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Top Ten 2017 – Maurizio Narciso

1. Jlin – Black Origami

Data di Uscita: 19/05/2017

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      L’asfalto lucido si contorce, si accartoccia, mentre ballo.

      Oppure è il mio corpo che si appallottola, mentre danzo su basi che sanno di ferro e che hanno dei bassi profondi come le viscere della terra.

      Ma no, non sto ballando.

      Ciò su cui poggio lo sguardo perde i suoi contorni fisici; come per un origami, le forme originarie si stropicciano, si ripiegano su se stesse. Succede alla mia carne ed a quella delle persone che ho attorno, alla ferrovia che corre accanto a questo capannone, alla stessa struttura scheletrica del luogo in cui mi trovo. Riesco a comporre forme sempre più ardite, prima erano pesci e rane, poi, con il passare del tempo, sono diventate cigni e farfalle. Da qualche giorno riesco a comporre anche unicorni e leoni da superfici complesse, anche di dimensioni rilevanti. E’ l’anima delle cose che si rivela al ritmo della musica.
      Vado fiera della mia ultima creazione: un’enorme elefante, seduto in una posizione antropomorfa, innalzato al cielo piegando assieme tutto ciò che è nel mio spettro visivo.

      Ecco cosa faccio, sto suonando la mia roba, c’è chi la chiama “break-beat”, chi la sente “juke”, altri ancora che la trovano “idm”. Hanno ragione tutti, ma per me è solo musica dello spirito.

      Mi esibisco e la mia comunità balla. Ci sono tutti i miei fratelli della scena footwork di Chicago. La musica è danza oppure sono i loro movimenti che mi ispirano; produco d’istinto, senza pensarci troppo su.

      L’asfalto lucido si contorce, si accartoccia, mentre suono.

 

Maurizio Narciso

2. Arca – Arca

Data di Uscita – 7/04/2017

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      Sento levarsi il canto non appena, barcollante e incerta, cammino fuori dai sogni nervosi che hanno seguito il moto del ventilatore a tre pale montato da un uomo che aveva la tendenza a fare lunghi sospiri interrotti.
      Credo che il canto venga da un forno confinante con il soppalco in cui dormo. Il mio letto occupa tutto lo spazio. È un canto distante che potrebbe essere solo il rumore del tram e dei miagolii dei gatti randagi, e dei lamenti di qualcuno nell’edificio, lamenti o pianti, oppure urla di piacere mescolati insieme. Sono sicura, però, che sia un canto e l’idea di ascoltarlo tutte le mattine, fa in modo che il mio sonno si riduca, ulteriormente, a un segmento spezzato, fatto di sabbia nel letto, pareti di lenzuola troppo calde, territori inesplorati glaciali, buio pesto, profondo come le cavità del corpo, e leggermente rossastro come l’interno di un bordello immaginato. Nonostante la luce si riduca poco a poco, anche con l’arrivo dell’alba, mi sembra di vedere la trasparenza della pelle dall’interno, come se fossi un essere piccolo e bollente, insinuatosi sotto la mia stessa epidermide, penetrato da un foro qualunque, da un orecchio forse insieme a quel canto, e potessi vedere quel che accade sotto gli occhi come finissime lenzuola, come se potessi vedere quel che accade quando scende una lacrima e non scivola via.
      Se riesco a trovare le mani, perse da qualche parte sotto le lenzuola, porto il cuscino sopra la testa, perché il canto si avvicina, prego il soffitto di trattenerlo ancora un po’, prego il lucernario di farsi porta blindata perché non gli lasci invadere la stanza. Le mie preghiere hanno forma di un canto che potrebbe essere solo il rumore del tram e dei miagolii dei gatti randagi, e dei lamenti di qualcuno nell’edificio, lamenti o pianti, oppure urla di piacere mescolati insieme. Le lascio entrare dal lucernario aperto, spazzano via la sabbia della notte, cantano di quando la pelle si era fatta lenzuolo, trasparente, gonfia di aria, ed era volata via, dal lucernario aperto, come se seguisse il ritmo di un canto che sento non appena, barcollante e incerta, cammino fuori dai sogni nervosi che hanno seguito il moto del ventilatore, quello che aveva montato una volta quell’uomo, che mi aveva fatto piangere col suo canto.

      firenze 2009

Giorgia Melillo

3. Clap! Clap! – A Thousand Skies

Data di Uscita: 17/02/2017

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Ar – Raqis

Lascia che faccia mente locale, appena un attimo, un battito di occhi.

Credo che fosse così illuminata dal sole per via di una serie di piccoli canali di luce pura che dovevano scorrerle tra le vene, nei capelli, nelle intercapedini del corpo, quei piccoli buchi che avrei trovato vergognosi, forse fastidiosi, addosso a chiunque, ad una persona qualsiasi, e che mi sembrava fossero stati progettati su di lei, scavati, e incisi e scolpiti per poter essere attraversati dalle particelle di pulviscolo, dai raggi del sole più alto, quello di mezzogiorno che ti brucia la sommità della testa e ti toglie l’acqua dal cervello.
Capitava veramente molto spesso che lasciasse le tende aperte, quando il sole cadeva di sbieco, deciso come una falce nei campi, e che cominciasse a ballare una musica che sentiva solo lei, qualcosa che, cercò di spiegarmi una volta che eravamo stesi a pancia sotto su di un’amaca, non ricordava di aver mai sentito nella vita diurna e che era sicura venisse composta da qualche parte nel mezzo del sonno, in una porzione del suo cervello che era solita esporre per ore ai raggi diretti, del sole più alto. Quella volta sull’amaca mi ricordo che vedevo le sue guance deformate attraverso i buchi della stoffa, la bocca che faceva fatica ad articolare le parole. Avevamo riso molto, quando si era addormentata, lasciando che le corde dell’amaca le segnassero il viso per delle ore.
Ricordo che chiamava presso di sé alcuni bambini del quartiere, cercando di insegnare loro la nostra lingua, se mai fossero stati interessati. Non che qualcuno le avesse chiesto poi di far loro da tata, pareva piuttosto attirarli naturalmente con la sua fertilità eccessiva, il modo in cui metteva in fila le parole rapidamente, senza mai dimenticare alcuna sillaba, con le dita dolci del colore dello zucchero bruno, li teneva uniti per ore in certi abbracci che assomigliavano a carezze enormi.
Mi è sempre sembrato che producesse dei rumori profondi quando muoveva il più piccolo dei suoi muscoli, era come se il suo sangue scorresse rombando, il respiro passasse dal naso come se dovesse tenere il ritmo cadenzato di una marcia, le lacrime erano grandine sulle guance. Quando portava i capelli dietro le orecchie, agitando le mani brune, era come se frusciassero i canneti, in un giorno di tramontana, e ogni suo passo era potente sulla Terra, potevo essere certo che le radici e i vermi, e le talpe e più piccoli granelli di foglie in decomposizione se lo sarebbero ricordato per sempre.

Fammi fare mente locale per almeno un attimo, fammi sbattere gli occhi, così che la palpebra indugi sulle pupille, impallando le lenti a contatto, facendo un rumore veramente piccolo, come di frizione.

Nel mio ricordo più fervido aveva il seno sempre molto leggero, vagamente tenuto da una specie di stoffa impalpabile che le aveva regalato sua nonna, la pelle come un certo divano che avevo visto nella sala di attesa di un dottore facoltoso che avevo consultato per la mia epilessia, una specie di color cammello abbronzato, una cosa così esotica come i cerchi alle orecchie, e come le sciarpe orribili, colorate, di lana intrecciata senza alcun criterio, e come i portatabacco a disegni concentrici che mi aveva detto rappresentavano tipo il sole e gli altri pianeti ma a me sembravano un ammasso di cotone fatto da una fricchettona daltonica appassionata di America Latina.

Giorgia Melillo

4. James Holden & The Animal Spirits – The Animal Spirits

Data di Uscita: 3/11/2017

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      Alla fermata dell’autobus numero 451 incontro tutte le mattine una ragazza che dovrebbe fare il 1˚C, ha gli occhiali molto spessi e un caschetto di capelli a strisce castane e bionde gialle. Non ho mai capito il motivo di farsi i capelli così, sono brutti da vedere. Lei poi ha una zaino grosso, che le ricade tra il sedere e le ginocchia, perché lo porta lento e largo. Sbircio i suoi messaggi sul telefono, dice che sta passando proprio un brutto periodo, mi chiedo cosa sia, se quei capelli orrendi hanno in qualche modo contribuito a rendere più orrendo il suo periodo orrendo.

      Gianluca di solito sale dopo gli archi, quando io già mi sono seduta e ho ascoltato da sola un po’ di musica. Mi piace molto di più quando posso stare seduta sull’autobus da sola ad ascoltare la musica, ma quando sale Gianluca metto via le cuffie dicendogli quanto è stato noioso aspettare il 451 sulla corsia preferenziale senza di lui. Più o meno da 35 giorni Gianluca, ogni volta che ci incontriamo, mi porta una rosa gialla avvolta in una specie di filo rigido intrecciato giallo perché l’egiziano da cui compra i fiori, quello che sta accanto all’edicola sulla Palmiro Togliatti, ha solo rose gialle, dice che quelle rosse gli ricordano della volta in cui hanno ucciso un suo amico venditore ambulante e tutte le rose che stava portando in giro si sono inzuppate di sangue. Io penso sia una bugia, e che abbia litigato col fornitore di rose rosse, Gianluca pensa sia una storia che dà grande spessore al nostro stare insieme, a me non importa. Gianluca di prima mattina ha l’alito che sa un po’ di stantio, e l’erezione della notte prima ancora visibile dietro la cerniera difettosa del suo unico paio di jeans. Gli devono piacere tantissimo, quei jeans, perché li mette praticamente sempre, a parte quando gioca a calcetto, ché sarebbe pure abbastanza strano e infatti meno male che non lo fa. Gianluca ha grosse aspettative circa il nostro pomiciare nei posti a quattro dell’autobus 451, credo per giustificare il suo durello permanente (mi pare se ne rimanga lì almeno fino alle seconda ora), ma io qualche volta semplicemente non ho voglia che lui mi tocchi le tette col gomito destro, anche perché la mia eccitazione non aumenta quando lo fa. Credo che Gianluca trovi preziosa la possibilità di palparmi tutto attraverso la stoffa, solo che quando ci prova preso da questa strana foga delle sette e mezza della mattina, sbaglia e mi tocca gli omeri, lo sterno, pezzi di stinco che non credo gli importi tanto. La lingua di Gianluca è goffa e calda, e se ne va in posti inesplorati che a volte mi fanno ridere molto, e questo fa indignare tantissimo le signore, oppure mi fanno tremare qualcosa dalle parti del bassoventre, ma mai in modo particolare. Gianluca mugola tanto quando mi bacia, e io sento sempre un po’ di imbarazzo tipo quando qualcuno balla o canta per te, e tu non fai niente lo guardi e pensi ai fatti tuoi.

      Oggi ho visto Gianluca fermo sulla banchina e ho tolto le cuffie ancora prima del solito, lui è venuto verso di me con i capelli un po’ scemi che si ritrova certi giorni che ha dormito sul fianco destro, e mi ha detto oggi non entriamo, ti porto al mare. Abbiamo preso il treno nascosti in uno degli ultimi scomparti, Gianluca mi ha baciato pochissimo, e poi mi ha infilato le mani delle mutande, senza che avessi il tempo di pensare che forse poteva darmi fastidio. Mi ha preso la testa con una mano, e con l’altra mi frugava nelle mutande come se avesse perso qualcosa, ma invece di sembrarmi tutto ridicolo e grottesco, come al solito, e anche un po’ esagerato, ho sentito le dita di Gianluca, tra la mia peluria disordinata e biondastra come i miei capelli lisci, le sue dita arrivare fino ad un posto che io sinceramente conosco e non conosco, esplorarlo come il fondo di un barattolo con la marmellata quasi finito, trovare quello che cercava e forse farlo trovare anche a me, che ho sentito un calore insolito, che ricordo veniva quando appena bambina, guardavo quelli che si baciavano nei film e senza nemmeno pensarci mi strofinavo il telecomando vicino alle parti intime, e un giramento di testa come quando ho provato a fare danza aerobica, una specie di scivolosa sensazione di una cosa più pesante dell’acqua, e più calda di tutto il resto, anche della lingua di Gianluca tra i miei denti, qualcosa che non rispondeva a uno stimolo che era venuto dal mio cervello, dalle rose gialle o dalla forma del naso di Gianluca, qualcosa che sarebbe venuto fuori anche se le dita di Gianluca fossero state di qualcun altro, e io avessi sentito il fiato profumato di chi usa il dentifricio contro il tartaro.

Giorgia Melillo

5. Alessandro Cortini – AVANTI

Data di Uscita: 6/10/2017

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      Ero immobile a fumarmi una sigaretta nel cucinino, la finestra socchiusa per non far impregnare l’aria di casa di nicotina e catrame, le goccioline di condensa all’interno del vetro e un radiatore in ghisa acceso prima del tempo nell’incasso sottostante. Sentivo freddo, tremavo, le gambe faticavano parecchio a sorreggermi nonostante fossi anche appoggiato al vetro, per ripartire i carichi. Il termometro poco dopo disse che avevo la febbre, 38,3°C per la precisione, e siccome sono sempre stato un matto decisi di uscire a fare due passi. Indossai il cappotto al contrario, come l’avevo lasciato la sera prima per la fretta di buttarmi sul divano e recuperare episodi della serie che stavo seguendo; dicevo, me lo infilai a rovescio, se non altro la lana a scacchi mi scaldava di più tenuta addosso, e poco importava del woolmark che campeggiava tra le mie scapole, con quella nebbia avrei incrociato pochi stupidi come me, e basta.
      Ero tornato a vivere a Bologna da pochi mesi, giusto il tempo per sentirmi sia di nuovo a casa sia impacciato nel rientrare nell’equilibrio felsineo; quando percorrevo le strette vie del centro la vertigine dei deja-vu mi dava alla testa, tra le lezioni universitarie e amori al sapore di vino e tabacco sfogati negli androni di palazzi a caso. Andavo spesso in confusione e mi facevo tenerezza.
      Vagavo al riparo dei portici come un cane randagio, le giornate si stavano accorciando e la luce giallognola dei lampioni gettava riflettori annacquati sui passi della gente: gli studenti che si accordavano per preparare gli esami e per le serate a tema dai risvolti alcolici e lascivi, i lavoratori stanchi e frettolosi, gli spacciatori guardinghi, i bambini instancabili dalle facce ilari. Ero stato uno di loro, un bimbo, un universitario, un operaio, un pusher imbranato, eppure non riuscivo a riconoscermi in nessuno di loro. I famosi gradi di separazione, che si erano trasformati in distanze siderali congelando l’empatia.
      Riflettevo e inciampavo in continue digressioni che mi facevano perdere il filo, come se non fosse già complicato reinventarsi e ricominciare daccapo; gettavo in avanti la linea del tempo ma lei si burlava di me, spesso faceva impertinenti piroette e mi spiazzava coi dietrofront. La nostalgia mi chiudeva la gola con un grosso nodo, e questi tramonti del cazzo dietro alberi semispogli stringevano il cappio, eppure dovevo scioglierlo, per tornare a vivere.
      Avevo fatto una chiacchierata con Alessandro poco prima, mi raccontò di aver ritrovato vecchi nastri e VHS della sua infanzia che lo fecero ripiombare di colpo tra le braccia della famiglia, tra le mura di casa, a giocare con gli animali e a rotolarsi nella neve. Me ne parlava con dolcezza, con quella malinconia serena che traccia sul volto un sorriso velato e infonde la forza per proseguire attraverso i giorni. Un soffice abbraccio, un deciso incoraggiamento.
      Da quel momento presi a pensare a quanto conta la memoria nella vita, a quanto le immagini e i timbri vocali si innestano nei ricordi come grossi gradoni in pietra sui quali poter tornare a ripercorrere il proprio cammino ogni volta. Restano lì, immobili e imponenti, inamovibili, come le certezze. Ti dicono dove mettere i piedi per non perdere l’equilibrio. Pensai a quanto guardare indietro potesse servire a prendere la rincorsa per saltare dal trampolino dell’andare avanti, anziché piangersi addosso.
      Iniziare, come atto di coraggio
      Perdonare, come forma di amore
      Aspettare, come crescita consapevole
      Nonfare, come scelta attiva e non passiva
      Vincere, come meta di fatica e tenacia
      Perdere, come possibilità da accettare
      Finire, come riappacificazione col tempo
      Una musica lieve e intensa, vibrazioni sonore come brividi emotivi, imperfezioni volute perché proprio lì risiedeva il segreto: nelle sbavature, nelle irregolarità, nel genuino accostarsi agli altri e comporre un incastro che spesso sembrava non risolversi mai del tutto ma che, a dispetto di timori e insicurezze, in qualche modo funzionava. I climax, le volute, i passi sporchi sulla neve appena caduta, un sintetizzatore che cristallizzava la reminiscenza e le melodie che soffiavano sul ghiaccio rimasto sulle piante.
      Dalle parti dei Giardini Margherita c’era una strada che piegava a gomito uguale a tante altre, le auto parcheggiate ordinate in fila, i cancelli in ferro, i cortili seminascosti e una fermata del bus. Non fui sorpreso di essere approdato da quelle parti nel mio peregrinare nebbioso e solitario. Mi acquattai dietro un muretto di recinzione, quell’odore di alloro me lo ricordavo incollato agli abiti di lavoro di mio nonno. La sagoma di mio padre era seduta in poltrona dietro la tenda, era l’ora dedicata alla lettura del giornale; mi sembrava di sentire la sua voce commentare le notizie, e quella di mia madre partire in un controcanto di osservazioni dalla cucina, il profumo del brodo, mio fratello che chiedeva attenzioni mentre giocava sul tappeto e io che facevo i compiti per la scuola.
      Era forse il flashback più violento, ma mi stordì di calore.

 

Federica Giaccani

6. Bonobo – Migration

Data di Uscita: 13/01/2017

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      La decisione di svegliarmi tutte le mattine all’alba l’avevo presa che facevo appena il liceo e abitavo in un caseggiato di mattoni rossi, circondato quasi completamente da ortensie lilla enormi, così grandi che qualche volta non riuscivo a guardare oltre il muro di recinzione, per via delle ortensie enormi. Dal mio balcone minuscolo, dove avevo imparato a fumare e a guardare la signora del terzo piano che si massaggiava il seno con l’olio di mandorle, vedevo uno scorcio della stazione dei treni in costruzione, ero sicuro che sarebbe stata un’opera enorme, perché non appena aveva cominciato a prender forma avevo visto miriadi di uccelli volarci sopra, a stormi, fermarvisi per raccogliere il resto dello stormo, possibilmente far mente locale e poi dare la comunicazione con quel particolare linguaggio degli uccelli che mi ero sempre immaginato abbastanza liquido, fatto di un sacco di L comunque. Avevo deciso che non valeva la pena di passare tutta la notte in contemplazione della chitarra che non avevo mai imparato a suonare, del Don Chisciotte in due volumi che mio padre, ti prego Giacomo leggilo tutto e fatti una cultura coi classici che non avevo mai letto, dei Topolino che mia madre aveva comprato per rispettare la tradizione e perché pensava che fossi un collezionista serio, e che invece manco quelli mi veniva voglia di leggere. Avevo deciso, e non senza grossi ripensamenti, malumori, sofferenze più o meno mal tollerate, che sarebbe stato il caso di svegliarsi molto presto al mattino, per vedere l’alba e tutto il resto, per osservare gli uccelli che chissà se erano gli stessi dell’anno scorso, ma soprattutto perché la notte portava con sé quella dose di tristezza da doveri non adempiuti, che tanto valeva abituarsi a una vita di sensi di colpa. Non è che avessi ottenuto risultati considerevoli, durante gli anni del liceo, anzi più che altro quei pensieri lì venivano ugualmente a nuotare in zona fronte, ma lo facevano di mattina così avevano tutto il giorno per sedimentarsi. Però avevo visto la stazione svettare sempre più alta tra le ortensie, diventare un monolite con un sacco di spigoli, completamente riflettente, e mi ero domandato cosa avrebbero fatto gli stormi di uccelli, se ci si sarebbero scontrati, confusi dai raggi del sole di novembre, o se avrebbero riconosciuto la propria immagine, invecchiata di anno in anno. Poi mi ero sentito stupido, a pormi questi interrogativi fantasiosi invece di studiare la situazione dello stato di Israele per capirci qualcosa quando se ne parlava alle cene di Natale, poi avevo pensato ancora a quella specie di adesivi ritraenti rondini stilizzate, attaccati ai pannelli in plexiglas lungo le ferrovie, come avvertimento per gli uccellini che avevano voglia di volare basso. Avevo progettato in mente degli adesivi analoghi, ma immensi, per la facciata della stazione.
      Qualche anno dopo, avevo cambiato casa ed ero riuscito a trovarne una che affacciava direttamente sulla stazione, permettendomi di guardarla da varie angolazioni. Abitavo completamente da solo, e avevo regalato la chitarra a un mio amico che poi era diventato ricco suonando per strada, venduto i Topolino al mercatino dell’usato in cui avevo conosciuto un uomo che concludeva ogni pasto con una Big Babol e che per questo ne collezionava le carte, ma avevo tenuto il Don Chisciotte perché sicuro mi avrebbe aiutato a rimorchiare sull’autobus. La questione Raniero era venuta fuori diversi giorni dopo il mio trasferimento, quando avevo preso a calci il televisore che non funzionava, ed ero andato a letto senza mangiare, col risultato che avevo anticipato il mio risveglio alle quattro e mezza circa. Era ancora buio, non si sarebbero visti nemmeno i pappagallini verdi che avevano invaso la città, con quell’illuminazione scarsa. Dal piano di sotto avevo sentito dei colpi regolari e fortissimi, come se qualcuno stesse cercando di fare un buco per ricavare un po’ di spazio tra il soggiorno e la sala da pranzo. Doveva essere il signore dell’interno 21, sotto al mio, che mi redarguiva per i miei rumori molesti. Ero tornato a letto coi sensi di colpa dell’adolescenza, cercando di camminare con il bordo esterno dei piedi, così da non far rumore. Per la prima volta dopo sei anni avevo dormito fino alle undici del mattino, poi ero andato a chieder notizie a Ester, la portiera affabile come un caimano digiuno. Aveva solo saputo dirmi che quel tizio si chiamava Raniero (ma molti altri inquilini, negli anni avvenire, lo chiamarono Pamelo e Danielo) e che si faceva il riporto ai capelli. Ci ripenso spesso ora, ma per quando mi sforzi non riesco a ricordarmi il tempo passato nel mio monolocale vicino alla stazione, nemmeno quanti anni fossero stati effettivamente. Ricordo solo che trascorsi il primo periodo a tormentarmi nel letto mentre Raniero bussava dal piano di sotto, con qualcosa che doveva assomigliare ad un ariete da sfondamento, o al tronco di un acero bicentenario, chiedendomi se non fosse il caso di comprare un trapano da asfalto e semplicemente piombargli in salotto, oppure preparare delle torte dall’aspetto meraviglioso e poi riempirle di paracetamolo così da incastrarlo sulla tazza, o costringerlo a grandi sudate per poi farle scendere sul suo balcone e aspettare che cadesse nel mio tranello.
      Una notte, che passai in preda ai deliri della febbre, perché ero stato colto da un temporale, mentre camminavo beato costeggiando un cimitero monumentale, sognai il vicino dell’interno 21 che si arrampicava sul muro, e poi sul soffitto e che camminava avanti e indietro con scarpe altissime, col tacco spesso. Un’altra ancora, mentre facevo l’amore con una ragazza con gli occhiali, mi parve che stesse dissodando con un trattore il pavimento del suo salotto che mi ero sempre immaginato pieno di animali impagliati. La ragazza con gli occhiali era andata via molto traumatizzata, e io avevo guardato gli uccelli dalla mia finestra, ancora steso sul letto, mentre il vicino dell’interno 21 decideva di tirare al piattello nel corridoio di casa sua e avevo pensato al tempo in cui tutto era silenzioso, e perfetto, come la stazione dei treni altissima nel cielo, grande specchio per gli uccelli migratori confusi, e avevo pensato a come è facile dimenticare il silenzio, quando un rumore diventa costante.
      Quando avevo smesso di rispondere al telefono mia madre aveva fatto irruzione in casa mia e, scoperta la causa delle mie occhiaie, e accortasi che avevo costruito una specie di punto di ristoro per gli uccelli che migravano, sul mio balcone, col risultato che ormai assomigliava più che altro ad un letamaio, scrisse una lettera a Raniero chiedendogli un incontro formale.
      Raniero non rispose mai.
      Quasi cinque anni dopo, quando ormai avevo cominciato a ignorare Raniero, e mi ero comprato dei bonghi, ebbi la sorpresa di non sentire alcun rumore proveniente dall’interno 21. Il silenzio andò avanti per giorni. Seppi da Ester, dopo circa una settimana, che il signor Raniero dell’interno 21 si era andato a schiantare dritto dritto contro uno dei pannelli della stazione dei treni, uno di quelli riflettenti, che impedivano di guardar dentro e vedere gli impiegati a lavoro. Mi ero sorpreso a sospirare con una lacrima che insisteva dietro la palpebra destra, mi ero sorpreso a ripensare agli enormi adesivi a forma di uccello che un giorno, anni prima, avrei voluto creare per gli stormi che migravano. Mi ero sorpreso a chiedermi se il signor Raniero, nella superficie riflettente, ci avesse visto lo stesso signore dell’interno 21 che vedeva l’anno prima, e se non fosse stato quello il motivo del suo schianto.

Giorgia Melillo

7. Washed Out – Mister mellow

Data di Uscita: 30/06/2017

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Mi ricordo con chiarezza, come se fosse successo appena prima che mi allacciassi la scarpa sinistra, mi ricordo con chiarezza il vociare incessante che, assieme alla musica un po’ strana che passavano in quel posto lì, a volte mi faceva voltare di scatto, come sentendomi chiamare da qualcuno, mi ricordo bene che anni dopo scoprii che quel vociare era nella musica stessa, e la gente che andava in quel posto lì faceva solo finta di parlare, come le comparse che tra loro, mimano solo numeri con le labbra.

Mi ricordo che tutta la gente che vedevo lì era di un colore indefinito, un misto tra il rosso scuro della luce che veniva dal soffitto, e il blu psichedelico di un faro pulsante, mi ricordo che solo tu avevi un colore, perché sedevi sempre sotto l’occhio di bue. La prima volta che ti ho vista avevi un vestito leggerissimo, plissettato e blu, con dei fiori che forse somigliavano a quelli della buganvillea però erano colorati di beige e rosso, e si appoggiavano al tuo corpo fine come se non lo avessero mai lasciato.
Mi ricordo che avevi la pelle bianca, soprattutto quella delle gambe, che curvavano nei posti in cui mi piaceva da sempre che curvassero delle gambe. Avevi le scarpe di pezza, con la suola in corda e anche quelle erano piene di fiori, molto più piccoli.
Mi ero avvicinata per scoprire il tuo viso dietro gli occhiali, avevo sbirciato un paio di occhi piccoli e lontani per effetto delle lenti, un doppio buco al naso, la bocca come un punto interrogativo. Tante bolle rosse, più o meno grandi, che non mi sembravano niente di diverso da altri fiori sulla tua pelle. Sembravi spaventata da tutto.
Mi ricordo come fosse un attimo fa la curva del tuo seno nudo sotto il vestito, piccolo come un desiderio non ancora nato. Non stavi guardando nessuno, la rasatura ai lati della testa ricresceva sotto i miei occhi come un prato inglese appena innaffiato, con le mani suonavi un piano che non c’era.
A un certo punto ho pensato che piangessi, per via della canzone, mi sono accorta solo dopo che avevi su le cuffiette e di certo non potevi sapere quanto quella musica strana, che passavano in quel locale lì, stesse bene su di te, come se si infiltrasse, o addirittura nascesse naturalmente tra le tue unghie macchiate di bianco, e i tuoi capelli tenuti insieme da una molla di plastica.
Avevo domandato al proprietario, un uomo cattivo che riempiva i bicchieri fino all’orlo, ma serviva sempre birra calda, perché te ne stessi lì sola, ascoltando la tua musica, e se ti avesse mai vista. Mi ricordo che rispose di no.

Mi ricordo di averti cercato per tutto il giorno successivo, tra i passanti che vedevo ovunque, tra le palazzine a due piani dei rioni in festa, sul tram vecchio, quello coi sedili ancora uno dietro l’altro, sul tram nuovo, quello con i poggiaculi nella parte centrale, mi ricordo che guardavo tutte le donne che passavano con la speranza che avessero un vestito plissettato blu.

La sera poi, ti avevo trovata lì ed ero riuscita a domandarti perché non ti piacesse la musica che passavano. Mi ricordo come fosse il giorno della mia comunione, quando ero lì all’altare a implorare tutto il Pantheon di non farmi cadere l’ostia dalle mani perché avevo sentito che era un peccato gravissimo, mi ricordo che ti eri tolta la cuffia con cordialità, avevi l’abitudine di fare gesti lentissimi, e mi avevi chiesto, confusa, cosa intendessi dire.

Avevo domandato al proprietario, un uomo coi capelli sporchi e grigi aggrovigliati come la retina per i piatti, perché te ne stessi sola ascoltando tutta la musica che non potevamo sentire noi, e se ti avesse mai vista. Mi ricordo che disse di no.

Mi ricordo che il giorno in cui ti chiesi di uscire avevi tolto entrambe le cuffie, portavi i capelli sciolti e avevi gli occhiali in testa. Con gli occhi strizzati mi avevi chiesto, confusa, cosa intendessi dire.

Dopo circa un anno eravamo andate a vivere assieme, ma mi sembrava sempre che fossi capitata da quelle parti per sbaglio, e che non fosse stata una decisione tua, quanto piuttosto un inciampo casuale della vita, una di quelle situazioni che si arrotolano ed effettivamente non capisci da quale capo iniziare a srotolare.
Ti avevo chiesto spessissimo, soprattutto di notte, a letto, quando i lampioni si mettevano a strisciare sotto le persiane, e la stanza affacciata sulla stazione di polizia diventava tutta blu di sirene, perché andassi sempre in quel posto dove mettevano musica che nessuno, a parte me, il barista misantropo e una decina di altri avventori, apprezzava e poi rimanevi sola tutta la sera con le cuffiette. Ogni volta scrollavi le spalle, me lo ricordo come mi ricordo il sorriso di mia madre.
Credo di aver dormito sempre poco, in tutto quell’anno lì, perché volevo mi dessi una risposta.
Non dissi mai ad alcuno dei miei amici che stavo insieme a te, sarebbe stato difficile spiegare loro che i miei sogni erano abitati di fiori che risalivano la corrente come salmoni e si aprivano sul tuo viso, da minuscole pieghe sui vestiti di seta, da capelli e anelli al naso, da mani che non avevo mai visto sui tasti.
Avrei dovuto capire che saresti andata via quella notte che già le sirene laceravano gli spazi della nostra camera da letto e io mi voltai pianissimo e ti vidi illuminata dalla luce blu, mi parevi anche tu una delle comparse del locale in cui ci eravamo conosciute, e ti domandai a voce bassa, come una cantilena, o uno scherzo tra noi, perché ascoltassi sempre la tua musica in un locale rinomato per la sua musica ricercata.
“Mi piace la birra calda, ma non quella musica lì.” Avevi detto.

A una passante

Giorgia Melillo

8. Toro Y Moi – Boo Boo

Data di Uscita: 07/07/2017

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      La spio attraverso lo specchietto retrovisore: dorme sdraiata sui sedili posteriori della mia Eldorado, ed è bellissima; sulla sua pelle bruna ci sono perle di sudore che riflettono il sole cocente d’agosto; i suoi piedi nudi fuoriescono composti dal finestrino.

      Non so dove stiamo andando ma ci andiamo lo stesso. Mi mantengo al centro della carreggiata perché non si vede nessuno all’orizzonte di questa strada lunghissima, che si muove dritta come un flipper per miglia e miglia: noi siamo la pallina argentata lanciata a tutta velocità verso le stelle.

      Faceva l’autostop, seduta sul ciglio di una statale, con un vestitino verde che si confondeva con la distesa di cactus alle sua spalle. Mi sono fermato ed è bastato uno sguardo per capire che entrambi non avevamo una meta. Così abbiamo imboccato questa strada ed eccoci qui.

      Mi lascio alle spalle il nulla, o quasi: un appartamento minuscolo e sporco per il quale pago l’affitto in nero; un lavoretto come addetto alla lavanderia di quartiere; qualche pezzo di merda che non sentirà la mia mancanza.

      Lei è una tipa di poche parole: mi ha chiesto con un inglese un po’ sgangherato se guidassi bene e quando ho annuito ha detto che si fidava e che si sarebbe riposata per qualche ora. Sto cercando di capire chi sia da ciò che si porta dietro: una borsetta di marca Gucci, originale – so riconoscere quelle tarocche perché in passato le vendevo io stesso a ricche signore attempate – un paio d’orecchini dal pendente dorato, a riporto con un bracciale pesante, e delle scarpe col tacco dentro una busta di tela, sono verdi come il suo vestito. Ha i capelli in ordine ma sporchi, si vede che è fuori casa da un po’, eppure ha un buon odore, che sa di sale marino. Forse è scappata dai suoi genitori, o dal suo ragazzo, oppure è semplicemente una turista in cerca di avventura.

      Il caldo mi fa venire certi pensieri… rimetto gli occhi sull’asfalto, che è uno specchio che ci corre davanti imperterrito. Apro con una mano il cruscotto e prendo una bottiglia d’acqua per dissetarmi. Dannazione è bollente; mentre bevo mi accorgo che si è svegliata: è seduta a centro sedile e mi guarda sorridente. Vorrei chiederle perlomeno da dove viene, o forse no… non mi frega un cazzo del suo passato, ciò che conta è questa macchina lanciata sulla strada verso la felicità.

 

Maurizio Narciso

9. LCD Soundsystem- American Dream

Data di Uscita: 8/09/2017

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      [Twin Peaks, esterno giorno] – si dice così nelle pellicole noir o nei romanzetti da quattro soldi che si comprano alle bancarelle in sconto dell’ottanta per cento? Sì, è così.
      Il sole è alto in cielo, si percepisce dall’aria chiara che mi circonda, se provo a guardare anche solo leggermente in alto ho bisogno di una mano per pararmi la vista da raggi fortissimi quanto invisibili. Le nuvole sono un velo sottile tutt’attorno, come lo zucchero filato appena si accende quella grande macchina argentata che pare generarlo dal nulla.
      Twin Peaks, dicevo, ma non c’entra nulla con quella di David Lynch; la mia città è del tutto anonima, una delle tante “Twin Peaks” sparse in America alla stregua delle innumerevoli Springfield.
      A volte, però, mi sembra di vivere all’interno di una serie tv. Sarà tutto quest’ordine, la città a scacchiera. Sarà mia madre con la permanente. Saranno queste strade che hanno sempre gli stessi negozi, ma con dimensioni e ordine diversi.
      Sarà che poi, a un certo punto del giorno, diventa tutto buio improvvisamente, e poi magari di nuovo giorno. Che è una cosa che non mi sembra avvenisse anche quando ero piccola e non vivevamo a Twin Peaks, ma tutti in città sembrano ormai esserci abituati. Allora quando diventa buio, anche se stavi facendo colazione qualche minuto prima, ti sembra giusto rimetterti il pigiama e tornare a dormire.
      Sarà che ogni conversazione, ogni gesto, sembra avere uno scopo, che non ci sono più quei momenti di noia, quando per esempio ci si poteva mangiare anche da soli un gelato su una panchina stando in silenzio per dieci minuti. Non succede più, ormai.
      Sarà che anche la musica giusta che parte sempre al momento giusto mi sembra innaturale. Come adesso, che mentre stavo scrivendo è partita “American Dream” degli LCD Soundsystem.
      Continua mentre suona il campanello della porta, mentre mi alzo, scendo quattro gradini di una scala di sedici e mi ritrovo davanti alla porta di casa mia.
      Continua quando apro la porta e dietro ci trovo un signore coi capelli bianchi tutti tirati indietro e degli auricolari nelle orecchie, che mi urla contro:
      «Salve, mi chiamo Gordon Cole, dell’FBI», e mi porge la mano.
      Io non so cosa rispondere, sto in silenzio. La musica batte i suoi ultimi cinque colpi, poi si spegne.

[FINE]

 

Maurizio Narciso e Marta Lamalfa

10. Ben Frost – The Centre Cannot Hold

Data di Uscita: 29/09/2017

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      Entra nella caverna e trova il tuo animale guida.
      E’ freddo.

      Concentrati!
      Ok.

      Trova il tuo animale guida. Fatto?
      E’ un lupo bianco.

      Osservalo meglio.
      Sono io, ma le fattezze sono quelle di un lupo bianco. A malapena mi distinguo all’interno di una grotta di ghiaccio.

      Cosa stai facendo?
      Azzanno un altro animale, lo tengo per la gola.

      Vedi solo questo?
      No. C’è sangue dappertutto. Sotto le mie zampe, sul mio muso, fuoriesce dalla carcassa morente dell’altro animale.

      Cosa c’è che non va?
      Il sangue non è rosso. E’ blu.

      Non è questo il punto.
      Tutto quel blu sul bianco, mi disorienta.

      Non è questo il punto.
      Il rumore.

      Ci sei quasi.
      Il mio respiro produce un micro-rumore, che si incastra ritmicamente in modo perfetto a quello del sangue che mi goccia dalla bocca e cade terra. Anche il tremolio della carcassa che sorreggo è accordato al tutto.

      Non è “rumore”.
      Ogni termine linguistico particolare prende il proprio significato non dalle sue proprie qualità positive ma dalla sua differenza da altri termini.

      Non è “rumore”, ascolta meglio.
      E’ il mio disco, ciò che sto producendo in questi mesi.

      Ha senso per te?
      Sì.

      Lo sai che questo non è un sogno?
      Sì. Sono in terapia. Lascio emergere ciò che solitamente nascondo.

      Vuoi risalire?
      Questo tempo è scardinato.

      Stai davvero citando l’Amleto?
      Riguarda ciò che mi tormenta. La carcassa dell’animale che uccido è la mia ansia di tradurre il tempo presente in suono.

      E’ questo che volevi comprendere?
      Credo di sì. C’è un motivo per cui il sangue è blu?

      Trova la risposta dentro di te.
      Non riesco ad indagarlo da qui. Devo farlo suonando.

      Allora puoi risalire.
      Ancora un attimo.

      A cosa stai pensando?
      Sono affascinato dalla proprietà del suono, il suo potenziale nel trascendere la sua stessa natura e condizionare la psiche umana.

      Questo me l’hai già detto settimana scorsa.
      Sì, ma adesso ho compreso che attraverso il mio nuovo disco dovrò indagare il blu che è in me. Un po’ come hanno fatto i musicisti americani lungo il delta del Mississippi.

      Un blues elettronico?
      Più semplicemente, il rumore della mia testa.

 

Maurizio Narciso

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