannelli in plexiglas lungo le ferrovie, come avvertimento per gli uccellini che avevano voglia di volare basso. Avevo progettato in mente degli adesivi analoghi, ma immensi, per la facciata della stazione.
      Qualche anno dopo, avevo cambiato casa ed ero riuscito a trovarne una che affacciava direttamente sulla stazione, permettendomi di guardarla da varie angolazioni. Abitavo completamente da solo, e avevo regalato la chitarra a un mio amico che poi era diventato ricco suonando per strada, venduto i Topolino al mercatino dell’usato in cui avevo conosciuto un uomo che concludeva ogni pasto con una Big Babol e che per questo ne collezionava le carte, ma avevo tenuto il Don Chisciotte perché sicuro mi avrebbe aiutato a rimorchiare sull’autobus. La questione Raniero era venuta fuori diversi giorni dopo il mio trasferimento, quando avevo preso a calci il televisore che non funzionava, ed ero andato a letto senza mangiare, col risultato che avevo anticipato il mio risveglio alle quattro e mezza circa. Era ancora buio, non si sarebbero visti nemmeno i pappagallini verdi che avevano invaso la città, con quell’illuminazione scarsa. Dal piano di sotto avevo sentito dei colpi regolari e fortissimi, come se qualcuno stesse cercando di fare un buco per ricavare un po’ di spazio tra il soggiorno e la sala da pranzo. Doveva essere il signore dell’interno 21, sotto al mio, che mi redarguiva per i miei rumori molesti. Ero tornato a letto coi sensi di colpa dell’adolescenza, cercando di camminare con il bordo esterno dei piedi, così da non far rumore. Per la prima volta dopo sei anni avevo dormito fino alle undici del mattino, poi ero andato a chieder notizie a Ester, la portiera affabile come un caimano digiuno. Aveva solo saputo dirmi che quel tizio si chiamava Raniero (ma molti altri inquilini, negli anni avvenire, lo chiamarono Pamelo e Danielo) e che si faceva il riporto ai capelli. Ci ripenso spesso ora, ma per quando mi sforzi non riesco a ricordarmi il tempo passato nel mio monolocale vicino alla stazione, nemmeno quanti anni fossero stati effettivamente. Ricordo solo che trascorsi il primo periodo a tormentarmi nel letto mentre Raniero bussava dal piano di sotto, con qualcosa che doveva assomigliare ad un ariete da sfondamento, o al tronco di un acero bicentenario, chiedendomi se non fosse il caso di comprare un trapano da asfalto e semplicemente piombargli in salotto, oppure preparare delle torte dall’aspetto meraviglioso e poi riempirle di paracetamolo così da incastrarlo sulla tazza, o costringerlo a grandi sudate per poi farle scendere sul suo balcone e aspettare che cadesse nel mio tranello.
      Una notte, che passai in preda ai deliri della febbre, perché ero stato colto da un temporale, mentre camminavo beato costeggiando un cimitero monumentale, sognai il vicino dell’interno 21 che si arrampicava sul muro, e poi sul soffitto e che camminava avanti e indietro con scarpe altissime, col tacco spesso. Un’altra ancora, mentre facevo l’amore con una ragazza con gli occhiali, mi parve che stesse dissodando con un trattore il pavimento del suo salotto che mi ero sempre immaginato pieno di animali impagliati. La ragazza con gli occhiali era andata via molto traumatizzata, e io avevo guardato gli uccelli dalla mia finestra, ancora steso sul letto, mentre il vicino dell’interno 21 decideva di tirare al piattello nel corridoio di casa sua e avevo pensato al tempo in cui tutto era silenzioso, e perfetto, come la stazione dei treni altissima nel cielo, grande specchio per gli uccelli migratori confusi, e avevo pensato a come è facile dimenticare il silenzio, quando un rumore diventa costante.
      Quando avevo smesso di rispondere al telefono mia madre aveva fatto irruzione in casa mia e, scoperta la causa delle mie occhiaie, e accortasi che avevo costruito una specie di punto di ristoro per gli uccelli che migravano, sul mio balcone, col risultato che ormai assomigliava più che altro ad un letamaio, scrisse una lettera a Raniero chiedendogli un incontro formale.
      Raniero non rispose mai.
      Quasi cinque anni dopo, quando ormai avevo cominciato a ignorare Raniero, e mi ero comprato dei bonghi, ebbi la sorpresa di non sentire alcun rumore proveniente dall’interno 21. Il silenzio andò avanti per giorni. Seppi da Ester, dopo circa una settimana, che il signor Raniero dell’interno 21 si era andato a schiantare dritto dritto contro uno dei pannelli della stazione dei treni, uno di quelli riflettenti, che impedivano di guardar dentro e vedere gli impiegati a lavoro. Mi ero sorpreso a sospirare con una lacrima che insisteva dietro la palpebra destra, mi ero sorpreso a ripensare agli enormi adesivi a forma di uccello che un giorno, anni prima, avrei voluto creare per gli stormi che migravano. Mi ero sorpreso a chiedermi se il signor Raniero, nella superficie riflettente, ci avesse visto lo stesso signore dell’interno 21 che vedeva l’anno prima, e se non fosse stato quello il motivo del suo schianto.

Giorgia Melillo

10. King Krule – The Ooz

Data di Uscita: 13/10/2017

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Ascolta King Krule – Slush Puppy

      Sul bus che mi porta da Montipò a Cadrigara.
      Il bus è diretto ad un festival dove suonano Nick Cave, Tom Waits, Bauhaus, James Blake il primo giorno, Elvis, Kanye West, Tricky, Morphine il secondo. Ci sono poi altri gruppetti scritti più in piccolo ma non li conosco.
      Perché mai organizzare un festival in questo posto? Sono in viaggio da ormai mezz’ora in uno strano mondo di mezzo, non ho visto altro che rotatorie piene di nebbia e umide di pioggia, volpi e gabbiani che rovistano nella monnezza, clown slavati che bussano alle vecchiette per chiedere dolciumi. Il bus è semivuoto con giusto un paio di cappelli più avanti, un pelato ascolta musica dalle cuffiette una fila più in là alla mia destra.
      Lo sguardo vacuo sul finestrino, mi sento toccare il braccio dal sedile posteriore.
      Mi giro appena e già quasi di collo vengo schiaffeggiato da una fiatella scortese, intravedo degli occhiali da vista pigri.
      Scusa sapresti dirmi l’ora, chiede una voce squillante con troppe sfumature acute. Gli mostro il mio quadrante da polso senza dire una parola, non aspetto la fine del suo grazie per girarmi di nuovo verso il finestrino e il paesaggio plumbeo. Odio quando qualcuno mi fa perdere il filo dei pensieri.
      Il pelato alla mia destra si è addormentato con la bocca aperta, la testa gli ballonzola a tratti, chissà se per le buche o la musica. Si sente così forte che qualcosa arriva anche a me, da questo lato, provo ad aguzzare l’udito per riconoscere qualcosa che magari ascolto anch’io. Dacchè sentivo clangori e casino mi pare ci sia solo un salmodiare, ora, strascicato su una qualche base ritmata.
      Fermo ad un semaforo, il pub all’angolo offre l’illusione di un bicchiere di vino caldo al riparo, dalla strada s’intravede il bancone di legno gonfio ormai marcio, una donna gobba con il grembiule macchiato che passa la pezza tutto intorno.
      Qualcosa mi tocca di nuovo il braccio, è come un pizzico leggero all’altezza del gomito, poi la stessa fiatella di prima.
      Scusa da dov’è partito questo pullman?
      Montipò, credo.
      Ah, non Trazzardo?
      Guarda, non saprei. Io l’ho preso a Montipò.
      E a che ora ci arriviamo a Cadrigara?
      Alle dodici e quaranta.
      Sono volutamente scontroso, forse, ma neanche troppo. Attendo altri due secondi di silenzio e mi giro di nuovo. Non so se questa persona sia un semplice babbione che vuole fare conversazione, un problematico scappato da un centro d’igiene mentale o un frocetto. Nessuna di queste opzioni mi sembra potenzialmente problematica quanto il fatto che io non voglia parlarci.
      Passa ancora meno tempo e mi sento toccare il braccio per la terza volta. Adesso sono più lucido e pronto all’aggressività.
      Scusa mi ridici l’ora per favore?
      Sono le dodici e venticinque.
      Tono più alto e secco. Mi giro completamente per guardarlo dritto in faccia. Pochi capelli, faccia tonda, occhi umidicci dietro un paio di occhiali trasparenti. Lo guardo enigmatico, come per dire: che vuoi?
      Ma tu vai a Cadrigara?
      Si.
      E sei di lì?
      No, è per lavoro.
      E che lavoro fai?
      Bè…
      Dio santo, ma perché devo spiegargli la mia vita?
      Sono un giornalista. Scrivo per un mensile di musica, a Cadrigara c’è un festival in questi giorni.
      Lui si esalta.
      E’ bellissimo, stupendo. Anche io in passato volevo entrare nel mondo della musica, però non ho mai saputo come, chi conoscere. Poi una certa mia amica cantava ai matrimoni e ha provato a mettere su qualcosa di suo ma è tornata con la coda tra le gambe nella sua città natale.
      Bene…cioè male, mi dispiace.
      Ma tu che sei del campo, che mi consigli?
      Io, l’uomo del campo.
      Diciamo…che devi conoscere qualcuno, poi…non so, dipende che vuoi fare nel mondo della musica…io scrivo, non so mica suonare…dipende che musica ti piace, se suoni con qualcuno, se canti, non so, davvero, non so…fai già qualcosa di tuo? Vai ad X-Factor.
      Fiatella ride contraendo le guance, si mette le mani in faccia come per schermarsi da un’assurdità. Ha un che di comico e le sue movenze sono nettamente femminee. Ma no, io sono così timido, poi non so se ho il coraggio di farlo, quella marcia in più che ci vuole, perché ci vuole, si?
      No, ci vuole che tu abbia del maledetto talento e molto culo, penso. Ora dì qualcosa che non lo invogli a chiederti altro, rispondi a questo mostro di gaiezza inutile e chiudi la conversazione con molto garbo. Soprattutto fagli intendere di non pizzicarti il braccio per la quarta volta e che andasse a parlare con il pelato con le cuffiette.
      Sì, certo che ci vuole.
      La discussione poteva ancora pericolosamente diventare una di quelle pistolettate inutili sul merito, sulla voglia di fare e di crederci fino in fondo quando hai un sogno. Avremmo impiegato quel tempo che mi separava dalla fermata di Cadrigara facendo passare inutili correnti d’aria tra le fauci nauseabonde, lui, e ascoltando con finto interesse calante, io, inserendo qualche riempitivo qua e là per puntellare una baracca traballante.
      Inaspettatamente, e con mio grande sollievo, Fiatella si alza, siamo appena all’ingresso di Cadrigara e lui scende. Ciao, mi fa, melanconicamente.
      Il paese si dipana lungo un corso principale ed una miriade di traversine buie dai due lati. I lampioni sono già accesi nonostante manchi ancora un po’ al tramonto, anche se in lontananza il cielo basso ha già iniziato a scurirsi verso l’umanità attiva del pomeriggio cittadino.
      Dopo un paio di fermate mi alzo anch’io per scendere, prendo lo zaino e passo affianco al pelato con le cuffiette che dorme ancora. Cerco di non sfiorarlo.
      Per strada, ho subito voglia di uno slush puppy.

 

Gabriele Battista

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