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Top Ten 2017 – Marco Di Memmo

1. Lusine – Sensorimotor

Data di Uscita: 3/03/2017

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      L’eleganza di un gesto lento, di una danza fermata nel suo istante di massima espressione scultorea, è una delle forme più elevate di bellezza. L’estasi è un momento di rallentamento del tempo, nella percezione assoluta dell’eleganza divina, della suprema armonia di tutto questo caos del quale non comprendiamo il senso e la direzione. Ricordo una volta in campagna, le colline ai miei piedi, le querce al centro dei campi a ricordare che qualsiasi cosa ha un centro – anche se impreciso – e ho impresso nella memoria sensitiva il momento mistico del sole tra le nuvole con i suoi raggi dal rosso crepuscolare, un attimo nel grembo – senza tempo e spazio – del divino. Solo ciò che è coperto, solo ciò che è protetto dal mistero può condurci a una dimensione superiore, può portarci via da questa superficie che ci rende cinici e infelici.
      L’essere umano è capace di estrarre bellezza da qualsiasi cosa, anche dalla freddezza dei circuiti elettrici, delle componenti tecnologiche dall’aspetto più grigio e insignificante. Nel corso dei millenni siamo passati dalla pelle tesa degli animali al computer, elevando sempre di più il nostro livello di sensibilità sonora, anche se l’appiattimento si è avverato ugualmente. Dalle piramidi ai grattacieli, dall’argilla al grafene, abbiamo sempre sentito l’esigenza di avere qualcosa che ci rendesse vivi, qualcosa di bello e di potente, di libero, anche se i valori della sicurezza e della popolarità stanno minando tutto. Siamo scesi dagli alberi spinti dal bisogno, ma dentro di noi abbiamo sempre sentito una libertà selvaggia, feroce, che ci scuoteva la carne come una frusta di fulmini, in un’inquietudine che va oltre il piacere convenzionale di essere considerati dagli altri e di vivere una vita tranquilla.
      Vorrei che ogni essere umano ricordasse la nostra vicinanza alla violenta perfezione della tigre, che ci si accorgesse quando la propria coda di pavone fosse larga e lucente, fino a ridere di sé stesso, di quanto sia tutto così breve, stupido ed eccezionale – laddove l’eccezione è l’esistenza, a fronte delle infinite possibilità di non esistere –.
      Voglio entrare nella stanza dell’orrore e abbracciare, con le lacrime abbandonate alla gravità, tutto il male da affrontare nella vita, i traumi, le brutte persone, la malattia, la fiducia tradita, la mediocrità, le bassezze, le delusioni e la morte, quella altrui come la nostra. Voglio non aver paura più di niente, voglio essere padrone di me così come lo sono della musica, in base alla mia conoscenza, in base alla mia esperienza, in base alla mia volontà, cercando di non portare dolore a nessuno, per quanto possa essere umanamente possibile. Voglio smettere di avere paura della vita, del giudizio degli altri – che arriva comunque, nonostante gli sforzi di piacere e di essere approvati –, del mio giudizio, di quello che potrebbe accadere, dei probabili effetti, la paura dei quali blocca tutte le azioni che potrebbero essere della cause. Voglio essere libero, sentirmi libero, sapermi libero, per godere della suprema libertà di rinunciare alla libertà stessa.

Marco Di Memmo

2. ANDREW BIRD – ECHOLOCATIONS: RIVER

Data di Uscita: 06/10/2017

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      La nebbia risaliva lenta dal fiume come una tigre bianca pronta all’attacco, mentre io ordinavo la legna appena tagliata aspettando mio padre che stava per arrivare con il trattore a sfondare quel bianco ed etereo muro di quiete che l’autunno aveva eretto con inconsapevole arte. Altre volte mi trovai a vederla salire dai fiumi e dai laghi, e ogni volta cambiava forma e animale: cavallo di montagna, cervo albino, lince e drago. Ogni volta che vedevo quel mare bianco innalzarsi mi sentivo bene in un modo che si prova soprattutto da bambini, quando si sa che ci si trova nel posto giusto, che nessuno altro posto è il tuo, che il mondo è dove sei tu e basta. Ora quella antica sensazione torna raramente, spesso quando sono in campagna, tra le mie querce, le uniche cose delle quali mi sento padrone e impadronito allo stesso tempo, nonostante la bruttezza della parola. Ora sono rari i momenti nei quali penso che il posto in cui sono è quello giusto, è la mia terra, è la mia aria, è la scelta che dà senso all’impeto folle dell’universo che spinge la sua vita nello spazio-tempo quasi con violenza, incurante di qualsiasi forza che incontra.
      Come mi sono ritrovato in questa città? Come mi sono ritrovato in questa vita? Ricordo una zattera fatta con un albero abbattuto pensando che fosse morto, mentre in realtà dentro era ancora vivo e pieno, troppo pesante per sorreggere un corpo, tantomeno per due; ricordo un amico vero che va nel fiume sulla zattera per la soddisfazione di navigare su qualcosa fatto con le proprie mani, anche se in modo inglorioso. Ricordo il potente riso, tanto forte da dover coprire lo scroscio del piano di miliardi di anime, tanto divertito da lavare tutto lo scempio della storia umana, tutto l’orrore. Ricordo un dolore fortissimo, quasi una morte, un’epifania del male, della cattiveria che può scoppiare anche nell’essere che si pensa più buono e innocuo, e poi ricordo la lenta rinascita e un senso di sempre maggiore forza e resistenza, di sempre maggiore coscienza di quanto sia tutto da vivere fino a non aver paura di cadere nel luogo comune dell’ultimo respiro, dell’estenuante pienezza esistenziale.
      Ricordo una rabbia tanto fitta da otturare quasi le arterie e ricordo il tentativo – ancora in atto, ma sempre migliore – di liberarsene, di liberarsi da sé stesso, di liberarsi dalla stessa libertà dopo averla conquistata a pieno. Ricordo di essere qui ora e che questo non è il passato ma il presente e che sarebbe saggio, una volta tanto, non soccombere all’ego, al desiderio di essere considerato migliore, godendo dello spazio, degli elementi, ridendo di questa nostra vita organica, atomica, alla quale, una volta tanto, vorrei mostrare la mia gratitudine, nonostante – malgrado le sue infinite orecchie – non mi possa sentire.

Marco Di Memmo

3. KELLY LEE OWENS – KELLY LEE OWENS

Data di Uscita: 24/03/2017

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Correndo esco dal bosco, inseguito da me stesso, con le braccia piene di graffi, con la schiena dolorante, con un’orda di pensieri la cui angoscia è il dispositivo urlante della mia intelligenza, infuocata, stavolta, dalla selvaggia emergenza che mi morde in questa minuta e folle foresta. Quello che mi insegue, bestiale me stesso, prende le forme di diverse fiere: cinghiale dalla ruvida e veloce corsa; piccola e spaventosa lepre; giovane cervo; orribile tasso.

Dopo aver seminato il mio nemico mi fermo nell’alto e ondeggiante grano verde d’aprile e mangio qualche asparago crudo appena raccolto – è da pochi anni che li mangio anche crudi, ancora più forti e selvatici – e mi rendo conto che quella bestia forse non mi inseguiva ma stava scappando a sua volta da qualcuno o da qualcosa, anche se, nello scappare, poteva ugualmente ferirmi o forse uccidermi.

Continuo il mio cammino inerpicandomi nella folta e chiusa vegetazione, scoprendo camere segrete, ventricoli nascosti nello schizofrenico cuore della natura. Trovo un passaggio segreto, pericoloso e affascinante, che mi conduce dall’alto di una roccia fino al centro di un campo aperto. Ormai è quasi sera e il cielo mi dice di tornare a casa.

Alzo prima il piede sinistro e poi quello destro, dopodiché mi metto parallelo al terreno, steso sulla pancia, su un letto di pura aria, e mi elevo di un altro paio di metri, fino a riuscire a spostarmi col mio stesso volo.

Plano a bassa quota su un altro campo di grano, in mezzo a un uliveto, in un campo di fave, tra mandorli profumati, spostandomi sopra frane e fiori, tra carcasse di aratri, risalgo su una strada brecciata e malmessa, mantenendo il tramonto alla mia sinistra, distorto dalla conturbante presenza delle pale eoliche, fino ad arrivare alla prosaica automobile che mi riporterà a casa.

Entro nella stanza della mia mente e sposto un po’ di ricordi per farmi spazio; prendo a calci pezzi di ego che restano attaccati al pavimento e poggio il polpastrello dell’indice destro su un tasto sopra il quale è disegnato un triangolo con la punta che va in direzione del lato destro – mi ricordo d’improvviso che questo è il simbolo play, che in questo caso deve avere connotazioni un po’ più profonde – e questa mia azione dà vita a un suono ritmato e ligneo, vagamente morbido, tiepido, con intervalli di bassi che aumentano il desiderio di muoversi.

Una voce femminile inizia a cantare e io con movimenti leggeri, rimanendo sul posto, inizio a ballare, spostando leggermente le mie ginocchia, le spalle e il collo. Chiudendo gli occhi rivedo quel cinghiale correre e poi non vedo più niente, perché il volume dei miei pensieri, del mio linguaggio e di conseguenza del mio mondo si abbassa quasi fino a essere impercettibile: dalla foresta a un sintetizzatore è passata la mia tensione mistica, un filo di corrente esoterica che collega gli alberi e le belve ai circuiti e al silicio di apparecchi artificiali.

E riecheggiano nella mia volontà due versi di T.S. Eliot:

Do I dare
Disturb the universe?

 

Marco Di Memmo

4. TAYLOR DEUPREE – SOMI

Data di Uscita: 03/02/2017

      Lei sta leggendo Gogol’ sul divano, mentre io ascolto questi pochi suoni che avanzano tra distese di neve, nella steppa di circuiti elettrici che circonda la nostra vita di umani. Cambia pagina, si sistema il reggiseno e tiene la mano sul suo petto, continuando a leggere ancora per poco, finché non viene distratta dal cellulare. Il cielo di questa città amata e odiata è un’ovatta tenuta premuta sulla mia volontà, ma non voglio dare la colpa al cielo per la mia inazione, non voglio recitare la parte – tipicamente italiana – della deresponsabilizzazione, del dare eternamente la colpa agli altri o alle cose esterne. Tendo a naufragare ma sto imparando sempre meglio a ritrovare la retta via, la rotta che mi riconduce alla mia meta – anche se la meta non è del tutto chiara –.
      Dove può portare una musica del genere? Può “elevare lo spirito” forse, può far germinare uno stato spirituale più alto, mostrando la realtà circostante, la contingenza nella quale spesso affoghiamo, come qualcosa di semplice, come un volo d’api nella danza infinita dei corpi.
      Dalla mia sinusite fioriscono visioni selvagge: un lupo ringhiante mi fissa negli occhi, col pelo irto e rabbioso pettinato dalla spietatezza di questo vento gelato che io respiro con gioia; di colpo il lupo scappa e guardando alla mia sinistra vedo dei folli a cavallo che puntano dritto col fucile; io soffio davanti a me creo un muro di ghiaccio dietro al quale i cavalieri devono fermarsi, bestemmiare e poi girarsi; il lupo fa un inchino e mi mostra, con uno scatto della testa, la direzione per tornare alla “realtà”.
      Lei è ancora sul divano e sta passeggiando sulla Prospettiva Nevskij, arricciandosi i capelli già ricci e tragici, grattandosi un sopracciglio, roteando il piede destro, con la gamba accavallata su quella sinistra. Ho il frigorifero vuoto, un lavoro che non mi fa lavorare, gli studi fermi, l’amore in malora, progetti arenati, scritture naufragate, i denti delicati, tre frecce conficcate nel petto, eppure tremo di gioia, trattenendo a stendo una risata che agisce come una lima sugli angoli grezzi della mia esistenza. Ho un bluebird nel mio cuore la cui bellezza non mi fa più piangere.
      Una donna africana, dalla risata di una leonessa, mi ha detto che nella vita si cade e ci si rialza sette volte, e ogni volta che ci si rialza le cose perdono peso, danno meno dolore. Forse il mio sorriso dipende da questo o dal fatto che io mi sforzi di posare uno sguardo uguale sul dolore e sulla felicità, cercando di non attaccarmi al frutto degli atti; o forse la vita è davvero una burla, una balorda congerie di vite e di eventi, con un Essere che non è l’ente ma che si disgrega in infiniti e infinitesimali enti, in un disordinato ordine di esserci che fluttuano, che volano come uccelli che sanno dove andare ma non ne sono coscienti.

Marco Di Memmo

5. ALESSANDRO CORTINI – AVANTI

Data di Uscita: 6/10/2017

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      Ero immobile a fumarmi una sigaretta nel cucinino, la finestra socchiusa per non far impregnare l’aria di casa di nicotina e catrame, le goccioline di condensa all’interno del vetro e un radiatore in ghisa acceso prima del tempo nell’incasso sottostante. Sentivo freddo, tremavo, le gambe faticavano parecchio a sorreggermi nonostante fossi anche appoggiato al vetro, per ripartire i carichi. Il termometro poco dopo disse che avevo la febbre, 38,3°C per la precisione, e siccome sono sempre stato un matto decisi di uscire a fare due passi. Indossai il cappotto al contrario, come l’avevo lasciato la sera prima per la fretta di buttarmi sul divano e recuperare episodi della serie che stavo seguendo; dicevo, me lo infilai a rovescio, se non altro la lana a scacchi mi scaldava di più tenuta addosso, e poco importava del woolmark che campeggiava tra le mie scapole, con quella nebbia avrei incrociato pochi stupidi come me, e basta.
      Ero tornato a vivere a Bologna da pochi mesi, giusto il tempo per sentirmi sia di nuovo a casa sia impacciato nel rientrare nell’equilibrio felsineo; quando percorrevo le strette vie del centro la vertigine dei deja-vu mi dava alla testa, tra le lezioni universitarie e amori al sapore di vino e tabacco sfogati negli androni di palazzi a caso. Andavo spesso in confusione e mi facevo tenerezza.
      Vagavo al riparo dei portici come un cane randagio, le giornate si stavano accorciando e la luce giallognola dei lampioni gettava riflettori annacquati sui passi della gente: gli studenti che si accordavano per preparare gli esami e per le serate a tema dai risvolti alcolici e lascivi, i lavoratori stanchi e frettolosi, gli spacciatori guardinghi, i bambini instancabili dalle facce ilari. Ero stato uno di loro, un bimbo, un universitario, un operaio, un pusher imbranato, eppure non riuscivo a riconoscermi in nessuno di loro. I famosi gradi di separazione, che si erano trasformati in distanze siderali congelando l’empatia.
      Riflettevo e inciampavo in continue digressioni che mi facevano perdere il filo, come se non fosse già complicato reinventarsi e ricominciare daccapo; gettavo in avanti la linea del tempo ma lei si burlava di me, spesso faceva impertinenti piroette e mi spiazzava coi dietrofront. La nostalgia mi chiudeva la gola con un grosso nodo, e questi tramonti del cazzo dietro alberi semispogli stringevano il cappio, eppure dovevo scioglierlo, per tornare a vivere.
      Avevo fatto una chiacchierata con Alessandro poco prima, mi raccontò di aver ritrovato vecchi nastri e VHS della sua infanzia che lo fecero ripiombare di colpo tra le braccia della famiglia, tra le mura di casa, a giocare con gli animali e a rotolarsi nella neve. Me ne parlava con dolcezza, con quella malinconia serena che traccia sul volto un sorriso velato e infonde la forza per proseguire attraverso i giorni. Un soffice abbraccio, un deciso incoraggiamento.
      Da quel momento presi a pensare a quanto conta la memoria nella vita, a quanto le immagini e i timbri vocali si innestano nei ricordi come grossi gradoni in pietra sui quali poter tornare a ripercorrere il proprio cammino ogni volta. Restano lì, immobili e imponenti, inamovibili, come le certezze. Ti dicono dove mettere i piedi per non perdere l’equilibrio. Pensai a quanto guardare indietro potesse servire a prendere la rincorsa per saltare dal trampolino dell’andare avanti, anziché piangersi addosso.
      Iniziare, come atto di coraggio
      Perdonare, come forma di amore
      Aspettare, come crescita consapevole
      Nonfare, come scelta attiva e non passiva
      Vincere, come meta di fatica e tenacia
      Perdere, come possibilità da accettare
      Finire, come riappacificazione col tempo
      Una musica lieve e intensa, vibrazioni sonore come brividi emotivi, imperfezioni volute perché proprio lì risiedeva il segreto: nelle sbavature, nelle irregolarità, nel genuino accostarsi agli altri e comporre un incastro che spesso sembrava non risolversi mai del tutto ma che, a dispetto di timori e insicurezze, in qualche modo funzionava. I climax, le volute, i passi sporchi sulla neve appena caduta, un sintetizzatore che cristallizzava la reminiscenza e le melodie che soffiavano sul ghiaccio rimasto sulle piante.
      Dalle parti dei Giardini Margherita c’era una strada che piegava a gomito uguale a tante altre, le auto parcheggiate ordinate in fila, i cancelli in ferro, i cortili seminascosti e una fermata del bus. Non fui sorpreso di essere approdato da quelle parti nel mio peregrinare nebbioso e solitario. Mi acquattai dietro un muretto di recinzione, quell’odore di alloro me lo ricordavo incollato agli abiti di lavoro di mio nonno. La sagoma di mio padre era seduta in poltrona dietro la tenda, era l’ora dedicata alla lettura del giornale; mi sembrava di sentire la sua voce commentare le notizie, e quella di mia madre partire in un controcanto di osservazioni dalla cucina, il profumo del brodo, mio fratello che chiedeva attenzioni mentre giocava sul tappeto e io che facevo i compiti per la scuola.
      Era forse il flashback più violento, ma mi stordì di calore.

 

Federica Giaccani

6. JAMES HOLDEN & the animal spirits – THE ANIMAL SPIRITS

Data di Uscita: 3/11/2017

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      Alla fermata dell’autobus numero 451 incontro tutte le mattine una ragazza che dovrebbe fare il 1˚C, ha gli occhiali molto spessi e un caschetto di capelli a strisce castane e bionde gialle. Non ho mai capito il motivo di farsi i capelli così, sono brutti da vedere. Lei poi ha una zaino grosso, che le ricade tra il sedere e le ginocchia, perché lo porta lento e largo. Sbircio i suoi messaggi sul telefono, dice che sta passando proprio un brutto periodo, mi chiedo cosa sia, se quei capelli orrendi hanno in qualche modo contribuito a rendere più orrendo il suo periodo orrendo.

      Gianluca di solito sale dopo gli archi, quando io già mi sono seduta e ho ascoltato da sola un po’ di musica. Mi piace molto di più quando posso stare seduta sull’autobus da sola ad ascoltare la musica, ma quando sale Gianluca metto via le cuffie dicendogli quanto è stato noioso aspettare il 451 sulla corsia preferenziale senza di lui. Più o meno da 35 giorni Gianluca, ogni volta che ci incontriamo, mi porta una rosa gialla avvolta in una specie di filo rigido intrecciato giallo perché l’egiziano da cui compra i fiori, quello che sta accanto all’edicola sulla Palmiro Togliatti, ha solo rose gialle, dice che quelle rosse gli ricordano della volta in cui hanno ucciso un suo amico venditore ambulante e tutte le rose che stava portando in giro si sono inzuppate di sangue. Io penso sia una bugia, e che abbia litigato col fornitore di rose rosse, Gianluca pensa sia una storia che dà grande spessore al nostro stare insieme, a me non importa. Gianluca di prima mattina ha l’alito che sa un po’ di stantio, e l’erezione della notte prima ancora visibile dietro la cerniera difettosa del suo unico paio di jeans. Gli devono piacere tantissimo, quei jeans, perché li mette praticamente sempre, a parte quando gioca a calcetto, ché sarebbe pure abbastanza strano e infatti meno male che non lo fa. Gianluca ha grosse aspettative circa il nostro pomiciare nei posti a quattro dell’autobus 451, credo per giustificare il suo durello permanente (mi pare se ne rimanga lì almeno fino alle seconda ora), ma io qualche volta semplicemente non ho voglia che lui mi tocchi le tette col gomito destro, anche perché la mia eccitazione non aumenta quando lo fa. Credo che Gianluca trovi preziosa la possibilità di palparmi tutto attraverso la stoffa, solo che quando ci prova preso da questa strana foga delle sette e mezza della mattina, sbaglia e mi tocca gli omeri, lo sterno, pezzi di stinco che non credo gli importi tanto. La lingua di Gianluca è goffa e calda, e se ne va in posti inesplorati che a volte mi fanno ridere molto, e questo fa indignare tantissimo le signore, oppure mi fanno tremare qualcosa dalle parti del bassoventre, ma mai in modo particolare. Gianluca mugola tanto quando mi bacia, e io sento sempre un po’ di imbarazzo tipo quando qualcuno balla o canta per te, e tu non fai niente lo guardi e pensi ai fatti tuoi.

      Oggi ho visto Gianluca fermo sulla banchina e ho tolto le cuffie ancora prima del solito, lui è venuto verso di me con i capelli un po’ scemi che si ritrova certi giorni che ha dormito sul fianco destro, e mi ha detto oggi non entriamo, ti porto al mare. Abbiamo preso il treno nascosti in uno degli ultimi scomparti, Gianluca mi ha baciato pochissimo, e poi mi ha infilato le mani delle mutande, senza che avessi il tempo di pensare che forse poteva darmi fastidio. Mi ha preso la testa con una mano, e con l’altra mi frugava nelle mutande come se avesse perso qualcosa, ma invece di sembrarmi tutto ridicolo e grottesco, come al solito, e anche un po’ esagerato, ho sentito le dita di Gianluca, tra la mia peluria disordinata e biondastra come i miei capelli lisci, le sue dita arrivare fino ad un posto che io sinceramente conosco e non conosco, esplorarlo come il fondo di un barattolo con la marmellata quasi finito, trovare quello che cercava e forse farlo trovare anche a me, che ho sentito un calore insolito, che ricordo veniva quando appena bambina, guardavo quelli che si baciavano nei film e senza nemmeno pensarci mi strofinavo il telecomando vicino alle parti intime, e un giramento di testa come quando ho provato a fare danza aerobica, una specie di scivolosa sensazione di una cosa più pesante dell’acqua, e più calda di tutto il resto, anche della lingua di Gianluca tra i miei denti, qualcosa che non rispondeva a uno stimolo che era venuto dal mio cervello, dalle rose gialle o dalla forma del naso di Gianluca, qualcosa che sarebbe venuto fuori anche se le dita di Gianluca fossero state di qualcun altro, e io avessi sentito il fiato profumato di chi usa il dentifricio contro il tartaro.

Giorgia Melillo

7. BRIAN ENO – REFLECTION

Data di Uscita: 01/01/2017

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      Nei muri della stanza si aprono bolle di strana materia, probabili buchi neri o bizzarri portali sferici che attraggono e portano il pensiero verso altre dimensioni; queste bolle restano aperte per pochi secondi dopodiché si chiudono lentamente e lasciano un dubbio sulla possibilità di ciò sarebbe accaduto con l’entrata nella sfera.
      Respiro profondamente, facendo lavorare il mio pigro diaframma, e conduco la mia mente a uno stato di distensione che la porta a riflettere con maggiore lucidità sulla mia eventuale scelta: entrerò.
      Si crea una bolla al centro del muro che ho di fronte, in basso, alta quanto me, e decido che quella sarà la sede del mio azzardo. Quando la sfera si richiude mi ritrovo in un infinito spazio nero dove, sfidando qualsiasi legge chimica e fisica, non ho più respiro ma le mie funzioni vitali rimangono inalterate.
      Il mio corpo vaga in questo spazio indeterminato e solo con grande fatica riesco ad assumere una posizione eretta, facendo finta che possano esistere categorie spaziali e temporali convenzionali, umane, illudendomi di non essere in uno spazio sovraumano, oltreumano. Il mio sforzo di categorizzazione mi premia e sotto ai miei piedi comincia a formarsi un pavimento variegato, con antiche lastre di pietra che si mischiano a piastrelle di cotto a nido d’ape, al pavimento a “terrazza veneziana”, a lastre di marmo bianco con eleganti venature, a strane superfici di marmo blu brasiliano, a pavimenti simili a quelli delle case in cui ho abitato. Lentamente cominciano a formarsi pure alte mura e la meraviglia mi ricopre quando vedo alzarsi grandi colonne che fanno partire ogive coprendo questa grande stanza, questa sala nata dal nulla. Ora tutto è illuminato, sono all’interno di un edificio inconsueto, sono al chiuso.
      Chiudo per qualche secondo gli occhi e quando li riapro vedo centinaia di mie copie, ognuna vestita in modo leggermente differente, con lievi differenze nel modo di camminare, di respirare, di guardare le cose, di osservare. Chiedo a uno dei miei sosia chi sia, ma questo non mi risponde; tra la folla mi si avvicinano alcuni e il più interessato di tutti mi vuole dare una spiegazione di quello che ho attorno:
      Noi non siamo tue copie, noi siamo te. Sappiamo che tu hai sempre pensato di essere tre, trecento, tremila differenti io e ti possiamo dire che avevi ragione, questa è una delle poche verità che sei riuscito a svelare fin da ragazzo. Questo luogo che vaga nell’universo, consistente solo nella tua coscienza e negli atti della tua vita mortale, è la stanza della tua mente e tu hai avuto il coraggio di entrarci dentro, sfidando quello che è ormai il consolidato orrore che gli uomini hanno di sé stessi, la non volontà degli esseri umani di guardarsi dentro, preferendo gettarsi in un vento che porta all’inconsapevolezza e al malessere, alla paura. Ora che sei nella stanza della tua mente, con gli occhi semichiusi, puoi sederti su quel trono scavato da un albero e puoi riflettere su ognuno di noi o sulla nostra totalità e sono certo che la tua riflessione creerà un suono semidivino, un’eco dalla memoria arcana, che può riportare al sacro suono generato nella creazione dell’universo.
      Vado a mettermi su questo scabro ed essenziale trono di legno e i miei occhi lentamente si chiudono, deponendomi su una barca al centro del calmo oceano della riflessione – oceano che è calmo solo in superficie, mentre nel suo fondale oscuro si agitano violente e potentissime correnti –. Non so per quante ore o giorni o mesi dura la mia riflessione ma quando mi sveglio tutto è cambiato: la stanza sembra una semplice e imponente cattedrale romanica con i pavimenti in pietra e un odore fresco. Tutti i miei io lentamente, con un elegante danza di luci, si congiungono in una enorme sfera nera, densa, che con un vibrante suono esplode e tinge il pavimento e tutti i muri, fino a farli scomparire e a farmi ritrovare nell’infinito spazio nero dove ero all’inizio di tutto. Anziché essere confuso sento dentro di me una scandalosa pace, un’unità mai provata e pensata nella mia vita precedente; questo nuovo stato si accresce ancora alla vista di una bolla di luce a pochi metri da me, verso la quale mi dirigo nuotando nel nulla, fino ad entrarci dentro in posizione fetale, aspettando ciò che la luce riserva per me. Mi ritrovo sul mio letto come fossi rinato, rigenerato da una distruzione danzante, da un dialogo definitivo tra luce e oscurità. Il mio respiro è naturalmente profondo, la mia bocca è autenticamente sorridente, la morte giace serena a pochi metri da me, sapendo che non la temo, che potrei baciarla sulla bocca per poi tornare a questa mia nuova vita senza la minima angoscia o addirittura che potrei portarla con me, tenendola per mano, riuscendo a vivere nella serena coscienza della mortalità, del poco tempo che abbiamo – perciò prezioso –. Leggero come la geometria di uno stormo d’anatre migranti mi levo dal mio letto e sento un’energia nuova, una volontà più agile e leggera. Sono vivo, sono nel presente, sono uno e so che sono soltanto una parte e che tutto ciò che scorre in qualsiasi forma vivente è me. Io non sono fratello della sanguisuga perché sono la stessa sanguisuga, così come sono il mio vicino che mi odia, così come sono una tigre, un lombrico, un solitario tasso, un allegro codirosso, un pesante rinoceronte, una megattera, un coleottero, una quercia, un cane, un asparago, un lichene, ma anche una roccia, una cascata di piombo fuso, una nube sulfurea, un soffio di polline, un ragno, una zolla di terra, un prisma. Mi sono scolpito risolvendo la mia complessità in una semplicità essenziale che mi fa nuotare nel mare dell’oscurità nello stesso modo in cui volo nel cielo della luce. Le mie mani sono dure ma ancora sensibili, mi dicono che forse sono libero perché liberatomi dalla stessa libertà.

Marco Di Memmo

8. KENDRICK LAMAR – DAMN

Data di Uscita: 14/04/2017
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      Ti ricordi quando eravamo sani di mente?

      Ora che sono andato completamente, ora che sono talmente lucido da essere fritto, sono qui a fare elucubrazioni filosofiche sulla canzone DNA di Kendrick Lamar, senza arrivare a una conclusione soddisfacente. È un fatalismo reale o sarcastico? È un determinismo nero e disperato – e allo stesso tempo edonista e sbruffone – o è un anti-determinismo geniale e ironico? Ma soprattutto, mi sto facendo davvero queste domande? Conta davvero? O conta di più che qualcuno dia ancora valore alla parola cantata, al metro, sparando come una mitragliatrice sui battiti di una base? Faccio ancora domande da idiota bianco. Il problema è che non so essere altro, forse.

      Ricordo quella frase di Kafka «il mutismo è attributo della perfezione» e non smetto di pensare da infardellato vitruviano, anche se in realtà non sono un classicista; il pensiero di Kafka fluttua nella mia mente per un motivo: chi si lamenta della vanità, delle cazzate, non dovrebbe allontanarsi da esse e stare nel suo terreno? Ma forse c’è qualcosa che mi sfugge.

      Volevo scrivere un altro racconto ambientato in una metropoli, ma poi ho pensato che era un po’ meno disonesto non farlo, e sono rimasto su questa linea di indecisione che mi sta portando verso una boa arancione che prima mi sembrava lontanissima.

       

      Chi è così ipocrita da poter affermare di non aver mai sognato – anche solo per un vergognoso, fantastico attimo – di essere così indecentemente ricco da poter comprare qualsiasi cosa, qualsiasi persona, convinto – anche solo per un vergognoso, fantastico attimo – che qualunque cosa e qualunque persona possa essere comprata, che sia con la promessa di denaro, di piacere o di fama? Io ammetto di averlo pensato diverse volte. Sempre con un fondo di lealtà che però sembrava sempre più lontano e fondo.

      Un’altra libertà alla quale vorrei arrivare – in questo caso ci penso molto più spesso – è quella di liberarmi dalla stessa libertà ed essere assoluto, vale a dire, etimologicamente, sciolto: sciolto da quest’obbligo insopportabile di dover essere libero, avvinghiandomi ai miei vincoli che mi farebbero godere come nient’altro; libero di poter modificare il linguaggio, il pensiero, la lingua, incasellando le parole, neologismi o vecchie cariatidi che siano, nel mio mosaico personale; libero di andarmene quando un gruppo di lamentosi studenti passa dall’argomento “non avere soldi” a quello “vado in vacanza in un’isola greca” – del cazzo, aggiungerei io – non accorgendosi di essere degli stereotipi ambulanti, con un imbuto gnoseologico ficcatogli in bocca da ragazzini da genitori troppo stupidi o da libri imposti o autoimposti dai quali non si sono saputi liberare.

      Vorrei subordinare o coordinare fino alla morte, vorrei saper rappare da Dio come un afroamericano che usa termini politicamente scorretti che io non posso usare sennò la stronza di turno, inconsapevolmente perbenista e moralista, storce il naso e mi accusa di qualche –ismo a caso, sentendosi di colpo ripulitrice del mondo.

      Il sottofondo a tutte queste stronzate che ho scritto – ribadendo la domanda iniziale – è che a prescindere da quello che dice, dagli infami significanti, Lamar spacca, con la sua musica e il suo canto e le sue rime, con la sua vita senza indugi, senza paura di dire le cose, senza paura di essere giudicato male, di essere inadeguato, di sembrare volgare, di sembrare stupido, di essere deriso, di essere ripreso. Forse lui è davvero libero, se questa parola ha ancora un minimo di senso.

 

Marco Di Memmo

9. AHMAD JAMAL – MARSEILLE

Data di Uscita: 09/06/2017

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      Un uomo nato nel 1930 che fa questa musica, oltre a essere una lezione vivente e un mezzo miracolo, sbriciola tutti i luoghi comuni che vogliono l’artista bruciante in una potente fiamma che si spegne presto. Ahmad Jamal ha 87 e le sue dita toccano ancora il pianoforte con uno stile e un incantamento che molti altri snobissimi pianisti talentuosi degli ultimi decenni non sanno nemmeno dove cercare.

      Mi fa venire in mente Mario, una delle migliori persone che io abbia incontrato nella mia improbabile esistenza. Mario ha un paio di anni in meno di Ahmad ma conserva nei suoi occhi quella vita e quella bellezza che possiede solo chi ha dentro di se il vero – e ineffabile – senso della bellezza. Per Mario, come per alcuni filosofi, mistici o poeti, la bellezza è verità e la verità è bellezza – e non ho paura di usare un mezzo cliché lettarario – dove etica ed estetica si fondono in una vita pulita, senza paura di dover annullare il proprio ego, con un modo di rapportarsi agli altri che ha la semplice nobiltà di chi è davvero umile. Mario mi ha dato la mia unica regola che seguo per scolpire il legno, oltra a una serie di consigli senza pretese e senza orgoglio. Ora che non ce la fa più a scolpire dipinge e ha ripreso a leggere la poesia, altra sua grande passione, e lo fa con la sua debole e gentile voce, non solo con gli occhi. È un carabiniere in pensione, una brava persona, le cui mani sono un monumento e i cui occhi fanno tremare per la tenerezza e l’onestà che trasmettono.

      Ahmad Jamal ha avuto una vita completamente diversa ed è tutt’altra persona, ma è accomunato alla bellezza di Mario proprio per la sua comprensione dell’essenza della bellezza, che trasmette tramite le corde del suo pianoforte. Il suo non è un jazz particolarmente sperimentale o sconvolgente, ma è bello – l’aggettivo più abusato e scontato è in questo caso, al contrario, il massimo omaggio che io possa fargli – e con un’anima, americana, remotamente africana, con armonie tutt’altro che scontate, con ritmi e passaggi che sorprendono.

      A parte il ripetuto omaggio alla città francese con la canzone Marseille in tre versioni differenti, sorprendono il primo e l’ultimo pezzo: l’ultimo, Pots en verre, dove insieme all’America del nord, all’Africa e all’Europa converge anche l’America del sud, in una commistione di generi che mostra il divertimento ancora vivo che Jamal prova quando suona; il primo pezzo Sometimes I feel like a motherless child oltre all’eco di un certo tipo di jazz degli anni cinquanta e sessanta – con un po’ di settanta di mezzo – stupisce per il suo titolo, una sensazione provata prima o poi da ogni uomo, uno smarrimento di cui è bello vedere la sublimazione tramite musica di un uomo di 87 anni che ti fa ballare e sorridere e che sembra non aver paura di niente.

 

Marco Di Memmo

 

10. NNAMDI OGBONNAYA – DROOL

Data di Uscita: 3/03/2017

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      I got music in my arsenal!

      Ci sono ancora persone che superata una certe età guardano i cartoni animati, e ne parlano appena possono con chiunque gli capiti a tiro. Spiegano la genesi dei personaggi, la vita segreta del regista e dei produttori, l’esatto momento in cui l’idea della puntata in questione ha preso vita, quando i soggetti sono passati dal bianco e nero ai colori, e in che giorno esatto è arrivata la svolta decisiva della trentaduesima stagione.
      La conversazione diventa sempre più imbarazzante quando dall’altra parte si inizia l’imitazione dei vari protagonisti, le voci cambiano di tono e la comunicazione prende una piega surreale. Non ci resta che salutare e allungare il passo più velocemente possibile, con la speranza di non rivedersi mai più.

      This man is a musical weirdo genius!

      Fondamentalmente se la tua origine è Chicago ci sono buone possibilità che tu sia bravo a suonare ogni strumento possibile e immaginabile, un determinismo geografico che in qualche modo riporta ad un fenomeno del passato dove in quelle terre è stato distribuito un talento smisurato. Puoi perdere tranquillamente il tuo tempo nel deep web, provando a comprare droga e a vendere suoni che nessuno vuole ascoltare con attenzione, ché l’attenzione è merce rara, eppure qualcuno si accorgerà di te. Le nicchie si espandono, conquistano spazio vitale, anche se la nostra mente pensa ad un suono globalmente riconosciuto. Nello stesso modo in cui crediamo ai cartoni animati come strumenti totalitari per comprendere il mondo.

      Hot damn the rhythm and synths on these tracks are out of this world!

      L’erba, e le risate indotte con il tempo che scorre velocissimo, ore su ore incollati allo schermo per rivedere delle ricercatissime serie di cartoni animati, spulciati con una cura al limite della paranoia. La scelta abbonda, è complesso trovare qualcosa di sinceramente convincente, e allora lo scavare diventa faticoso, ma i tesori scovati ribaltano la sensazione di spossatezza in purissima euforia, tra pezzi di pizza freddi, patatine e barrette di cioccolato quasi scadute.

      Easily the best new album I’ve heard all year.

      Mai compiere l’errore di richiudersi su se stessi, mai credere che non serva a nulla parlare di cartoni animati con qualsiasi persona, trovata per strada, seduta accanto a noi sul bus, intenta a leggere il giornale in un bar o a fuggire dopo aver ascoltato la prima imitazione. Aprire la conversazione con la voce trasfigurata della scena vista ieri notte, quando tra le risate generali ci si chiedeva che tipo di acidi ha utilizzato il regista, è l’unica soluzione per salvare il mondo dalla guerra. Convincersi che ci sia spazio per noi è decisivo.

      Nnamdi can fuck my bitch anytime

 

Alessandro Ferri

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