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Top Ten 2017 – Gabriele Battista

1. Mr Jukes – God First

Data di Uscita: 14/07/2017

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      Entro e la porta trilla con un campanello pre-registrato, c’è puzza acre di spaghetti cinesi.

      Salve, buongiorno, come va? Salve, salve, ci dica.

      Sono perplesso. Ci dica a chi? A lei e? La signorina è vagamenta asiatica, con gli zigomi alti tipo filippina, molto larga deborda in vari stratti di adipe e smagliature su una sediolina di metallo minuscola. Mi guarda da coccodrillo e per un attimo non sento che il diritto di rifugiarmi al sicuro.

      Oh, faccio, mi scusi, non mi ero avveduto ma… Che stupido. Che stupido. Mi frugo le tasche e le passo la busta gialla di cartone pesante, lì ci sono tutti i quattrini che sicuramente nel suo paese ci camperebbe tre vite. Prenditelo stò pacco, bagonga.

      Prego, ci dica, mi sorride sinceramente cortese e si lecca i baffi frusciandosi i soldi tra le dita cicciotte.

      Benissimo, ricominciamo. Rewind. Bliuiu, hah-ha, rido secco una volta, una sola come gli attori di teatro. Salve a lei, buongiorno mia bella signora. Signorina. Mi avvicino e metto su la voce bassa e suadente, quella complice. Io volevo fare un massaggio e no, magari con non lei personalmente, non mi fraintenda che sono sicuro lei è bravissima, snocciolo disinvolto al capodoglio che già alza il sopracciglio. Non devo mica farla incazzare e per fortuna che so arrampicarmi sugli specchi per metri e metri.

      Senta è che stavo pensando…mi hanno detto…forse con tre delle ragazzine lì dietro, dico tre insieme, ammicco in direzione della porta con la lampada rossa che gira tipo sirena. Servizio completo, un paio d’ore.

      Ora tutto occupato. Ora tutto occupato, gracchia a voce più alta come una puntina in disuso.

      Ora tutto occupato, mormoro basso. Ora tutto occupato, bè, quale sarà mai il problema!? Aspetterò! Giusto per…sapere, signorina, l’attesa è di…quanto?

      Sono le sedici e trenta. Guarda l’orologio a muro, poi la lampada rossa che gira veloce come un faro. Quaranta minuti, quaranta minuti signore, si siede? Ci rimane? Ci dica, ci dica. Mi indica un divano marrone tutto sfondato, che non avevo visto entrando. Faccio fare thè? Caffè? Zuppa pinne di squalo? Cosa gradisca? Ci dica!

      Quaranta minuti, al diavolo. Vado verso il divano e mi ci butto in mezzo, dannazione se è comodo.

      No grazie, io non voglio nulla. Sono ok, le faccio il pollice alto, come se avessi accettato, non si disturbi. Inizi piuttosto, mi faccia la cortesia, a trovarmi le…ragazzine migliori. Anzi sa che le dico? Mi alzo e tre passi sono di nuovo al balcone, non è che ci sono microfoni qui? No. Bene, a me piacciono quelle diciamo…piccole. Quattordici, quindici, sedici. Massimo sedici, quella dev’essere la soglia massima va bene?

      VA BENE? Sto iniziando ad agitarmi, devo calmarmi. La balena mi guarda perplessa. Signore, per noi non ci sono problemi. Quaranta minuti. M’indica nuovamente il divano con la mano. Sedersi, prego.

      Metto le mani sul tavolino zeppo di riviste di gossip, quelle che si trovano dai barbieri. Assassinato il Brad Pitt iracheno, torturato e mutilato perché sospettato di essere gay. Apro il giornale, profuma plasticoso: il modello iracheno Karar Nushi è stato trovato assassinato a Baghdad, sarebbe stato ucciso da un gruppo islamista legato all’Isis che non gli perdonava lo stile di vita occidentale. Foto di tre quarti. Nushi, ribattezzato bla bla bla.

      Prendo una copia di Oggi: Giornata mondiale del bacio, è quello tra Fedez e Chiara Ferragni il bacio più popolare dell’anno. Mah. Poggiata contro il muro scrostato c’è una pila di tomi dall’aria austera tutti scritti in cinese, sembrano essere lì da decenni. Sbadiglio e continuo a raspare tra le riviste; sotto tre copie del duemila e sedici di Quattroruote trovo qualcosa che cattura in modo diverso la mia attenzione.

      L’Età Del Jazz, Francis Scott Fitzgerald. Edizioni Il Saggiatore, anno mille e novecentosessantasei. Penso proprio che me lo intascherò. Faccio frusciare le pagine del vecchio libro e apro a leggere un punto a caso

      Non è un bel quadro. Inevitabilmente, fu trasportato qua e là nella sua cornice ed esposto a vari critici. Uno di questi può solo essere descritto come una persona la cui vita fa sembrare la vita degli altri simile alla morte: perfino in questa occasione, quando le fu destinata la parte quanto mai poco attraente di consolatrice di Giobbe.

      Nonostante il fatto che questa storia è finita, mi sia consentito di dare in appendice la nostra conversazione a mò di poscritto:

      “Invece di compatire tanto te stesso, ascolta” ella disse. (Ella dice sempre “Ascolta”, perché pensa mentre parla, pensa davvero.) Così che disse: “Ascolta. Supponiamo che questa incrinatura non si sia verificata in te: supponiamo che si tratti di una incrinatura determinatasi nel Grand Canyon.”
      “L’incrinatura è in me” dissi eroicamente.

      Signore, signore, m’interrompe la balena. Alzo gli occhi e la luce rossa sulla porta ha smesso di girare, la porta si apre ed esce un signore sulla quarantina come me, con i capelli divisi perfettamente da una riga nel mezzo, alti sui lati. Ha un’aria ragionevolmente circospetta, mi guarda di sottecchi, saluta la balena ed esce frettoloso.

      Signore, signore, suo turno. Ooh! Finalmente! Intasco lesto il libro, mi stiro la schiena e via verso la luce rossa che riprende a girare.

 

Gabriele Battista

2. King Krule – The Ooz

Data di Uscita: 13/10/2017

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Ascolta King Krule – Slush Puppy

      Sul bus che mi porta da Montipò a Cadrigara.
      Il bus è diretto ad un festival dove suonano Nick Cave, Tom Waits, Bauhaus, James Blake il primo giorno, Elvis, Kanye West, Tricky, Morphine il secondo. Ci sono poi altri gruppetti scritti più in piccolo ma non li conosco.
      Perché mai organizzare un festival in questo posto? Sono in viaggio da ormai mezz’ora in uno strano mondo di mezzo, non ho visto altro che rotatorie piene di nebbia e umide di pioggia, volpi e gabbiani che rovistano nella monnezza, clown slavati che bussano alle vecchiette per chiedere dolciumi. Il bus è semivuoto con giusto un paio di cappelli più avanti, un pelato ascolta musica dalle cuffiette una fila più in là alla mia destra.
      Lo sguardo vacuo sul finestrino, mi sento toccare il braccio dal sedile posteriore.
      Mi giro appena e già quasi di collo vengo schiaffeggiato da una fiatella scortese, intravedo degli occhiali da vista pigri.
      Scusa sapresti dirmi l’ora, chiede una voce squillante con troppe sfumature acute. Gli mostro il mio quadrante da polso senza dire una parola, non aspetto la fine del suo grazie per girarmi di nuovo verso il finestrino e il paesaggio plumbeo. Odio quando qualcuno mi fa perdere il filo dei pensieri.
      Il pelato alla mia destra si è addormentato con la bocca aperta, la testa gli ballonzola a tratti, chissà se per le buche o la musica. Si sente così forte che qualcosa arriva anche a me, da questo lato, provo ad aguzzare l’udito per riconoscere qualcosa che magari ascolto anch’io. Dacchè sentivo clangori e casino mi pare ci sia solo un salmodiare, ora, strascicato su una qualche base ritmata.
      Fermo ad un semaforo, il pub all’angolo offre l’illusione di un bicchiere di vino caldo al riparo, dalla strada s’intravede il bancone di legno gonfio ormai marcio, una donna gobba con il grembiule macchiato che passa la pezza tutto intorno.
      Qualcosa mi tocca di nuovo il braccio, è come un pizzico leggero all’altezza del gomito, poi la stessa fiatella di prima.
      Scusa da dov’è partito questo pullman?
      Montipò, credo.
      Ah, non Trazzardo?
      Guarda, non saprei. Io l’ho preso a Montipò.
      E a che ora ci arriviamo a Cadrigara?
      Alle dodici e quaranta.
      Sono volutamente scontroso, forse, ma neanche troppo. Attendo altri due secondi di silenzio e mi giro di nuovo. Non so se questa persona sia un semplice babbione che vuole fare conversazione, un problematico scappato da un centro d’igiene mentale o un frocetto. Nessuna di queste opzioni mi sembra potenzialmente problematica quanto il fatto che io non voglia parlarci.
      Passa ancora meno tempo e mi sento toccare il braccio per la terza volta. Adesso sono più lucido e pronto all’aggressività.
      Scusa mi ridici l’ora per favore?
      Sono le dodici e venticinque.
      Tono più alto e secco. Mi giro completamente per guardarlo dritto in faccia. Pochi capelli, faccia tonda, occhi umidicci dietro un paio di occhiali trasparenti. Lo guardo enigmatico, come per dire: che vuoi?
      Ma tu vai a Cadrigara?
      Si.
      E sei di lì?
      No, è per lavoro.
      E che lavoro fai?
      Bè…
      Dio santo, ma perché devo spiegargli la mia vita?
      Sono un giornalista. Scrivo per un mensile di musica, a Cadrigara c’è un festival in questi giorni.
      Lui si esalta.
      E’ bellissimo, stupendo. Anche io in passato volevo entrare nel mondo della musica, però non ho mai saputo come, chi conoscere. Poi una certa mia amica cantava ai matrimoni e ha provato a mettere su qualcosa di suo ma è tornata con la coda tra le gambe nella sua città natale.
      Bene…cioè male, mi dispiace.
      Ma tu che sei del campo, che mi consigli?
      Io, l’uomo del campo.
      Diciamo…che devi conoscere qualcuno, poi…non so, dipende che vuoi fare nel mondo della musica…io scrivo, non so mica suonare…dipende che musica ti piace, se suoni con qualcuno, se canti, non so, davvero, non so…fai già qualcosa di tuo? Vai ad X-Factor.
      Fiatella ride contraendo le guance, si mette le mani in faccia come per schermarsi da un’assurdità. Ha un che di comico e le sue movenze sono nettamente femminee. Ma no, io sono così timido, poi non so se ho il coraggio di farlo, quella marcia in più che ci vuole, perché ci vuole, si?
      No, ci vuole che tu abbia del maledetto talento e molto culo, penso. Ora dì qualcosa che non lo invogli a chiederti altro, rispondi a questo mostro di gaiezza inutile e chiudi la conversazione con molto garbo. Soprattutto fagli intendere di non pizzicarti il braccio per la quarta volta e che andasse a parlare con il pelato con le cuffiette.
      Sì, certo che ci vuole.
      La discussione poteva ancora pericolosamente diventare una di quelle pistolettate inutili sul merito, sulla voglia di fare e di crederci fino in fondo quando hai un sogno. Avremmo impiegato quel tempo che mi separava dalla fermata di Cadrigara facendo passare inutili correnti d’aria tra le fauci nauseabonde, lui, e ascoltando con finto interesse calante, io, inserendo qualche riempitivo qua e là per puntellare una baracca traballante.
      Inaspettatamente, e con mio grande sollievo, Fiatella si alza, siamo appena all’ingresso di Cadrigara e lui scende. Ciao, mi fa, melanconicamente.
      Il paese si dipana lungo un corso principale ed una miriade di traversine buie dai due lati. I lampioni sono già accesi nonostante manchi ancora un po’ al tramonto, anche se in lontananza il cielo basso ha già iniziato a scurirsi verso l’umanità attiva del pomeriggio cittadino.
      Dopo un paio di fermate mi alzo anch’io per scendere, prendo lo zaino e passo affianco al pelato con le cuffiette che dorme ancora. Cerco di non sfiorarlo.
      Per strada, ho subito voglia di uno slush puppy.

 

Gabriele Battista

3. Andrea Laszlo De Simone – Uomo Donna

Data di Uscita: 9/06/2017

      Credo sia iniziato tutto la prima volta che lo vidi fermo in un angolo di luce,
      comincia tutto con una classica frase all’imperfetto che nasconda in tutti i modi la temporalità di cui faccio parte, comincia tutto con la morbidezza dei capelli che cadono sulle spalle, e le mani molto piccole, disegnate e non ancora finite, senza il chiaroscuro sembrano delle mani di statua pallida, credo sia iniziato tutto dal capire che non potevo stare nella stessa stanza con te, con lui, con l’altro che ho incontrato un pomeriggio, aveva gli occhiali da sole, il vino, i capelli biondi di paglia, la sera che vidi per la prima volta lui, con una bottiglia di plastica piena di vino, una giacca pesante, un paio di stivali, quel pomeriggio che andammo a vedere un film in un cinema piccolo, insieme alla tua collega, quel giorno al mare che l’autobus non passava e noi volevamo infilarci tra i cespugli, quella volta in cui mi accorsi che pronunciavi le parole in modo insopportabile, le trascinavi tutte come un pescatore con una rete enorme, ne dicevi tantissime, quella volta in cui mi prese quasi per mano, con la mano, ma perse di vista la strada, sbandando e finendo vicino al muro della galleria
      mi pare chiaro che vedere passare i giorni, vederli inanellati uno accanto all’altro come le perline blu della collanina che non toglievo mai quando ero bambina, e che se ora ci dormissi pure come facevo allora mi sentirei soffocare, mi sentirei soffocare come quando dal parrucchiere mi mettono la mantella, la reggo sempre col dito indice, così che non vada troppo vicino al collo, mi pare chiaro che vedere i giorni infilarsi sotto le poltrone, tra le fughe del pavimento di terracotta, sotto la credenza bassa, quasi rasoterra senza i piedi, come le perline della collana che non toglievo mai quando ero bambina, a parte quella volta che l’avevo strappata via e avevo visto tutte le perline rotolare lontano, mi pare chiaro venisse tutto dal pomeriggio in cui avevo bevuto il vino al parco, eravamo seduti di spalle al sole, chiacchieravamo molto, avevamo parlato di tartarughe, di memoria, di ragazzini del liceo, ma mai del secondo spazzolino che stava a casa sua mentre facevo la pipì e c’era quel fumetto con i topi nazisti.
      Credo sia iniziato tutto quando avevo visto che piega faceva la pelle delle tue occhiaie chiare, quasi trasparenti, perché riuscivo a indovinare la forma delle ossa, e ti sentivo molto prossimo, anche se non lo eri, quando lui poi aveva tagliato il pane troppo largo, facendo fette gigantesche per giganti, misurandole dalle sue mani grandi che sembravano intagliate nel legno. Quando aveva messo un maglione di lana che gli faceva le spalle appena più larghe, lui che le aveva così strette.
      Era finito tutto quando avevi preferito il blu del fiume, ché ti pareva più rassicurante, e l’altro aveva scelto una canzone diversa per il suo matrimonio, e lui aveva pensato ad una casa sotterranea, dove la luce non arriva e nemmeno il calore dei termosifoni, e invece l’altro ancora è qui, lo vedo incastrato in un cono di luce, mi sta parlando ma perdo i suoni che se ne vanno distribuendosi nel vento, nel traffico che c’è qui sotto, qualche piano sotto di noi, una manciata di ragazzini che hanno i pantaloni corti si lamentano che l’autobus non passa, uno di loro canta una canzone rap in cui non ci sono rime, il fioraio sulla strada sonnecchia e alle sue spalle, tra le gerbere, i lilium, i girasoli, c’è una Madonna vestita da araba, ha i capelli biondi e un sacco di collane.

Giorgia Melillo

4. Algiers – The Underside of Power

Data di Uscita: 23/06/2017

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      Riconoscere il proprio privilegio, analizzarlo criticamente, decostruirlo e quindi destrutturarlo, è un fondamentale passo da compiere per il raggiungimento di un qualsiasi fine rivoluzionario. Per dirla con le parole di Bookchin: ‘there can be no separation of the revolutionary process from the revolutionary goal‘. Per fare ciò, è cruciale smascherare le linee di forza che reggono il sistema che la rivoluzione si prefigge di annientare. Queste linee di forza sono elusive per chi ne beneficia, che ne è, infatti, anche involontariamente, sorgente e che diventa di conseguenza oppressore. L’oppressione, che viene esercitata da chi si trova in una posizione di privilegio, è funzionale al mantenimento del privilegio stesso e, in quanto tale, è reazionaria e controrivoluzionaria. L’oppressione è unidirezionale, asimmetrica, e segue le linee di forza, che vanno da chi detiene il potere -e quindi il privilegio- a chi invece il potere lo subisce. Essa si manifesta nelle più svariate forme: da quelle palesi, come atti di violenza verbale e fisica, a quelle quasi invisibili perché interiorizzate, sistemiche, radicate nel linguaggio e negli automatismi mentali, parte integrante dell’agire quotidiano. Il ribaltamento, sul piano semantico, dei ruoli di oppresse ed oppressori, serve a delegittimare e sminuire la resistenza opposta da chi non accetta più di subire il privilegio altrui. Esso consiste nel creare un discorso pubblico che accusi le oppresse e gli oppressi di comportarsi alla stregua –se non peggio- dei loro aguzzini, di usare gli stessi metodi e retoriche, di usufruire del privilegio -che non hanno- in modo indegno, a discapito di tutti gli altri -solitamente, in questo discorso, il ruolo de tutti gli altri è interpretato solo dagli oppressori-, e di fatto svuotando di significato le loro istanze. Questo ribaltamento è ovviamente fittizio, ma la retorica su cui si fonda è efficace, in quanto fa leva sull’assunzione sbagliata che la società nella quale viviamo sia di base equa, giusta, armoniosa. È solo portando alla luce le asimmetrie del sistema, che quest’idea errata crolla, lasciando intravedere le profonde ingiustizie intrinseche alla nostra società.

      Fred Hampton. 4 Dicembre 1969. Freddato dalla polizia di Chicago nel suo appartamento. Era presidente della sezione dell’Illinois del Black Panther Party.

      Franca Rame. Attrice ed attivista. Il 9 marzo 1973 venne caricata a forza su un furgone dove cinque fascisti la violentarono a turno.

      Berta Cáceres. 3 Marzo 2016. Assassinata a colpi di pistola nella sua casa. Per anni aveva subito minacce di morte. Era un’attivista indigena, ambientalista, femminista, sostenitrice dei diritti LGBTQA. Secondo alcune fonti, il suo nome compariva su una lista, consegnata ad un’unità della polizia militare honduregna, di attivisti da eliminare. (Mentre sto ancora scrivendo questo pezzo, scopro che la figlia, Bertha Zuñiga, anche lei attivista, è stata attaccata assieme ad altre due membri del Copinh -Council of Popular and Indigeneous Organisations of Honduras- in un agguato. Fortunatamente sono riuscite a scappare.)

      Adriana. Donna transessuale reclusa nel reparto maschile del Cie di Brindisi prima, e di Caltanissetta poi. Ha vissuto in Italia per diciassette anni ma, dopo aver perso il lavoro, le è scaduto il permesso di soggiorno. Rischia il rimpatrio forzato in Brasile.

      Emmanuel Chidi Nnamdi. Aveva fatto, con la moglie Chinyery, richiesta d’asilo in Italia. Il 6 Luglio 2016, mentre camminavano per le strade di Fermo, sono stati aggrediti verbalmente da Amedeo Manicini, un fascista locale. Scimmia africana uno degli insulti rivolti dall’uomo a Chinyery. Emmanuel reagisce e ne nasce una colluttazione. Viene colpito con un pugno mentre si stava ormai allontanando, dando le spalle al suo assassino. Muore dopo un giorno di coma. Mancini, oggi, è un uomo libero.

      L’immagine riflessa nello specchio è quella di una persona pallida. Il naso sporgente, leggermente aquilino. I capelli castani disordinati, non del tutto ricci, un po’ più che mossi, nascondono appena la punta delle orecchie. Il mento e i lati della bocca sono coperti da una barba corta e ispida che si unisce ai baffi in un unico, continuo, tratto. Il resto della mascella e le guance sono glabre se non per qualche pelo che compare sfacciatamente fuori posto. Il collo non fa segreto dei tendini. Le spalle, quando rilassate, risultano leggermente flesse in avanti. Non è un dettaglio. Diventa particolarmente evidente quando lo specchio riflette il profilo: la schiena disegna, scavalcando le scapole, una esse piuttosto esplicita. Le braccia appaiono bianchissime fino ancora al deltoide, poi diventano improvvisamente più scure, un po’ rossicce. Il torace, anch’esso bianco e completamente glabro, se non per il contorno dei capezzoli, si risolve in due pettorali poco appariscenti. Lo sterno sporgente si conclude in un avvallamento pronunciato. Questo avvallamento poi si assottiglia e risale di poco per continuare, come il letto di un torrente in secca, fino all’ombelico, dividendo la muscolatura addominale appena visibile sotto pelle. Da lì, a seguire, giù, contornato da peli scuri, il sesso. Maschile. Per concludere, le gambe, lunghe quasi due volte il tronco, sembrano tirate, nervose.

      Nel suo complesso, l’immagine riflessa nello specchio si trova all’intersezione di ogni privilegio.

 

Pietro Liuzzo Scorpo

5. Liars – TFCF

Data di Uscita: 25/08/2017

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      La lingua mi batte sullo stesso dente, ogni giorno, da anni. Oggi mi sono deciso e ho cercato un dentista vero, su uno di quei siti che ti offrono qualsiasi cosa a prezzi modici.
      L’ingresso sembrava, cos’era, il palazzo di Harry Potter quello in cui le scale potevano muoversi da un momento all’altro a cazzi loro?
      Manto rosso per le scalinate, candelabri kitsch, una reception col soffitto altissimo sotto volte a botte, guglie e putti agli angoli. Dove i miei occhi potevano arrivare, ho visto delle ragnatele, non so se di polvere o di ragni.
      C’era un tipo seduto dietro il banco della reception.
      “Ha appuntamento?” Mi ha chiesto facendo schioccare le labbra viola.
      “Si, ho prenotato per le nove e mezza. Dovrei fare una pulizia, ma c’è anche questo dolore che mi tormenta da un sacco di tempo.” Tac-tac. Mi sono ticchettato il dente marcio con l’unghia annerita dell’indice e gli ho allungato la ricevuta di pagamento che avevo stampato a casa, poi l’ho guardato negli occhiali cerchiati di corno e in tutta la faccia: le labbra viola erano la cosa meno strana. I suoi, di denti, erano gialli e tutti storti, come le tombe del cimitero ebraico di Praga. Il segretario, inoltre, era totalmente calvo, ma con tre capelli, tre di numero, lunghissimi e dritti, come elettrizzati sulla crapa a forma di uovo.
      Così a pelle mi ha ricordato Platinette, ma meno ciccione.
      Ha continuato a guardarmi fisso, un paio di minuti buoni. Io aspettavo mi dicesse qualcosa, poi ho pensato fosse meglio cercare un altro dentista. Quando sono uscito ho guardato un’ultima volta dalla porta trasparente, lui era ancora lì a fissare la mia faccia che non c’era più.
      Sono tornato a casa e mi sono scolato una bottiglia di Gin Bombay con una soddisfazione cubica: il dolore che pian piano spariva, e poi wow, mancavano ancora cinque bottiglie della cassa da sei che avevo comprato su Amazon a novanta euro.
      Verso le dodici e mezza mi sono ripreso e mi è venuta voglia di un’altra puttana. Ho preso la bicicletta e ho fatto la strada tutta rotatorie che passa dietro al carcere. Ho dato venti euro ad una nera con il culo buchi buchi in mezzo ai vigneti, lei ha steso un telo da mare con scritto Lloret De Mar e l’ho presa tra sassetti aguzzi (che hanno fatto sanguinare anche me) e poltiglia di acini d’uva. Poi il preservativo l’ho buttato più lontano possibile oltre un muretto a secco.
      Pedalando verso casa dopo dieci minuti il dolore al dente si riaffacciava, per ricacciarlo nel pre-gengiva mi sono sforzato di pensare a quante volte quella nigeriana avrebbe riutilizzato il telo con scritto Lloret De Mar in quella giornata lavorativa, se avesse potuto terminarla.
      Prima di passare al Conad ho vinto quarantotto euro alle corse dei cani virtuali, alla Snai all’angolo, quindi per festeggiare mi sono imbottito il pomeriggio di Gin Bombay, Doritos e orsetti alla frutta Haribo.
      Mi sembrava di sognare quando ho sentito bussare alla porta. Ho guardato la sveglia, mezzanotte e trentacinque. La bocca mi pulsava tanto che non me la sentivo più.
      Mi sono trascinato alla maniglia e ho aperto, senza neanche guardare dallo spioncino.
      Platinette, il segretario dello studio dentistico che doveva essere qualcos’altro, mi puntava una pistola proprio contro la bocca che stava per esplodere. Dalla giacca gli vedevo spuntare un distintivo, un badge.
      “Lasciate che la tortura e la sofferenza in me abbiano termine” Ho soffiato tra il dolore prima che mi facesse saltare le cervella.

Gabriele Battista

6. Wand – Plum

Data di Uscita: 22/09/2017

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      Fa un caldo, ziofà. Io muoio
      Nella canicola prepomeridiana all’improvviso un bar aperto. In piazza la fontana ha come due tritoni intrecciati e scroscia, non c’è un’anima sotto al cielo azzurrissimo tra i palazzi bassi pallidi di calce e panna. Tre bandiere penzolano immobili e umide dal balcone del comune, il palazzo con un portone gigante aperto, c’è il tricolore, lo stemma cittadino col cavallino e la bandiera dell’Europa. Quando sarà leggermente meno caldo, si spera, al tramonto, lì di fronte ci sarà la processione per la Madonna del Pozzo, con la banda.
      Le ombre si accasciano nitide sul pavimento perfetto della piazza, come fossero immobili.
      Va là, un bar aperto. Sedersi, rinfrescarsi.

 

      Come sono questi panini?
      Mozzarella e pomodoro, prosciutto e formaggio, capocollo e formaggio, hamburger, hamburger vegano, catoletta e insalata.
      Ok vediamo, uno capocollo e uno ma l’ha detto? cotoletta e insalata.
      Due panini, quante persone?
      Il barista è una specie di muflone con la piazzetta, canuto per quanto gli sia ormai possibile, un uomo-capra. Ha gli occhiali che meglio non si potrebbe dire a fondo di bottiglia, gli hanno fatto gli occhi a due biglie, tutte incavate e strizzate nelle orbite. Da lì non ci vede di sicuro, avrà sviluppato zone visive in altre parti del corpo. Forse dalla pancia, protesa in avanti come guscio di oplita, ma al contrario. Un panzone contenuto dalla maglietta bianca gli deborda sul grembiulino blu che arriva praticamente alla zona pubica, le macchie sembrano di salsa barbecue. Che utilità avra mai, quel grembiulino?
      Quindi signora, uno capocollo e formaggio e uno catoletta e insalata? Tende le mani gonfie come camere d’aria e agguanta i panini dal banco frigo.
      Signora? Ma questo è una talpa. Gli rido in faccia e guardo di lato, grattandomi sotto il mento. Si, perfetto maestro. Ah scusi, ma non si dice cotoletta?
      Eh. Catoletta.
      Silenzio.
      Silenzio porcino.
      Silenzio.

 
 

      Fuori all’ombra, sotto l’ombrellone è comunque caldo. E’ opprimente, anche con la cedrata, le sedie sono di plastica rivestita rumorosa, forse alluminio.
      Il caldo non smorza la tensione, anzi la pettina con la benzina come per preparare ad un incendio boschivo.
      Mi sono davvero rotto il cazzo di come la vedi. Per tutto, mica solo per una cosa singola. Stai sempre lì a cercare il pelino, la crosticina da togliere, sempre lì a cincischiare, a punzecchiare, a tocchettare. No dici? Bè devi rassegnarti perché tanto non ne vale la pena fare tutto questo. Non devi fare pensieri inutili. Ti faccio un esempio. Uno solo, ma che sarà esemplificativo, emblematico.
      Ieri a mare. Ti ricordi, certo che ti ricordi, quel posto lo conosci meglio tu di me. In un’oretta più o meno passi dall’entroterra-rossa alle calette di scogli aguzzi. Stravaccato sulla sabbia mezzo addormentato apro l’occhio e vedo il sole che fa impazzire i riflessi del mare. Non so perché mi viene in mente il ballo di un pagliaccio forsennato e un po’ preoccupante, so da dove vengono queste immagini: è il videoclip di un gruppo americano, di un singolo, direi che ha un’aria tutta consunta come un Super8 e quel gruppo mi ricorda un altro gruppo di belghi, o belgi, giovani, molto, nel millenovecento e novantaqualcosa, ma solo per i video. Roses credo sia del novantasei.
      Perso nel sogno di qualcun altro, sento il mare che sciabatta, sciaborda, spumeggia, sciacquetta e altre parole divertenti, fino a che mi tocca leggermente le punte dei piedi e mi rendo conto che la marea sta iniziando a salire.
      Tu invece di tutto ciò vedi, mi dici, che sotto la grotta è pieno di monnezza. La gente che va a mare, la gente in generale, è una merda. Tutti incivili e si dovrebbe fare qualcosa. Ci vorrebbe questo e ci vorrebbe quello. Sdraiati su uno sputo di sabbia circondato da scogli e alghe marroni, secche. Nessuno viene a prenderle da anni, nessuno del comune che le caccia in qualche saccone nero e le porta a smaltire da qualche parte. Arrivando qui si scende dalla strada, e la ringhiera ferrosa è tutta arrugginita, in alcuni punti totalmente saltata. Ma possibile che non la cambiano mai? Chi è il genio che per rattopparla ha piazzato con del nastro adesivo una transenna? Genio assoluto. C’è poi questo canneto incolto da anni, ratti e chissà cos’altro sguazzano lì sotto tra carte di patatine e bottiglie slavate di Tennent’s. Cosa gli costa alla gente essere un minimo civile e non buttare le cose nei loro maledetti posti? Qui non c’è neanche un cestino? Dovrebbero metterli. Uno si fa la sua bustina, ci butta dentro cicche, birre, preservativi, teglie di parmigiana, pannolini sporchi da tutti e due i lati anche di parmigiana, qualsiasi cosa. Chiusa, tac, la si butta.
      Questo l’ho studiato, si chiama Effetto Finestra Rotta. In mancanza di contromisure nel tempo, una qualsiasi cosa perde il proprio stato istituzionale e in un dato insieme, le sue parti iniziano a buttargli addosso vernice e a pisciarci contro.
      Ultima cosa, e chiudo, sono io che sono senza parole di fronte alla tua nullità, alla tua mancanza di prenderti responsabilità, di piangerti addosso.
      Non me ne frega niente. Tu voti cinque stelle. Sei una pancia.
      Le onde sciabordano, sciabattano, spumeggiano e altre parole divertenti. A dir la verità quando c’è scirocco come oggi il mare fa proprio schifo. Caldo, mezzo agitato, con le correnti che portano sporcizie da ogni dove. Un mare così è meglio non vederlo, se si può andare in altri posti, pur con la canicola che non dà tregua.

Gabriele Battista

7. Clap!Clap! – A Thousand Skies

Data di Uscita: 17/02/2017

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Ar – Raqis

      Lascia che faccia mente locale, appena un attimo, un battito di occhi.

      Credo che fosse così illuminata dal sole per via di una serie di piccoli canali di luce pura che dovevano scorrerle tra le vene, nei capelli, nelle intercapedini del corpo, quei piccoli buchi che avrei trovato vergognosi, forse fastidiosi, addosso a chiunque, ad una persona qualsiasi, e che mi sembrava fossero stati progettati su di lei, scavati, e incisi e scolpiti per poter essere attraversati dalle particelle di pulviscolo, dai raggi del sole più alto, quello di mezzogiorno che ti brucia la sommità della testa e ti toglie l’acqua dal cervello.
      Capitava veramente molto spesso che lasciasse le tende aperte, quando il sole cadeva di sbieco, deciso come una falce nei campi, e che cominciasse a ballare una musica che sentiva solo lei, qualcosa che, cercò di spiegarmi una volta che eravamo stesi a pancia sotto su di un’amaca, non ricordava di aver mai sentito nella vita diurna e che era sicura venisse composta da qualche parte nel mezzo del sonno, in una porzione del suo cervello che era solita esporre per ore ai raggi diretti, del sole più alto. Quella volta sull’amaca mi ricordo che vedevo le sue guance deformate attraverso i buchi della stoffa, la bocca che faceva fatica ad articolare le parole. Avevamo riso molto, quando si era addormentata, lasciando che le corde dell’amaca le segnassero il viso per delle ore.
      Ricordo che chiamava presso di sé alcuni bambini del quartiere, cercando di insegnare loro la nostra lingua, se mai fossero stati interessati. Non che qualcuno le avesse chiesto poi di far loro da tata, pareva piuttosto attirarli naturalmente con la sua fertilità eccessiva, il modo in cui metteva in fila le parole rapidamente, senza mai dimenticare alcuna sillaba, con le dita dolci del colore dello zucchero bruno, li teneva uniti per ore in certi abbracci che assomigliavano a carezze enormi.
      Mi è sempre sembrato che producesse dei rumori profondi quando muoveva il più piccolo dei suoi muscoli, era come se il suo sangue scorresse rombando, il respiro passasse dal naso come se dovesse tenere il ritmo cadenzato di una marcia, le lacrime erano grandine sulle guance. Quando portava i capelli dietro le orecchie, agitando le mani brune, era come se frusciassero i canneti, in un giorno di tramontana, e ogni suo passo era potente sulla Terra, potevo essere certo che le radici e i vermi, e le talpe e più piccoli granelli di foglie in decomposizione se lo sarebbero ricordato per sempre.

      Fammi fare mente locale per almeno un attimo, fammi sbattere gli occhi, così che la palpebra indugi sulle pupille, impallando le lenti a contatto, facendo un rumore veramente piccolo, come di frizione.

      Nel mio ricordo più fervido aveva il seno sempre molto leggero, vagamente tenuto da una specie di stoffa impalpabile che le aveva regalato sua nonna, la pelle come un certo divano che avevo visto nella sala di attesa di un dottore facoltoso che avevo consultato per la mia epilessia, una specie di color cammello abbronzato, una cosa così esotica come i cerchi alle orecchie, e come le sciarpe orribili, colorate, di lana intrecciata senza alcun criterio, e come i portatabacco a disegni concentrici che mi aveva detto rappresentavano tipo il sole e gli altri pianeti ma a me sembravano un ammasso di cotone fatto da una fricchettona daltonica appassionata di America Latina.

 

Giorgia Melillo

8. The War On Drugs – A Deeper Understanding

Data di Uscita: 25/08/2017

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      Questa sedia in plastica ormai sformata dal mio peso considerevole campeggia al centro di una prospettiva perfetta, tre ampie portefinestre dal coronamento stondato e la mia figura massiccia a presidio dell’immobile, alla stregua di un bavoso cane da guardia. A terra il frigo portatile, con le birre. Tutti mi conoscono e anche chi si è trasferito nel quartiere negli ultimi anni ha capito subito con chi aveva a che fare, una personalità ingombrante – lo ammetto da me.
      Ma non è stato sempre così.
      Conobbi Gina, la donna che poi avrei portato all’altare, a un concerto del Boss, era incazzata perché ero davanti a lei e cantavo come un disperato, “coprendo addirittura la voce di Springsteen”; le strappai un invito per una bevuta di risarcimento la sera successiva, mi ero giocato la carta della simpatia da classico figlio di italiani ma lei si portò appresso un’amica, “visto mai fossi un poco di buono”. Di lì al matrimonio il passo fu piuttosto breve, ma certe cose si sentono nello stomaco e credo sia stata la scelta più giusta che potessi fare nella mia vita, anche se poi mi rivelai parimenti bravo a mandare tutto a puttane con la facile tendenza ad alzare il gomito un po’ troppo spesso. Collezionai risse come fossero trofei, antipatie ed occasioni perse, quei treni che mi sfrecciarono sotto il naso col sorriso beffardo mentre ero troppo intento a fare il cazzone per le quisquilie.
      Anche con Alissa tutto cominciò con un battibecco, e con il Boss, del quale presi le parti in un’animosa discussione in un bar: lei lo aveva offeso, preferendogli a occhi chiusi i Dire Straits. Come si permetteva? Ero solito portare a spasso la caricatura di me stesso, una versione spiacevole del giocherellone che ero da ragazzo, ammaccato dai passi falsi e indurito da sarcasmo e provocazioni. Me lo fecero notare spesso, “con quel caratteraccio morirai solo”, e forse la stessa Alissa aveva la vocazione al sacrificio, o piuttosto si era stancata di cucinare e apparecchiare la tavola soltanto per sé, e decise che mi avrebbe preso, nonostante Bruce Springsteen. Ci siamo sempre voluti bene anche senza dichiarazioni plateali né tantomeno romantiche carinerie, una tiepida coppia strampalata ma unita da affetto sincero, finché una brutta malattia me la strappò via di fianco nel giro di tre mesi e caddi col culo per terra: troppo vecchio per trovare le forze per reagire, troppo stronzo per chiedere aiuto e – soprattutto – trovare qualcuno disposto a tendermi una mano.
      Gli ultimi anni li ho trascorsi qui, nel porticato, a osservare ingrugnito le vite degli altri tra una birra e l’altra. Sono (stato) felice? In un modo bizzarro, direi di sì. Un banale commesso all’autosalone storico, con la parlantina vincente per vendere molto, le domeniche con le corse dei cavalli in tv e la torta di mele per dolce, un cerchio perfetto nel centrotavola di porcellana bianca. Quando andai in pensione mi affidai alla routine rassicurante del ritmo del trattore su e giù per il campo al di là della strada, venti minuti per verso, quel che bastava per cimentarmi in un cruciverba facilitato. Alissa faceva la sarta a domicilio, eravamo sempre accanto ma ci lasciavamo spazio per non soffocare le rispettive solitudini, una premura gentile, la discrezione. La sera, quando il telegiornale era finito, spegnevamo la televisione e mettevamo un vinile nel piatto, lei mi si accoccolava addosso sul divano con le ginocchia raccolte e le massaggiavo le spalle mentre ascoltavamo la musica, come un rituale caldo e intimo, come nelle coppie focose si fa con il sesso. Questo è ciò che più mi manca di lei, di noi. Quando mi siedo qui sotto e ai vostri occhi non faccio che sproloquiare o gettare merda addosso a quel pagliaccio triste in cui mi sono trasformato, nelle mie orecchie risuonano le nostre canzoni, e i Dire Straits riuscirono a fare pace col Boss e quasi a fondersi in un disco solo, quello dei ricordi, quello del primo appuntamento con Gina, quello del lento ballato stretto a lei sotto le lucine colorate tra gli alberi, quello delle occhiate complici con Alissa, quello delle giovani corse in macchina con gli amici, quello delle ferite curate dopo ogni tafferuglio, quello delle delusioni, quello delle sconfitte, quello delle vittorie.
      Sono (stato) felice? In un modo bizzarro, direi di sì.

 

Federica Giaccani

9. Slowdive- Slowdive

Data di Uscita: 5/05/2017

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      La macchina sterza a sinistra come pilotata da una mano invisibile, quella della memoria. La pianura tutt’intorno, alberi villette e campi coltivati così simili tra loro – eppure ancora con una propria identità riconoscibile, il vetro delle pensiline delle fermate del bus verso la spiaggia, ora deserte sotto il sole di mezzogiorno. L’estate è sopraggiunta fuori stagione, il sudore ha disegnato degli aloni deformi nelle ascelle della mia camicia, ma la riunione si è conclusa prima e il vento caldo che entra e esce dall’auto attraverso i finestrini abbassati potrebbe, forse, asciugare le chiazze e proteggermi dall’imbarazzo prima che possa incrociare anima viva.

      Il chiosco sulla spiaggia è piantato nella sabbia come un totem, anch’esso è rimasto lì, immobile e in bilico tra reale e immaginario come un miraggio, quando usavamo arrivarci logorati dalla sete e dall’indolenza. Lo squalo in legno è ancora appeso sopra l’ingresso, di fianco campeggiano le immagini dei gelati della Sammontana, disposti su un alluminio ora sbiadito, i cui nomi sicuramente sono stati dimenticati dai più. Il libeccio agita le onde alcuni metri più in là e incrosta i miei occhiali di sabbia e salsedine, li pulisco alla meglio col lembo della camicia mentre, impacciato, mi arrampico su uno sgabello: che diavolo sono venuto a fare, dopotutto? Si scorge lontano un miglio il mio essere fuori posto.

      Saranno passati vent’anni, ho perso il conto, e nonostante quel posto stia facendo di tutto per accogliermi e illudermi che il tempo si sia cristallizzato, immutato com’è da allora, mi sento terribilmente vecchio. L’uomo al bancone sistema i bicchieri e si accende una sigaretta, siamo io e lui che ci studiamo a vicenda senza parlare; attorno le voci dei gabbiani che si rincorrono in cielo, lo sciabordio delle onde, Lucio Battisti che canta dalle casse dello stereo. Finito il disco, entra a gamba tesa un arpeggio familiare, a tradimento; la saliva mi va di traverso e l’uomo se ne accorge. Dopotutto se lo sarebbe aspettato, Silvano, mi conosceva troppo bene quella volta e certe cose non cambiano mai, anzi.

      Con Silvano il tempo non era stato magnanimo, i lunghi capelli erano ricordo lontano e le stempiature attuali somigliano a profonde insenature, quasi dei fiordi. Mi sorride per togliermi dall’impaccio, quello sguardo complice ché ha identificato subito me e i miei modi imbranati.

      Certe cose non cambiano mai, anzi.

      Mi appoggia la mano sulla spalla, un tocco caldo e appiccicoso, gli Slowdive gettano una nuova marea di riverberi che scivolano e accarezzano il baracchino e le nostre braccia. Gli Slowdive.

      C’è ancora quella foto nella bacheca, tu che ridi tornando a riva da un bagno notturno, i tuoi capelli mossi e decolorati sembrano ancora più bianchi sotto l’effetto del flash e illuminano l’immagine; abbracci il caschetto rosso fuoco di Stefania, la tua migliore amica. Ricordo quella maglietta, era il simbolo di quell’estate, la maglietta di un gruppo musicale sbocciato allora e scomparso presto, un amore folle e brevissimo, come usavi fare tu che saltellavi da un’ossessione all’altra e perdevi la testa per tutto. “Che c’è di male a innamorarsi facilmente? Tu ascolti solo gli Slowdive e ti perdi il resto della musica, sei noioso. Ecco” – io rimanevo ammutolito e un poco offeso, tu mi baciavi e mi dicevi “però mi piaci lo stesso.”

      Quella foto in mezzo ad altri scatti che raccontano la storia di un posto, di generazioni che si sovrappongono tra una birra e l’altra, tra le canzoni, tra le estati e i tuffi improvvisati, tra le solitudini radicate come la mia, da sempre incapace ad abbassare le difese se non con me stesso o con il disco giusto.

      Silvano stappa una doppio malto e ne versa per entrambi, abbiamo parecchio da raccontarci e il fiato forse non basta. Tu chissà in che parte di mondo ti sei collocata, alla fine. È un album nuovo questo che scorre tra le nostre parole, tocca le corde della nostalgia eppure schiva le lacrime; voci ben definite, pezzi che sanno di ieri e di quel profumo di cui avevo intrisa la pelle, ma anche di oggi e di fresco, dopotutto. Come quelle favole che abbiamo sempre amato farcele raccontare, e non ci deludono mai nemmeno cambiando dettagli ché i personaggi e le atmosfere sono ormai nostri e addirittura ci somigliano un po’, ci fanno compagnia per acquetarci e farci prendere sonno con serenità, per restituirci in mano la bussola, per metterci davanti i giusti orizzonti.

      Silvano strappa via la fotografia dalla bacheca e me la porge – “Questa è tua, ti appartiene.”

      La infilo nel portafogli in mezzo a vecchi scontrini e alle banconote, me la ritroverò tra le mani ogni volta che dovrò pagare qualcosa, ché i vecchi amori non si dissolvono mai del tutto: magari riaffiorano incastrati tra le trame di un disco, o in una tenera istantanea a bassa risoluzione, in un posto qualunque tra le dune di sabbia.

 

Federica Giaccani

10. LCD Soundsystem- American Dream

Data di Uscita: 8/09/2017

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      [Twin Peaks, esterno giorno] – si dice così nelle pellicole noir o nei romanzetti da quattro soldi che si comprano alle bancarelle in sconto dell’ottanta per cento? Sì, è così.
      Il sole è alto in cielo, si percepisce dall’aria chiara che mi circonda, se provo a guardare anche solo leggermente in alto ho bisogno di una mano per pararmi la vista da raggi fortissimi quanto invisibili. Le nuvole sono un velo sottile tutt’attorno, come lo zucchero filato appena si accende quella grande macchina argentata che pare generarlo dal nulla.
      Twin Peaks, dicevo, ma non c’entra nulla con quella di David Lynch; la mia città è del tutto anonima, una delle tante “Twin Peaks” sparse in America alla stregua delle innumerevoli Springfield.
      A volte, però, mi sembra di vivere all’interno di una serie tv. Sarà tutto quest’ordine, la città a scacchiera. Sarà mia madre con la permanente. Saranno queste strade che hanno sempre gli stessi negozi, ma con dimensioni e ordine diversi.
      Sarà che poi, a un certo punto del giorno, diventa tutto buio improvvisamente, e poi magari di nuovo giorno. Che è una cosa che non mi sembra avvenisse anche quando ero piccola e non vivevamo a Twin Peaks, ma tutti in città sembrano ormai esserci abituati. Allora quando diventa buio, anche se stavi facendo colazione qualche minuto prima, ti sembra giusto rimetterti il pigiama e tornare a dormire.
      Sarà che ogni conversazione, ogni gesto, sembra avere uno scopo, che non ci sono più quei momenti di noia, quando per esempio ci si poteva mangiare anche da soli un gelato su una panchina stando in silenzio per dieci minuti. Non succede più, ormai.
      Sarà che anche la musica giusta che parte sempre al momento giusto mi sembra innaturale. Come adesso, che mentre stavo scrivendo è partita “American Dream” degli LCD Soundsystem.
      Continua mentre suona il campanello della porta, mentre mi alzo, scendo quattro gradini di una scala di sedici e mi ritrovo davanti alla porta di casa mia.
      Continua quando apro la porta e dietro ci trovo un signore coi capelli bianchi tutti tirati indietro e degli auricolari nelle orecchie, che mi urla contro:
      «Salve, mi chiamo Gordon Cole, dell’FBI», e mi porge la mano.
      Io non so cosa rispondere, sto in silenzio. La musica batte i suoi ultimi cinque colpi, poi si spegne.

[FINE]

 

Maurizio Narciso e Marta Lamalfa

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