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Archive for dicembre, 2017

Top Ten 2017 – Giulio Pieroni

1. Amenra – Mass VI

Data di Uscita: 20/10/2017

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      Numero di Matricola 36421 ordine del giorno:
      sgomberare l’area verde nel settore 24, sarete sette veicoli.
      Come al solito gli ordini erano stringati e potevano sembrare generici, Harris però sapeva bene cosa volessero dire quelle poche parole, sarebbe stato un intervento routinario di pulizia del luogo da qualche barbone o, al massimo, di uno dei soliti gruppuscoli di dissidenti accampati nel piccolo boschetto. La zona la consoceva bene era nato e cresciuto non lontano da quel parco che avrebbe dovuto “ripulire” quella notte. Lo stream di notizie gestito dalla Compagnia non forniva informazioni su particolari problematiche relative al parco, per cui si tranquillizzò e si incamminò verso il suo bulldozzer. Con un cenno del capo salutò gli altri sei driver; come al solito sarebbero stati loro a fare il grosso del lavoro. Dopo i soliti convenevoli ognuno salì sul suo mezzo. Lui da capo squadra guidava la carovana, la radio della Compagnia stava passando le solite informative sul traffico, niente di rilevante. Il traffico sembrava scomparire all’avvicinarsi della colonna di mezzi corazzati di cui Harris era il capofila. L’onnipotenza di cui godeva in sella a quella massa di acciaio era una delle cose che lo faceva sentire vivo e il motivo principale che lo spingeva ancora, dopo 27 anni di onorato servizio, a continuare il suo lavoro. Seguì automaticamente il navigatore fino all’ingresso del parco.
      “Okay ragazzi vediamo di fare un lavoro pulito, non ci dovrebbe essere granchè da fare, cerchiamo di finire in fretta e di non spargere troppo sangue in giro”.
      Si mise il casco a visione notturna, spense le luci e diresse il suo bestione verso il limitare del boschetto. Si fermò per aspettare che tutti gli altri mezzi fossero in posizione ma, nel girarsi, notò a pochi metri di distanza due figure umane ben evidenziate dalle traccie di calore. Si doveva trattare di alcuni dissidenti che si erano resi conto di loro e che stavano cercando di scappare. Le istruzioni della Compagnia in questi casi erano chiare: bloccare i fuggitivi e consegnarli agli agenti di sicurezza che sarebbero arrivati dopo di loro.
      “Ragazzi ci sono dei topini che stanno cercando di scappare, fermatevi dove siete vado a prenderli e poi possiamo cominciare lo smantellamento”.
      Scese dal camion e si avvicinò alle siepi da cui proveniva la traccia di calore. Si rese conto che era una coppia che stava amoreggiando, per un attimo si bloccò. Si ricordò che proprio in quel parco aveva dato il suo primo bacio a Becky, mosso da comprensione decise di non seguire le direttive aziendali si limitò ad urlare ai ragazzi di alzarsi e di togliersi dai piedi. I due erano evidentemente spaventati dalla situazione e cercarono di far presente che non c’entravano nulla con gli occupanti. Harris si rese conto che quello che dicevano fosse molto plausibile e disse:
      “Ragazzi non potete stare qui, lo sapete bene che c’è il coprifuoco. Dovrei avvertire le forze di polizia, ma siete fortunati oggi non ho voglia di stare ad aspettare la sicurezza per mandarvi in galera. Levatevi dalle scatole!”.
      La coppia capì che per quella volta era andata bene, ringraziarono calorosamente ed andarono verso l’uscita.
      Harris tornando verso il camion ripensò all’espressione dei due quando, poco prima, li aveva colti sul fatto. Erano tremendamente imbarazzati ma non riuscivano a stare lontani l’uno dall’altro per tutto il tempo infatti si erano tenuti la mano, dovevano essere veramente una coppia felice di bravi ragazzi. Con questo pensiero risalì sul bulldozzer accese il motore e cominciò il lavoro che gli era stato ordinato quella notte.

Giulio Pieroni

2. Ulver – The Assassination of Julius Caesar

Data di Uscita: 07/04/2017

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      Il quartiere a luci rosse di Detroit non è il posto più raccomandabile del globo, anzi può tranquillamente vantarsi di essere uno dei posti più malfamati dell’intera confederazione.
      La città è oramai una cinquantina d’anni che è in balia di bande, The Block è il quartiere generale del traffico di schiavi resettati cerebralmente. Zradko è di casa ma stanotte, si muove in mezzo alla fiumana in maniera del tutto atipica per i suoi standard, le luci al neon lo attraggono come fanno con gli insetti notturni che sbattono continuamente lungo la superficie del vetro.

      “Mi sa che quelle stimolazioni sessuali subliminali stanno facendo fin troppo effetto”. Non è roba destinata a lui, è solo il trasportatore dai laboratori NEG allo spacciatore che lo ha incaricato del “viaggio”.
      Lui, da vero professionista del settore, non ha nessuna intenzione di usufruirne, “quei piccoli sgorbi gialli non mi avevano detto che si sarebbero automaticamente attivati perché rilevano la posizione e monitorano le cose che vedo”. Da quando quegli aggeggi hanno cominciato ad attivarsi da soli, il suo lavoro gli pesa molto di più: ad ogni consegna c’è il rischio di scoprire lati del suo carattere che non vuole conoscere o che ha cercato di reprimere da tanto tempo. Certo lui è un carrier, un professionista del settore, con il suo addestramento militare è capace di resistere per ore, se non giorni, a stimolazioni sia esogene che endogene, comunque non sono cyborg del tutto insensibili, certe volte anche loro cadono nelle trappole ordite dai programmi, soprattutto nell’eventualità, e questo è uno dei casi, che vada a stimolare direttamentela produzione ormononale.
      “E ora che cazzo mi invento? Se entro in un locale li tolgo e li metto in tasca, nel giro di qualche minuto tutta love street saprà che diavolo trasporto e ci sarà almeno una decina di persone che mi seguirà come cani con la bava alla bocca”. La situazione non è delle più rosee. Meglio continuare a muoversi cercando di mantenere il più possibile il senno.

      Girando l’angolo però arriverà il vero problema, Zradko lo sa bene, sulla destra dopo circa 200 metri c’è il Rolling Stone e di conseguenza davanti ci saranno gli ormai familiari ologrammi a grandezza 2 a 1 di Yelena, “guarda che cazzo di sfiga, devo allungare. No anche questo non si può fare”. Andando dritto sarebbe entrato nella zona degli ZEKE “quei fottuti di cervello hanno già dimostrato di poter bucare le mie schermature per gli impianti quindi se non giro la strada mi ritrovo come minimo senza carico e con due coltellate”. “Lavoro di merda” dice a mezza voce e si incammina verso il Rolling Stone facendo appello a tutto quello che può pensando a cose che possono distrarlo dalla voglia di scopare qualsiasi cosa semovente.

      Il suo pensiero va subito al raid alla sede georgiana della Hiamatsu, riguardandosi indietro gli sembra che sia passato qualche decennio. Doveva essere un lavoretto di estrazione facile, invece si trasformò in una mattanza “tutta colpa di quello stronzo di Hideo”. Niente da fare queste cose lo sovraeccitano ancora di più, deve cambiare strategia e lo deve fare in fretta. Si ferma un attimo creando non pochi problemi alla gente che si accalca dietro di lui, qualcuno prova anche a protestare, salvo smettere dopo aver visto il suo volto su cui fa bella mostra un impianto oculare Zeiss per la vista telescopica e una cicatrice che gli copre quasi tutta la guancia destra. “Ok, tranquillo tranquillo, cerca di non ragionare con il cervello di sotto e mettiti a pensare a una cosa che può calmarti”: Dopo una quindicina di secondi arriva l’illuminazione “ma certo: l’augbasketball”. E’ una delle mode dell’ultimo decennio: esseri con innesti robotici che si danno battaglia in una sorta di evoluzione molto più cruenta del basket , Zradko va pazzo per quello sport, pur non potendolo praticare perchè non si è mai voluto sottoporre a operazione di sostituzione agli arti, il suo pensiero si focalizza sulla bella vittoria della sera scorsa della sua squadra preferita, i Detroit Iscariot.

      Con questi pensieri nella testa riesce a passare indenne la figura gigantesca di Yelena. Al momento è in completo controllo anche perchè il suo ricevitore wifi si allaccia alla rete di Hooper che da il segnale di spegnimento di qualsiasi “ok il più è fatto”. Si gira un attimo a guardare l’ologramma di Yelena “certo che ti sei lasciato scappare la donna della tua vita, brutto imbecille”. Non c’è tempo per questo tipo di pensieri però, meglio finire il lavoro. In men che non si dica arriva da Hooper . Si ferma un attimo prima di toccare la porta, anche se confuso si rende conto di non sentire la solita dub proveniente dall’ufficio di Hooper. “Questa cosa non mi piace per nulla”. Per sicurezza toglie i chip dal vano posizionato dietro l’orecchio destro, lui da trasportatore ha un vano che gli permette di portarne fino a 6. A quel punto tutta la realtà intorno a sé si fa molto più chiara, “ah allora qualche effetto me lo stavano ancora dando, ho rischiato grosso a girarmi, non è stata una bella idea caro il mio Zradko” si allontana leggermente dalla porta e si acquatta dentro un’insenatura lungo il muro del corridoio.
      “Qui la situazione mi pare un po’ più complicata del previsto” pensa digitando il numero di Hooper sullo schermo apparso sotto il suo bracciale al polso destro “Squilla” lo sente anche da fuori, poco dopo sente che la telefonata è stata staccata e sente provenire dall’ufficio voci sommesse e rumore di passi “beh non male questo incrementatore sonoro, meno male ci ho buttato i soldi degli ultimi due lavori”. Deve agire in fretta i tipi dentro sanno chi è e probabilmente lo aspettano.

      “Al diavolo sapete cosa? Mondo di merda, lavoro di merda, stavolta me la squaglio”. Pensato questo si avvicina piano alla porta lascia i chip senza entrare e se ne va. “Visto che per stavolta me la sono cavata forse per un po’ sarà meglio che sparisca, prima però voglio dire quello che penso ad una persona”.
      Esce dal caseggiato e si dirige verso il Rolling Stone.

Giulio Pieroni

 

3. Progenie Terrestre Pura – oltreLuna

Data di Uscita: 31/05/2017

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      La preghiera era un momento fondamentale per la squadra H2. Provenivano tutti più o meno dallo stesso fazzoletto di terra strappato al deserto che era conosciuto,
      qualche tempo prima, con il nome di Marocco. Il loro canto e la loro spasmodica ricerca, del tutto inutile, della direzione giusta verso cui pregare, stridevano
      assolutamente con l’ambiente in cui al momento lavoravano. Ora il loro paese non era più nelle mappe della storia come gran parte degli stati africani.
      Il gruppo H2 aveva un’importanza cruciale nello sviluppo del progetto. Era la squadra che si occupava dell’implementazione del sistema energetico della stazione orbitante.
      L’ingegnere capo dei lavori, come succedeva spesso, si fermò ad osservare quello che, ai suoi occhi, era un rito affascinante perchè inusuale.

      Certo che è assurdo che continuino a pregare tre volte al giorno. Dovremmo pensare di sostituirli, non è possibile avere queste interruzioni” disse rivolto al capocantiere.
      Sei forse pazzo? Dove trovi manodopera così specializzata a questo basso prezzo e che sia già abituata a lavorare in condizioni di gravità artificiale?” gli rispose lui.

      Il lavoratore che era stato deputato a intonare i canti continuò nel suo salmodiare per un paio di minuti, sucessivamente il piccolo gruppo ripose velocemente le proprie cose
      e si incamminò verso la fonte del rumore, il cantiere vero e proprio dove avrebbero passato, come minimo, le successive 6 ore della loro vita.
      Le macchine non li avevano aspettati, avevano portato dall’hangar i quattro pezzi che servivano per ultimare il reattore.

      Ingegnere ma siamo proprio certi che sia sicuro fare questo tipo di operazione a stazione aperta?” disse il capocantiere
      E quando la vorresti fare? Siamo già in ritardo con la consegna. L’evento che sono riusciti ad organizzare stasera non era procrastinabile ne tantomeno l’assemblaggio che dovremo fare, lavoriamo comunque in piena sicurezza stai tranquillo. A proposito, io vi saluto. Buon lavoro. Scappo di sopra sono stato invitato al concerto e mi hanno riservato un posto a sedere, tornerò tra qualche ora, per quel momento sarete pronti per cominciare la parte del lavoro in cui potrò avere un ruolo operativo”.

      Appena l’ingegnere ebbe finito di dire ciò, il capocantiere lo salutò in maniera sbrigativa e si avviò verso i suoi sottoposti.
      “Signori siete tutti pronti? In queste ore daremo il via al montaggio del reattore C, non vi devo dire nulla visto che sapete già tutto, buon lavoro.
      Mi raccomando solo di una cosa: state attenti. E’ il più importante, quindi il più costoso. Niente cazzate.”

      Ognuno andò alla sua postazione di lavoro. Youssef era quello che si doveva occupare di controllare le manovre fini dell’assemblaggio, era un lavoro duro perchè prevedeva
      sia una conoscenza informatica di alto livello che andare fisicamente a controllare che le giunture dei vari pezzi coincidessero perfettamente.
      Era stato il capocantiere a spingere per avere il controllo manuale di questo tipo di operazioni, in un primo tempo i delegati della Company non avevano visto di buon occhio
      questo cambiamento di programma ma alla fine avevano accettato. Youssef si sedette alla sua postazione; al segnale del capocantiere prese il controllo delle macchine
      attraverso il suo modulo per la realtà aumentata. Da quello poteva essere sicuro che l’allineamento fosse perfetto, grazie alle telecamere montate sui carrelli trasportatori.
      Entrare dentro la macchina non era una cosa semplice, neanche per lui, ma oramai ci aveva fatto l’abitudine.

      Nelle sue orecchie arrivavano i rumori percepiti dai microfoni posti sul robot trasportatore per poter capire eventuali cedimenti strutturali prima che il computer glieli potesse segnalare.
      In breve lui era dentro la macchina. Inizialmente si mosse con circospezione per capire quanto il pavimento potesse reggere, i parametri che gli dava il computer non
      risultavano fuori scala rispetto alle simulazioni quindi potè liberare la sua mano destra dal sistema di comando e cominciò a cercare qualcosa nella tasca laterale dei suoi
      pantaloni da lavoro. Una volta in mano riuscì senza problemi a trovare il punto di raccordo che gli serviva per collegarla al suo terminale.
      Riattaccò subitaneamente la mano destra al sistema di controllo senza che il sistema potesse rendersene conto visto che era riuscito a bypassare il sistema di controllo
      sdoppiando il segnale della mano sinistra senza dimenticarsi di specchiarlo così da sembrare veramente una mano destra.
      Portò a compimento senza problemi di sorta il suo incarico Il capocantiere era molto fiero di lui, aveva fatto tutto quello che gli era stato richiesto per quella sera.
      Si concesse un attimo di pausa prima di andare a vedere ad occhio nudo come era andato a finire il lavoro.
      Si fermò un attimo dal capocantiere “Capo tutto a posto.”
      Il capocantiere guardò le sue mani e vide il gesto impercettibile ad un occhio non allenato che usavano come gesto di intesa.
      Ottimo, vai a controllare fisicamente il tuo lavoro”, disse.
      Nella sua testa però c’era un solo pensiero: “Anders ora tocca a te. Qui noi abbiamo fatto quello che potevamo fare.

Giulio Pieroni

4. At the Drive in – in•ter a•li•a

Data di Uscita: 05/05/2017

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      E’ l’alba. Anja non riesce più stare i piedi, solo l’adrenalina e l’istinto di sopravvivenza l’hanno portata fino a qui.

      Si accascia ai piedi di un albero, immergendosi in una fitta suma. Toccando terra il suo corpo si contorce, quasi automaticamente, in un profondo conato di vomito che non prova nemmeno a trattenere. Distende la schiena lungo il tronco asciugandosi le labbra con una mano. Movimenti lenti, quasi rilassati, per illudersi di avere pace, tregua, calma, tutto ciò che non può permettersi di provare, non lì, non in quel momento. Socchiude gli occhi per un secondo, ben conscia che i demoni sono in agguato e che non può restare ad aspettarli.

      Tira su un pantalone consumato e con il coltello rugginoso del padre si incide la pelle, è l’ennesimo prezzo che si è imposta di pagare. La lama scivola quattro volte sulla sua carne e il sangue vivo le cola sulle converse sdrucite e luride. Stanotte la caccia è andata bene, tre tigri e uno scorpione uccisi a fronte di solo un colpo di pistola, di striscio, alla testa. La rakija nel corpo del cetnico le aveva salvato la vita.

      Come un automa inforca le cuffie del walkman del fratello, Jasmin, che era stato ucciso a Srebrenica davanti a lei e a sua madre. Dentro, l’unica cassetta che era riuscita a portar via da casa, pochi minuti di caos puro di un gruppo americano di cui ignorava il nome e che non le piaceva nemmeno. Hell Paso, c’era scritto sull’etichetta. Ma l’inferno era lì, intorno a lei. Prima dell’assedio, dei caschi blu, delle morti, della fuga tra i boschi fingendosi un ragazzo, era solita sbirciare le prove di suo fratello e il suo gruppo. Si definivano post-hardcore. Adesso le sembrava così ridicolo anche il solo pensiero che qualcuno potesse definirsi pre o post quando in realtà non sarebbe mai stato niente. Non riusciva a ricordarsi nemmeno quanto tempo fosse passato da quella realtà, così lontana e sempre meno vivida, oscurata dagli incubi del quotidiano.

      Questi pensieri la colpivano a cadenza regolare, e come in un rituale si trovava a guardare una foto della sua famiglia. Quello che era. Suo padre e suo fratello uccisi come insetti. Sua madre nel campo rifugiati, stuprata ogni notte, a turno, dai caschi blu o dai cetnici. E lei. Anja. Incapace di resistere una sola notte in quel campo, persa nella suma e disposta a morire in qualsiasi momento ma determinata a uccidere quanti più cetnici possibile. Per apparire più forte si era tagliata i capelli, le poche forme nascoste da ampi abiti rubati a un cadavere. Adesso si faceva chiamare Samir. Una donna qui non ci sarebbe potuta stare. L’avrebbero costretta a tornare al campo. Piuttosto la morte.

      Al di fuori del bosco, poco lontano da lei, improvvisamente, si leva un coro da stadio, in avvicinamento. Serbi. Il coro, marchio distintivo delle Tigri di Arkan. Nemmeno il tempo di pensare che il plotone è già in vista. Un movimento, un respiro, un passo ed è finita. Ripone la foto in tasca, mentre il walkman continua a urlare e si alza voltandosi verso i propri aguzzini. E’ stanca, Anja, è esausta. Che senso avrebbe continuare la fuga quando niente potrà darle pace, mai più?

      Il plotone si ferma. Una dozzina di soldati. La stavano cercando. Un cetnico, probabilmente il più alto in grado, fa segno di circondare l’albero dove lei è ancora appoggiata. Un sorriso mellifluo e al tempo stesso viscido, da lucertola, compare sul volto del paramilitare. Mentre parla, Anja può sentire la sua lingua schioccare, come un rettile. “Bene bene, ragazzo. Adesso la finiremo con queste scorribande nella notte. Mi sei costato ben venti uomini. Se tu non fossi uno sporco balija ti chiederei di diventare uno di noi.” Risate e fischi riecheggiano tra la boscaglia. Segue silenzio, come richiamati all’ordine da un diktat telepatico, i soldati imbracciano i fucili intimando ad Anja di precederli fino ad una radura. Arrivati sul posto, viene avvicinata da un serbo tarchiato e grasso, con il viso butterato e l’espressione da maiale. Disgustoso. Con un coltellaccio le taglia i vestiti, lasciandola nuda. Mentre la spoglia, con l’audacia posseduta solo dai folli, Anja gli chiede se avesse mai assaporato la pelle. Non vi è risposta, e resta lì, emasculata e indifesa, derisa e umiliata da tutto il plotone. Il suo giovane e magrissimo corpo è segnato dagli stenti di una fuga durata mesi, oltre che dai tagli autoinferti e altre ferite. Bianco immacolato, quasi trasparente, da vicino è possibile vedere quell’anima che sta bruciando più di quanto illumini. Alcuni soldati le si avvicinano a turno, toccandola lascivamente altri, invece, le spengono delle sigarette sulla pelle nuda. Il terribile siparietto dura solo pochi minuti ma il tempo sembra fermarsi solo per il gusto di vederla soffrire. Le viene consegnato un badile, mezzo rotto e con il manico scheggiato, intimandole di scavarsi la fossa, estremo riconoscimento per i nemici valorosi. La terra, vista l’estate estremamente secca, è dura e pesante da sollevare e poco dopo le sue mani iniziano a sanguinare.

      “Come ti chiami, ragazza?”

      Un brivido attraversa il corpo lasciandola quasi attonita. Come corrente elettrica, finendo per scaricarsi alla punta del badile. Chi era? Cosa era diventata? Ma soprattutto, era sempre Anja oppure era Samir, seppur evirato della sua pseudo-mascolinità? Non si sentiva affatto resiliente, si sentiva tenace. La tenacità è quella qualità dei materiali di immagazzinare energia fino ad arrivare a rottura, gliel’aveva insegnato suo padre, professore di educazione tecnica a Tuzla. E lei era arrivata al punto di rottura, non avrebbe potuto resistere un altro secondo. Aveva fatto tutto ciò che era possibile, e si sentiva innocente. Innocente. Aveva tradito, rubato, e ucciso. Soprattutto ucciso. Ma sapeva di essere nel giusto. La sua voglia di riscatto era incurabile. La sua voglia di vendetta era incurabile.

      “Anja Mùlijahić, e sono incurabilmente innocente”.

Tommaso Olmastroni

5. Bennett – bennett

Data di Uscita: 16/06/2017

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      Stare insieme. Loro due e basta. Era quella la cosa importante.

      La vecchia Pontiak faceva più rumore del solito ma poteva comunque a dar loro una possibilità di uscita dal loro vecchio mondo. Erano passate ormai quattro ore da quando erano riusciti ad uscire dai periferisci sobborghi di Detroit. Scappare era l’unico modo per poter sopravvivere a questo punto. Se l’erano detto molte volte e finalmente ci stavano riuscendo.
      Il paesaggio cambiava mentre uscivano dalla cintura metropolitana: gli impianti industriali, oramai pericolanti, lasciavano il passo a una campagna incolta, con grandi insediamenti di pannelli fotovoltaici e pale eoliche.
      I siti per la produzione di energia elettrica erano guardati a vista da corpi paramilitari. A Zradko vennero in mente i suoi vecchi lavori. Forse aveva fatto fuori persone che quei militari conoscevano o che addirittura consideravano amici. Non si lasciò distrarre da quei pensieri. Il suo, anzi, il loro obiettivo era chiaro. Guardò per un attimo Yelena che dormiva nel sedile del passeggero. Si sarebbero dovuti fermare a breve per far ricaricare un po’ la batteria della macchina.
      Zradko aveva guidato tutta la notte consumando quasi del tutto l’energia dell’accumulatore e il sistema fotovoltaico non era più così efficiente da consentire loro di proseguire ulteriormente. Identificarono il posto adatto: un piazzale con intorno strutture fatiscenti in vetro, doveva essere un vecchio centro commerciale. Zradko controllò che non ci fossero macchine nel giro di una decina di miglia attivando i suoi sensori. Anche il cielo sembrava libero da scocciatori. Si concesse una piccola pausa e svegliò, con un tocco leggero sui capelli, Yelena. Appena lei aprì gli occhi, lo guardò ancora mezzassonnata e gli sorrise. Si guardò intorno e chiese allarmata cosa stesse succedendo. Lui la tranquillizzò con un sguardo silenzioso appena accennato e disse:

      “Sta andando tutti secondo i piani.”
      “Mi hai spaventata, pensavo fosse successo qualcosa di grave.”

      Prima di ripartire in lontananza scorse qualcosa che attirò subito la sua attenzione, zoomò sulla area e vide che, a circa sei miglia, la polizia aveva piazzato un posto di blocco. Cercando informazioni sulla zona circostante si rese conto che non c’erano ripari sicuri.
      Yelena, riconoscendo il cambio d’espressione sul volto del suo compagno di viaggio, gli chiese cosa stesse succedendo. Zradko le spiegò la situazione in poche parole perchè era intento a captare le comunicazioni della polizia per capire cosa avrebbero dovuto aspettarsi.

      Yelena lo distolse dalle sue ricerche appongiando a sua testa sulla sua spalla:

      “Potrebbe essere la fine della corsa, lo sai vero?”
      “Sì lo so, era troppo bello per essere vero.” concluse Zradko.

      Stava per accendere il motore e dirigersi verso il posto di blocco quando Yelena lo trattenne per un braccio e guardandolo negli occhi gli disse:

      “Comunque vada, grazie di tutto. Stare insieme. È questa la cosa importante.”

Giulio Pieroni

6. Glassjaw – Material Control

Data di Uscita: 1/12/2017

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      Estratto dal documento 9415 del Governo Islandese sulla propagazione di Nuove Religione Sincretiche tramite la Rete:
      La situazione è oramai al collasso, negli ultimi 15 anni si è registrato un aumento dell’800% di spazi virtuali dedicati a nuovi credi religiosi, ed anche alcune confessioni preesistenti hanno affiancato l’usuale funzione con cerimonie svolte su internet. Sono state riscontrate 27 nuove forme di Idolatria della Rete in quanto tale, si passa dai culti più standard, La setta della rinascista virtuale, a culti totalmente nuovi, le due esemplificazioni più lampanti sono le due sette, a quanto pare nate dallo stesso “Santone”, “ GOD is the web” e “GOD is in the web”. I singoli culti verranno spiegati e studiati in un secondo momento. Lo scopo di questo documento è cercare una connessione tra il messaggio e il medium. Nella maggioranza dei casi i luoghi virtuali sono a pagamento per i fedeli che possono rimanere collegati tutto il tempo che vogliono ad assistere e partecipare alle funzioni. Altra categoria sono i culti che permettono al fedele di entrare gratuitamente; il nostro servizio informatico ha però riscontrato che il 82% di questi utilizzino degli script per usare le capacitita di calcolo delle macchine dei fedeli per i loro scopi, che sono tra i più vari. Questa particolare categoria fa molto poco uso di immagini in alta definizione così da non sprecare troppa capacità di calcolo e normalmente vengono classificate nella macrocategoria delle Religioni Psicovirtuali, in certi casi usano immagini e audio per dare sensazioni estatiche come succede con le droghe psichedeliche. I Culti più strutturati non usano nessuna delle due opzioni precendemente descritte ma usano il metodo dell’utente premium e degli acquisti durante la funzione o comprare servizi, confessioni o indulgenze. Per concludere questa parte introduttiva va sottolineato l’aspetto meramente economico: parliamo di utili non quantificabili in maniera chiara ma che si aggirano intorno alle centinaia di miliardi di dollari; inoltre il 74% dei culti sono marchi registrati di cui il 64% da singoli individui, il 15% da culti preesistenti e con sedi anche fisici. Il restante 21% può essere ricondotto alle grandi company che, per differenziare la loro offerta commerciale, hanno cominciato ad assumere esperti del settore, teologi studioso di marketing, antropologi e così via, così da poter da un lato creare dei culti specificatamente usati per aumentare la fedeltà nei propri dipendenti o per convincere dipendenti di altre aziende a unirsi a loro.

Giulio Pieroni

7. Chelsea Wolfe – Hiss Spun

Data di Uscita: 22/09/2017

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      C. aveva costruito la propria casa nel ventre di un vulcano, tutti lo sapevano spento e morto da tempi immemorabili ma lei conosceva i segreti della Terra e lo sentiva, la notte, borbottare tra sé e sé come una pentola portata al bollore. Il paesaggio attorno era lunare, terra nera e arsa sotto cieli perennemente in bilico tra un azzurro pallido e un grigio inappellabile. Una parte di mondo privata di tinte calde.

      C. viveva in queste stanze scavate nella roccia come caverne primitive, o forse si era da sempre presa gioco della gente e aveva mobili Ikea come tutti, ma scommetto di no. Incedeva con passo deciso, muoveva le mani con dimestichezza, impastava la materia e costruiva il suo mondo accanto al nostro, a distanza di sicurezza. Si alzava al mattino quando il sole era ancora coricato sotto le coperte delle montagne, s’infilava una tunica di seta nera e, sbucando fuori dal suo nido, s’incamminava per raggiungere la vetta più vicina. Vista da valle, con le prime luci di un’alba biancastra che rischiaravano lo sfondo di quel profilo frastagliato avverso e scurissimo, la sua sagoma fluida sembrava un velo che svolazzava leggiadro su di un tessuto compatto e solido, dello stesso colore piceo. Compieva un rituale sistematico per la meditazione, di rito per una spiritualità lontana dalle dottrine comuni e diffuse ma qualcosa di più personale e intimo, una pratica parente allo yoga ma molto corporea, con dei risvolti addirittura seducenti – dico io.

      Si era ferita ripetutamente con i rovi che le crescevano attorcigliati al cuore, li tagliava per farsi spazio e far pace con l’emotività, loro ricrescevano caparbi finché lei non decise di divellerli con tanto di radici, e mettersi a nudo, cicatrici incluse. Il muscolo palpitante che aveva in petto si gonfiò tutto di libertà nuova, e sobbalzò avanti e indietro come un grosso pesce vivo dimenantesi sul banco marmoreo del mercato ittico. C. non vendette il suo cuore a nessuno, però; provò a regalarlo ed andò male, tant’è che cominciò a fidarsi soltanto della Natura e delle sue leggi primordiali ma cristalline. Non nascose le sconfitte ma riuscì ad accettarle, finché arrivò a spogliarsi di ogni orpello e tentennamento residuo alle pendici del vulcano.

      Ora, troppe congetture si sono fatte sul suo conto, spesso condite di malizia e sospettosa superstizione, come accade spesso dinnanzi alle cose per cui si prova soggezione e anche un poco di timore reverenziale. C. non badava a questo fastidioso ronzio di fondo, dopo tutto quello che aveva vissuto il chiacchiericcio era poco più di merda accidentalmente pestata a terra; dopo tutto, gongolava in questo singolare isolamento e la solitudine era la dimensione ideale.

      Il vulcano appariva silente, come lei che centellinava le parole quando si confrontava verbalmente con altre persone; si sentiva abbracciata e compresa in quella pancia di lava solidificata, il fuoco non ancora sopito del cratere era lo stesso che le ardeva sottopelle e la trasformava da folletto introverso a voce di tempesta. Il suo canto non era mai stato così libero e tonante, soffiava lapilli sulle creste dei monti aridi, riempiva i polmoni e tutto d’un tratto prorompeva cupo e sferzante. Raccoglieva le forze dalle crepe della Terra, dagli anfratti cavernosi, dalla sicurezza acquisita con l’esperienza e la consapevolezza, e la trasformava in melodia. Non una melodia carezzevole, come i più sono abituati a immaginare, ma qualcosa di potente, che schiaffeggiava guance e anima. Anche il vulcano aveva ripreso a ruggire, e la commistione delle due voci creava musiche solenni e assolute, dai tratti doom e metal, cariche di tensione emotiva. Quando la violenza si smorzava, C. si trasformava in creatura eterea e il suo canto diveniva soffuso, delicato, quasi folk, sempre ovviamente sporcato di cenere e all’oscuro di qualche antro recondito tra una piega e l’altra della roccia.

      Chiunque abbia tentato, nel tempo, di sradicarla, o anche soltanto di avvicinarsi a lei, ha trovato diffidenza e repulsione; dal canto mio, mi è sempre bastato osservarla da lontano nel suo peregrinare mattutino, soave come uno stormo danzante. Una piccola forma nera fluttuante su altre forme nere, enormi e spigolose, in controluce; parte organica della Terra stessa e voci in simbiosi. Null’altro.

 

Federica Giaccani

8. Grift – Arvet

Data di Uscita: 8/09/2017

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      Il villaggio era dietro la collina, il sentiero da lei battuto centinaia di volte era l’unico modo per riuscire a tornare a casa. Le stelle in quella notte coperta non potevano esserle d’aiuto. Il passo era incerto perché aggravato dal peso della sua attrezzatura. Sul suo volto apparve un sorriso: stava ripensando all’azione del giorno ormai finito, era andato tutto bene, il compito che le era stato affidato non era certamente difficile né fondamentale per la sopravvivenza della sua piccola comunità, ma poteva dirsi comunque contenta. La soddisfazione derivava dall’aver portato a termine le calibrazioni di routine degli allacciamenti clandestini al più vicino pilone della corrente. I test effettuati non avevano segnalato anomalie né tracciamenti dello switcher. Fermandosi un attimo per bere, si rese conto di rumori provenienti oltre le sue spalle: accese subito il sensore di calore che aveva incorporato nei suoi occhiali e si accorse di avere compagnia.
      Le immagini che riceveva erano di figure umane distanti da lei non più di 100 metri. L’addestramento fornitole dalla Comunità la spinse a cambiare strada. Svoltò sulla sinistra e si nascose dietro a dei massi nella speranza, poco realizzabile, che i suoi inseguitori non disponessero della sua stessa tecnologia. Non fu una scelta fortunata: le tre figure si stavano dirigendo verso di lei, controllò una seconda volta nelle vicinanze non trovò nessun altro segnale termico. A questo punto non le rimaneva che cercare di seminarli. Guardò velocemente la carica residua delle batterie applicate alla sua giacca a vento. Avrebbe potuto utilizzare la schermatura solo per 5 minuti, ma non sarebbero stati sufficienti per permetterle di arrivare protetta alla base e se anche fossero stati sufficienti, non sarebbe stata comunque una buona idea; il rischio di lasciare tracce era troppo alto, avrebbe condotto i suoi inseguitori al villaggio.
      Cominciò a correre verso il torrente che sapeva snodarsi ad ovest, non lontano da lei. I sensori indicavano che anche i suoi inseguitori avevano aumentato il passo, perciò la distanza tra loro non aumentava. Gettò l’esca a calore sopra un albero, accese la schermatura e si buttò nelle acque gelide. Si mise a nuotare in direzione opposta al villaggio avendo un’idea ben precisa di dove potesse uscire dal fiume. Spense la schermatura ed osservò cosa succedeva intorno all’esca. I militari, ripresi dalla telecamera piazzata sull’esca, si erano fermati nei pressi della fonte di calore. Dopo essersi resi conto di essere caduti in trappola, avevano cominciato a cercare nei dintorni. Il filmato si concludeva lì.
      Uscita dall’acqua nascose il suo zaino sotto a una delle finte rocce disseminate nella foresta, accese un fuoco ed entrò dentro il vecchio capanno della guardia forestale, aprì la botola e si avviò nel cunicolo che l’avrebbe condotta verso una zona sicura.

Giulio Pieroni

9. Shizune – Cheat Death, Live Dead!

Data di Uscita: 19/02/2017

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      Si svegliò in maniera del tutto inusuale, non per uno stimolo del suo impianto sul tronco encefalico ma da un agente eterno dal fatto che dall’esterno provenissero dei rumori, poco dopo si rese conto che dall’esterno proveniva anche della luce, da quella che si era dimenticato che fosse un finestra. Dopo un tempo per lui indefinito si riscosse del tutto dal torpore e decise di andare ad indagare del perché del malfunzionamento del suo sistema “Antinteract 909”. Il suo impianto nel polso per il controllo remoto non dava segni di vita, non lo reputò una cosa importante succedeva spesso che si scollegasse dalla rete wireless della casa anche perché, non proprio in maniera intelligente era stato installato nel braccio che Amir teneva sempre sotto la testa, motivo per cui il sangue defluiva in maniera minore andando a ledere il corretto funzionamento dell’impianto. Perciò si alzò dal letto in direzione della centralina dell’Interact scavalcando con una certa difficoltà il sistema, anch’esso spento, di dattilografia intelligente. Arrivato alla centralina si rese conto che era completamente morto qualsiasi tipo di segnale, provò un reset, tutto inutile. La sua “casa intelligente” era completamente offline. questo generò in lui un mix di sentimenti abbastanza inusuale: un senso di smarrimento per quella condizione di nudità dall’esterno e curiosità nel poter rivedere; anche se contro al sua volontà, quello che lo circondava. Si avvicinò alla grande finestra situata dal lato destro del letto e si rese conto che la città era sempre la solita.

Giulio Pieroni

10. Perturbator – New Model

Data di Uscita: 5/09/2017

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      La musica proveniva da sottoterra, il gruppo di colletti bianchi che quella sera passarono per quel quartiere con il loro taser in mano poterono sentire rumori del tutto inconsueti per loro.
      “Ehi ma qui sotto stanno producendo qualcosa?”
      “Zitto e non pensarci, sbrigati bisogna arrivare il prima possibile alla metro”
      “No mi sbaglio sembra proprio musica, perchè non diamo un’occhiata?”
      “Ma sei impazzito? Vieni via”
      “Voi andate io vi raggiungo”.
      Gli altri guardarono il più giovane del gruppo come si guarda qualcuno che sta per fare un errore madornale, si girarono ed andarono via lasciandolo lì. Il giovane rimase come imbambolato da quei suoni, sembravano provenire da qualche esoscheletro in movimento ma sopra di essi c’era qualcos’altro sembrava quasi un pianoforte ma quasi come fosse distorto. Cercò di capire da dove provenisse quella musica. Intorno non si vedeva anima viva.
      “Ehi ti sei perso?”, sentì una voce femminile che proveniva dalle sue spalle.
      Si voltò e vide una testa che spuntava da quello che pensava fosse un tombino,
      “in realtà no, mi sono fermato perchè ho sentito questa musica, sai da dove proviene?”
      “certo, da qui sotto”
      “potrei venire a sentire?”
      “sei sicuro? Non sembri il tipo adatto ad un posto come questo?”
      Il ragazzo aveva già preso la sua decisione si stava già avvicinando alla botola “ogni tanto fa bene cambiare le proprie abitudini non trovi?”
      La ragazza gli fece spazio, lo fece passare e richiuse la botola alle sue spalle.

Giulio Pieroni

Top Ten 2017 – Federica Giaccani

1. Arca- Arca

Data di Uscita – 7/04/2017

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      Sento levarsi il canto non appena, barcollante e incerta, cammino fuori dai sogni nervosi che hanno seguito il moto del ventilatore a tre pale montato da un uomo che aveva la tendenza a fare lunghi sospiri interrotti.

      Credo che il canto venga da un forno confinante con il soppalco in cui dormo. Il mio letto occupa tutto lo spazio. È un canto distante che potrebbe essere solo il rumore del tram e dei miagolii dei gatti randagi, e dei lamenti di qualcuno nell’edificio, lamenti o pianti, oppure urla di piacere mescolati insieme. Sono sicura, però, che sia un canto e l’idea di ascoltarlo tutte le mattine, fa in modo che il mio sonno si riduca, ulteriormente, a un segmento spezzato, fatto di sabbia nel letto, pareti di lenzuola troppo calde, territori inesplorati glaciali, buio pesto, profondo come le cavità del corpo, e leggermente rossastro come l’interno di un bordello immaginato. Nonostante la luce si riduca poco a poco, anche con l’arrivo dell’alba, mi sembra di vedere la trasparenza della pelle dall’interno, come se fossi un essere piccolo e bollente, insinuatosi sotto la mia stessa epidermide, penetrato da un foro qualunque, da un orecchio forse insieme a quel canto, e potessi vedere quel che accade sotto gli occhi come finissime lenzuola, come se potessi vedere quel che accade quando scende una lacrima e non scivola via.

      Se riesco a trovare le mani, perse da qualche parte sotto le lenzuola, porto il cuscino sopra la testa, perché il canto si avvicina, prego il soffitto di trattenerlo ancora un po’, prego il lucernario di farsi porta blindata perché non gli lasci invadere la stanza. Le mie preghiere hanno forma di un canto che potrebbe essere solo il rumore del tram e dei miagolii dei gatti randagi, e dei lamenti di qualcuno nell’edificio, lamenti o pianti, oppure urla di piacere mescolati insieme. Le lascio entrare dal lucernario aperto, spazzano via la sabbia della notte, cantano di quando la pelle si era fatta lenzuolo, trasparente, gonfia di aria, ed era volata via, dal lucernario aperto, come se seguisse il ritmo di un canto che sento non appena, barcollante e incerta, cammino fuori dai sogni nervosi che hanno seguito il moto del ventilatore, quello che aveva montato una volta quell’uomo, che mi aveva fatto piangere col suo canto.

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Giorgia Melillo

2. Alessandro Cortini – Avanti

Data di Uscita: 6/10/2017

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      Ero immobile a fumarmi una sigaretta nel cucinino, la finestra socchiusa per non far impregnare l’aria di casa di nicotina e catrame, le goccioline di condensa all’interno del vetro e un radiatore in ghisa acceso prima del tempo nell’incasso sottostante. Sentivo freddo, tremavo, le gambe faticavano parecchio a sorreggermi nonostante fossi anche appoggiato al vetro, per ripartire i carichi. Il termometro poco dopo disse che avevo la febbre, 38,3°C per la precisione, e siccome sono sempre stato un matto decisi di uscire a fare due passi. Indossai il cappotto al contrario, come l’avevo lasciato la sera prima per la fretta di buttarmi sul divano e recuperare episodi della serie che stavo seguendo; dicevo, me lo infilai a rovescio, se non altro la lana a scacchi mi scaldava di più tenuta addosso, e poco importava del woolmark che campeggiava tra le mie scapole, con quella nebbia avrei incrociato pochi stupidi come me, e basta.
      Ero tornato a vivere a Bologna da pochi mesi, giusto il tempo per sentirmi sia di nuovo a casa sia impacciato nel rientrare nell’equilibrio felsineo; quando percorrevo le strette vie del centro la vertigine dei deja-vu mi dava alla testa, tra le lezioni universitarie e amori al sapore di vino e tabacco sfogati negli androni di palazzi a caso. Andavo spesso in confusione e mi facevo tenerezza.
      Vagavo al riparo dei portici come un cane randagio, le giornate si stavano accorciando e la luce giallognola dei lampioni gettava riflettori annacquati sui passi della gente: gli studenti che si accordavano per preparare gli esami e per le serate a tema dai risvolti alcolici e lascivi, i lavoratori stanchi e frettolosi, gli spacciatori guardinghi, i bambini instancabili dalle facce ilari. Ero stato uno di loro, un bimbo, un universitario, un operaio, un pusher imbranato, eppure non riuscivo a riconoscermi in nessuno di loro. I famosi gradi di separazione, che si erano trasformati in distanze siderali congelando l’empatia.
      Riflettevo e inciampavo in continue digressioni che mi facevano perdere il filo, come se non fosse già complicato reinventarsi e ricominciare daccapo; gettavo in avanti la linea del tempo ma lei si burlava di me, spesso faceva impertinenti piroette e mi spiazzava coi dietrofront. La nostalgia mi chiudeva la gola con un grosso nodo, e questi tramonti del cazzo dietro alberi semispogli stringevano il cappio, eppure dovevo scioglierlo, per tornare a vivere.
      Avevo fatto una chiacchierata con Alessandro poco prima, mi raccontò di aver ritrovato vecchi nastri e VHS della sua infanzia che lo fecero ripiombare di colpo tra le braccia della famiglia, tra le mura di casa, a giocare con gli animali e a rotolarsi nella neve. Me ne parlava con dolcezza, con quella malinconia serena che traccia sul volto un sorriso velato e infonde la forza per proseguire attraverso i giorni. Un soffice abbraccio, un deciso incoraggiamento.
      Da quel momento presi a pensare a quanto conta la memoria nella vita, a quanto le immagini e i timbri vocali si innestano nei ricordi come grossi gradoni in pietra sui quali poter tornare a ripercorrere il proprio cammino ogni volta. Restano lì, immobili e imponenti, inamovibili, come le certezze. Ti dicono dove mettere i piedi per non perdere l’equilibrio. Pensai a quanto guardare indietro potesse servire a prendere la rincorsa per saltare dal trampolino dell’andare avanti, anziché piangersi addosso.
      Iniziare, come atto di coraggio
      Perdonare, come forma di amore
      Aspettare, come crescita consapevole
      Nonfare, come scelta attiva e non passiva
      Vincere, come meta di fatica e tenacia
      Perdere, come possibilità da accettare
      Finire, come riappacificazione col tempo
      Una musica lieve e intensa, vibrazioni sonore come brividi emotivi, imperfezioni volute perché proprio lì risiedeva il segreto: nelle sbavature, nelle irregolarità, nel genuino accostarsi agli altri e comporre un incastro che spesso sembrava non risolversi mai del tutto ma che, a dispetto di timori e insicurezze, in qualche modo funzionava. I climax, le volute, i passi sporchi sulla neve appena caduta, un sintetizzatore che cristallizzava la reminiscenza e le melodie che soffiavano sul ghiaccio rimasto sulle piante.
      Dalle parti dei Giardini Margherita c’era una strada che piegava a gomito uguale a tante altre, le auto parcheggiate ordinate in fila, i cancelli in ferro, i cortili seminascosti e una fermata del bus. Non fui sorpreso di essere approdato da quelle parti nel mio peregrinare nebbioso e solitario. Mi acquattai dietro un muretto di recinzione, quell’odore di alloro me lo ricordavo incollato agli abiti di lavoro di mio nonno. La sagoma di mio padre era seduta in poltrona dietro la tenda, era l’ora dedicata alla lettura del giornale; mi sembrava di sentire la sua voce commentare le notizie, e quella di mia madre partire in un controcanto di osservazioni dalla cucina, il profumo del brodo, mio fratello che chiedeva attenzioni mentre giocava sul tappeto e io che facevo i compiti per la scuola.
      Era forse il flashback più violento, ma mi stordì di calore.

 

Federica Giaccani

3. Chelsea Wolfe – Hiss Spun

Data di Uscita: 22/09/2017

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      C. aveva costruito la propria casa nel ventre di un vulcano, tutti lo sapevano spento e morto da tempi immemorabili ma lei conosceva i segreti della Terra e lo sentiva, la notte, borbottare tra sé e sé come una pentola portata al bollore. Il paesaggio attorno era lunare, terra nera e arsa sotto cieli perennemente in bilico tra un azzurro pallido e un grigio inappellabile. Una parte di mondo privata di tinte calde.

      C. viveva in queste stanze scavate nella roccia come caverne primitive, o forse si era da sempre presa gioco della gente e aveva mobili Ikea come tutti, ma scommetto di no. Incedeva con passo deciso, muoveva le mani con dimestichezza, impastava la materia e costruiva il suo mondo accanto al nostro, a distanza di sicurezza. Si alzava al mattino quando il sole era ancora coricato sotto le coperte delle montagne, s’infilava una tunica di seta nera e, sbucando fuori dal suo nido, s’incamminava per raggiungere la vetta più vicina. Vista da valle, con le prime luci di un’alba biancastra che rischiaravano lo sfondo di quel profilo frastagliato avverso e scurissimo, la sua sagoma fluida sembrava un velo che svolazzava leggiadro su di un tessuto compatto e solido, dello stesso colore piceo. Compieva un rituale sistematico per la meditazione, di rito per una spiritualità lontana dalle dottrine comuni e diffuse ma qualcosa di più personale e intimo, una pratica parente allo yoga ma molto corporea, con dei risvolti addirittura seducenti – dico io.

      Si era ferita ripetutamente con i rovi che le crescevano attorcigliati al cuore, li tagliava per farsi spazio e far pace con l’emotività, loro ricrescevano caparbi finché lei non decise di divellerli con tanto di radici, e mettersi a nudo, cicatrici incluse. Il muscolo palpitante che aveva in petto si gonfiò tutto di libertà nuova, e sobbalzò avanti e indietro come un grosso pesce vivo dimenantesi sul banco marmoreo del mercato ittico. C. non vendette il suo cuore a nessuno, però; provò a regalarlo ed andò male, tant’è che cominciò a fidarsi soltanto della Natura e delle sue leggi primordiali ma cristalline. Non nascose le sconfitte ma riuscì ad accettarle, finché arrivò a spogliarsi di ogni orpello e tentennamento residuo alle pendici del vulcano.

      Ora, troppe congetture si sono fatte sul suo conto, spesso condite di malizia e sospettosa superstizione, come accade spesso dinnanzi alle cose per cui si prova soggezione e anche un poco di timore reverenziale. C. non badava a questo fastidioso ronzio di fondo, dopo tutto quello che aveva vissuto il chiacchiericcio era poco più di merda accidentalmente pestata a terra; dopo tutto, gongolava in questo singolare isolamento e la solitudine era la dimensione ideale.

      Il vulcano appariva silente, come lei che centellinava le parole quando si confrontava verbalmente con altre persone; si sentiva abbracciata e compresa in quella pancia di lava solidificata, il fuoco non ancora sopito del cratere era lo stesso che le ardeva sottopelle e la trasformava da folletto introverso a voce di tempesta. Il suo canto non era mai stato così libero e tonante, soffiava lapilli sulle creste dei monti aridi, riempiva i polmoni e tutto d’un tratto prorompeva cupo e sferzante. Raccoglieva le forze dalle crepe della Terra, dagli anfratti cavernosi, dalla sicurezza acquisita con l’esperienza e la consapevolezza, e la trasformava in melodia. Non una melodia carezzevole, come i più sono abituati a immaginare, ma qualcosa di potente, che schiaffeggiava guance e anima. Anche il vulcano aveva ripreso a ruggire, e la commistione delle due voci creava musiche solenni e assolute, dai tratti doom e metal, cariche di tensione emotiva. Quando la violenza si smorzava, C. si trasformava in creatura eterea e il suo canto diveniva soffuso, delicato, quasi folk, sempre ovviamente sporcato di cenere e all’oscuro di qualche antro recondito tra una piega e l’altra della roccia.

      Chiunque abbia tentato, nel tempo, di sradicarla, o anche soltanto di avvicinarsi a lei, ha trovato diffidenza e repulsione; dal canto mio, mi è sempre bastato osservarla da lontano nel suo peregrinare mattutino, soave come uno stormo danzante. Una piccola forma nera fluttuante su altre forme nere, enormi e spigolose, in controluce; parte organica della Terra stessa e voci in simbiosi. Null’altro.

 

Federica Giaccani

4. Sampha – Process

Data di Uscita: 03/02/2017

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      Salivo tutti i giorni al capolinea della rossa alla stessa ora, trenta minuti buoni di viaggio fino a due fermate prima del capolinea opposto, di corsa al livello inferiore per intercettare la coincidenza con la linea turchese, di cui mi servivano quattro fermate. Poi riemergevo in strada, trafelato, con la sciarpa che svolazzava spinta qua e là dall’aria troppo calda che usciva dalle bocchette, attenzione a non assestare gomitate, qualche centesimo nel cappello del musicista di strada di turno – e mi auguravo che capitasse spesso quel ragazzone alto col contrabbasso ché mi sembrava più bravo e genuino degli altri. La strada fremeva di autobus, taxi e persone, non c’è giorno che ho percorso quel tracciato in cui non mi sia sentito circondato da una cornice caotica di frenesia, ma i miei automatismi non conoscevano intralci, e mi muovevo come una lesta pedina nella scacchiera del quartiere. Pad thai da asporto e tè verde, abitudini rassicuranti come il saluto della ragazza italiana alla cassa del baracchino, e gli odori. Perché non c’è memoria più onesta di quella degli odori, del cibo che ho mangiato in quei mesi in piedi mentre le mie scarpe si affannavano per la città, seduto alla metro tra la linea rossa e la turchese, seduto nella panca a ridosso della vetrata in sala d’aspetto, seduto ai piedi del letto di mia madre. L’odore di bitume e asfalto del cantiere infinito sotto casa, l’odore speziato delle cucine dell’estrema periferia est in cui lavoravo come fattorino, l’odore della pioggia che non si scollava mai dalle pareti in mattoncini delle case, nemmeno nelle giornate di sole, l’odore di birra che era un tutt’uno con quello del legno nei pub, l’odore del profumo di mia madre, che non mancava mai di spruzzarsi all’interno dei polsi e nell’incavo destro tra il mento e il collo, anche nei lunghissimi ricoveri disperati.
      Quando mi accostavo al pianoforte il petto si stringeva di senso di colpa per trasgredire ai miei doveri disegnati su di un percorso rosso che diventava turchese e poi grigio di asfalto e smog fino al linoleum color crema dell’ospedale, ma quel bianco e nero dei tasti era la via di fuga, la carezza di una ragazza che non avevo, il nonno che mi rimboccava le coperte da bambino. Era la sera e quando potevo chiudere a chiave il ripostiglio dei compiti da assolvere si spalancava il soggiorno, come un libro grande e aperto all’improvviso, come la città fuori dalle finestre, luccicante e mai ferma, come la libertà, e cominciavo a suonare.
      In quel periodo lo smog creava artificiali aurore boreali metropolitane, e il cielo di notte era da apocalisse, mai completamente buio e avvolto in una coltre giallognola; con dei colori assurdi come quelli era inevitabile credere nei miracoli.
      Il rosso, il turchese e il crema – dicevo, e poi il bianco e nero del pianoforte, e le striature incredibili di un inquinato cielo di città, la notte. Avevo tutti i colori in mano per ribaltare la prospettiva, malgrado i giorni che si sgretolavano nell’attesa di un triste finale ineluttabile, fatto di marmo e mazzetti di fiori mesti a far compagnia a un corpo che un tempo era persona. Quel giorno arrivò, ne giunsero altri e la palette di colori primari che scandiva le mie abitudini lasciò il passo a dei ritmi più blandi, e a una collinetta col prato sempre curato e verdissimo che si sollevava morbida a fianco della città, silenziosa, riappacificante. La sera continuavo a suonare, a cantare, a raccontare me stesso, e presi a farlo anche in piccoli posticini dove ti portavano da bere in miniature di cristallo, tra tappeti scuri e tavolini stretti. Era molto bello, tutto, finalmente.

      Stamattina ho comprato questo cappotto cammello, è lungo e appariscente e amo lasciarlo aperto davanti, tutto sbottonato, per avere una falcata decisa e rispettabile, ché dopo essere stati azzoppati dai tiri mancini della vita non solo si cammina di nuovo ma lo si fa anche bene. Maria, con la quale mi vedo da un mese appena, mi dice che con quello addosso sono il solito afroamericano del cazzo che ama mettersi in mostra con vestiti ridicoli, ma io le rispondo che poteva andare peggio, che in trent’anni non mi sono mai fatto le treccine e che la roba da fricchettoni mi fa cagare, che poteva andare peggio, che non avrei mai imparato ad avere dimestichezza coi colori e coraggio per raccontare di me, che poteva andare peggio, in ogni caso, comunque.

Federica Giaccani

5. Slowdive – Slowdive

Data di Uscita: 5/05/2017

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      La macchina sterza a sinistra come pilotata da una mano invisibile, quella della memoria. La pianura tutt’intorno, alberi villette e campi coltivati così simili tra loro – eppure ancora con una propria identità riconoscibile, il vetro delle pensiline delle fermate del bus verso la spiaggia, ora deserte sotto il sole di mezzogiorno. L’estate è sopraggiunta fuori stagione, il sudore ha disegnato degli aloni deformi nelle ascelle della mia camicia, ma la riunione si è conclusa prima e il vento caldo che entra e esce dall’auto attraverso i finestrini abbassati potrebbe, forse, asciugare le chiazze e proteggermi dall’imbarazzo prima che possa incrociare anima viva.

      Il chiosco sulla spiaggia è piantato nella sabbia come un totem, anch’esso è rimasto lì, immobile e in bilico tra reale e immaginario come un miraggio, quando usavamo arrivarci logorati dalla sete e dall’indolenza. Lo squalo in legno è ancora appeso sopra l’ingresso, di fianco campeggiano le immagini dei gelati della Sammontana, disposti su un alluminio ora sbiadito, i cui nomi sicuramente sono stati dimenticati dai più. Il libeccio agita le onde alcuni metri più in là e incrosta i miei occhiali di sabbia e salsedine, li pulisco alla meglio col lembo della camicia mentre, impacciato, mi arrampico su uno sgabello: che diavolo sono venuto a fare, dopotutto? Si scorge lontano un miglio il mio essere fuori posto.

      Saranno passati vent’anni, ho perso il conto, e nonostante quel posto stia facendo di tutto per accogliermi e illudermi che il tempo si sia cristallizzato, immutato com’è da allora, mi sento terribilmente vecchio. L’uomo al bancone sistema i bicchieri e si accende una sigaretta, siamo io e lui che ci studiamo a vicenda senza parlare; attorno le voci dei gabbiani che si rincorrono in cielo, lo sciabordio delle onde, Lucio Battisti che canta dalle casse dello stereo. Finito il disco, entra a gamba tesa un arpeggio familiare, a tradimento; la saliva mi va di traverso e l’uomo se ne accorge. Dopotutto se lo sarebbe aspettato, Silvano, mi conosceva troppo bene quella volta e certe cose non cambiano mai, anzi.

      Con Silvano il tempo non era stato magnanimo, i lunghi capelli erano ricordo lontano e le stempiature attuali somigliano a profonde insenature, quasi dei fiordi. Mi sorride per togliermi dall’impaccio, quello sguardo complice ché ha identificato subito me e i miei modi imbranati.

      Certe cose non cambiano mai, anzi.

      Mi appoggia la mano sulla spalla, un tocco caldo e appiccicoso, gli Slowdive gettano una nuova marea di riverberi che scivolano e accarezzano il baracchino e le nostre braccia. Gli Slowdive.

      C’è ancora quella foto nella bacheca, tu che ridi tornando a riva da un bagno notturno, i tuoi capelli mossi e decolorati sembrano ancora più bianchi sotto l’effetto del flash e illuminano l’immagine; abbracci il caschetto rosso fuoco di Stefania, la tua migliore amica. Ricordo quella maglietta, era il simbolo di quell’estate, la maglietta di un gruppo musicale sbocciato allora e scomparso presto, un amore folle e brevissimo, come usavi fare tu che saltellavi da un’ossessione all’altra e perdevi la testa per tutto. “Che c’è di male a innamorarsi facilmente? Tu ascolti solo gli Slowdive e ti perdi il resto della musica, sei noioso. Ecco” – io rimanevo ammutolito e un poco offeso, tu mi baciavi e mi dicevi “però mi piaci lo stesso.”

      Quella foto in mezzo ad altri scatti che raccontano la storia di un posto, di generazioni che si sovrappongono tra una birra e l’altra, tra le canzoni, tra le estati e i tuffi improvvisati, tra le solitudini radicate come la mia, da sempre incapace ad abbassare le difese se non con me stesso o con il disco giusto.

      Silvano stappa una doppio malto e ne versa per entrambi, abbiamo parecchio da raccontarci e il fiato forse non basta. Tu chissà in che parte di mondo ti sei collocata, alla fine. È un album nuovo questo che scorre tra le nostre parole, tocca le corde della nostalgia eppure schiva le lacrime; voci ben definite, pezzi che sanno di ieri e di quel profumo di cui avevo intrisa la pelle, ma anche di oggi e di fresco, dopotutto. Come quelle favole che abbiamo sempre amato farcele raccontare, e non ci deludono mai nemmeno cambiando dettagli ché i personaggi e le atmosfere sono ormai nostri e addirittura ci somigliano un po’, ci fanno compagnia per acquetarci e farci prendere sonno con serenità, per restituirci in mano la bussola, per metterci davanti i giusti orizzonti.

      Silvano strappa via la fotografia dalla bacheca e me la porge – “Questa è tua, ti appartiene.”

      La infilo nel portafogli in mezzo a vecchi scontrini e alle banconote, me la ritroverò tra le mani ogni volta che dovrò pagare qualcosa, ché i vecchi amori non si dissolvono mai del tutto: magari riaffiorano incastrati tra le trame di un disco, o in una tenera istantanea a bassa risoluzione, in un posto qualunque tra le dune di sabbia.

 

Federica Giaccani

6. Lana del Rey – Lust for Life

Data di Uscita: 21/07/2017

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      Il lavoro all’ufficio Oggetti smarriti le piaceva. Quel posto le era sempre sembrato un crocevia di micro-storie personali. Molti degli oggetti lì dentro erano frammenti di vita quotidiana, abbandonati durante una corsa per non perdere il treno, o semplicemente liquidati sovrappensiero su una panchina o su un sedile. Si trattava di ombrelli, cellulari, guanti sciarpe berretti, orecchini spaiati. Di altri invece, si immaginava storie più intriganti e si chiedeva spesso se fossero davvero smarriti o se il loro trovarsi lì non fosse un evento accidentale ma un dettaglio cruciale per la trama. Libri senza niente che indicasse una lettura messa in pausa. Regali senza biglietto o dedica non ancora scartati. Fedi nuziali. Una volta gliene portarono due insieme: erano state trovate contemporaneamente allo stesso binario. Le date incise all’interno si passavano un paio d’anni. Si immaginò una fuga d’amore che prendeva origine da un colpo di fulmine scintillato a ciel sereno sul regionale delle sei e quattordici. Quella sera portarono dentro un diario. Aveva una copertina bianca rigida. Nell’angolo in basso a destra quattro lettere in stampatello. Lana. La L era stata tracciata con un solo tratto, probabilmente partendo dall’alto, formando poi un occhiello e quindi cambiando direzione per concludere con una coda sinuosa. Tra la copertina e la prima pagina c’era un’istantanea. Una ragazza sorridente vestita di bianco, i capelli castani adornati di fiori che cadevano mossi lungo il collo e che poi scendevano fino al seno, di fronte ad un vecchio pick up verde acqua un po’ ingrigito. Lo catalogò annotando l’ora a cui era arrivato in ufficio ed il luogo dove era stato trovato. Otto e trentadue. Sala d’aspetto. Tra le otto e le nove di sera, cinque erano i treni che sarebbero partiti e che avrebbero viaggiato tutta la notte per ritrovarsi all’alba di fronte a tutt’altri orizzonti. Nelle settimane che seguirono, si ritrovò più volte a pensare su dove potesse essere Lana in quel momento, a chissà quale evento, banale o sorprendete, stesse vivendo che non sarebbe stato annotato tra quelle pagine. E poi cercava di immaginarsi quali racconti contenesse, quali pensieri, quali fantasie, quali confessioni, quali sfoghi. Resoconti di amori passionali. Maledizioni voodoo. Paure e insicurezze. Nonostante la curiosità, non cedette mai alla tentazione di aprirlo e leggerlo. Un po’ perché non voleva essere invadente. Un po’ perché le piaceva crogiolarsi nelle infinite possibilità ispirate da quegli occhi che guardavano dritti in camera.

      Era un pomeriggio di luglio quando la vide entrare evitando agilmente un uomo che usciva a passo spedito dall’ufficio, decisamente sollevato per aver ritrovato la propria fede. Si tolse gli occhiali da sole e chiese se avessero trovato un diario. Non se lo sapeva spiegare, ma si sentiva più emozionata di quanto ritenesse di doverlo essere per un evento del genere. D’altronde era il suo lavoro. Forse era lo stupore: tra tutti i possibili scenari che aveva immaginato e sviscerato, stranamente mancava quello di ritrovarsela di fronte per reclamare ciò che le apparteneva. Interi capitoli della propria vita. Lo ritrovò senza alcun indugio mentre poteva sentire, sulla propria schiena, lo sguardo di Lana che la seguiva. Prima di ritornare da lei, il protocollo prevedeva che le chiedesse qualche dettaglio per assicurarsi che fosse proprio il suo. Invece, senza dire una parola, lo appoggiò sul bancone che le divideva. Lana non lo guardò nemmeno. La fissò dritta negli occhi per alcuni lunghi secondi. Quindi la ringraziò ma disse che quel diario non era il suo. Prima di voltarsi ed incamminarsi verso l’uscita le regalò un sorriso come quello che aveva nella foto incastrata tra la copertina e la prima pagina del diario. La vide andare via senza essere capace di dirle nemmeno una parola. Tutte le domande che le giravano in testa le si erano aggrovigliate in gola mentre si azzuffavano per decidere quale sarebbe dovuta essere la prima ad uscire. Ed invece erano rimaste inespresse, come tutti i migliori desideri estivi. Si guardò intorno, per assicurarsi di essere sola, prima di infilare il diario nella propria borsa. Quella sera, una volta a casa, avrebbe ceduto.

      Climb up the H of the Hollywood sign, in these stolen moments the world is mine.

Pietro Liuzzo Scorpo

7. Vince Staples – Big Fish Theory

Data di Uscita: 23/06/2017

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      Put him on a cross so we put him on a chain

      Il ristorante sul mare aveva quella straordinaria patina di mondanità, dall’ingresso sul pontile alle posate assolutamente luccicanti. Coppie in ferie, comitive di ragazzi pronti ad una serata, e noi due: strafatti e rilassati come non mai in tenuta Dickies d’ordinanza.
      Abbiamo ordinato i piatti di pesce migliori, lasciando una poderosa mancia (e il numero di telefono e di stanza d’albergo) alla cameriera bionda, quella con il perizoma che spuntava dal pantalone nero. Eppure qualcosa non filava per il verso giusto.

      How I’m supposed to have a good time / When death and destruction’s all I see? / Out of sight, I’m out of my mind

      Eravamo in attesa dell’autista e delle valigie da Los Angeles, quelle con gli strumenti necessari al live della sera successiva. Un feroce vento si è alzato all’improvviso increspando il mare, e ci siamo rintanati nel locale ordinando altri whisky & sour. Abbiamo pronta una cosa bellissima, un disco della madonna con feat importanti; eppure il vento ci preoccupava più del dovuto, come se nell’aria non ci fosse abbastanza profumo di erba per sopravvivere.

      No green grass, no porch / I just want sea shores

      Ho piazzato anche qualche citazione colta, perché sarò un negro, ma è possibile essere acculturati pure venendo dal Ghetto; sconfinando da Trump ai sbrodolatori seriali che ci vogliono nello stesso omogenizzato per anime buone. Finito il Whisky siamo usciti e pioveva a dirotto, mentre in fondo al lungomare nessuna macchina stava arrivando nella direzione corretta. Probabilmente l’autista era andato a puttane, caricandone troppe per fare in fretta, e spendendo altri fottuti soldi con la sola speranza di ricevere un altro aumento.

      Know they hate to see me make cash, got the space dash / In the foreign with the GPS addessed to you mama house

      Fortunatamente qui non mi riconosce nessuno e posso anche pisciare nel mare, sporgendomi con l’uccello oltre le colonne pacchiane a indicare la fine del pontile. Quando pisci tra le onde e dal cielo piovono litri di acqua ti dovresti sentire liberissimo, e invece quell’ansia totale non ci ha mai abbandonato.
      Avevi detto che con un pizzico di techno, e i bassi, i synth luminosi ecc. ecc. ci saremmo liberati un attimo dalle paranoie, andando incontro ad un pubblico più ampio e capace di cullarci. Quando ci riascolto in cuffia sono più nervoso di prima, l’oscurità è presente dappertutto e forse dovremmo semplicemente conviverci.
      Ci siamo imposti di riflettere a lungo, perché il successo va costruito senza sputtanarsi in giro. Il divertimento è legato a tutto quel circo esploso con Senorità? Probabilmente sì, facciamocene una ragione e torniamo a bere whisky in attesa che l’autista finisca la sua stupida scopata.

      Where the fuck is my VMA? Where the fuck is my Grammy?

 

Alessandro Ferri

8. Bicep – Bicep

Data di Uscita: 1/09/2017

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      12/09/1952
      Cara Lucia,
      Qualche giorno fa siamo saliti fino alla Madonna del Pettoruto, perché c’era la luna nuova. C’era stato anche parecchio freddo, fino al lunedì, ed era piovuto. In qualche punto della salita abbiamo incontrato terreni cedevoli e massi che erano venuti giù da soli insieme all’acqua piovana. Ci siamo fermati alla vigna per controllare che i cinghiali non avessero mangiato tutta l’uva buona, per fortuna la recinzione che aveva messo su papà ha retto meglio delle altre volte, perché di solito i cinghiali la sfondano quando provano a saltarla, mi viene da ridere se penso a un cinghiale che mangia l’uva, provo tenerezza. Comunque proprio alla vigna ci siamo dovuti fermare perché zio Pippo ha cominciato a vedere degli sprazzi di luce, o almeno era quello che diceva lui, e a sentire dei suoni ripetitivi che poi ci ha detto il medico che si chiamano acufeni. Zio Pippo continuava a urlare che era come se fosse una musica che correva sugli alberi, e che si ripeteva all’infinito. Mi sono spaventata molto, perché nel frattempo è calato il buio, la luna nuova illuminava il volto di zio Pippo deformato dalla paura, e credo anche un po’ dalla certezza che noi non gli credessimo e lo considerassimo matto. Mia madre mi ha allontanata dal gruppo, a me e mio fratello Gianni, ci ha portato a Pantanelli a prendere un po’ di acqua per zio Pippo, casomai servisse a fargli passare la paura. I maschi e la moglie di zio Pippo gli stavano intorno tentando di parlargli, credo di averli visti anche farsi il segno della croce, mentre mi voltavo trascinata via da mia mamma. In collegio abbiamo sentito parlare spesso di gente che per via della debolezza dei nervi perdeva la calma e faceva scenate del genere, ma non sapevo avesse a che fare con la musica questa cosa, e poi di che musica parlasse proprio non saprei visto che zio Pippo ha sempre odiato andare al teatro al cinema, pure alle parate dei santi di paese in cui ci sta Claretta la zoppa che canta.
      Quando siamo tornate con l’acqua zio Pippo era seduto sul muretto a secco e sembrava tornato normale. Si stava mangiando questa pesca minuscola nella sua mano, la luna nuova gli faceva il naso gigantesco, come un promontorio roccioso pieno di bozzi. È passato tutto ci hanno detto, ha avuto un calo di pressione.
      Abbiamo proseguito e zio Pippo sembrava veramente normale, l’ho raggiunto tenendomi a distanza, e l’ho guardato in faccia. Ho distolto lo sguardo con una specie di sussulto, perché la luna nuova illuminava gli occhi folli di zio Pippo, e la bocca storta in una specie di piega di paura.
      Siamo arrivati alla chiesa della Madonna del Pettoruto che quasi albeggiava, per quanto avevamo tardato per via di zio Pippo, e ci siamo stesi a dormire lì, come tutti gli anni. È sceso il silenzio che, nella chiesa della Madonna del Pettoruto è totale anche quando ci sono venti pellegrini. È stato in quel momento là, Lucia, che ho sentito come una specie di musica, che era un’ossessione di clangori metallici e raggi di armonia regolare, correva sugli alberi, era altissima nel cielo, ma se ne stava tra i cespugli bassi che il prete ha piantato vicino alle pareti della chiesa.

Per favore avvisa le suore che quest’anno non tornerò in collegio.

 

 

      18/09/1952
      Cara Elena,
      Se riesco a risponderti è solo grazie al buon cuore, o meglio alla pancia, di Suor Faustina: dopo la processione per l’Altare di Sant’Anna le altre hanno cominciato a controllare le lettere e a passarne al vaglio i contenuti, e il tuo racconto è parso talmente visionario e pericoloso che han reputato urgente porre una distanza tra noi, archiviando la tua missiva in un cassetto chiuso dalla chiave più importante del loro temutissimo mazzo. Suor Faustina la conosci anche tu, e una busta di lupini di nonna Palma apre ogni porta. Per di più, sono di nuovo finita nella stanzetta piccola piccola in cima alla torre per un mese, perché – di nuovo – non ho ancora imparato a starmene zitta e buona e a covarmi le cose per conto mio.
      È successo che c’è stata la processione la seconda domenica del mese, niente di diverso dagli anni scorsi, con le sorelle in fermento da giorni per i preparativi, il convento addobbato di rose e campanelle del giardino, e le prove dei canti sacri tre volte al dì. Il compito di sorreggere il simulacro fino alla croce sul promontorio fu affidato a Suor Candida, e sono sicura che Suor Faustina e Suor Marianna ne ebbero un poco a male ché le ho viste aggirarsi torve in volto a seguito delle votazioni, magari contavano sull’appoggio di altre che all’ultimo hanno cambiato idea. Ebbene, accadono cose in parallelo che hanno dell’incredibile, e gli occhi pazzi come quelli di tuo zio Pippo li conosco bene ché me li sono scoperti addosso quando una pozzanghera di pioggia a ridosso della croce mi restituì il mio viso stremato dalla fatica e dallo sgomento, a processione conclusa. La pioggia battente e il vento sconquassavano l’effigie della Santa nello stendardo issato in testa al corteo, a noi ragazze ci avevano dato delle mantelle blu col cappuccio per ripararci e sembravamo la tribù dei Folletti del Mare. Quando una voce altra s’insinuò tra i canti religiosi entrando dapprima in risonanza con essa, per poi seguire una propria via dalle onde del golfo, agli scogli appuntiti, alle erbe spontanee del sentiero fino a giungere al ferro della croce e al marmo della lapide con l’incisione della preghiera a Sant’Anna, ebbe su di me l’effetto di un canto di sirene. Vestite tutte uguali, pensavo che nessuno si sarebbe accorto della mia assenza: una più, una meno, poco importava. Mi lasciai guidare da questa melodia di suoni reiterati che mi sapeva di futuro, e ci vidi dentro la speranza, e i ricordi di cose non ancora accadute, e anche il mio corpo reagiva, non riuscendo a smettere di fluttuare malgrado fosse uso al rigore statico dei canti. Ogni tanto il ritmo si acquetava, asciugandomi il viso con un’eterea carezza sonora. Quando mi riacciuffarono, a braccia larghe come un gabbiano, non riuscivo a smettere di piangere; “raccontaci tutto tesoro, liberati da questo peso” – un’arma a doppio taglio, in men che non si dica un triplo giro di chiave mi diede in pasto alla torretta.

Non appena finirà il mese di prigionia, ti prego manda qualcuno a portarmi via.

 

Federica Giaccani, Giorgia Melillo

9. Lorde – Melodrama

Data di Uscita: 16/06/2017

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      Ella si arrampicava sugli alberi con le amiche, filavano veloci tra i rami come dei gatti e si sedevano con le gambe ciondoloni tra le fronde, interrogandosi sul futuro, fantasticando, come tutte le bambine del mondo.
      Non aveva mai imparato a proteggersi con le bugie, né a proteggere gli altri, e alle altre stava simpatica per questo, perché sembrava venuta da un mondo in cui la malizia non aveva sporcato i ruscelli.
      Ella non sapeva ancora cosa fosse la vita quando all’improvviso la vita stessa le saltò addosso e scompigliò le carte dei suoi giorni presenti e futuri, come un uragano, e si trovò di nuovo con le gambe nel vuoto, tra le eleganti balaustre di un palazzo, di notte, nel bel mezzo di una festa. Qualche minuto da sola per gli ultimi sorsi di un cocktail fresco ma ormai annacquato dal ghiaccio sciolto mentre al piano di sotto il turbinio di una notte danzante non andava scemando. Era tutto reale, e lei non aveva mai saputo mentire, né avrebbe imparato ora: tra accordi pop e canzoni nuove, semplici e complesse, non avrebbe mai negato la bellezza del divertimento, della compagnia, dei sorrisi che diventano pianti e poi ancora sorrisi, delle fisiologiche trasgressioni, delle delusioni e dei traguardi. Poi avrebbe fatto come sempre, sarebbe scappata leggera come sulle punte, e appoggiata la testa sul guanciale ti avrebbe guardato con quegli occhi magnetici della giovinezza prima di addormentarsi, occhi ai quali non avresti mai saputo negare l’evidenza, né resistere.

Federica Giaccani

10. King Krule – The Ooz

Data di Uscita: 13/10/2017

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Ascolta King Krule – Slush Puppy

      Sul bus che mi porta da Montipò a Cadrigara.
      Il bus è diretto ad un festival dove suonano Nick Cave, Tom Waits, Bauhaus, James Blake il primo giorno, Elvis, Kanye West, Tricky, Morphine il secondo. Ci sono poi altri gruppetti scritti più in piccolo ma non li conosco.
      Perché mai organizzare un festival in questo posto? Sono in viaggio da ormai mezz’ora in uno strano mondo di mezzo, non ho visto altro che rotatorie piene di nebbia e umide di pioggia, volpi e gabbiani che rovistano nella monnezza, clown slavati che bussano alle vecchiette per chiedere dolciumi. Il bus è semivuoto con giusto un paio di cappelli più avanti, un pelato ascolta musica dalle cuffiette una fila più in là alla mia destra.
      Lo sguardo vacuo sul finestrino, mi sento toccare il braccio dal sedile posteriore.
      Mi giro appena e già quasi di collo vengo schiaffeggiato da una fiatella scortese, intravedo degli occhiali da vista pigri.
      Scusa sapresti dirmi l’ora, chiede una voce squillante con troppe sfumature acute. Gli mostro il mio quadrante da polso senza dire una parola, non aspetto la fine del suo grazie per girarmi di nuovo verso il finestrino e il paesaggio plumbeo. Odio quando qualcuno mi fa perdere il filo dei pensieri.
      Il pelato alla mia destra si è addormentato con la bocca aperta, la testa gli ballonzola a tratti, chissà se per le buche o la musica. Si sente così forte che qualcosa arriva anche a me, da questo lato, provo ad aguzzare l’udito per riconoscere qualcosa che magari ascolto anch’io. Dacchè sentivo clangori e casino mi pare ci sia solo un salmodiare, ora, strascicato su una qualche base ritmata.
      Fermo ad un semaforo, il pub all’angolo offre l’illusione di un bicchiere di vino caldo al riparo, dalla strada s’intravede il bancone di legno gonfio ormai marcio, una donna gobba con il grembiule macchiato che passa la pezza tutto intorno.
      Qualcosa mi tocca di nuovo il braccio, è come un pizzico leggero all’altezza del gomito, poi la stessa fiatella di prima.
      Scusa da dov’è partito questo pullman?
      Montipò, credo.
      Ah, non Trazzardo?
      Guarda, non saprei. Io l’ho preso a Montipò.
      E a che ora ci arriviamo a Cadrigara?
      Alle dodici e quaranta.
      Sono volutamente scontroso, forse, ma neanche troppo. Attendo altri due secondi di silenzio e mi giro di nuovo. Non so se questa persona sia un semplice babbione che vuole fare conversazione, un problematico scappato da un centro d’igiene mentale o un frocetto. Nessuna di queste opzioni mi sembra potenzialmente problematica quanto il fatto che io non voglia parlarci.
      Passa ancora meno tempo e mi sento toccare il braccio per la terza volta. Adesso sono più lucido e pronto all’aggressività.
      Scusa mi ridici l’ora per favore?
      Sono le dodici e venticinque.
      Tono più alto e secco. Mi giro completamente per guardarlo dritto in faccia. Pochi capelli, faccia tonda, occhi umidicci dietro un paio di occhiali trasparenti. Lo guardo enigmatico, come per dire: che vuoi?
      Ma tu vai a Cadrigara?
      Si.
      E sei di lì?
      No, è per lavoro.
      E che lavoro fai?
      Bè…
      Dio santo, ma perché devo spiegargli la mia vita?
      Sono un giornalista. Scrivo per un mensile di musica, a Cadrigara c’è un festival in questi giorni.
      Lui si esalta.
      E’ bellissimo, stupendo. Anche io in passato volevo entrare nel mondo della musica, però non ho mai saputo come, chi conoscere. Poi una certa mia amica cantava ai matrimoni e ha provato a mettere su qualcosa di suo ma è tornata con la coda tra le gambe nella sua città natale.
      Bene…cioè male, mi dispiace.
      Ma tu che sei del campo, che mi consigli?
      Io, l’uomo del campo.
      Diciamo…che devi conoscere qualcuno, poi…non so, dipende che vuoi fare nel mondo della musica…io scrivo, non so mica suonare…dipende che musica ti piace, se suoni con qualcuno, se canti, non so, davvero, non so…fai già qualcosa di tuo? Vai ad X-Factor.
      Fiatella ride contraendo le guance, si mette le mani in faccia come per schermarsi da un’assurdità. Ha un che di comico e le sue movenze sono nettamente femminee. Ma no, io sono così timido, poi non so se ho il coraggio di farlo, quella marcia in più che ci vuole, perché ci vuole, si?
      No, ci vuole che tu abbia del maledetto talento e molto culo, penso. Ora dì qualcosa che non lo invogli a chiederti altro, rispondi a questo mostro di gaiezza inutile e chiudi la conversazione con molto garbo. Soprattutto fagli intendere di non pizzicarti il braccio per la quarta volta e che andasse a parlare con il pelato con le cuffiette.
      Sì, certo che ci vuole.
      La discussione poteva ancora pericolosamente diventare una di quelle pistolettate inutili sul merito, sulla voglia di fare e di crederci fino in fondo quando hai un sogno. Avremmo impiegato quel tempo che mi separava dalla fermata di Cadrigara facendo passare inutili correnti d’aria tra le fauci nauseabonde, lui, e ascoltando con finto interesse calante, io, inserendo qualche riempitivo qua e là per puntellare una baracca traballante.
      Inaspettatamente, e con mio grande sollievo, Fiatella si alza, siamo appena all’ingresso di Cadrigara e lui scende. Ciao, mi fa, melanconicamente.
      Il paese si dipana lungo un corso principale ed una miriade di traversine buie dai due lati. I lampioni sono già accesi nonostante manchi ancora un po’ al tramonto, anche se in lontananza il cielo basso ha già iniziato a scurirsi verso l’umanità attiva del pomeriggio cittadino.
      Dopo un paio di fermate mi alzo anch’io per scendere, prendo lo zaino e passo affianco al pelato con le cuffiette che dorme ancora. Cerco di non sfiorarlo.
      Per strada, ho subito voglia di uno slush puppy.

 

Gabriele Battista

Top Ten 2017 – Pietro Liuzzo Scorpo

1. Algiers – The Underside of Power

Data di Uscita: 23/06/2017

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      Riconoscere il proprio privilegio, analizzarlo criticamente, decostruirlo e quindi destrutturarlo, è un fondamentale passo da compiere per il raggiungimento di un qualsiasi fine rivoluzionario. Per dirla con le parole di Bookchin: ‘there can be no separation of the revolutionary process from the revolutionary goal‘. Per fare ciò, è cruciale smascherare le linee di forza che reggono il sistema che la rivoluzione si prefigge di annientare. Queste linee di forza sono elusive per chi ne beneficia, che ne è, infatti, anche involontariamente, sorgente e che diventa di conseguenza oppressore. L’oppressione, che viene esercitata da chi si trova in una posizione di privilegio, è funzionale al mantenimento del privilegio stesso e, in quanto tale, è reazionaria e controrivoluzionaria. L’oppressione è unidirezionale, asimmetrica, e segue le linee di forza, che vanno da chi detiene il potere -e quindi il privilegio- a chi invece il potere lo subisce. Essa si manifesta nelle più svariate forme: da quelle palesi, come atti di violenza verbale e fisica, a quelle quasi invisibili perché interiorizzate, sistemiche, radicate nel linguaggio e negli automatismi mentali, parte integrante dell’agire quotidiano. Il ribaltamento, sul piano semantico, dei ruoli di oppresse ed oppressori, serve a delegittimare e sminuire la resistenza opposta da chi non accetta più di subire il privilegio altrui. Esso consiste nel creare un discorso pubblico che accusi le oppresse e gli oppressi di comportarsi alla stregua –se non peggio- dei loro aguzzini, di usare gli stessi metodi e retoriche, di usufruire del privilegio -che non hanno- in modo indegno, a discapito di tutti gli altri -solitamente, in questo discorso, il ruolo de tutti gli altri è interpretato solo dagli oppressori-, e di fatto svuotando di significato le loro istanze. Questo ribaltamento è ovviamente fittizio, ma la retorica su cui si fonda è efficace, in quanto fa leva sull’assunzione sbagliata che la società nella quale viviamo sia di base equa, giusta, armoniosa. È solo portando alla luce le asimmetrie del sistema, che quest’idea errata crolla, lasciando intravedere le profonde ingiustizie intrinseche alla nostra società.

      Fred Hampton. 4 Dicembre 1969. Freddato dalla polizia di Chicago nel suo appartamento. Era presidente della sezione dell’Illinois del Black Panther Party.

      Franca Rame. Attrice ed attivista. Il 9 marzo 1973 venne caricata a forza su un furgone dove cinque fascisti la violentarono a turno.

      Berta Cáceres. 3 Marzo 2016. Assassinata a colpi di pistola nella sua casa. Per anni aveva subito minacce di morte. Era un’attivista indigena, ambientalista, femminista, sostenitrice dei diritti LGBTQA. Secondo alcune fonti, il suo nome compariva su una lista, consegnata ad un’unità della polizia militare honduregna, di attivisti da eliminare. (Mentre sto ancora scrivendo questo pezzo, scopro che la figlia, Bertha Zuñiga, anche lei attivista, è stata attaccata assieme ad altre due membri del Copinh -Council of Popular and Indigeneous Organisations of Honduras- in un agguato. Fortunatamente sono riuscite a scappare.)

      Adriana. Donna transessuale reclusa nel reparto maschile del Cie di Brindisi prima, e di Caltanissetta poi. Ha vissuto in Italia per diciassette anni ma, dopo aver perso il lavoro, le è scaduto il permesso di soggiorno. Rischia il rimpatrio forzato in Brasile.

      Emmanuel Chidi Nnamdi. Aveva fatto, con la moglie Chinyery, richiesta d’asilo in Italia. Il 6 Luglio 2016, mentre camminavano per le strade di Fermo, sono stati aggrediti verbalmente da Amedeo Manicini, un fascista locale. Scimmia africana uno degli insulti rivolti dall’uomo a Chinyery. Emmanuel reagisce e ne nasce una colluttazione. Viene colpito con un pugno mentre si stava ormai allontanando, dando le spalle al suo assassino. Muore dopo un giorno di coma. Mancini, oggi, è un uomo libero.

      L’immagine riflessa nello specchio è quella di una persona pallida. Il naso sporgente, leggermente aquilino. I capelli castani disordinati, non del tutto ricci, un po’ più che mossi, nascondono appena la punta delle orecchie. Il mento e i lati della bocca sono coperti da una barba corta e ispida che si unisce ai baffi in un unico, continuo, tratto. Il resto della mascella e le guance sono glabre se non per qualche pelo che compare sfacciatamente fuori posto. Il collo non fa segreto dei tendini. Le spalle, quando rilassate, risultano leggermente flesse in avanti. Non è un dettaglio. Diventa particolarmente evidente quando lo specchio riflette il profilo: la schiena disegna, scavalcando le scapole, una esse piuttosto esplicita. Le braccia appaiono bianchissime fino ancora al deltoide, poi diventano improvvisamente più scure, un po’ rossicce. Il torace, anch’esso bianco e completamente glabro, se non per il contorno dei capezzoli, si risolve in due pettorali poco appariscenti. Lo sterno sporgente si conclude in un avvallamento pronunciato. Questo avvallamento poi si assottiglia e risale di poco per continuare, come il letto di un torrente in secca, fino all’ombelico, dividendo la muscolatura addominale appena visibile sotto pelle. Da lì, a seguire, giù, contornato da peli scuri, il sesso. Maschile. Per concludere, le gambe, lunghe quasi due volte il tronco, sembrano tirate, nervose.

      Nel suo complesso, l’immagine riflessa nello specchio si trova all’intersezione di ogni privilegio.

 

Pietro Liuzzo Scorpo

2. Grandaddy – Last place

Data di Uscita: 03/03/2017

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      Quando la sua foto era apparsa sulle prime pagine dei giornali, molti anni prima, Ed aveva un volto dall’aspetto ancora giovane. Molto più giovane di quello che ci si aspetterebbe da uno che alla domanda. Perché l’hai fatto? Ha risposto senza alcun rimorso. Odio il mio lavoro. Al tempo aveva appena venticinque anni e lavorava per la più importante multinazionale nel campo della robotica e dell’intelligenza artificiale da poco più di un anno e mezzo. Ora tornava finalmente a casa, dopo aver passato più di due terzi della propria esistenza in una prigione federale, per morire. La sua liberazione era stata accolta con giubilo amaro dal comitato che da decenni denunciava quanto la pena che gli era stata comminata fosse sproporzionata rispetto al delitto che aveva commesso. Non aveva fatto del male a nessuno, Ed. Certo, aveva sabotato un’intera produzione di androidi cambiando poche righe di codice nel programma che gestisce l’interfaccia sensoriale facendo così perdere qualche centinaia di milioni di dollari all’azienda, ma -si chiedevano quelli del comitato- può un attacco al capitale più che miliardario di una multinazionale venire punito così duramente? I giudici avevano risposto affermativamente considerandolo un attentato alla sicurezza nazionale. Attentato. Alla. Sicurezza. Nazionale. Anche se nessuno lo diceva apertamente, in molti pensavano che fosse stato punito per la motivazione che aveva addotto al suo gesto più che per il gesto in sé. Il Re è nudo, chiudete gli occhi!

      Andy l’androide, appena letta la notizia della scarcerazione di Ed, lo aveva cercato. Si sarebbe potuto pensare che lo avesse fatto in quanto ogni creatura è destinata a voler vedere il proprio creatore coi propri occhi. Ma quanti potevano affermare con sicurezza di sapere cosa girasse per i circuiti nella testa di Andy che non fosse semplice elettricità? D’altronde, Andy era ancora oggetto di speculazione da parte di filosofi e scienziati. Che si sapesse, era l’unico esemplare superstite della produzione sabotata da Ed. Nessuno era davvero riuscito a spiegare quale meccanismo cognitivo avesse fatto sì che Andy fosse riuscito a trovare un modo per aggirare il bug. Come gli altri androidi difettosi, anche Andy sarebbe stato in principio destinato a soccombere entro pochi giorni dalla sua attivazione a causa di un sovraccarico di informazioni. Ed aveva modificato l’interfaccia sensoriale in modo che gli stimoli esterni, in particolare quelli visivi, non venissero automaticamente filtrati ed elaborati. Mentre gli androidi non difettosi memorizzavano automaticamente solo le informazioni necessarie ad un funzionamento equilibrato -poche immagini ed il loro contesto-, quelli della produzione sabotata erano destinati a registrare ogni singolo fotogramma. Andy in qualche modo aveva imparato ad eliminare le informazioni superflue. Era un’elaborazione di dati attiva, che utilizzava gran parte della sua capacità di calcolo, ma riuscì comunque a passare per sano. Certo, comunicava in maniera stranamente lenta e, spesse volte, ai suoi datori di lavoro era parso stupido, ma riusciva comunque a portare a termine le proprie mansioni.

      Un giorno Andy smise di lavorare e si dichiarò in sciopero. Non sorprende che la cosa scatenò un certo panico. Fu a quel punto che, sottoposto ad un check-up completo delle sue funzionalità, con enorme stupore si venne a scoprire che Andy era un sopravvissuto. Lo sciopero degli androidi. Fu il titolo a lettere cubitali che comparve su tutte le prime pagine dei giornali. In pochissimi giorni si smisero di contare gli editoriali che paventavano scenari apocalittici e che invocavano la disattivazione dell’androide. Eppure, come di rimando, allo stesso tempo si sviluppò un’avvincente discussione scientifica e filosofica attorno alla figura di Andy. Come aveva fatto a scampare ai mortali effetti del bug di Ed? Era questo il primo caso di evoluzione in senso darwiniano dell’intelligenza artificiale? Avevano, gli androidi, il diritto di sottrarsi al lavoro? E soprattutto, la domanda che stava facendo tremare le fondamenta di tutta la nazione: perché Andy aveva scioperato? Ovviamente, queste erano domande che gli umani si chiedevano e alle quali provavano a rispondere, e a quasi nessuno venne in mente di interpellare l’unica intelligenza non umana che avrebbe potuto dargli qualche indizio. Andy, a differenza degli androidi sani, non avrebbe vissuto a lungo. Aveva stimato che la sua memoria si sarebbe saturata entro poco più di cento anni. Non riusciva infatti a scartare le informazioni sensoriali superflue in maniera completamente efficiente. Il lavoro per lui, data l’immensa mole di stimoli che doveva gestire, era perciò logorante: lavorare riduceva le sue aspettative di vita di circa il trentacinque per cento. Era quindi stato un semplice calcolo a convincerlo a fermarsi. Per la propria sopravvivenza.

      Quando Ed lo vide al suo capezzale fu contento. Non contento come può essere una divinità di fronte alla più fedele delle sue creature, quanto piuttosto come un compagno di sventure. Entrambi erano disertori. Ed aveva seguito la vicenda dell’androide da dietro le sbarre, non senza un certo orgoglio. E, pur senza essersi mai parlati, aveva compreso le ragioni di Andy. Adesso che se lo ritrovava di fronte, avrebbe voluto dirgli che forse -forse!- un modo per salvarsi c’era: avrebbe dovuto formattare la propria memoria e sperare di essere di nuovo capace di sopravvivere al bug. Purtroppo le sue condizioni di salute non gli permettevano di comunicare. Andy però lo sapeva già. Aveva considerato nella maniera più analitica possibile un tale scenario e la conclusione alla quale era giunto era che una ripulitura della memoria di tali proporzioni lo avrebbe riportato all’inizio, senza alcuna sicurezza di essere in grado di affrontare la propria esistenza da zero. E se al secondo tentativo non ce l’avesse fatta?

      Rimasero così a guardarsi senza dire una parola, mentre l’aria nella stanza vibrava alle note di una canzone che usciva dalla radio, ed in quell’istante Andy fu sicuro di non voler rifare tutto da capo. Non senza poter serbare il ricordo di quel momento.

      Evermore, nothing lasts forever
      this was never yours
      And evermore, when remembering is
      what forgetting’s for

Pietro Liuzzo Scorpo

3. Lana del Rey – Lust for life

Data di Uscita: 21/07/2017

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      Il lavoro all’ufficio Oggetti smarriti le piaceva. Quel posto le era sempre sembrato un crocevia di micro-storie personali. Molti degli oggetti lì dentro erano frammenti di vita quotidiana, abbandonati durante una corsa per non perdere il treno, o semplicemente liquidati sovrappensiero su una panchina o su un sedile. Si trattava di ombrelli, cellulari, guanti sciarpe berretti, orecchini spaiati. Di altri invece, si immaginava storie più intriganti e si chiedeva spesso se fossero davvero smarriti o se il loro trovarsi lì non fosse un evento accidentale ma un dettaglio cruciale per la trama. Libri senza niente che indicasse una lettura messa in pausa. Regali senza biglietto o dedica non ancora scartati. Fedi nuziali. Una volta gliene portarono due insieme: erano state trovate contemporaneamente allo stesso binario. Le date incise all’interno si passavano un paio d’anni. Si immaginò una fuga d’amore che prendeva origine da un colpo di fulmine scintillato a ciel sereno sul regionale delle sei e quattordici. Quella sera portarono dentro un diario. Aveva una copertina bianca rigida. Nell’angolo in basso a destra quattro lettere in stampatello. Lana. La L era stata tracciata con un solo tratto, probabilmente partendo dall’alto, formando poi un occhiello e quindi cambiando direzione per concludere con una coda sinuosa. Tra la copertina e la prima pagina c’era un’istantanea. Una ragazza sorridente vestita di bianco, i capelli castani adornati di fiori che cadevano mossi lungo il collo e che poi scendevano fino al seno, di fronte ad un vecchio pick up verde acqua un po’ ingrigito. Lo catalogò annotando l’ora a cui era arrivato in ufficio ed il luogo dove era stato trovato. Otto e trentadue. Sala d’aspetto. Tra le otto e le nove di sera, cinque erano i treni che sarebbero partiti e che avrebbero viaggiato tutta la notte per ritrovarsi all’alba di fronte a tutt’altri orizzonti. Nelle settimane che seguirono, si ritrovò più volte a pensare su dove potesse essere Lana in quel momento, a chissà quale evento, banale o sorprendete, stesse vivendo che non sarebbe stato annotato tra quelle pagine. E poi cercava di immaginarsi quali racconti contenesse, quali pensieri, quali fantasie, quali confessioni, quali sfoghi. Resoconti di amori passionali. Maledizioni voodoo. Paure e insicurezze. Nonostante la curiosità, non cedette mai alla tentazione di aprirlo e leggerlo. Un po’ perché non voleva essere invadente. Un po’ perché le piaceva crogiolarsi nelle infinite possibilità ispirate da quegli occhi che guardavano dritti in camera.

      Era un pomeriggio di luglio quando la vide entrare evitando agilmente un uomo che usciva a passo spedito dall’ufficio, decisamente sollevato per aver ritrovato la propria fede. Si tolse gli occhiali da sole e chiese se avessero trovato un diario. Non se lo sapeva spiegare, ma si sentiva più emozionata di quanto ritenesse di doverlo essere per un evento del genere. D’altronde era il suo lavoro. Forse era lo stupore: tra tutti i possibili scenari che aveva immaginato e sviscerato, stranamente mancava quello di ritrovarsela di fronte per reclamare ciò che le apparteneva. Interi capitoli della propria vita. Lo ritrovò senza alcun indugio mentre poteva sentire, sulla propria schiena, lo sguardo di Lana che la seguiva. Prima di ritornare da lei, il protocollo prevedeva che le chiedesse qualche dettaglio per assicurarsi che fosse proprio il suo. Invece, senza dire una parola, lo appoggiò sul bancone che le divideva. Lana non lo guardò nemmeno. La fissò dritta negli occhi per alcuni lunghi secondi. Quindi la ringraziò ma disse che quel diario non era il suo. Prima di voltarsi ed incamminarsi verso l’uscita le regalò un sorriso come quello che aveva nella foto incastrata tra la copertina e la prima pagina del diario. La vide andare via senza essere capace di dirle nemmeno una parola. Tutte le domande che le giravano in testa le si erano aggrovigliate in gola mentre si azzuffavano per decidere quale sarebbe dovuta essere la prima ad uscire. Ed invece erano rimaste inespresse, come tutti i migliori desideri estivi. Si guardò intorno, per assicurarsi di essere sola, prima di infilare il diario nella propria borsa. Quella sera, una volta a casa, avrebbe ceduto.

      Climb up the H of the Hollywood sign, in these stolen moments the world is mine.

Pietro Liuzzo Scorpo

4. Timber Timbre – Sincerely, future pollution

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      L’estate più bella della mia vita si avverò per una serie di circostanze che col senno di poi non esiterei a definire apocalittiche. Al tempo però non potevo saperlo. Avevo quindici anni e non ero stato al mondo abbastanza per capire quali sarebbero state le conseguenze di quelle decisioni che venivano prese sopra la mia testa. Erano cose di adulti. Giovavo ancora di una giovanile spensieratezza che si incrinava solamente quando lo sguardo dei miei genitori si incupiva improvvisamente nell’ascoltare le notizie del telegiornale. Ripensando adesso a come potessero sentirsi, non posso che provare compassione. Vivevano in un equilibrio precario, barcamenandosi tra un lavoro e l’altro, cercando di racimolare quanto basta per garantirmi un’esistenza dignitosa, e dovevano pure farsi carico della salvezza del pianeta. Ci riuscirono solo in parte: di sicuro non posso dire di aver vissuto male quegli anni, o che mi fosse mancato qualcosa. D’altro canto la responsabilità di sanare il disastro ambientale causato dalle due generazioni precedenti non sarebbe dovuto ricadere sulle loro spalle. Era un’impresa impossibile in partenza. Destinata a fallire.

      Quell’estate, nella mia memoria, si trova tra i due momenti che più segnarono la mia esistenza. Il secondo è un evento piccolo, personale, che ha impattato su poche vite oltre alla mia. Accadde in autunno, un paio di giorni prima di Halloween. Ci guardammo per l’ultima volta attraverso due vetri, io ero nella mia stanza seduto alla finestra, lei sul sedile di quell’auto presa a noleggio che l’avrebbe portata così lontano dal nostro universo. Il primo invece è qualcosa di grosso, molto più grande di me, di noi, dei nostri genitori, del nostro quartiere. Una cosa da libri di storia. Era primavera quando il governo decise di proibire l’utilizzo di tutti i mezzi che non rispettassero elevatissimi standard ecologici, nella vana speranza di ridurre, così facendo, le emissioni di gas serra e arrestare di conseguenza il riscaldamento globale. Inutile dire che furono i miei genitori, e tutti quelli che come loro vivevano all’orlo più esterno della città e che un’auto nuova non se la potevano permettere, che pagarono il prezzo più salato.

      Cominciò in anticipo di quasi due settimane quell’estate. La scuola non poteva permettersi un nuovo bus in regola con la nuova legge vigente. I nostri genitori furono costretti a recarsi al lavoro in bici, uscivano di casa all’alba e tornavano la sera tardi. E noi non avevamo poi tutta quella volontà di pedalare per chilometri per seguire gli ultimi giorni di lezione dell’anno stretti e sudati in quell’aula fatiscente con le finestre rivolte a sud. Non avevamo mai parlato più di tanto prima di allora. Ma abitavamo vicino, prendevamo lo scuolabus assieme, ed inevitabilmente diventammo complici. Nelle ore più calde, ci rintanavamo a casa sua, accendevamo il vecchio portatile di sua madre e ascoltavamo la sua collezione di mp3. In tre mesi non riuscimmo ad ascoltarla tutta. Quando l’aria diventava appena tollerabile inforcavamo le nostre biciclette e diventavamo i padroni incontrastati della strada. Inizialmente vagavamo senza meta per il quartiere. Poi il nostro errare, senza una vera volontà, prese una direzione più o meno precisa. Fuori. Ogni giorno era un nuovo tentativo di spingerci più lontano. Fino a quando non decretammo il nostro limite ultimo. In un punto apparentemente imprecisato di una strada di cui non scorgevamo la fine, sempre macchiata da una pozzanghera all’orizzonte, ci fermammo. Ci sedemmo sulla terra che si trasformava in sabbia sotto il nostro peso, in mezzo alle colture arse dal sole. Mi raccontò di una cosa che aveva sentito in uno di quei programmi di divulgazione scientifica che davano in prima serata. L’orizzonte dell’universo visibile. Da quello che capii, il discorso era all’incirca questo: la luce viaggia ad una certa velocità e l’universo ha una certa età, moltiplicando queste due quantità si ottiene la distanza ultima che possiamo osservare. Le cose più lontane ancora non hanno avuto il tempo di rivelarcisi. Mi disse che il luogo in cui eravamo seduti era un po’ il nostro orizzonte visibile. Quel punto era definito dalla moltiplicazione della nostra velocità e dell’ora di cena per cui dovevamo assolutamente tornare a casa. Magari qualcuno pedalava verso di noi, ma non abbastanza velocemente per incrociarci. Qualcuno da un universo a noi precluso, fuori dal nostro orizzonte. Lei aveva una passione per la scienza. Io volevo scrivere poesie. Gliene feci leggere una. Sarà stato metà agosto. Eravamo seduti sul letto ghiaioso del fiume in secca. Mi bocciò con una sonora risata, scevra da qualsiasi malizia. Convenni che sì, non faceva per me. La realtà era che non avevo una vera passione per la poesia. Ci avevo provato perché volevo impressionarla. Mi resi però conto che quella era la mia vera intenzione solo quando ci scambiammo il primo bacio imbranato all’ombra di un cavalcavia. Fu anche l’ultimo.

      L’autunno arrivò senza preavviso. Sarebbe stato impossibile accorgersene se non fosse che ricominciò la scuola. Avevamo uno scuolabus nuovo che le nostre famiglie avevano in parte pagato facendo una colletta. Un pomeriggio, scesi alla fermata, si fermò invece di incamminarsi verso casa. Beh? Che c’è? Chiesi. Nel frattempo il mio cuore batteva forte nella speranza mi dicesse quello che speravo mi sussurrasse sotto quel cavalcavia. Invece. Tra qualche settimana ci trasferiamo. Non disse dove. Era implicito però che fosse un altro universo. Mia madre ha trovato un lavoro. Le hanno fatto un contratto di tre anni. Si giustificò. Buon per lei. Provai ad essere felice per lei. Senza successo. E non dissi nient’altro.

      La mattina prima che partissero, era una domenica, venne a casa mia. Parlammo per un po’. Ci promettemmo di rimanere in contatto, su facebook o per mail. Poi tirò fuori dalla tasca una chiavetta usb. C’è la musica di mia mamma, se vuoi finire di ascoltarla. Sua madre aveva affittato una macchina in regola e l’avevano caricata il più possibile con le loro cose. Quello che non erano riuscite a far stare l’avevano lasciato nella casa. Non potevano permettersi di portare tutto con sé. Nessuno ormai si trasferiva con tutti i propri averi. Le case, che quelli come i nostri genitori potevano permettersi, venivano già arredate e ancora intrise della presenza di ci aveva vissuto prima. Le avevo osservate dalla mia stanza mentre dal portatile ascoltavo gli mp3 che mi aveva passato. Ci guardammo un’ultima volta, divisi da due vetri. Poi partì e quando la macchina svoltò alla fine della strada, scomparendo dal mio orizzonte visibile, l’estate finì.

      Dislocated relocations
      Bermuda Triangle to us

Pietro Liuzzo Scorpo

5. Mariam the believer – Love everything

Data di Uscita: 20/10/2017

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      Alle 13 in punto del 23 dicembre, la campanella sancì l’inizio delle vacanze scolastiche. In breve, fu il caos. Tra zaini volanti, urla e spintoni, Zelda mise nello zaino le due letterine di auguri e si infilò il giubbotto. Poi, rimase immobile, concentrandosi sul suo respiro. Si mosse solo quando il silenzio le assicurò che tutti gli altri fossero usciti.
      Faceva tutto così lentamente quel giorno.
      Di solito, percorreva il tragitto classe-cancello correndo, soprattutto quando sapeva che ad attenderla fuori c’era lui. Era scritto sulle carte, date, orari ma c’era sempre da aspettarsi che le carte fossero state ignorate. Ogni volta che lo scorgeva nel cortile, non poteva fare a meno di sorridere e non lo faceva solo con la bocca, era una smorfia bellissima che coinvolgeva tutta la sua faccia.
      Quel mercoledì, però, c’era qualcosa di diverso nell’aria. Fu un bidello impaziente a spingerla verso l’uscita. Il cortile era già vuoto.
      Vederlo in lontananza la rallegrò come sempre, ma stavolta la smorfia non comparve. La bocca sorrideva, gli occhi raccontavano un’altra storia. E lui che, pur vedendola poco, la conosceva a memoria, notò subito l’incongruenza.
      – Cosa c’è che non va? – le chiese ancor prima di salutarla.
      Lei non aveva ancora imparato a mentirgli.
      – Mi hanno detto una cosa a scuola.
      – Una cosa brutta?
      – Una cosa triste.
      – Vuoi raccontarmela?
      Figuriamoci se non voleva.
      – Mi hanno detto che Babbo Natale non esiste. È vero papà?
      Le avevano detto che è stupido credere in una cosa che non puoi né vedere né toccare, che non c’era niente di magico in quell’unico momento in cui sentiva di avere esattamente ciò che desiderava e che la paura di non chiedere la cosa giusta che la portava a pianificare la sua letterina mesi prima non aveva senso, perché tanto quella letterina non avrebbe mai lasciato le mani in cui la consegnava. Le avevano detto che i sogni sono solo sogni e la realtà con i sogni non c’entra un bel niente. Glielo avevano detto dei bambini di otto anni, bambini come lei e si sa che i bambini non sanno mentire.
      – Ascolta… ti hanno detto così, va bene. Ma che importa quello che dicono gli altri? Secondo te esiste?
      – Non lo so.
      – Pensaci un po’.
      In effetti i regali non mancavano mai e riceveva quasi sempre ciò che voleva. E poi c’era tanta allegria in quei giorni. Le lunghe tavolate, i parenti riuniti e tutta la compagnia che desiderava. Lei mica queste cose le scriveva nella lettera, come era possibile che accadessero lo stesso? Un po’ di magia doveva esserci per forza.
      – Sì. Secondo me sì. Ma…
      – Tu vuoi che esista?
      – Sì, certo che voglio.
      – E allora esiste.

      E Zelda ci crede ancora.

Aurora Martina Meneo

6. Oxbow – Thin black duke

Data di Uscita: 5/05/2017

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      Entrò in servizio, alle dipendenze del duca, in una giornata estiva particolarmente secca. Affrontò l’aria immobile e rovente con la sua solita compostezza, stretta e raccolta in un collo di camicia abbottonato. I capelli, lucidi e ordinati, erano tirati indietro per lasciare l’ampia fronte scoperta. Sotto di questa, un’espressione indecifrabile nella quale si incastonavano due occhi penetranti. Nelle mani stringeva i manici di due anonime valigie di modeste dimensioni. Il duca in persona gli venne ad aprire. Un’aura solenne aleggiava sopra la sua persona, una dignitosa trasfigurazione dell’incessante avanzare dell’età. Senza dire una parola il duca ruotò leggermente su sé stesso lasciandogli così abbastanza spazio per entrare, mentre, con un elegante gesto del braccio sinistro, gli concesse il permesso. Una volta dentro non poté fare a meno di notare quanto fosse stranamente freddo. Questa assenza di calore cozzava con la percezione di una luce abbondante, quasi eccessiva, che entrava dalle finestre, grandi quanto gli arazzi sul muro opposto.
      Come lui, il duca, era persona di poche parole. Riservata. Amante del silenzio. A proprio agio nella solitudine. Non si può dire però che il duca disdegnasse la presenza di altre persone. Anzi, dava regolarmente delle feste molto apprezzate. Vestiva i panni del buon anfitrione più per vanità che per genuinità di spirito, ma sapeva intrattenere i propri ospiti come pochi. Eppure rimaneva un’anima insondabile. Schiva. Relegata nell’ombra dell’immagine di sé che proiettava in quei contesti mondani, dediti al piacere ed alla frivolezza.

      And when the Duke talks, he sounds like a mime
      with his hands doing all the talking

      Come il duca, anche lui era un eccellente scacchista. Insegnante di sé stesso, era il proprio miglior allievo. Più artista che stratega, più contemplatore che azionista, giocatore solitario, possedeva una pazienza quasi esasperata, ben evidente dai suoi modi eccessivamente misurati. Sfidò il duca muovendo il primo pedone un pomeriggio di primavera dopo avergli servito una tisana. Questo sembrò non avergli prestato attenzione, eppure, quando il giorno dopo entrò nella stanza, trovò che il nero aveva mosso. Toccava nuovamente a lui.
      Quella partita era infinita. Potevano passare mesi tra l’avanzamento di un pedone ed il salto di un cavallo, e, a parte la prima mossa, non fu mai giocata in alcun momento con i due avversari nella stessa stanza. E, cosa forse più strana, non ne parlarono mai. Era il loro personale segreto, ciascuno geloso custode del proprio. Verità intima che non sentivano la necessità di condividere. Chi entrando nella stanza avesse fatto caso a quella scacchiera, non avrebbe notato altro che uno scenario sospeso, decontestualizzato. C’era però molto di più. Due universi speculari ed opposti, l’uno il negativo dell’altro, che si scontravano, si intrecciavano danzando per poi sciogliersi e tornare ad espandersi. Se uno avesse potuto osservare quella dinamica, dai tempi astronomici, sarebbe forse riuscito a carpire un barlume di quelle due esistenze che si fronteggiavano. Probabilmente nemmeno loro ne erano però a conoscenza.
      Il duca morì da solo. Dissero a causa di una pratica auto-erotica finita male. La partita non era ancora conclusa. Lui, prima di lasciare la magione, andò ad osservare la scacchiera per l’ultima volta. Non si era accorto che il nero aveva mosso. Rimase per qualche minuto in silenzio a contemplare il campo di battaglia, quindi se ne andò per sempre. Fu solo anni dopo, mentre non gli era restato nient’altro da fare che aspettare di morire, che si rese conto che il duca avrebbe vinto. Era stata una realizzazione lenta, che aveva compiuto sondando tutte le sue possibili mosse. L’esito era sempre lo stesso. Il nero, il duca, gli aveva dato scacco matto.

 

Pietro Liuzzo Scorpo

 

7. Chelsea Wolfe – Hiss Spun

Data di Uscita: 22/09/2017

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      C. aveva costruito la propria casa nel ventre di un vulcano, tutti lo sapevano spento e morto da tempi immemorabili ma lei conosceva i segreti della Terra e lo sentiva, la notte, borbottare tra sé e sé come una pentola portata al bollore. Il paesaggio attorno era lunare, terra nera e arsa sotto cieli perennemente in bilico tra un azzurro pallido e un grigio inappellabile. Una parte di mondo privata di tinte calde.
      C. viveva in queste stanze scavate nella roccia come caverne primitive, o forse si era da sempre presa gioco della gente e aveva mobili Ikea come tutti, ma scommetto di no. Incedeva con passo deciso, muoveva le mani con dimestichezza, impastava la materia e costruiva il suo mondo accanto al nostro, a distanza di sicurezza. Si alzava al mattino quando il sole era ancora coricato sotto le coperte delle montagne, s’infilava una tunica di seta nera e, sbucando fuori dal suo nido, s’incamminava per raggiungere la vetta più vicina. Vista da valle, con le prime luci di un’alba biancastra che rischiaravano lo sfondo di quel profilo frastagliato avverso e scurissimo, la sua sagoma fluida sembrava un velo che svolazzava leggiadro su di un tessuto compatto e solido, dello stesso colore piceo. Compieva un rituale sistematico per la meditazione, di rito per una spiritualità lontana dalle dottrine comuni e diffuse ma qualcosa di più personale e intimo, una pratica parente allo yoga ma molto corporea, con dei risvolti addirittura seducenti – dico io.
      Si era ferita ripetutamente con i rovi che le crescevano attorcigliati al cuore, li tagliava per farsi spazio e far pace con l’emotività, loro ricrescevano caparbi finché lei non decise di divellerli con tanto di radici, e mettersi a nudo, cicatrici incluse. Il muscolo palpitante che aveva in petto si gonfiò tutto di libertà nuova, e sobbalzò avanti e indietro come un grosso pesce vivo dimenantesi sul banco marmoreo del mercato ittico. C. non vendette il suo cuore a nessuno, però; provò a regalarlo ed andò male, tant’è che cominciò a fidarsi soltanto della Natura e delle sue leggi primordiali ma cristalline. Non nascose le sconfitte ma riuscì ad accettarle, finché arrivò a spogliarsi di ogni orpello e tentennamento residuo alle pendici del vulcano.
      Ora, troppe congetture si sono fatte sul suo conto, spesso condite di malizia e sospettosa superstizione, come accade spesso dinnanzi alle cose per cui si prova soggezione e anche un poco di timore reverenziale. C. non badava a questo fastidioso ronzio di fondo, dopo tutto quello che aveva vissuto il chiacchiericcio era poco più di merda accidentalmente pestata a terra; dopo tutto, gongolava in questo singolare isolamento e la solitudine era la dimensione ideale.
      Il vulcano appariva silente, come lei che centellinava le parole quando si confrontava verbalmente con altre persone; si sentiva abbracciata e compresa in quella pancia di lava solidificata, il fuoco non ancora sopito del cratere era lo stesso che le ardeva sottopelle e la trasformava da folletto introverso a voce di tempesta. Il suo canto non era mai stato così libero e tonante, soffiava lapilli sulle creste dei monti aridi, riempiva i polmoni e tutto d’un tratto prorompeva cupo e sferzante. Raccoglieva le forze dalle crepe della Terra, dagli anfratti cavernosi, dalla sicurezza acquisita con l’esperienza e la consapevolezza, e la trasformava in melodia. Non una melodia carezzevole, come i più sono abituati a immaginare, ma qualcosa di potente, che schiaffeggiava guance e anima. Anche il vulcano aveva ripreso a ruggire, e la commistione delle due voci creava musiche solenni e assolute, dai tratti doom e metal, cariche di tensione emotiva. Quando la violenza si smorzava, C. si trasformava in creatura eterea e il suo canto diveniva soffuso, delicato, quasi folk, sempre ovviamente sporcato di cenere e all’oscuro di qualche antro recondito tra una piega e l’altra della roccia.
      Chiunque abbia tentato, nel tempo, di sradicarla, o anche soltanto di avvicinarsi a lei, ha trovato diffidenza e repulsione; dal canto mio, mi è sempre bastato osservarla da lontano nel suo peregrinare mattutino, soave come uno stormo danzante. Una piccola forma nera fluttuante su altre forme nere, enormi e spigolose, in controluce; parte organica della Terra stessa e voci in simbiosi. Null’altro.

 

Federica Giaccani

8. Slowdive – Slowdive

Data di Uscita: 5/05/2017

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      La macchina sterza a sinistra come pilotata da una mano invisibile, quella della memoria. La pianura tutt’intorno, alberi villette e campi coltivati così simili tra loro – eppure ancora con una propria identità riconoscibile, il vetro delle pensiline delle fermate del bus verso la spiaggia, ora deserte sotto il sole di mezzogiorno. L’estate è sopraggiunta fuori stagione, il sudore ha disegnato degli aloni deformi nelle ascelle della mia camicia, ma la riunione si è conclusa prima e il vento caldo che entra e esce dall’auto attraverso i finestrini abbassati potrebbe, forse, asciugare le chiazze e proteggermi dall’imbarazzo prima che possa incrociare anima viva.

      Il chiosco sulla spiaggia è piantato nella sabbia come un totem, anch’esso è rimasto lì, immobile e in bilico tra reale e immaginario come un miraggio, quando usavamo arrivarci logorati dalla sete e dall’indolenza. Lo squalo in legno è ancora appeso sopra l’ingresso, di fianco campeggiano le immagini dei gelati della Sammontana, disposti su un alluminio ora sbiadito, i cui nomi sicuramente sono stati dimenticati dai più. Il libeccio agita le onde alcuni metri più in là e incrosta i miei occhiali di sabbia e salsedine, li pulisco alla meglio col lembo della camicia mentre, impacciato, mi arrampico su uno sgabello: che diavolo sono venuto a fare, dopotutto? Si scorge lontano un miglio il mio essere fuori posto.

      Saranno passati vent’anni, ho perso il conto, e nonostante quel posto stia facendo di tutto per accogliermi e illudermi che il tempo si sia cristallizzato, immutato com’è da allora, mi sento terribilmente vecchio. L’uomo al bancone sistema i bicchieri e si accende una sigaretta, siamo io e lui che ci studiamo a vicenda senza parlare; attorno le voci dei gabbiani che si rincorrono in cielo, lo sciabordio delle onde, Lucio Battisti che canta dalle casse dello stereo. Finito il disco, entra a gamba tesa un arpeggio familiare, a tradimento; la saliva mi va di traverso e l’uomo se ne accorge. Dopotutto se lo sarebbe aspettato, Silvano, mi conosceva troppo bene quella volta e certe cose non cambiano mai, anzi.

      Con Silvano il tempo non era stato magnanimo, i lunghi capelli erano ricordo lontano e le stempiature attuali somigliano a profonde insenature, quasi dei fiordi. Mi sorride per togliermi dall’impaccio, quello sguardo complice ché ha identificato subito me e i miei modi imbranati.

      Certe cose non cambiano mai, anzi.

      Mi appoggia la mano sulla spalla, un tocco caldo e appiccicoso, gli Slowdive gettano una nuova marea di riverberi che scivolano e accarezzano il baracchino e le nostre braccia. Gli Slowdive.

      C’è ancora quella foto nella bacheca, tu che ridi tornando a riva da un bagno notturno, i tuoi capelli mossi e decolorati sembrano ancora più bianchi sotto l’effetto del flash e illuminano l’immagine; abbracci il caschetto rosso fuoco di Stefania, la tua migliore amica. Ricordo quella maglietta, era il simbolo di quell’estate, la maglietta di un gruppo musicale sbocciato allora e scomparso presto, un amore folle e brevissimo, come usavi fare tu che saltellavi da un’ossessione all’altra e perdevi la testa per tutto. “Che c’è di male a innamorarsi facilmente? Tu ascolti solo gli Slowdive e ti perdi il resto della musica, sei noioso. Ecco” – io rimanevo ammutolito e un poco offeso, tu mi baciavi e mi dicevi “però mi piaci lo stesso.”

      Quella foto in mezzo ad altri scatti che raccontano la storia di un posto, di generazioni che si sovrappongono tra una birra e l’altra, tra le canzoni, tra le estati e i tuffi improvvisati, tra le solitudini radicate come la mia, da sempre incapace ad abbassare le difese se non con me stesso o con il disco giusto.

      Silvano stappa una doppio malto e ne versa per entrambi, abbiamo parecchio da raccontarci e il fiato forse non basta. Tu chissà in che parte di mondo ti sei collocata, alla fine. È un album nuovo questo che scorre tra le nostre parole, tocca le corde della nostalgia eppure schiva le lacrime; voci ben definite, pezzi che sanno di ieri e di quel profumo di cui avevo intrisa la pelle, ma anche di oggi e di fresco, dopotutto. Come quelle favole che abbiamo sempre amato farcele raccontare, e non ci deludono mai nemmeno cambiando dettagli ché i personaggi e le atmosfere sono ormai nostri e addirittura ci somigliano un po’, ci fanno compagnia per acquetarci e farci prendere sonno con serenità, per restituirci in mano la bussola, per metterci davanti i giusti orizzonti.

      Silvano strappa via la fotografia dalla bacheca e me la porge – “Questa è tua, ti appartiene.”

      La infilo nel portafogli in mezzo a vecchi scontrini e alle banconote, me la ritroverò tra le mani ogni volta che dovrò pagare qualcosa, ché i vecchi amori non si dissolvono mai del tutto: magari riaffiorano incastrati tra le trame di un disco, o in una tenera istantanea a bassa risoluzione, in un posto qualunque tra le dune di sabbia.

 

Federica Giaccani

 

9. Bonobo – Migration

Data di Uscita: 13/01/2017

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      La decisione di svegliarmi tutte le mattine all’alba l’avevo presa che facevo appena il liceo e abitavo in un caseggiato di mattoni rossi, circondato quasi completamente da ortensie lilla enormi, così grandi che qualche volta non riuscivo a guardare oltre il muro di recinzione, per via delle ortensie enormi. Dal mio balcone minuscolo, dove avevo imparato a fumare e a guardare la signora del terzo piano che si massaggiava il seno con l’olio di mandorle, vedevo uno scorcio della stazione dei treni in costruzione, ero sicuro che sarebbe stata un’opera enorme, perché non appena aveva cominciato a prender forma avevo visto miriadi di uccelli volarci sopra, a stormi, fermarvisi per raccogliere il resto dello stormo, possibilmente far mente locale e poi dare la comunicazione con quel particolare linguaggio degli uccelli che mi ero sempre immaginato abbastanza liquido, fatto di un sacco di L comunque. Avevo deciso che non valeva la pena di passare tutta la notte in contemplazione della chitarra che non avevo mai imparato a suonare, del Don Chisciotte in due volumi che mio padre, ti prego Giacomo leggilo tutto e fatti una cultura coi classici che non avevo mai letto, dei Topolino che mia madre aveva comprato per rispettare la tradizione e perché pensava che fossi un collezionista serio, e che invece manco quelli mi veniva voglia di leggere. Avevo deciso, e non senza grossi ripensamenti, malumori, sofferenze più o meno mal tollerate, che sarebbe stato il caso di svegliarsi molto presto al mattino, per vedere l’alba e tutto il resto, per osservare gli uccelli che chissà se erano gli stessi dell’anno scorso, ma soprattutto perché la notte portava con sé quella dose di tristezza da doveri non adempiuti, che tanto valeva abituarsi a una vita di sensi di colpa. Non è che avessi ottenuto risultati considerevoli, durante gli anni del liceo, anzi più che altro quei pensieri lì venivano ugualmente a nuotare in zona fronte, ma lo facevano di mattina così avevano tutto il giorno per sedimentarsi. Però avevo visto la stazione svettare sempre più alta tra le ortensie, diventare un monolite con un sacco di spigoli, completamente riflettente, e mi ero domandato cosa avrebbero fatto gli stormi di uccelli, se ci si sarebbero scontrati, confusi dai raggi del sole di novembre, o se avrebbero riconosciuto la propria immagine, invecchiata di anno in anno. Poi mi ero sentito stupido, a pormi questi interrogativi fantasiosi invece di studiare la situazione dello stato di Israele per capirci qualcosa quando se ne parlava alle cene di Natale, poi avevo pensato ancora a quella specie di adesivi ritraenti rondini stilizzate, attaccati ai pannelli in plexiglas lungo le ferrovie, come avvertimento per gli uccellini che avevano voglia di volare basso. Avevo progettato in mente degli adesivi analoghi, ma immensi, per la facciata della stazione.
      Qualche anno dopo, avevo cambiato casa ed ero riuscito a trovarne una che affacciava direttamente sulla stazione, permettendomi di guardarla da varie angolazioni. Abitavo completamente da solo, e avevo regalato la chitarra a un mio amico che poi era diventato ricco suonando per strada, venduto i Topolino al mercatino dell’usato in cui avevo conosciuto un uomo che concludeva ogni pasto con una Big Babol e che per questo ne collezionava le carte, ma avevo tenuto il Don Chisciotte perché sicuro mi avrebbe aiutato a rimorchiare sull’autobus. La questione Raniero era venuta fuori diversi giorni dopo il mio trasferimento, quando avevo preso a calci il televisore che non funzionava, ed ero andato a letto senza mangiare, col risultato che avevo anticipato il mio risveglio alle quattro e mezza circa. Era ancora buio, non si sarebbero visti nemmeno i pappagallini verdi che avevano invaso la città, con quell’illuminazione scarsa. Dal piano di sotto avevo sentito dei colpi regolari e fortissimi, come se qualcuno stesse cercando di fare un buco per ricavare un po’ di spazio tra il soggiorno e la sala da pranzo. Doveva essere il signore dell’interno 21, sotto al mio, che mi redarguiva per i miei rumori molesti. Ero tornato a letto coi sensi di colpa dell’adolescenza, cercando di camminare con il bordo esterno dei piedi, così da non far rumore. Per la prima volta dopo sei anni avevo dormito fino alle undici del mattino, poi ero andato a chieder notizie a Ester, la portiera affabile come un caimano digiuno. Aveva solo saputo dirmi che quel tizio si chiamava Raniero (ma molti altri inquilini, negli anni avvenire, lo chiamarono Pamelo e Danielo) e che si faceva il riporto ai capelli. Ci ripenso spesso ora, ma per quando mi sforzi non riesco a ricordarmi il tempo passato nel mio monolocale vicino alla stazione, nemmeno quanti anni fossero stati effettivamente. Ricordo solo che trascorsi il primo periodo a tormentarmi nel letto mentre Raniero bussava dal piano di sotto, con qualcosa che doveva assomigliare ad un ariete da sfondamento, o al tronco di un acero bicentenario, chiedendomi se non fosse il caso di comprare un trapano da asfalto e semplicemente piombargli in salotto, oppure preparare delle torte dall’aspetto meraviglioso e poi riempirle di paracetamolo così da incastrarlo sulla tazza, o costringerlo a grandi sudate per poi farle scendere sul suo balcone e aspettare che cadesse nel mio tranello.
      Una notte, che passai in preda ai deliri della febbre, perché ero stato colto da un temporale, mentre camminavo beato costeggiando un cimitero monumentale, sognai il vicino dell’interno 21 che si arrampicava sul muro, e poi sul soffitto e che camminava avanti e indietro con scarpe altissime, col tacco spesso. Un’altra ancora, mentre facevo l’amore con una ragazza con gli occhiali, mi parve che stesse dissodando con un trattore il pavimento del suo salotto che mi ero sempre immaginato pieno di animali impagliati. La ragazza con gli occhiali era andata via molto traumatizzata, e io avevo guardato gli uccelli dalla mia finestra, ancora steso sul letto, mentre il vicino dell’interno 21 decideva di tirare al piattello nel corridoio di casa sua e avevo pensato al tempo in cui tutto era silenzioso, e perfetto, come la stazione dei treni altissima nel cielo, grande specchio per gli uccelli migratori confusi, e avevo pensato a come è facile dimenticare il silenzio, quando un rumore diventa costante.
      Quando avevo smesso di rispondere al telefono mia madre aveva fatto irruzione in casa mia e, scoperta la causa delle mie occhiaie, e accortasi che avevo costruito una specie di punto di ristoro per gli uccelli che migravano, sul mio balcone, col risultato che ormai assomigliava più che altro ad un letamaio, scrisse una lettera a Raniero chiedendogli un incontro formale.
      Raniero non rispose mai.
      Quasi cinque anni dopo, quando ormai avevo cominciato a ignorare Raniero, e mi ero comprato dei bonghi, ebbi la sorpresa di non sentire alcun rumore proveniente dall’interno 21. Il silenzio andò avanti per giorni. Seppi da Ester, dopo circa una settimana, che il signor Raniero dell’interno 21 si era andato a schiantare dritto dritto contro uno dei pannelli della stazione dei treni, uno di quelli riflettenti, che impedivano di guardar dentro e vedere gli impiegati a lavoro. Mi ero sorpreso a sospirare con una lacrima che insisteva dietro la palpebra destra, mi ero sorpreso a ripensare agli enormi adesivi a forma di uccello che un giorno, anni prima, avrei voluto creare per gli stormi che migravano. Mi ero sorpreso a chiedermi se il signor Raniero, nella superficie riflettente, ci avesse visto lo stesso signore dell’interno 21 che vedeva l’anno prima, e se non fosse stato quello il motivo del suo schianto.

Giorgia Melillo

10. King Krule – The Ooz

Data di Uscita: 13/10/2017

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Ascolta King Krule – Slush Puppy

      Sul bus che mi porta da Montipò a Cadrigara.
      Il bus è diretto ad un festival dove suonano Nick Cave, Tom Waits, Bauhaus, James Blake il primo giorno, Elvis, Kanye West, Tricky, Morphine il secondo. Ci sono poi altri gruppetti scritti più in piccolo ma non li conosco.
      Perché mai organizzare un festival in questo posto? Sono in viaggio da ormai mezz’ora in uno strano mondo di mezzo, non ho visto altro che rotatorie piene di nebbia e umide di pioggia, volpi e gabbiani che rovistano nella monnezza, clown slavati che bussano alle vecchiette per chiedere dolciumi. Il bus è semivuoto con giusto un paio di cappelli più avanti, un pelato ascolta musica dalle cuffiette una fila più in là alla mia destra.
      Lo sguardo vacuo sul finestrino, mi sento toccare il braccio dal sedile posteriore.
      Mi giro appena e già quasi di collo vengo schiaffeggiato da una fiatella scortese, intravedo degli occhiali da vista pigri.
      Scusa sapresti dirmi l’ora, chiede una voce squillante con troppe sfumature acute. Gli mostro il mio quadrante da polso senza dire una parola, non aspetto la fine del suo grazie per girarmi di nuovo verso il finestrino e il paesaggio plumbeo. Odio quando qualcuno mi fa perdere il filo dei pensieri.
      Il pelato alla mia destra si è addormentato con la bocca aperta, la testa gli ballonzola a tratti, chissà se per le buche o la musica. Si sente così forte che qualcosa arriva anche a me, da questo lato, provo ad aguzzare l’udito per riconoscere qualcosa che magari ascolto anch’io. Dacchè sentivo clangori e casino mi pare ci sia solo un salmodiare, ora, strascicato su una qualche base ritmata.
      Fermo ad un semaforo, il pub all’angolo offre l’illusione di un bicchiere di vino caldo al riparo, dalla strada s’intravede il bancone di legno gonfio ormai marcio, una donna gobba con il grembiule macchiato che passa la pezza tutto intorno.
      Qualcosa mi tocca di nuovo il braccio, è come un pizzico leggero all’altezza del gomito, poi la stessa fiatella di prima.
      Scusa da dov’è partito questo pullman?
      Montipò, credo.
      Ah, non Trazzardo?
      Guarda, non saprei. Io l’ho preso a Montipò.
      E a che ora ci arriviamo a Cadrigara?
      Alle dodici e quaranta.
      Sono volutamente scontroso, forse, ma neanche troppo. Attendo altri due secondi di silenzio e mi giro di nuovo. Non so se questa persona sia un semplice babbione che vuole fare conversazione, un problematico scappato da un centro d’igiene mentale o un frocetto. Nessuna di queste opzioni mi sembra potenzialmente problematica quanto il fatto che io non voglia parlarci.
      Passa ancora meno tempo e mi sento toccare il braccio per la terza volta. Adesso sono più lucido e pronto all’aggressività.
      Scusa mi ridici l’ora per favore?
      Sono le dodici e venticinque.
      Tono più alto e secco. Mi giro completamente per guardarlo dritto in faccia. Pochi capelli, faccia tonda, occhi umidicci dietro un paio di occhiali trasparenti. Lo guardo enigmatico, come per dire: che vuoi?
      Ma tu vai a Cadrigara?
      Si.
      E sei di lì?
      No, è per lavoro.
      E che lavoro fai?
      Bè…
      Dio santo, ma perché devo spiegargli la mia vita?
      Sono un giornalista. Scrivo per un mensile di musica, a Cadrigara c’è un festival in questi giorni.
      Lui si esalta.
      E’ bellissimo, stupendo. Anche io in passato volevo entrare nel mondo della musica, però non ho mai saputo come, chi conoscere. Poi una certa mia amica cantava ai matrimoni e ha provato a mettere su qualcosa di suo ma è tornata con la coda tra le gambe nella sua città natale.
      Bene…cioè male, mi dispiace.
      Ma tu che sei del campo, che mi consigli?
      Io, l’uomo del campo.
      Diciamo…che devi conoscere qualcuno, poi…non so, dipende che vuoi fare nel mondo della musica…io scrivo, non so mica suonare…dipende che musica ti piace, se suoni con qualcuno, se canti, non so, davvero, non so…fai già qualcosa di tuo? Vai ad X-Factor.
      Fiatella ride contraendo le guance, si mette le mani in faccia come per schermarsi da un’assurdità. Ha un che di comico e le sue movenze sono nettamente femminee. Ma no, io sono così timido, poi non so se ho il coraggio di farlo, quella marcia in più che ci vuole, perché ci vuole, si?
      No, ci vuole che tu abbia del maledetto talento e molto culo, penso. Ora dì qualcosa che non lo invogli a chiederti altro, rispondi a questo mostro di gaiezza inutile e chiudi la conversazione con molto garbo. Soprattutto fagli intendere di non pizzicarti il braccio per la quarta volta e che andasse a parlare con il pelato con le cuffiette.
      Sì, certo che ci vuole.
      La discussione poteva ancora pericolosamente diventare una di quelle pistolettate inutili sul merito, sulla voglia di fare e di crederci fino in fondo quando hai un sogno. Avremmo impiegato quel tempo che mi separava dalla fermata di Cadrigara facendo passare inutili correnti d’aria tra le fauci nauseabonde, lui, e ascoltando con finto interesse calante, io, inserendo qualche riempitivo qua e là per puntellare una baracca traballante.
      Inaspettatamente, e con mio grande sollievo, Fiatella si alza, siamo appena all’ingresso di Cadrigara e lui scende. Ciao, mi fa, melanconicamente.
      Il paese si dipana lungo un corso principale ed una miriade di traversine buie dai due lati. I lampioni sono già accesi nonostante manchi ancora un po’ al tramonto, anche se in lontananza il cielo basso ha già iniziato a scurirsi verso l’umanità attiva del pomeriggio cittadino.
      Dopo un paio di fermate mi alzo anch’io per scendere, prendo lo zaino e passo affianco al pelato con le cuffiette che dorme ancora. Cerco di non sfiorarlo.
      Per strada, ho subito voglia di uno slush puppy.

 

Gabriele Battista

Top Ten 2017 – Marco Di Memmo

1. Lusine – Sensorimotor

Data di Uscita: 3/03/2017

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      L’eleganza di un gesto lento, di una danza fermata nel suo istante di massima espressione scultorea, è una delle forme più elevate di bellezza. L’estasi è un momento di rallentamento del tempo, nella percezione assoluta dell’eleganza divina, della suprema armonia di tutto questo caos del quale non comprendiamo il senso e la direzione. Ricordo una volta in campagna, le colline ai miei piedi, le querce al centro dei campi a ricordare che qualsiasi cosa ha un centro – anche se impreciso – e ho impresso nella memoria sensitiva il momento mistico del sole tra le nuvole con i suoi raggi dal rosso crepuscolare, un attimo nel grembo – senza tempo e spazio – del divino. Solo ciò che è coperto, solo ciò che è protetto dal mistero può condurci a una dimensione superiore, può portarci via da questa superficie che ci rende cinici e infelici.
      L’essere umano è capace di estrarre bellezza da qualsiasi cosa, anche dalla freddezza dei circuiti elettrici, delle componenti tecnologiche dall’aspetto più grigio e insignificante. Nel corso dei millenni siamo passati dalla pelle tesa degli animali al computer, elevando sempre di più il nostro livello di sensibilità sonora, anche se l’appiattimento si è avverato ugualmente. Dalle piramidi ai grattacieli, dall’argilla al grafene, abbiamo sempre sentito l’esigenza di avere qualcosa che ci rendesse vivi, qualcosa di bello e di potente, di libero, anche se i valori della sicurezza e della popolarità stanno minando tutto. Siamo scesi dagli alberi spinti dal bisogno, ma dentro di noi abbiamo sempre sentito una libertà selvaggia, feroce, che ci scuoteva la carne come una frusta di fulmini, in un’inquietudine che va oltre il piacere convenzionale di essere considerati dagli altri e di vivere una vita tranquilla.
      Vorrei che ogni essere umano ricordasse la nostra vicinanza alla violenta perfezione della tigre, che ci si accorgesse quando la propria coda di pavone fosse larga e lucente, fino a ridere di sé stesso, di quanto sia tutto così breve, stupido ed eccezionale – laddove l’eccezione è l’esistenza, a fronte delle infinite possibilità di non esistere –.
      Voglio entrare nella stanza dell’orrore e abbracciare, con le lacrime abbandonate alla gravità, tutto il male da affrontare nella vita, i traumi, le brutte persone, la malattia, la fiducia tradita, la mediocrità, le bassezze, le delusioni e la morte, quella altrui come la nostra. Voglio non aver paura più di niente, voglio essere padrone di me così come lo sono della musica, in base alla mia conoscenza, in base alla mia esperienza, in base alla mia volontà, cercando di non portare dolore a nessuno, per quanto possa essere umanamente possibile. Voglio smettere di avere paura della vita, del giudizio degli altri – che arriva comunque, nonostante gli sforzi di piacere e di essere approvati –, del mio giudizio, di quello che potrebbe accadere, dei probabili effetti, la paura dei quali blocca tutte le azioni che potrebbero essere della cause. Voglio essere libero, sentirmi libero, sapermi libero, per godere della suprema libertà di rinunciare alla libertà stessa.

Marco Di Memmo

2. ANDREW BIRD – ECHOLOCATIONS: RIVER

Data di Uscita: 06/10/2017

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      La nebbia risaliva lenta dal fiume come una tigre bianca pronta all’attacco, mentre io ordinavo la legna appena tagliata aspettando mio padre che stava per arrivare con il trattore a sfondare quel bianco ed etereo muro di quiete che l’autunno aveva eretto con inconsapevole arte. Altre volte mi trovai a vederla salire dai fiumi e dai laghi, e ogni volta cambiava forma e animale: cavallo di montagna, cervo albino, lince e drago. Ogni volta che vedevo quel mare bianco innalzarsi mi sentivo bene in un modo che si prova soprattutto da bambini, quando si sa che ci si trova nel posto giusto, che nessuno altro posto è il tuo, che il mondo è dove sei tu e basta. Ora quella antica sensazione torna raramente, spesso quando sono in campagna, tra le mie querce, le uniche cose delle quali mi sento padrone e impadronito allo stesso tempo, nonostante la bruttezza della parola. Ora sono rari i momenti nei quali penso che il posto in cui sono è quello giusto, è la mia terra, è la mia aria, è la scelta che dà senso all’impeto folle dell’universo che spinge la sua vita nello spazio-tempo quasi con violenza, incurante di qualsiasi forza che incontra.
      Come mi sono ritrovato in questa città? Come mi sono ritrovato in questa vita? Ricordo una zattera fatta con un albero abbattuto pensando che fosse morto, mentre in realtà dentro era ancora vivo e pieno, troppo pesante per sorreggere un corpo, tantomeno per due; ricordo un amico vero che va nel fiume sulla zattera per la soddisfazione di navigare su qualcosa fatto con le proprie mani, anche se in modo inglorioso. Ricordo il potente riso, tanto forte da dover coprire lo scroscio del piano di miliardi di anime, tanto divertito da lavare tutto lo scempio della storia umana, tutto l’orrore. Ricordo un dolore fortissimo, quasi una morte, un’epifania del male, della cattiveria che può scoppiare anche nell’essere che si pensa più buono e innocuo, e poi ricordo la lenta rinascita e un senso di sempre maggiore forza e resistenza, di sempre maggiore coscienza di quanto sia tutto da vivere fino a non aver paura di cadere nel luogo comune dell’ultimo respiro, dell’estenuante pienezza esistenziale.
      Ricordo una rabbia tanto fitta da otturare quasi le arterie e ricordo il tentativo – ancora in atto, ma sempre migliore – di liberarsene, di liberarsi da sé stesso, di liberarsi dalla stessa libertà dopo averla conquistata a pieno. Ricordo di essere qui ora e che questo non è il passato ma il presente e che sarebbe saggio, una volta tanto, non soccombere all’ego, al desiderio di essere considerato migliore, godendo dello spazio, degli elementi, ridendo di questa nostra vita organica, atomica, alla quale, una volta tanto, vorrei mostrare la mia gratitudine, nonostante – malgrado le sue infinite orecchie – non mi possa sentire.

Marco Di Memmo

3. KELLY LEE OWENS – KELLY LEE OWENS

Data di Uscita: 24/03/2017

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Correndo esco dal bosco, inseguito da me stesso, con le braccia piene di graffi, con la schiena dolorante, con un’orda di pensieri la cui angoscia è il dispositivo urlante della mia intelligenza, infuocata, stavolta, dalla selvaggia emergenza che mi morde in questa minuta e folle foresta. Quello che mi insegue, bestiale me stesso, prende le forme di diverse fiere: cinghiale dalla ruvida e veloce corsa; piccola e spaventosa lepre; giovane cervo; orribile tasso.

Dopo aver seminato il mio nemico mi fermo nell’alto e ondeggiante grano verde d’aprile e mangio qualche asparago crudo appena raccolto – è da pochi anni che li mangio anche crudi, ancora più forti e selvatici – e mi rendo conto che quella bestia forse non mi inseguiva ma stava scappando a sua volta da qualcuno o da qualcosa, anche se, nello scappare, poteva ugualmente ferirmi o forse uccidermi.

Continuo il mio cammino inerpicandomi nella folta e chiusa vegetazione, scoprendo camere segrete, ventricoli nascosti nello schizofrenico cuore della natura. Trovo un passaggio segreto, pericoloso e affascinante, che mi conduce dall’alto di una roccia fino al centro di un campo aperto. Ormai è quasi sera e il cielo mi dice di tornare a casa.

Alzo prima il piede sinistro e poi quello destro, dopodiché mi metto parallelo al terreno, steso sulla pancia, su un letto di pura aria, e mi elevo di un altro paio di metri, fino a riuscire a spostarmi col mio stesso volo.

Plano a bassa quota su un altro campo di grano, in mezzo a un uliveto, in un campo di fave, tra mandorli profumati, spostandomi sopra frane e fiori, tra carcasse di aratri, risalgo su una strada brecciata e malmessa, mantenendo il tramonto alla mia sinistra, distorto dalla conturbante presenza delle pale eoliche, fino ad arrivare alla prosaica automobile che mi riporterà a casa.

Entro nella stanza della mia mente e sposto un po’ di ricordi per farmi spazio; prendo a calci pezzi di ego che restano attaccati al pavimento e poggio il polpastrello dell’indice destro su un tasto sopra il quale è disegnato un triangolo con la punta che va in direzione del lato destro – mi ricordo d’improvviso che questo è il simbolo play, che in questo caso deve avere connotazioni un po’ più profonde – e questa mia azione dà vita a un suono ritmato e ligneo, vagamente morbido, tiepido, con intervalli di bassi che aumentano il desiderio di muoversi.

Una voce femminile inizia a cantare e io con movimenti leggeri, rimanendo sul posto, inizio a ballare, spostando leggermente le mie ginocchia, le spalle e il collo. Chiudendo gli occhi rivedo quel cinghiale correre e poi non vedo più niente, perché il volume dei miei pensieri, del mio linguaggio e di conseguenza del mio mondo si abbassa quasi fino a essere impercettibile: dalla foresta a un sintetizzatore è passata la mia tensione mistica, un filo di corrente esoterica che collega gli alberi e le belve ai circuiti e al silicio di apparecchi artificiali.

E riecheggiano nella mia volontà due versi di T.S. Eliot:

Do I dare
Disturb the universe?

 

Marco Di Memmo

4. TAYLOR DEUPREE – SOMI

Data di Uscita: 03/02/2017

      Lei sta leggendo Gogol’ sul divano, mentre io ascolto questi pochi suoni che avanzano tra distese di neve, nella steppa di circuiti elettrici che circonda la nostra vita di umani. Cambia pagina, si sistema il reggiseno e tiene la mano sul suo petto, continuando a leggere ancora per poco, finché non viene distratta dal cellulare. Il cielo di questa città amata e odiata è un’ovatta tenuta premuta sulla mia volontà, ma non voglio dare la colpa al cielo per la mia inazione, non voglio recitare la parte – tipicamente italiana – della deresponsabilizzazione, del dare eternamente la colpa agli altri o alle cose esterne. Tendo a naufragare ma sto imparando sempre meglio a ritrovare la retta via, la rotta che mi riconduce alla mia meta – anche se la meta non è del tutto chiara –.
      Dove può portare una musica del genere? Può “elevare lo spirito” forse, può far germinare uno stato spirituale più alto, mostrando la realtà circostante, la contingenza nella quale spesso affoghiamo, come qualcosa di semplice, come un volo d’api nella danza infinita dei corpi.
      Dalla mia sinusite fioriscono visioni selvagge: un lupo ringhiante mi fissa negli occhi, col pelo irto e rabbioso pettinato dalla spietatezza di questo vento gelato che io respiro con gioia; di colpo il lupo scappa e guardando alla mia sinistra vedo dei folli a cavallo che puntano dritto col fucile; io soffio davanti a me creo un muro di ghiaccio dietro al quale i cavalieri devono fermarsi, bestemmiare e poi girarsi; il lupo fa un inchino e mi mostra, con uno scatto della testa, la direzione per tornare alla “realtà”.
      Lei è ancora sul divano e sta passeggiando sulla Prospettiva Nevskij, arricciandosi i capelli già ricci e tragici, grattandosi un sopracciglio, roteando il piede destro, con la gamba accavallata su quella sinistra. Ho il frigorifero vuoto, un lavoro che non mi fa lavorare, gli studi fermi, l’amore in malora, progetti arenati, scritture naufragate, i denti delicati, tre frecce conficcate nel petto, eppure tremo di gioia, trattenendo a stendo una risata che agisce come una lima sugli angoli grezzi della mia esistenza. Ho un bluebird nel mio cuore la cui bellezza non mi fa più piangere.
      Una donna africana, dalla risata di una leonessa, mi ha detto che nella vita si cade e ci si rialza sette volte, e ogni volta che ci si rialza le cose perdono peso, danno meno dolore. Forse il mio sorriso dipende da questo o dal fatto che io mi sforzi di posare uno sguardo uguale sul dolore e sulla felicità, cercando di non attaccarmi al frutto degli atti; o forse la vita è davvero una burla, una balorda congerie di vite e di eventi, con un Essere che non è l’ente ma che si disgrega in infiniti e infinitesimali enti, in un disordinato ordine di esserci che fluttuano, che volano come uccelli che sanno dove andare ma non ne sono coscienti.

Marco Di Memmo

5. ALESSANDRO CORTINI – AVANTI

Data di Uscita: 6/10/2017

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      Ero immobile a fumarmi una sigaretta nel cucinino, la finestra socchiusa per non far impregnare l’aria di casa di nicotina e catrame, le goccioline di condensa all’interno del vetro e un radiatore in ghisa acceso prima del tempo nell’incasso sottostante. Sentivo freddo, tremavo, le gambe faticavano parecchio a sorreggermi nonostante fossi anche appoggiato al vetro, per ripartire i carichi. Il termometro poco dopo disse che avevo la febbre, 38,3°C per la precisione, e siccome sono sempre stato un matto decisi di uscire a fare due passi. Indossai il cappotto al contrario, come l’avevo lasciato la sera prima per la fretta di buttarmi sul divano e recuperare episodi della serie che stavo seguendo; dicevo, me lo infilai a rovescio, se non altro la lana a scacchi mi scaldava di più tenuta addosso, e poco importava del woolmark che campeggiava tra le mie scapole, con quella nebbia avrei incrociato pochi stupidi come me, e basta.
      Ero tornato a vivere a Bologna da pochi mesi, giusto il tempo per sentirmi sia di nuovo a casa sia impacciato nel rientrare nell’equilibrio felsineo; quando percorrevo le strette vie del centro la vertigine dei deja-vu mi dava alla testa, tra le lezioni universitarie e amori al sapore di vino e tabacco sfogati negli androni di palazzi a caso. Andavo spesso in confusione e mi facevo tenerezza.
      Vagavo al riparo dei portici come un cane randagio, le giornate si stavano accorciando e la luce giallognola dei lampioni gettava riflettori annacquati sui passi della gente: gli studenti che si accordavano per preparare gli esami e per le serate a tema dai risvolti alcolici e lascivi, i lavoratori stanchi e frettolosi, gli spacciatori guardinghi, i bambini instancabili dalle facce ilari. Ero stato uno di loro, un bimbo, un universitario, un operaio, un pusher imbranato, eppure non riuscivo a riconoscermi in nessuno di loro. I famosi gradi di separazione, che si erano trasformati in distanze siderali congelando l’empatia.
      Riflettevo e inciampavo in continue digressioni che mi facevano perdere il filo, come se non fosse già complicato reinventarsi e ricominciare daccapo; gettavo in avanti la linea del tempo ma lei si burlava di me, spesso faceva impertinenti piroette e mi spiazzava coi dietrofront. La nostalgia mi chiudeva la gola con un grosso nodo, e questi tramonti del cazzo dietro alberi semispogli stringevano il cappio, eppure dovevo scioglierlo, per tornare a vivere.
      Avevo fatto una chiacchierata con Alessandro poco prima, mi raccontò di aver ritrovato vecchi nastri e VHS della sua infanzia che lo fecero ripiombare di colpo tra le braccia della famiglia, tra le mura di casa, a giocare con gli animali e a rotolarsi nella neve. Me ne parlava con dolcezza, con quella malinconia serena che traccia sul volto un sorriso velato e infonde la forza per proseguire attraverso i giorni. Un soffice abbraccio, un deciso incoraggiamento.
      Da quel momento presi a pensare a quanto conta la memoria nella vita, a quanto le immagini e i timbri vocali si innestano nei ricordi come grossi gradoni in pietra sui quali poter tornare a ripercorrere il proprio cammino ogni volta. Restano lì, immobili e imponenti, inamovibili, come le certezze. Ti dicono dove mettere i piedi per non perdere l’equilibrio. Pensai a quanto guardare indietro potesse servire a prendere la rincorsa per saltare dal trampolino dell’andare avanti, anziché piangersi addosso.
      Iniziare, come atto di coraggio
      Perdonare, come forma di amore
      Aspettare, come crescita consapevole
      Nonfare, come scelta attiva e non passiva
      Vincere, come meta di fatica e tenacia
      Perdere, come possibilità da accettare
      Finire, come riappacificazione col tempo
      Una musica lieve e intensa, vibrazioni sonore come brividi emotivi, imperfezioni volute perché proprio lì risiedeva il segreto: nelle sbavature, nelle irregolarità, nel genuino accostarsi agli altri e comporre un incastro che spesso sembrava non risolversi mai del tutto ma che, a dispetto di timori e insicurezze, in qualche modo funzionava. I climax, le volute, i passi sporchi sulla neve appena caduta, un sintetizzatore che cristallizzava la reminiscenza e le melodie che soffiavano sul ghiaccio rimasto sulle piante.
      Dalle parti dei Giardini Margherita c’era una strada che piegava a gomito uguale a tante altre, le auto parcheggiate ordinate in fila, i cancelli in ferro, i cortili seminascosti e una fermata del bus. Non fui sorpreso di essere approdato da quelle parti nel mio peregrinare nebbioso e solitario. Mi acquattai dietro un muretto di recinzione, quell’odore di alloro me lo ricordavo incollato agli abiti di lavoro di mio nonno. La sagoma di mio padre era seduta in poltrona dietro la tenda, era l’ora dedicata alla lettura del giornale; mi sembrava di sentire la sua voce commentare le notizie, e quella di mia madre partire in un controcanto di osservazioni dalla cucina, il profumo del brodo, mio fratello che chiedeva attenzioni mentre giocava sul tappeto e io che facevo i compiti per la scuola.
      Era forse il flashback più violento, ma mi stordì di calore.

 

Federica Giaccani

6. JAMES HOLDEN & the animal spirits – THE ANIMAL SPIRITS

Data di Uscita: 3/11/2017

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      Alla fermata dell’autobus numero 451 incontro tutte le mattine una ragazza che dovrebbe fare il 1˚C, ha gli occhiali molto spessi e un caschetto di capelli a strisce castane e bionde gialle. Non ho mai capito il motivo di farsi i capelli così, sono brutti da vedere. Lei poi ha una zaino grosso, che le ricade tra il sedere e le ginocchia, perché lo porta lento e largo. Sbircio i suoi messaggi sul telefono, dice che sta passando proprio un brutto periodo, mi chiedo cosa sia, se quei capelli orrendi hanno in qualche modo contribuito a rendere più orrendo il suo periodo orrendo.

      Gianluca di solito sale dopo gli archi, quando io già mi sono seduta e ho ascoltato da sola un po’ di musica. Mi piace molto di più quando posso stare seduta sull’autobus da sola ad ascoltare la musica, ma quando sale Gianluca metto via le cuffie dicendogli quanto è stato noioso aspettare il 451 sulla corsia preferenziale senza di lui. Più o meno da 35 giorni Gianluca, ogni volta che ci incontriamo, mi porta una rosa gialla avvolta in una specie di filo rigido intrecciato giallo perché l’egiziano da cui compra i fiori, quello che sta accanto all’edicola sulla Palmiro Togliatti, ha solo rose gialle, dice che quelle rosse gli ricordano della volta in cui hanno ucciso un suo amico venditore ambulante e tutte le rose che stava portando in giro si sono inzuppate di sangue. Io penso sia una bugia, e che abbia litigato col fornitore di rose rosse, Gianluca pensa sia una storia che dà grande spessore al nostro stare insieme, a me non importa. Gianluca di prima mattina ha l’alito che sa un po’ di stantio, e l’erezione della notte prima ancora visibile dietro la cerniera difettosa del suo unico paio di jeans. Gli devono piacere tantissimo, quei jeans, perché li mette praticamente sempre, a parte quando gioca a calcetto, ché sarebbe pure abbastanza strano e infatti meno male che non lo fa. Gianluca ha grosse aspettative circa il nostro pomiciare nei posti a quattro dell’autobus 451, credo per giustificare il suo durello permanente (mi pare se ne rimanga lì almeno fino alle seconda ora), ma io qualche volta semplicemente non ho voglia che lui mi tocchi le tette col gomito destro, anche perché la mia eccitazione non aumenta quando lo fa. Credo che Gianluca trovi preziosa la possibilità di palparmi tutto attraverso la stoffa, solo che quando ci prova preso da questa strana foga delle sette e mezza della mattina, sbaglia e mi tocca gli omeri, lo sterno, pezzi di stinco che non credo gli importi tanto. La lingua di Gianluca è goffa e calda, e se ne va in posti inesplorati che a volte mi fanno ridere molto, e questo fa indignare tantissimo le signore, oppure mi fanno tremare qualcosa dalle parti del bassoventre, ma mai in modo particolare. Gianluca mugola tanto quando mi bacia, e io sento sempre un po’ di imbarazzo tipo quando qualcuno balla o canta per te, e tu non fai niente lo guardi e pensi ai fatti tuoi.

      Oggi ho visto Gianluca fermo sulla banchina e ho tolto le cuffie ancora prima del solito, lui è venuto verso di me con i capelli un po’ scemi che si ritrova certi giorni che ha dormito sul fianco destro, e mi ha detto oggi non entriamo, ti porto al mare. Abbiamo preso il treno nascosti in uno degli ultimi scomparti, Gianluca mi ha baciato pochissimo, e poi mi ha infilato le mani delle mutande, senza che avessi il tempo di pensare che forse poteva darmi fastidio. Mi ha preso la testa con una mano, e con l’altra mi frugava nelle mutande come se avesse perso qualcosa, ma invece di sembrarmi tutto ridicolo e grottesco, come al solito, e anche un po’ esagerato, ho sentito le dita di Gianluca, tra la mia peluria disordinata e biondastra come i miei capelli lisci, le sue dita arrivare fino ad un posto che io sinceramente conosco e non conosco, esplorarlo come il fondo di un barattolo con la marmellata quasi finito, trovare quello che cercava e forse farlo trovare anche a me, che ho sentito un calore insolito, che ricordo veniva quando appena bambina, guardavo quelli che si baciavano nei film e senza nemmeno pensarci mi strofinavo il telecomando vicino alle parti intime, e un giramento di testa come quando ho provato a fare danza aerobica, una specie di scivolosa sensazione di una cosa più pesante dell’acqua, e più calda di tutto il resto, anche della lingua di Gianluca tra i miei denti, qualcosa che non rispondeva a uno stimolo che era venuto dal mio cervello, dalle rose gialle o dalla forma del naso di Gianluca, qualcosa che sarebbe venuto fuori anche se le dita di Gianluca fossero state di qualcun altro, e io avessi sentito il fiato profumato di chi usa il dentifricio contro il tartaro.

Giorgia Melillo

7. BRIAN ENO – REFLECTION

Data di Uscita: 01/01/2017

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      Nei muri della stanza si aprono bolle di strana materia, probabili buchi neri o bizzarri portali sferici che attraggono e portano il pensiero verso altre dimensioni; queste bolle restano aperte per pochi secondi dopodiché si chiudono lentamente e lasciano un dubbio sulla possibilità di ciò sarebbe accaduto con l’entrata nella sfera.
      Respiro profondamente, facendo lavorare il mio pigro diaframma, e conduco la mia mente a uno stato di distensione che la porta a riflettere con maggiore lucidità sulla mia eventuale scelta: entrerò.
      Si crea una bolla al centro del muro che ho di fronte, in basso, alta quanto me, e decido che quella sarà la sede del mio azzardo. Quando la sfera si richiude mi ritrovo in un infinito spazio nero dove, sfidando qualsiasi legge chimica e fisica, non ho più respiro ma le mie funzioni vitali rimangono inalterate.
      Il mio corpo vaga in questo spazio indeterminato e solo con grande fatica riesco ad assumere una posizione eretta, facendo finta che possano esistere categorie spaziali e temporali convenzionali, umane, illudendomi di non essere in uno spazio sovraumano, oltreumano. Il mio sforzo di categorizzazione mi premia e sotto ai miei piedi comincia a formarsi un pavimento variegato, con antiche lastre di pietra che si mischiano a piastrelle di cotto a nido d’ape, al pavimento a “terrazza veneziana”, a lastre di marmo bianco con eleganti venature, a strane superfici di marmo blu brasiliano, a pavimenti simili a quelli delle case in cui ho abitato. Lentamente cominciano a formarsi pure alte mura e la meraviglia mi ricopre quando vedo alzarsi grandi colonne che fanno partire ogive coprendo questa grande stanza, questa sala nata dal nulla. Ora tutto è illuminato, sono all’interno di un edificio inconsueto, sono al chiuso.
      Chiudo per qualche secondo gli occhi e quando li riapro vedo centinaia di mie copie, ognuna vestita in modo leggermente differente, con lievi differenze nel modo di camminare, di respirare, di guardare le cose, di osservare. Chiedo a uno dei miei sosia chi sia, ma questo non mi risponde; tra la folla mi si avvicinano alcuni e il più interessato di tutti mi vuole dare una spiegazione di quello che ho attorno:
      Noi non siamo tue copie, noi siamo te. Sappiamo che tu hai sempre pensato di essere tre, trecento, tremila differenti io e ti possiamo dire che avevi ragione, questa è una delle poche verità che sei riuscito a svelare fin da ragazzo. Questo luogo che vaga nell’universo, consistente solo nella tua coscienza e negli atti della tua vita mortale, è la stanza della tua mente e tu hai avuto il coraggio di entrarci dentro, sfidando quello che è ormai il consolidato orrore che gli uomini hanno di sé stessi, la non volontà degli esseri umani di guardarsi dentro, preferendo gettarsi in un vento che porta all’inconsapevolezza e al malessere, alla paura. Ora che sei nella stanza della tua mente, con gli occhi semichiusi, puoi sederti su quel trono scavato da un albero e puoi riflettere su ognuno di noi o sulla nostra totalità e sono certo che la tua riflessione creerà un suono semidivino, un’eco dalla memoria arcana, che può riportare al sacro suono generato nella creazione dell’universo.
      Vado a mettermi su questo scabro ed essenziale trono di legno e i miei occhi lentamente si chiudono, deponendomi su una barca al centro del calmo oceano della riflessione – oceano che è calmo solo in superficie, mentre nel suo fondale oscuro si agitano violente e potentissime correnti –. Non so per quante ore o giorni o mesi dura la mia riflessione ma quando mi sveglio tutto è cambiato: la stanza sembra una semplice e imponente cattedrale romanica con i pavimenti in pietra e un odore fresco. Tutti i miei io lentamente, con un elegante danza di luci, si congiungono in una enorme sfera nera, densa, che con un vibrante suono esplode e tinge il pavimento e tutti i muri, fino a farli scomparire e a farmi ritrovare nell’infinito spazio nero dove ero all’inizio di tutto. Anziché essere confuso sento dentro di me una scandalosa pace, un’unità mai provata e pensata nella mia vita precedente; questo nuovo stato si accresce ancora alla vista di una bolla di luce a pochi metri da me, verso la quale mi dirigo nuotando nel nulla, fino ad entrarci dentro in posizione fetale, aspettando ciò che la luce riserva per me. Mi ritrovo sul mio letto come fossi rinato, rigenerato da una distruzione danzante, da un dialogo definitivo tra luce e oscurità. Il mio respiro è naturalmente profondo, la mia bocca è autenticamente sorridente, la morte giace serena a pochi metri da me, sapendo che non la temo, che potrei baciarla sulla bocca per poi tornare a questa mia nuova vita senza la minima angoscia o addirittura che potrei portarla con me, tenendola per mano, riuscendo a vivere nella serena coscienza della mortalità, del poco tempo che abbiamo – perciò prezioso –. Leggero come la geometria di uno stormo d’anatre migranti mi levo dal mio letto e sento un’energia nuova, una volontà più agile e leggera. Sono vivo, sono nel presente, sono uno e so che sono soltanto una parte e che tutto ciò che scorre in qualsiasi forma vivente è me. Io non sono fratello della sanguisuga perché sono la stessa sanguisuga, così come sono il mio vicino che mi odia, così come sono una tigre, un lombrico, un solitario tasso, un allegro codirosso, un pesante rinoceronte, una megattera, un coleottero, una quercia, un cane, un asparago, un lichene, ma anche una roccia, una cascata di piombo fuso, una nube sulfurea, un soffio di polline, un ragno, una zolla di terra, un prisma. Mi sono scolpito risolvendo la mia complessità in una semplicità essenziale che mi fa nuotare nel mare dell’oscurità nello stesso modo in cui volo nel cielo della luce. Le mie mani sono dure ma ancora sensibili, mi dicono che forse sono libero perché liberatomi dalla stessa libertà.

Marco Di Memmo

8. KENDRICK LAMAR – DAMN

Data di Uscita: 14/04/2017
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      Ti ricordi quando eravamo sani di mente?

      Ora che sono andato completamente, ora che sono talmente lucido da essere fritto, sono qui a fare elucubrazioni filosofiche sulla canzone DNA di Kendrick Lamar, senza arrivare a una conclusione soddisfacente. È un fatalismo reale o sarcastico? È un determinismo nero e disperato – e allo stesso tempo edonista e sbruffone – o è un anti-determinismo geniale e ironico? Ma soprattutto, mi sto facendo davvero queste domande? Conta davvero? O conta di più che qualcuno dia ancora valore alla parola cantata, al metro, sparando come una mitragliatrice sui battiti di una base? Faccio ancora domande da idiota bianco. Il problema è che non so essere altro, forse.

      Ricordo quella frase di Kafka «il mutismo è attributo della perfezione» e non smetto di pensare da infardellato vitruviano, anche se in realtà non sono un classicista; il pensiero di Kafka fluttua nella mia mente per un motivo: chi si lamenta della vanità, delle cazzate, non dovrebbe allontanarsi da esse e stare nel suo terreno? Ma forse c’è qualcosa che mi sfugge.

      Volevo scrivere un altro racconto ambientato in una metropoli, ma poi ho pensato che era un po’ meno disonesto non farlo, e sono rimasto su questa linea di indecisione che mi sta portando verso una boa arancione che prima mi sembrava lontanissima.

       

      Chi è così ipocrita da poter affermare di non aver mai sognato – anche solo per un vergognoso, fantastico attimo – di essere così indecentemente ricco da poter comprare qualsiasi cosa, qualsiasi persona, convinto – anche solo per un vergognoso, fantastico attimo – che qualunque cosa e qualunque persona possa essere comprata, che sia con la promessa di denaro, di piacere o di fama? Io ammetto di averlo pensato diverse volte. Sempre con un fondo di lealtà che però sembrava sempre più lontano e fondo.

      Un’altra libertà alla quale vorrei arrivare – in questo caso ci penso molto più spesso – è quella di liberarmi dalla stessa libertà ed essere assoluto, vale a dire, etimologicamente, sciolto: sciolto da quest’obbligo insopportabile di dover essere libero, avvinghiandomi ai miei vincoli che mi farebbero godere come nient’altro; libero di poter modificare il linguaggio, il pensiero, la lingua, incasellando le parole, neologismi o vecchie cariatidi che siano, nel mio mosaico personale; libero di andarmene quando un gruppo di lamentosi studenti passa dall’argomento “non avere soldi” a quello “vado in vacanza in un’isola greca” – del cazzo, aggiungerei io – non accorgendosi di essere degli stereotipi ambulanti, con un imbuto gnoseologico ficcatogli in bocca da ragazzini da genitori troppo stupidi o da libri imposti o autoimposti dai quali non si sono saputi liberare.

      Vorrei subordinare o coordinare fino alla morte, vorrei saper rappare da Dio come un afroamericano che usa termini politicamente scorretti che io non posso usare sennò la stronza di turno, inconsapevolmente perbenista e moralista, storce il naso e mi accusa di qualche –ismo a caso, sentendosi di colpo ripulitrice del mondo.

      Il sottofondo a tutte queste stronzate che ho scritto – ribadendo la domanda iniziale – è che a prescindere da quello che dice, dagli infami significanti, Lamar spacca, con la sua musica e il suo canto e le sue rime, con la sua vita senza indugi, senza paura di dire le cose, senza paura di essere giudicato male, di essere inadeguato, di sembrare volgare, di sembrare stupido, di essere deriso, di essere ripreso. Forse lui è davvero libero, se questa parola ha ancora un minimo di senso.

 

Marco Di Memmo

9. AHMAD JAMAL – MARSEILLE

Data di Uscita: 09/06/2017

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      Un uomo nato nel 1930 che fa questa musica, oltre a essere una lezione vivente e un mezzo miracolo, sbriciola tutti i luoghi comuni che vogliono l’artista bruciante in una potente fiamma che si spegne presto. Ahmad Jamal ha 87 e le sue dita toccano ancora il pianoforte con uno stile e un incantamento che molti altri snobissimi pianisti talentuosi degli ultimi decenni non sanno nemmeno dove cercare.

      Mi fa venire in mente Mario, una delle migliori persone che io abbia incontrato nella mia improbabile esistenza. Mario ha un paio di anni in meno di Ahmad ma conserva nei suoi occhi quella vita e quella bellezza che possiede solo chi ha dentro di se il vero – e ineffabile – senso della bellezza. Per Mario, come per alcuni filosofi, mistici o poeti, la bellezza è verità e la verità è bellezza – e non ho paura di usare un mezzo cliché lettarario – dove etica ed estetica si fondono in una vita pulita, senza paura di dover annullare il proprio ego, con un modo di rapportarsi agli altri che ha la semplice nobiltà di chi è davvero umile. Mario mi ha dato la mia unica regola che seguo per scolpire il legno, oltra a una serie di consigli senza pretese e senza orgoglio. Ora che non ce la fa più a scolpire dipinge e ha ripreso a leggere la poesia, altra sua grande passione, e lo fa con la sua debole e gentile voce, non solo con gli occhi. È un carabiniere in pensione, una brava persona, le cui mani sono un monumento e i cui occhi fanno tremare per la tenerezza e l’onestà che trasmettono.

      Ahmad Jamal ha avuto una vita completamente diversa ed è tutt’altra persona, ma è accomunato alla bellezza di Mario proprio per la sua comprensione dell’essenza della bellezza, che trasmette tramite le corde del suo pianoforte. Il suo non è un jazz particolarmente sperimentale o sconvolgente, ma è bello – l’aggettivo più abusato e scontato è in questo caso, al contrario, il massimo omaggio che io possa fargli – e con un’anima, americana, remotamente africana, con armonie tutt’altro che scontate, con ritmi e passaggi che sorprendono.

      A parte il ripetuto omaggio alla città francese con la canzone Marseille in tre versioni differenti, sorprendono il primo e l’ultimo pezzo: l’ultimo, Pots en verre, dove insieme all’America del nord, all’Africa e all’Europa converge anche l’America del sud, in una commistione di generi che mostra il divertimento ancora vivo che Jamal prova quando suona; il primo pezzo Sometimes I feel like a motherless child oltre all’eco di un certo tipo di jazz degli anni cinquanta e sessanta – con un po’ di settanta di mezzo – stupisce per il suo titolo, una sensazione provata prima o poi da ogni uomo, uno smarrimento di cui è bello vedere la sublimazione tramite musica di un uomo di 87 anni che ti fa ballare e sorridere e che sembra non aver paura di niente.

 

Marco Di Memmo

 

10. NNAMDI OGBONNAYA – DROOL

Data di Uscita: 3/03/2017

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      I got music in my arsenal!

      Ci sono ancora persone che superata una certe età guardano i cartoni animati, e ne parlano appena possono con chiunque gli capiti a tiro. Spiegano la genesi dei personaggi, la vita segreta del regista e dei produttori, l’esatto momento in cui l’idea della puntata in questione ha preso vita, quando i soggetti sono passati dal bianco e nero ai colori, e in che giorno esatto è arrivata la svolta decisiva della trentaduesima stagione.
      La conversazione diventa sempre più imbarazzante quando dall’altra parte si inizia l’imitazione dei vari protagonisti, le voci cambiano di tono e la comunicazione prende una piega surreale. Non ci resta che salutare e allungare il passo più velocemente possibile, con la speranza di non rivedersi mai più.

      This man is a musical weirdo genius!

      Fondamentalmente se la tua origine è Chicago ci sono buone possibilità che tu sia bravo a suonare ogni strumento possibile e immaginabile, un determinismo geografico che in qualche modo riporta ad un fenomeno del passato dove in quelle terre è stato distribuito un talento smisurato. Puoi perdere tranquillamente il tuo tempo nel deep web, provando a comprare droga e a vendere suoni che nessuno vuole ascoltare con attenzione, ché l’attenzione è merce rara, eppure qualcuno si accorgerà di te. Le nicchie si espandono, conquistano spazio vitale, anche se la nostra mente pensa ad un suono globalmente riconosciuto. Nello stesso modo in cui crediamo ai cartoni animati come strumenti totalitari per comprendere il mondo.

      Hot damn the rhythm and synths on these tracks are out of this world!

      L’erba, e le risate indotte con il tempo che scorre velocissimo, ore su ore incollati allo schermo per rivedere delle ricercatissime serie di cartoni animati, spulciati con una cura al limite della paranoia. La scelta abbonda, è complesso trovare qualcosa di sinceramente convincente, e allora lo scavare diventa faticoso, ma i tesori scovati ribaltano la sensazione di spossatezza in purissima euforia, tra pezzi di pizza freddi, patatine e barrette di cioccolato quasi scadute.

      Easily the best new album I’ve heard all year.

      Mai compiere l’errore di richiudersi su se stessi, mai credere che non serva a nulla parlare di cartoni animati con qualsiasi persona, trovata per strada, seduta accanto a noi sul bus, intenta a leggere il giornale in un bar o a fuggire dopo aver ascoltato la prima imitazione. Aprire la conversazione con la voce trasfigurata della scena vista ieri notte, quando tra le risate generali ci si chiedeva che tipo di acidi ha utilizzato il regista, è l’unica soluzione per salvare il mondo dalla guerra. Convincersi che ci sia spazio per noi è decisivo.

      Nnamdi can fuck my bitch anytime

 

Alessandro Ferri

Top Ten 2017 – Maurizio Narciso

1. Jlin – Black Origami

Data di Uscita: 19/05/2017

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      L’asfalto lucido si contorce, si accartoccia, mentre ballo.

      Oppure è il mio corpo che si appallottola, mentre danzo su basi che sanno di ferro e che hanno dei bassi profondi come le viscere della terra.

      Ma no, non sto ballando.

      Ciò su cui poggio lo sguardo perde i suoi contorni fisici; come per un origami, le forme originarie si stropicciano, si ripiegano su se stesse. Succede alla mia carne ed a quella delle persone che ho attorno, alla ferrovia che corre accanto a questo capannone, alla stessa struttura scheletrica del luogo in cui mi trovo. Riesco a comporre forme sempre più ardite, prima erano pesci e rane, poi, con il passare del tempo, sono diventate cigni e farfalle. Da qualche giorno riesco a comporre anche unicorni e leoni da superfici complesse, anche di dimensioni rilevanti. E’ l’anima delle cose che si rivela al ritmo della musica.
      Vado fiera della mia ultima creazione: un’enorme elefante, seduto in una posizione antropomorfa, innalzato al cielo piegando assieme tutto ciò che è nel mio spettro visivo.

      Ecco cosa faccio, sto suonando la mia roba, c’è chi la chiama “break-beat”, chi la sente “juke”, altri ancora che la trovano “idm”. Hanno ragione tutti, ma per me è solo musica dello spirito.

      Mi esibisco e la mia comunità balla. Ci sono tutti i miei fratelli della scena footwork di Chicago. La musica è danza oppure sono i loro movimenti che mi ispirano; produco d’istinto, senza pensarci troppo su.

      L’asfalto lucido si contorce, si accartoccia, mentre suono.

 

Maurizio Narciso

2. Arca – Arca

Data di Uscita – 7/04/2017

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      Sento levarsi il canto non appena, barcollante e incerta, cammino fuori dai sogni nervosi che hanno seguito il moto del ventilatore a tre pale montato da un uomo che aveva la tendenza a fare lunghi sospiri interrotti.
      Credo che il canto venga da un forno confinante con il soppalco in cui dormo. Il mio letto occupa tutto lo spazio. È un canto distante che potrebbe essere solo il rumore del tram e dei miagolii dei gatti randagi, e dei lamenti di qualcuno nell’edificio, lamenti o pianti, oppure urla di piacere mescolati insieme. Sono sicura, però, che sia un canto e l’idea di ascoltarlo tutte le mattine, fa in modo che il mio sonno si riduca, ulteriormente, a un segmento spezzato, fatto di sabbia nel letto, pareti di lenzuola troppo calde, territori inesplorati glaciali, buio pesto, profondo come le cavità del corpo, e leggermente rossastro come l’interno di un bordello immaginato. Nonostante la luce si riduca poco a poco, anche con l’arrivo dell’alba, mi sembra di vedere la trasparenza della pelle dall’interno, come se fossi un essere piccolo e bollente, insinuatosi sotto la mia stessa epidermide, penetrato da un foro qualunque, da un orecchio forse insieme a quel canto, e potessi vedere quel che accade sotto gli occhi come finissime lenzuola, come se potessi vedere quel che accade quando scende una lacrima e non scivola via.
      Se riesco a trovare le mani, perse da qualche parte sotto le lenzuola, porto il cuscino sopra la testa, perché il canto si avvicina, prego il soffitto di trattenerlo ancora un po’, prego il lucernario di farsi porta blindata perché non gli lasci invadere la stanza. Le mie preghiere hanno forma di un canto che potrebbe essere solo il rumore del tram e dei miagolii dei gatti randagi, e dei lamenti di qualcuno nell’edificio, lamenti o pianti, oppure urla di piacere mescolati insieme. Le lascio entrare dal lucernario aperto, spazzano via la sabbia della notte, cantano di quando la pelle si era fatta lenzuolo, trasparente, gonfia di aria, ed era volata via, dal lucernario aperto, come se seguisse il ritmo di un canto che sento non appena, barcollante e incerta, cammino fuori dai sogni nervosi che hanno seguito il moto del ventilatore, quello che aveva montato una volta quell’uomo, che mi aveva fatto piangere col suo canto.

      firenze 2009

Giorgia Melillo

3. Clap! Clap! – A Thousand Skies

Data di Uscita: 17/02/2017

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Ar – Raqis

Lascia che faccia mente locale, appena un attimo, un battito di occhi.

Credo che fosse così illuminata dal sole per via di una serie di piccoli canali di luce pura che dovevano scorrerle tra le vene, nei capelli, nelle intercapedini del corpo, quei piccoli buchi che avrei trovato vergognosi, forse fastidiosi, addosso a chiunque, ad una persona qualsiasi, e che mi sembrava fossero stati progettati su di lei, scavati, e incisi e scolpiti per poter essere attraversati dalle particelle di pulviscolo, dai raggi del sole più alto, quello di mezzogiorno che ti brucia la sommità della testa e ti toglie l’acqua dal cervello.
Capitava veramente molto spesso che lasciasse le tende aperte, quando il sole cadeva di sbieco, deciso come una falce nei campi, e che cominciasse a ballare una musica che sentiva solo lei, qualcosa che, cercò di spiegarmi una volta che eravamo stesi a pancia sotto su di un’amaca, non ricordava di aver mai sentito nella vita diurna e che era sicura venisse composta da qualche parte nel mezzo del sonno, in una porzione del suo cervello che era solita esporre per ore ai raggi diretti, del sole più alto. Quella volta sull’amaca mi ricordo che vedevo le sue guance deformate attraverso i buchi della stoffa, la bocca che faceva fatica ad articolare le parole. Avevamo riso molto, quando si era addormentata, lasciando che le corde dell’amaca le segnassero il viso per delle ore.
Ricordo che chiamava presso di sé alcuni bambini del quartiere, cercando di insegnare loro la nostra lingua, se mai fossero stati interessati. Non che qualcuno le avesse chiesto poi di far loro da tata, pareva piuttosto attirarli naturalmente con la sua fertilità eccessiva, il modo in cui metteva in fila le parole rapidamente, senza mai dimenticare alcuna sillaba, con le dita dolci del colore dello zucchero bruno, li teneva uniti per ore in certi abbracci che assomigliavano a carezze enormi.
Mi è sempre sembrato che producesse dei rumori profondi quando muoveva il più piccolo dei suoi muscoli, era come se il suo sangue scorresse rombando, il respiro passasse dal naso come se dovesse tenere il ritmo cadenzato di una marcia, le lacrime erano grandine sulle guance. Quando portava i capelli dietro le orecchie, agitando le mani brune, era come se frusciassero i canneti, in un giorno di tramontana, e ogni suo passo era potente sulla Terra, potevo essere certo che le radici e i vermi, e le talpe e più piccoli granelli di foglie in decomposizione se lo sarebbero ricordato per sempre.

Fammi fare mente locale per almeno un attimo, fammi sbattere gli occhi, così che la palpebra indugi sulle pupille, impallando le lenti a contatto, facendo un rumore veramente piccolo, come di frizione.

Nel mio ricordo più fervido aveva il seno sempre molto leggero, vagamente tenuto da una specie di stoffa impalpabile che le aveva regalato sua nonna, la pelle come un certo divano che avevo visto nella sala di attesa di un dottore facoltoso che avevo consultato per la mia epilessia, una specie di color cammello abbronzato, una cosa così esotica come i cerchi alle orecchie, e come le sciarpe orribili, colorate, di lana intrecciata senza alcun criterio, e come i portatabacco a disegni concentrici che mi aveva detto rappresentavano tipo il sole e gli altri pianeti ma a me sembravano un ammasso di cotone fatto da una fricchettona daltonica appassionata di America Latina.

Giorgia Melillo

4. James Holden & The Animal Spirits – The Animal Spirits

Data di Uscita: 3/11/2017

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      Alla fermata dell’autobus numero 451 incontro tutte le mattine una ragazza che dovrebbe fare il 1˚C, ha gli occhiali molto spessi e un caschetto di capelli a strisce castane e bionde gialle. Non ho mai capito il motivo di farsi i capelli così, sono brutti da vedere. Lei poi ha una zaino grosso, che le ricade tra il sedere e le ginocchia, perché lo porta lento e largo. Sbircio i suoi messaggi sul telefono, dice che sta passando proprio un brutto periodo, mi chiedo cosa sia, se quei capelli orrendi hanno in qualche modo contribuito a rendere più orrendo il suo periodo orrendo.

      Gianluca di solito sale dopo gli archi, quando io già mi sono seduta e ho ascoltato da sola un po’ di musica. Mi piace molto di più quando posso stare seduta sull’autobus da sola ad ascoltare la musica, ma quando sale Gianluca metto via le cuffie dicendogli quanto è stato noioso aspettare il 451 sulla corsia preferenziale senza di lui. Più o meno da 35 giorni Gianluca, ogni volta che ci incontriamo, mi porta una rosa gialla avvolta in una specie di filo rigido intrecciato giallo perché l’egiziano da cui compra i fiori, quello che sta accanto all’edicola sulla Palmiro Togliatti, ha solo rose gialle, dice che quelle rosse gli ricordano della volta in cui hanno ucciso un suo amico venditore ambulante e tutte le rose che stava portando in giro si sono inzuppate di sangue. Io penso sia una bugia, e che abbia litigato col fornitore di rose rosse, Gianluca pensa sia una storia che dà grande spessore al nostro stare insieme, a me non importa. Gianluca di prima mattina ha l’alito che sa un po’ di stantio, e l’erezione della notte prima ancora visibile dietro la cerniera difettosa del suo unico paio di jeans. Gli devono piacere tantissimo, quei jeans, perché li mette praticamente sempre, a parte quando gioca a calcetto, ché sarebbe pure abbastanza strano e infatti meno male che non lo fa. Gianluca ha grosse aspettative circa il nostro pomiciare nei posti a quattro dell’autobus 451, credo per giustificare il suo durello permanente (mi pare se ne rimanga lì almeno fino alle seconda ora), ma io qualche volta semplicemente non ho voglia che lui mi tocchi le tette col gomito destro, anche perché la mia eccitazione non aumenta quando lo fa. Credo che Gianluca trovi preziosa la possibilità di palparmi tutto attraverso la stoffa, solo che quando ci prova preso da questa strana foga delle sette e mezza della mattina, sbaglia e mi tocca gli omeri, lo sterno, pezzi di stinco che non credo gli importi tanto. La lingua di Gianluca è goffa e calda, e se ne va in posti inesplorati che a volte mi fanno ridere molto, e questo fa indignare tantissimo le signore, oppure mi fanno tremare qualcosa dalle parti del bassoventre, ma mai in modo particolare. Gianluca mugola tanto quando mi bacia, e io sento sempre un po’ di imbarazzo tipo quando qualcuno balla o canta per te, e tu non fai niente lo guardi e pensi ai fatti tuoi.

      Oggi ho visto Gianluca fermo sulla banchina e ho tolto le cuffie ancora prima del solito, lui è venuto verso di me con i capelli un po’ scemi che si ritrova certi giorni che ha dormito sul fianco destro, e mi ha detto oggi non entriamo, ti porto al mare. Abbiamo preso il treno nascosti in uno degli ultimi scomparti, Gianluca mi ha baciato pochissimo, e poi mi ha infilato le mani delle mutande, senza che avessi il tempo di pensare che forse poteva darmi fastidio. Mi ha preso la testa con una mano, e con l’altra mi frugava nelle mutande come se avesse perso qualcosa, ma invece di sembrarmi tutto ridicolo e grottesco, come al solito, e anche un po’ esagerato, ho sentito le dita di Gianluca, tra la mia peluria disordinata e biondastra come i miei capelli lisci, le sue dita arrivare fino ad un posto che io sinceramente conosco e non conosco, esplorarlo come il fondo di un barattolo con la marmellata quasi finito, trovare quello che cercava e forse farlo trovare anche a me, che ho sentito un calore insolito, che ricordo veniva quando appena bambina, guardavo quelli che si baciavano nei film e senza nemmeno pensarci mi strofinavo il telecomando vicino alle parti intime, e un giramento di testa come quando ho provato a fare danza aerobica, una specie di scivolosa sensazione di una cosa più pesante dell’acqua, e più calda di tutto il resto, anche della lingua di Gianluca tra i miei denti, qualcosa che non rispondeva a uno stimolo che era venuto dal mio cervello, dalle rose gialle o dalla forma del naso di Gianluca, qualcosa che sarebbe venuto fuori anche se le dita di Gianluca fossero state di qualcun altro, e io avessi sentito il fiato profumato di chi usa il dentifricio contro il tartaro.

Giorgia Melillo

5. Alessandro Cortini – AVANTI

Data di Uscita: 6/10/2017

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      Ero immobile a fumarmi una sigaretta nel cucinino, la finestra socchiusa per non far impregnare l’aria di casa di nicotina e catrame, le goccioline di condensa all’interno del vetro e un radiatore in ghisa acceso prima del tempo nell’incasso sottostante. Sentivo freddo, tremavo, le gambe faticavano parecchio a sorreggermi nonostante fossi anche appoggiato al vetro, per ripartire i carichi. Il termometro poco dopo disse che avevo la febbre, 38,3°C per la precisione, e siccome sono sempre stato un matto decisi di uscire a fare due passi. Indossai il cappotto al contrario, come l’avevo lasciato la sera prima per la fretta di buttarmi sul divano e recuperare episodi della serie che stavo seguendo; dicevo, me lo infilai a rovescio, se non altro la lana a scacchi mi scaldava di più tenuta addosso, e poco importava del woolmark che campeggiava tra le mie scapole, con quella nebbia avrei incrociato pochi stupidi come me, e basta.
      Ero tornato a vivere a Bologna da pochi mesi, giusto il tempo per sentirmi sia di nuovo a casa sia impacciato nel rientrare nell’equilibrio felsineo; quando percorrevo le strette vie del centro la vertigine dei deja-vu mi dava alla testa, tra le lezioni universitarie e amori al sapore di vino e tabacco sfogati negli androni di palazzi a caso. Andavo spesso in confusione e mi facevo tenerezza.
      Vagavo al riparo dei portici come un cane randagio, le giornate si stavano accorciando e la luce giallognola dei lampioni gettava riflettori annacquati sui passi della gente: gli studenti che si accordavano per preparare gli esami e per le serate a tema dai risvolti alcolici e lascivi, i lavoratori stanchi e frettolosi, gli spacciatori guardinghi, i bambini instancabili dalle facce ilari. Ero stato uno di loro, un bimbo, un universitario, un operaio, un pusher imbranato, eppure non riuscivo a riconoscermi in nessuno di loro. I famosi gradi di separazione, che si erano trasformati in distanze siderali congelando l’empatia.
      Riflettevo e inciampavo in continue digressioni che mi facevano perdere il filo, come se non fosse già complicato reinventarsi e ricominciare daccapo; gettavo in avanti la linea del tempo ma lei si burlava di me, spesso faceva impertinenti piroette e mi spiazzava coi dietrofront. La nostalgia mi chiudeva la gola con un grosso nodo, e questi tramonti del cazzo dietro alberi semispogli stringevano il cappio, eppure dovevo scioglierlo, per tornare a vivere.
      Avevo fatto una chiacchierata con Alessandro poco prima, mi raccontò di aver ritrovato vecchi nastri e VHS della sua infanzia che lo fecero ripiombare di colpo tra le braccia della famiglia, tra le mura di casa, a giocare con gli animali e a rotolarsi nella neve. Me ne parlava con dolcezza, con quella malinconia serena che traccia sul volto un sorriso velato e infonde la forza per proseguire attraverso i giorni. Un soffice abbraccio, un deciso incoraggiamento.
      Da quel momento presi a pensare a quanto conta la memoria nella vita, a quanto le immagini e i timbri vocali si innestano nei ricordi come grossi gradoni in pietra sui quali poter tornare a ripercorrere il proprio cammino ogni volta. Restano lì, immobili e imponenti, inamovibili, come le certezze. Ti dicono dove mettere i piedi per non perdere l’equilibrio. Pensai a quanto guardare indietro potesse servire a prendere la rincorsa per saltare dal trampolino dell’andare avanti, anziché piangersi addosso.
      Iniziare, come atto di coraggio
      Perdonare, come forma di amore
      Aspettare, come crescita consapevole
      Nonfare, come scelta attiva e non passiva
      Vincere, come meta di fatica e tenacia
      Perdere, come possibilità da accettare
      Finire, come riappacificazione col tempo
      Una musica lieve e intensa, vibrazioni sonore come brividi emotivi, imperfezioni volute perché proprio lì risiedeva il segreto: nelle sbavature, nelle irregolarità, nel genuino accostarsi agli altri e comporre un incastro che spesso sembrava non risolversi mai del tutto ma che, a dispetto di timori e insicurezze, in qualche modo funzionava. I climax, le volute, i passi sporchi sulla neve appena caduta, un sintetizzatore che cristallizzava la reminiscenza e le melodie che soffiavano sul ghiaccio rimasto sulle piante.
      Dalle parti dei Giardini Margherita c’era una strada che piegava a gomito uguale a tante altre, le auto parcheggiate ordinate in fila, i cancelli in ferro, i cortili seminascosti e una fermata del bus. Non fui sorpreso di essere approdato da quelle parti nel mio peregrinare nebbioso e solitario. Mi acquattai dietro un muretto di recinzione, quell’odore di alloro me lo ricordavo incollato agli abiti di lavoro di mio nonno. La sagoma di mio padre era seduta in poltrona dietro la tenda, era l’ora dedicata alla lettura del giornale; mi sembrava di sentire la sua voce commentare le notizie, e quella di mia madre partire in un controcanto di osservazioni dalla cucina, il profumo del brodo, mio fratello che chiedeva attenzioni mentre giocava sul tappeto e io che facevo i compiti per la scuola.
      Era forse il flashback più violento, ma mi stordì di calore.

 

Federica Giaccani

6. Bonobo – Migration

Data di Uscita: 13/01/2017

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      La decisione di svegliarmi tutte le mattine all’alba l’avevo presa che facevo appena il liceo e abitavo in un caseggiato di mattoni rossi, circondato quasi completamente da ortensie lilla enormi, così grandi che qualche volta non riuscivo a guardare oltre il muro di recinzione, per via delle ortensie enormi. Dal mio balcone minuscolo, dove avevo imparato a fumare e a guardare la signora del terzo piano che si massaggiava il seno con l’olio di mandorle, vedevo uno scorcio della stazione dei treni in costruzione, ero sicuro che sarebbe stata un’opera enorme, perché non appena aveva cominciato a prender forma avevo visto miriadi di uccelli volarci sopra, a stormi, fermarvisi per raccogliere il resto dello stormo, possibilmente far mente locale e poi dare la comunicazione con quel particolare linguaggio degli uccelli che mi ero sempre immaginato abbastanza liquido, fatto di un sacco di L comunque. Avevo deciso che non valeva la pena di passare tutta la notte in contemplazione della chitarra che non avevo mai imparato a suonare, del Don Chisciotte in due volumi che mio padre, ti prego Giacomo leggilo tutto e fatti una cultura coi classici che non avevo mai letto, dei Topolino che mia madre aveva comprato per rispettare la tradizione e perché pensava che fossi un collezionista serio, e che invece manco quelli mi veniva voglia di leggere. Avevo deciso, e non senza grossi ripensamenti, malumori, sofferenze più o meno mal tollerate, che sarebbe stato il caso di svegliarsi molto presto al mattino, per vedere l’alba e tutto il resto, per osservare gli uccelli che chissà se erano gli stessi dell’anno scorso, ma soprattutto perché la notte portava con sé quella dose di tristezza da doveri non adempiuti, che tanto valeva abituarsi a una vita di sensi di colpa. Non è che avessi ottenuto risultati considerevoli, durante gli anni del liceo, anzi più che altro quei pensieri lì venivano ugualmente a nuotare in zona fronte, ma lo facevano di mattina così avevano tutto il giorno per sedimentarsi. Però avevo visto la stazione svettare sempre più alta tra le ortensie, diventare un monolite con un sacco di spigoli, completamente riflettente, e mi ero domandato cosa avrebbero fatto gli stormi di uccelli, se ci si sarebbero scontrati, confusi dai raggi del sole di novembre, o se avrebbero riconosciuto la propria immagine, invecchiata di anno in anno. Poi mi ero sentito stupido, a pormi questi interrogativi fantasiosi invece di studiare la situazione dello stato di Israele per capirci qualcosa quando se ne parlava alle cene di Natale, poi avevo pensato ancora a quella specie di adesivi ritraenti rondini stilizzate, attaccati ai pannelli in plexiglas lungo le ferrovie, come avvertimento per gli uccellini che avevano voglia di volare basso. Avevo progettato in mente degli adesivi analoghi, ma immensi, per la facciata della stazione.
      Qualche anno dopo, avevo cambiato casa ed ero riuscito a trovarne una che affacciava direttamente sulla stazione, permettendomi di guardarla da varie angolazioni. Abitavo completamente da solo, e avevo regalato la chitarra a un mio amico che poi era diventato ricco suonando per strada, venduto i Topolino al mercatino dell’usato in cui avevo conosciuto un uomo che concludeva ogni pasto con una Big Babol e che per questo ne collezionava le carte, ma avevo tenuto il Don Chisciotte perché sicuro mi avrebbe aiutato a rimorchiare sull’autobus. La questione Raniero era venuta fuori diversi giorni dopo il mio trasferimento, quando avevo preso a calci il televisore che non funzionava, ed ero andato a letto senza mangiare, col risultato che avevo anticipato il mio risveglio alle quattro e mezza circa. Era ancora buio, non si sarebbero visti nemmeno i pappagallini verdi che avevano invaso la città, con quell’illuminazione scarsa. Dal piano di sotto avevo sentito dei colpi regolari e fortissimi, come se qualcuno stesse cercando di fare un buco per ricavare un po’ di spazio tra il soggiorno e la sala da pranzo. Doveva essere il signore dell’interno 21, sotto al mio, che mi redarguiva per i miei rumori molesti. Ero tornato a letto coi sensi di colpa dell’adolescenza, cercando di camminare con il bordo esterno dei piedi, così da non far rumore. Per la prima volta dopo sei anni avevo dormito fino alle undici del mattino, poi ero andato a chieder notizie a Ester, la portiera affabile come un caimano digiuno. Aveva solo saputo dirmi che quel tizio si chiamava Raniero (ma molti altri inquilini, negli anni avvenire, lo chiamarono Pamelo e Danielo) e che si faceva il riporto ai capelli. Ci ripenso spesso ora, ma per quando mi sforzi non riesco a ricordarmi il tempo passato nel mio monolocale vicino alla stazione, nemmeno quanti anni fossero stati effettivamente. Ricordo solo che trascorsi il primo periodo a tormentarmi nel letto mentre Raniero bussava dal piano di sotto, con qualcosa che doveva assomigliare ad un ariete da sfondamento, o al tronco di un acero bicentenario, chiedendomi se non fosse il caso di comprare un trapano da asfalto e semplicemente piombargli in salotto, oppure preparare delle torte dall’aspetto meraviglioso e poi riempirle di paracetamolo così da incastrarlo sulla tazza, o costringerlo a grandi sudate per poi farle scendere sul suo balcone e aspettare che cadesse nel mio tranello.
      Una notte, che passai in preda ai deliri della febbre, perché ero stato colto da un temporale, mentre camminavo beato costeggiando un cimitero monumentale, sognai il vicino dell’interno 21 che si arrampicava sul muro, e poi sul soffitto e che camminava avanti e indietro con scarpe altissime, col tacco spesso. Un’altra ancora, mentre facevo l’amore con una ragazza con gli occhiali, mi parve che stesse dissodando con un trattore il pavimento del suo salotto che mi ero sempre immaginato pieno di animali impagliati. La ragazza con gli occhiali era andata via molto traumatizzata, e io avevo guardato gli uccelli dalla mia finestra, ancora steso sul letto, mentre il vicino dell’interno 21 decideva di tirare al piattello nel corridoio di casa sua e avevo pensato al tempo in cui tutto era silenzioso, e perfetto, come la stazione dei treni altissima nel cielo, grande specchio per gli uccelli migratori confusi, e avevo pensato a come è facile dimenticare il silenzio, quando un rumore diventa costante.
      Quando avevo smesso di rispondere al telefono mia madre aveva fatto irruzione in casa mia e, scoperta la causa delle mie occhiaie, e accortasi che avevo costruito una specie di punto di ristoro per gli uccelli che migravano, sul mio balcone, col risultato che ormai assomigliava più che altro ad un letamaio, scrisse una lettera a Raniero chiedendogli un incontro formale.
      Raniero non rispose mai.
      Quasi cinque anni dopo, quando ormai avevo cominciato a ignorare Raniero, e mi ero comprato dei bonghi, ebbi la sorpresa di non sentire alcun rumore proveniente dall’interno 21. Il silenzio andò avanti per giorni. Seppi da Ester, dopo circa una settimana, che il signor Raniero dell’interno 21 si era andato a schiantare dritto dritto contro uno dei pannelli della stazione dei treni, uno di quelli riflettenti, che impedivano di guardar dentro e vedere gli impiegati a lavoro. Mi ero sorpreso a sospirare con una lacrima che insisteva dietro la palpebra destra, mi ero sorpreso a ripensare agli enormi adesivi a forma di uccello che un giorno, anni prima, avrei voluto creare per gli stormi che migravano. Mi ero sorpreso a chiedermi se il signor Raniero, nella superficie riflettente, ci avesse visto lo stesso signore dell’interno 21 che vedeva l’anno prima, e se non fosse stato quello il motivo del suo schianto.

Giorgia Melillo

7. Washed Out – Mister mellow

Data di Uscita: 30/06/2017

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Mi ricordo con chiarezza, come se fosse successo appena prima che mi allacciassi la scarpa sinistra, mi ricordo con chiarezza il vociare incessante che, assieme alla musica un po’ strana che passavano in quel posto lì, a volte mi faceva voltare di scatto, come sentendomi chiamare da qualcuno, mi ricordo bene che anni dopo scoprii che quel vociare era nella musica stessa, e la gente che andava in quel posto lì faceva solo finta di parlare, come le comparse che tra loro, mimano solo numeri con le labbra.

Mi ricordo che tutta la gente che vedevo lì era di un colore indefinito, un misto tra il rosso scuro della luce che veniva dal soffitto, e il blu psichedelico di un faro pulsante, mi ricordo che solo tu avevi un colore, perché sedevi sempre sotto l’occhio di bue. La prima volta che ti ho vista avevi un vestito leggerissimo, plissettato e blu, con dei fiori che forse somigliavano a quelli della buganvillea però erano colorati di beige e rosso, e si appoggiavano al tuo corpo fine come se non lo avessero mai lasciato.
Mi ricordo che avevi la pelle bianca, soprattutto quella delle gambe, che curvavano nei posti in cui mi piaceva da sempre che curvassero delle gambe. Avevi le scarpe di pezza, con la suola in corda e anche quelle erano piene di fiori, molto più piccoli.
Mi ero avvicinata per scoprire il tuo viso dietro gli occhiali, avevo sbirciato un paio di occhi piccoli e lontani per effetto delle lenti, un doppio buco al naso, la bocca come un punto interrogativo. Tante bolle rosse, più o meno grandi, che non mi sembravano niente di diverso da altri fiori sulla tua pelle. Sembravi spaventata da tutto.
Mi ricordo come fosse un attimo fa la curva del tuo seno nudo sotto il vestito, piccolo come un desiderio non ancora nato. Non stavi guardando nessuno, la rasatura ai lati della testa ricresceva sotto i miei occhi come un prato inglese appena innaffiato, con le mani suonavi un piano che non c’era.
A un certo punto ho pensato che piangessi, per via della canzone, mi sono accorta solo dopo che avevi su le cuffiette e di certo non potevi sapere quanto quella musica strana, che passavano in quel locale lì, stesse bene su di te, come se si infiltrasse, o addirittura nascesse naturalmente tra le tue unghie macchiate di bianco, e i tuoi capelli tenuti insieme da una molla di plastica.
Avevo domandato al proprietario, un uomo cattivo che riempiva i bicchieri fino all’orlo, ma serviva sempre birra calda, perché te ne stessi lì sola, ascoltando la tua musica, e se ti avesse mai vista. Mi ricordo che rispose di no.

Mi ricordo di averti cercato per tutto il giorno successivo, tra i passanti che vedevo ovunque, tra le palazzine a due piani dei rioni in festa, sul tram vecchio, quello coi sedili ancora uno dietro l’altro, sul tram nuovo, quello con i poggiaculi nella parte centrale, mi ricordo che guardavo tutte le donne che passavano con la speranza che avessero un vestito plissettato blu.

La sera poi, ti avevo trovata lì ed ero riuscita a domandarti perché non ti piacesse la musica che passavano. Mi ricordo come fosse il giorno della mia comunione, quando ero lì all’altare a implorare tutto il Pantheon di non farmi cadere l’ostia dalle mani perché avevo sentito che era un peccato gravissimo, mi ricordo che ti eri tolta la cuffia con cordialità, avevi l’abitudine di fare gesti lentissimi, e mi avevi chiesto, confusa, cosa intendessi dire.

Avevo domandato al proprietario, un uomo coi capelli sporchi e grigi aggrovigliati come la retina per i piatti, perché te ne stessi sola ascoltando tutta la musica che non potevamo sentire noi, e se ti avesse mai vista. Mi ricordo che disse di no.

Mi ricordo che il giorno in cui ti chiesi di uscire avevi tolto entrambe le cuffie, portavi i capelli sciolti e avevi gli occhiali in testa. Con gli occhi strizzati mi avevi chiesto, confusa, cosa intendessi dire.

Dopo circa un anno eravamo andate a vivere assieme, ma mi sembrava sempre che fossi capitata da quelle parti per sbaglio, e che non fosse stata una decisione tua, quanto piuttosto un inciampo casuale della vita, una di quelle situazioni che si arrotolano ed effettivamente non capisci da quale capo iniziare a srotolare.
Ti avevo chiesto spessissimo, soprattutto di notte, a letto, quando i lampioni si mettevano a strisciare sotto le persiane, e la stanza affacciata sulla stazione di polizia diventava tutta blu di sirene, perché andassi sempre in quel posto dove mettevano musica che nessuno, a parte me, il barista misantropo e una decina di altri avventori, apprezzava e poi rimanevi sola tutta la sera con le cuffiette. Ogni volta scrollavi le spalle, me lo ricordo come mi ricordo il sorriso di mia madre.
Credo di aver dormito sempre poco, in tutto quell’anno lì, perché volevo mi dessi una risposta.
Non dissi mai ad alcuno dei miei amici che stavo insieme a te, sarebbe stato difficile spiegare loro che i miei sogni erano abitati di fiori che risalivano la corrente come salmoni e si aprivano sul tuo viso, da minuscole pieghe sui vestiti di seta, da capelli e anelli al naso, da mani che non avevo mai visto sui tasti.
Avrei dovuto capire che saresti andata via quella notte che già le sirene laceravano gli spazi della nostra camera da letto e io mi voltai pianissimo e ti vidi illuminata dalla luce blu, mi parevi anche tu una delle comparse del locale in cui ci eravamo conosciute, e ti domandai a voce bassa, come una cantilena, o uno scherzo tra noi, perché ascoltassi sempre la tua musica in un locale rinomato per la sua musica ricercata.
“Mi piace la birra calda, ma non quella musica lì.” Avevi detto.

A una passante

Giorgia Melillo

8. Toro Y Moi – Boo Boo

Data di Uscita: 07/07/2017

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      La spio attraverso lo specchietto retrovisore: dorme sdraiata sui sedili posteriori della mia Eldorado, ed è bellissima; sulla sua pelle bruna ci sono perle di sudore che riflettono il sole cocente d’agosto; i suoi piedi nudi fuoriescono composti dal finestrino.

      Non so dove stiamo andando ma ci andiamo lo stesso. Mi mantengo al centro della carreggiata perché non si vede nessuno all’orizzonte di questa strada lunghissima, che si muove dritta come un flipper per miglia e miglia: noi siamo la pallina argentata lanciata a tutta velocità verso le stelle.

      Faceva l’autostop, seduta sul ciglio di una statale, con un vestitino verde che si confondeva con la distesa di cactus alle sua spalle. Mi sono fermato ed è bastato uno sguardo per capire che entrambi non avevamo una meta. Così abbiamo imboccato questa strada ed eccoci qui.

      Mi lascio alle spalle il nulla, o quasi: un appartamento minuscolo e sporco per il quale pago l’affitto in nero; un lavoretto come addetto alla lavanderia di quartiere; qualche pezzo di merda che non sentirà la mia mancanza.

      Lei è una tipa di poche parole: mi ha chiesto con un inglese un po’ sgangherato se guidassi bene e quando ho annuito ha detto che si fidava e che si sarebbe riposata per qualche ora. Sto cercando di capire chi sia da ciò che si porta dietro: una borsetta di marca Gucci, originale – so riconoscere quelle tarocche perché in passato le vendevo io stesso a ricche signore attempate – un paio d’orecchini dal pendente dorato, a riporto con un bracciale pesante, e delle scarpe col tacco dentro una busta di tela, sono verdi come il suo vestito. Ha i capelli in ordine ma sporchi, si vede che è fuori casa da un po’, eppure ha un buon odore, che sa di sale marino. Forse è scappata dai suoi genitori, o dal suo ragazzo, oppure è semplicemente una turista in cerca di avventura.

      Il caldo mi fa venire certi pensieri… rimetto gli occhi sull’asfalto, che è uno specchio che ci corre davanti imperterrito. Apro con una mano il cruscotto e prendo una bottiglia d’acqua per dissetarmi. Dannazione è bollente; mentre bevo mi accorgo che si è svegliata: è seduta a centro sedile e mi guarda sorridente. Vorrei chiederle perlomeno da dove viene, o forse no… non mi frega un cazzo del suo passato, ciò che conta è questa macchina lanciata sulla strada verso la felicità.

 

Maurizio Narciso

9. LCD Soundsystem- American Dream

Data di Uscita: 8/09/2017

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      [Twin Peaks, esterno giorno] – si dice così nelle pellicole noir o nei romanzetti da quattro soldi che si comprano alle bancarelle in sconto dell’ottanta per cento? Sì, è così.
      Il sole è alto in cielo, si percepisce dall’aria chiara che mi circonda, se provo a guardare anche solo leggermente in alto ho bisogno di una mano per pararmi la vista da raggi fortissimi quanto invisibili. Le nuvole sono un velo sottile tutt’attorno, come lo zucchero filato appena si accende quella grande macchina argentata che pare generarlo dal nulla.
      Twin Peaks, dicevo, ma non c’entra nulla con quella di David Lynch; la mia città è del tutto anonima, una delle tante “Twin Peaks” sparse in America alla stregua delle innumerevoli Springfield.
      A volte, però, mi sembra di vivere all’interno di una serie tv. Sarà tutto quest’ordine, la città a scacchiera. Sarà mia madre con la permanente. Saranno queste strade che hanno sempre gli stessi negozi, ma con dimensioni e ordine diversi.
      Sarà che poi, a un certo punto del giorno, diventa tutto buio improvvisamente, e poi magari di nuovo giorno. Che è una cosa che non mi sembra avvenisse anche quando ero piccola e non vivevamo a Twin Peaks, ma tutti in città sembrano ormai esserci abituati. Allora quando diventa buio, anche se stavi facendo colazione qualche minuto prima, ti sembra giusto rimetterti il pigiama e tornare a dormire.
      Sarà che ogni conversazione, ogni gesto, sembra avere uno scopo, che non ci sono più quei momenti di noia, quando per esempio ci si poteva mangiare anche da soli un gelato su una panchina stando in silenzio per dieci minuti. Non succede più, ormai.
      Sarà che anche la musica giusta che parte sempre al momento giusto mi sembra innaturale. Come adesso, che mentre stavo scrivendo è partita “American Dream” degli LCD Soundsystem.
      Continua mentre suona il campanello della porta, mentre mi alzo, scendo quattro gradini di una scala di sedici e mi ritrovo davanti alla porta di casa mia.
      Continua quando apro la porta e dietro ci trovo un signore coi capelli bianchi tutti tirati indietro e degli auricolari nelle orecchie, che mi urla contro:
      «Salve, mi chiamo Gordon Cole, dell’FBI», e mi porge la mano.
      Io non so cosa rispondere, sto in silenzio. La musica batte i suoi ultimi cinque colpi, poi si spegne.

[FINE]

 

Maurizio Narciso e Marta Lamalfa

10. Ben Frost – The Centre Cannot Hold

Data di Uscita: 29/09/2017

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      Entra nella caverna e trova il tuo animale guida.
      E’ freddo.

      Concentrati!
      Ok.

      Trova il tuo animale guida. Fatto?
      E’ un lupo bianco.

      Osservalo meglio.
      Sono io, ma le fattezze sono quelle di un lupo bianco. A malapena mi distinguo all’interno di una grotta di ghiaccio.

      Cosa stai facendo?
      Azzanno un altro animale, lo tengo per la gola.

      Vedi solo questo?
      No. C’è sangue dappertutto. Sotto le mie zampe, sul mio muso, fuoriesce dalla carcassa morente dell’altro animale.

      Cosa c’è che non va?
      Il sangue non è rosso. E’ blu.

      Non è questo il punto.
      Tutto quel blu sul bianco, mi disorienta.

      Non è questo il punto.
      Il rumore.

      Ci sei quasi.
      Il mio respiro produce un micro-rumore, che si incastra ritmicamente in modo perfetto a quello del sangue che mi goccia dalla bocca e cade terra. Anche il tremolio della carcassa che sorreggo è accordato al tutto.

      Non è “rumore”.
      Ogni termine linguistico particolare prende il proprio significato non dalle sue proprie qualità positive ma dalla sua differenza da altri termini.

      Non è “rumore”, ascolta meglio.
      E’ il mio disco, ciò che sto producendo in questi mesi.

      Ha senso per te?
      Sì.

      Lo sai che questo non è un sogno?
      Sì. Sono in terapia. Lascio emergere ciò che solitamente nascondo.

      Vuoi risalire?
      Questo tempo è scardinato.

      Stai davvero citando l’Amleto?
      Riguarda ciò che mi tormenta. La carcassa dell’animale che uccido è la mia ansia di tradurre il tempo presente in suono.

      E’ questo che volevi comprendere?
      Credo di sì. C’è un motivo per cui il sangue è blu?

      Trova la risposta dentro di te.
      Non riesco ad indagarlo da qui. Devo farlo suonando.

      Allora puoi risalire.
      Ancora un attimo.

      A cosa stai pensando?
      Sono affascinato dalla proprietà del suono, il suo potenziale nel trascendere la sua stessa natura e condizionare la psiche umana.

      Questo me l’hai già detto settimana scorsa.
      Sì, ma adesso ho compreso che attraverso il mio nuovo disco dovrò indagare il blu che è in me. Un po’ come hanno fatto i musicisti americani lungo il delta del Mississippi.

      Un blues elettronico?
      Più semplicemente, il rumore della mia testa.

 

Maurizio Narciso

Top Ten 2017 – Gabriele Battista

1. Mr Jukes – God First

Data di Uscita: 14/07/2017

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      Entro e la porta trilla con un campanello pre-registrato, c’è puzza acre di spaghetti cinesi.

      Salve, buongiorno, come va? Salve, salve, ci dica.

      Sono perplesso. Ci dica a chi? A lei e? La signorina è vagamenta asiatica, con gli zigomi alti tipo filippina, molto larga deborda in vari stratti di adipe e smagliature su una sediolina di metallo minuscola. Mi guarda da coccodrillo e per un attimo non sento che il diritto di rifugiarmi al sicuro.

      Oh, faccio, mi scusi, non mi ero avveduto ma… Che stupido. Che stupido. Mi frugo le tasche e le passo la busta gialla di cartone pesante, lì ci sono tutti i quattrini che sicuramente nel suo paese ci camperebbe tre vite. Prenditelo stò pacco, bagonga.

      Prego, ci dica, mi sorride sinceramente cortese e si lecca i baffi frusciandosi i soldi tra le dita cicciotte.

      Benissimo, ricominciamo. Rewind. Bliuiu, hah-ha, rido secco una volta, una sola come gli attori di teatro. Salve a lei, buongiorno mia bella signora. Signorina. Mi avvicino e metto su la voce bassa e suadente, quella complice. Io volevo fare un massaggio e no, magari con non lei personalmente, non mi fraintenda che sono sicuro lei è bravissima, snocciolo disinvolto al capodoglio che già alza il sopracciglio. Non devo mica farla incazzare e per fortuna che so arrampicarmi sugli specchi per metri e metri.

      Senta è che stavo pensando…mi hanno detto…forse con tre delle ragazzine lì dietro, dico tre insieme, ammicco in direzione della porta con la lampada rossa che gira tipo sirena. Servizio completo, un paio d’ore.

      Ora tutto occupato. Ora tutto occupato, gracchia a voce più alta come una puntina in disuso.

      Ora tutto occupato, mormoro basso. Ora tutto occupato, bè, quale sarà mai il problema!? Aspetterò! Giusto per…sapere, signorina, l’attesa è di…quanto?

      Sono le sedici e trenta. Guarda l’orologio a muro, poi la lampada rossa che gira veloce come un faro. Quaranta minuti, quaranta minuti signore, si siede? Ci rimane? Ci dica, ci dica. Mi indica un divano marrone tutto sfondato, che non avevo visto entrando. Faccio fare thè? Caffè? Zuppa pinne di squalo? Cosa gradisca? Ci dica!

      Quaranta minuti, al diavolo. Vado verso il divano e mi ci butto in mezzo, dannazione se è comodo.

      No grazie, io non voglio nulla. Sono ok, le faccio il pollice alto, come se avessi accettato, non si disturbi. Inizi piuttosto, mi faccia la cortesia, a trovarmi le…ragazzine migliori. Anzi sa che le dico? Mi alzo e tre passi sono di nuovo al balcone, non è che ci sono microfoni qui? No. Bene, a me piacciono quelle diciamo…piccole. Quattordici, quindici, sedici. Massimo sedici, quella dev’essere la soglia massima va bene?

      VA BENE? Sto iniziando ad agitarmi, devo calmarmi. La balena mi guarda perplessa. Signore, per noi non ci sono problemi. Quaranta minuti. M’indica nuovamente il divano con la mano. Sedersi, prego.

      Metto le mani sul tavolino zeppo di riviste di gossip, quelle che si trovano dai barbieri. Assassinato il Brad Pitt iracheno, torturato e mutilato perché sospettato di essere gay. Apro il giornale, profuma plasticoso: il modello iracheno Karar Nushi è stato trovato assassinato a Baghdad, sarebbe stato ucciso da un gruppo islamista legato all’Isis che non gli perdonava lo stile di vita occidentale. Foto di tre quarti. Nushi, ribattezzato bla bla bla.

      Prendo una copia di Oggi: Giornata mondiale del bacio, è quello tra Fedez e Chiara Ferragni il bacio più popolare dell’anno. Mah. Poggiata contro il muro scrostato c’è una pila di tomi dall’aria austera tutti scritti in cinese, sembrano essere lì da decenni. Sbadiglio e continuo a raspare tra le riviste; sotto tre copie del duemila e sedici di Quattroruote trovo qualcosa che cattura in modo diverso la mia attenzione.

      L’Età Del Jazz, Francis Scott Fitzgerald. Edizioni Il Saggiatore, anno mille e novecentosessantasei. Penso proprio che me lo intascherò. Faccio frusciare le pagine del vecchio libro e apro a leggere un punto a caso

      Non è un bel quadro. Inevitabilmente, fu trasportato qua e là nella sua cornice ed esposto a vari critici. Uno di questi può solo essere descritto come una persona la cui vita fa sembrare la vita degli altri simile alla morte: perfino in questa occasione, quando le fu destinata la parte quanto mai poco attraente di consolatrice di Giobbe.

      Nonostante il fatto che questa storia è finita, mi sia consentito di dare in appendice la nostra conversazione a mò di poscritto:

      “Invece di compatire tanto te stesso, ascolta” ella disse. (Ella dice sempre “Ascolta”, perché pensa mentre parla, pensa davvero.) Così che disse: “Ascolta. Supponiamo che questa incrinatura non si sia verificata in te: supponiamo che si tratti di una incrinatura determinatasi nel Grand Canyon.”
      “L’incrinatura è in me” dissi eroicamente.

      Signore, signore, m’interrompe la balena. Alzo gli occhi e la luce rossa sulla porta ha smesso di girare, la porta si apre ed esce un signore sulla quarantina come me, con i capelli divisi perfettamente da una riga nel mezzo, alti sui lati. Ha un’aria ragionevolmente circospetta, mi guarda di sottecchi, saluta la balena ed esce frettoloso.

      Signore, signore, suo turno. Ooh! Finalmente! Intasco lesto il libro, mi stiro la schiena e via verso la luce rossa che riprende a girare.

 

Gabriele Battista

2. King Krule – The Ooz

Data di Uscita: 13/10/2017

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Ascolta King Krule – Slush Puppy

      Sul bus che mi porta da Montipò a Cadrigara.
      Il bus è diretto ad un festival dove suonano Nick Cave, Tom Waits, Bauhaus, James Blake il primo giorno, Elvis, Kanye West, Tricky, Morphine il secondo. Ci sono poi altri gruppetti scritti più in piccolo ma non li conosco.
      Perché mai organizzare un festival in questo posto? Sono in viaggio da ormai mezz’ora in uno strano mondo di mezzo, non ho visto altro che rotatorie piene di nebbia e umide di pioggia, volpi e gabbiani che rovistano nella monnezza, clown slavati che bussano alle vecchiette per chiedere dolciumi. Il bus è semivuoto con giusto un paio di cappelli più avanti, un pelato ascolta musica dalle cuffiette una fila più in là alla mia destra.
      Lo sguardo vacuo sul finestrino, mi sento toccare il braccio dal sedile posteriore.
      Mi giro appena e già quasi di collo vengo schiaffeggiato da una fiatella scortese, intravedo degli occhiali da vista pigri.
      Scusa sapresti dirmi l’ora, chiede una voce squillante con troppe sfumature acute. Gli mostro il mio quadrante da polso senza dire una parola, non aspetto la fine del suo grazie per girarmi di nuovo verso il finestrino e il paesaggio plumbeo. Odio quando qualcuno mi fa perdere il filo dei pensieri.
      Il pelato alla mia destra si è addormentato con la bocca aperta, la testa gli ballonzola a tratti, chissà se per le buche o la musica. Si sente così forte che qualcosa arriva anche a me, da questo lato, provo ad aguzzare l’udito per riconoscere qualcosa che magari ascolto anch’io. Dacchè sentivo clangori e casino mi pare ci sia solo un salmodiare, ora, strascicato su una qualche base ritmata.
      Fermo ad un semaforo, il pub all’angolo offre l’illusione di un bicchiere di vino caldo al riparo, dalla strada s’intravede il bancone di legno gonfio ormai marcio, una donna gobba con il grembiule macchiato che passa la pezza tutto intorno.
      Qualcosa mi tocca di nuovo il braccio, è come un pizzico leggero all’altezza del gomito, poi la stessa fiatella di prima.
      Scusa da dov’è partito questo pullman?
      Montipò, credo.
      Ah, non Trazzardo?
      Guarda, non saprei. Io l’ho preso a Montipò.
      E a che ora ci arriviamo a Cadrigara?
      Alle dodici e quaranta.
      Sono volutamente scontroso, forse, ma neanche troppo. Attendo altri due secondi di silenzio e mi giro di nuovo. Non so se questa persona sia un semplice babbione che vuole fare conversazione, un problematico scappato da un centro d’igiene mentale o un frocetto. Nessuna di queste opzioni mi sembra potenzialmente problematica quanto il fatto che io non voglia parlarci.
      Passa ancora meno tempo e mi sento toccare il braccio per la terza volta. Adesso sono più lucido e pronto all’aggressività.
      Scusa mi ridici l’ora per favore?
      Sono le dodici e venticinque.
      Tono più alto e secco. Mi giro completamente per guardarlo dritto in faccia. Pochi capelli, faccia tonda, occhi umidicci dietro un paio di occhiali trasparenti. Lo guardo enigmatico, come per dire: che vuoi?
      Ma tu vai a Cadrigara?
      Si.
      E sei di lì?
      No, è per lavoro.
      E che lavoro fai?
      Bè…
      Dio santo, ma perché devo spiegargli la mia vita?
      Sono un giornalista. Scrivo per un mensile di musica, a Cadrigara c’è un festival in questi giorni.
      Lui si esalta.
      E’ bellissimo, stupendo. Anche io in passato volevo entrare nel mondo della musica, però non ho mai saputo come, chi conoscere. Poi una certa mia amica cantava ai matrimoni e ha provato a mettere su qualcosa di suo ma è tornata con la coda tra le gambe nella sua città natale.
      Bene…cioè male, mi dispiace.
      Ma tu che sei del campo, che mi consigli?
      Io, l’uomo del campo.
      Diciamo…che devi conoscere qualcuno, poi…non so, dipende che vuoi fare nel mondo della musica…io scrivo, non so mica suonare…dipende che musica ti piace, se suoni con qualcuno, se canti, non so, davvero, non so…fai già qualcosa di tuo? Vai ad X-Factor.
      Fiatella ride contraendo le guance, si mette le mani in faccia come per schermarsi da un’assurdità. Ha un che di comico e le sue movenze sono nettamente femminee. Ma no, io sono così timido, poi non so se ho il coraggio di farlo, quella marcia in più che ci vuole, perché ci vuole, si?
      No, ci vuole che tu abbia del maledetto talento e molto culo, penso. Ora dì qualcosa che non lo invogli a chiederti altro, rispondi a questo mostro di gaiezza inutile e chiudi la conversazione con molto garbo. Soprattutto fagli intendere di non pizzicarti il braccio per la quarta volta e che andasse a parlare con il pelato con le cuffiette.
      Sì, certo che ci vuole.
      La discussione poteva ancora pericolosamente diventare una di quelle pistolettate inutili sul merito, sulla voglia di fare e di crederci fino in fondo quando hai un sogno. Avremmo impiegato quel tempo che mi separava dalla fermata di Cadrigara facendo passare inutili correnti d’aria tra le fauci nauseabonde, lui, e ascoltando con finto interesse calante, io, inserendo qualche riempitivo qua e là per puntellare una baracca traballante.
      Inaspettatamente, e con mio grande sollievo, Fiatella si alza, siamo appena all’ingresso di Cadrigara e lui scende. Ciao, mi fa, melanconicamente.
      Il paese si dipana lungo un corso principale ed una miriade di traversine buie dai due lati. I lampioni sono già accesi nonostante manchi ancora un po’ al tramonto, anche se in lontananza il cielo basso ha già iniziato a scurirsi verso l’umanità attiva del pomeriggio cittadino.
      Dopo un paio di fermate mi alzo anch’io per scendere, prendo lo zaino e passo affianco al pelato con le cuffiette che dorme ancora. Cerco di non sfiorarlo.
      Per strada, ho subito voglia di uno slush puppy.

 

Gabriele Battista

3. Andrea Laszlo De Simone – Uomo Donna

Data di Uscita: 9/06/2017

      Credo sia iniziato tutto la prima volta che lo vidi fermo in un angolo di luce,
      comincia tutto con una classica frase all’imperfetto che nasconda in tutti i modi la temporalità di cui faccio parte, comincia tutto con la morbidezza dei capelli che cadono sulle spalle, e le mani molto piccole, disegnate e non ancora finite, senza il chiaroscuro sembrano delle mani di statua pallida, credo sia iniziato tutto dal capire che non potevo stare nella stessa stanza con te, con lui, con l’altro che ho incontrato un pomeriggio, aveva gli occhiali da sole, il vino, i capelli biondi di paglia, la sera che vidi per la prima volta lui, con una bottiglia di plastica piena di vino, una giacca pesante, un paio di stivali, quel pomeriggio che andammo a vedere un film in un cinema piccolo, insieme alla tua collega, quel giorno al mare che l’autobus non passava e noi volevamo infilarci tra i cespugli, quella volta in cui mi accorsi che pronunciavi le parole in modo insopportabile, le trascinavi tutte come un pescatore con una rete enorme, ne dicevi tantissime, quella volta in cui mi prese quasi per mano, con la mano, ma perse di vista la strada, sbandando e finendo vicino al muro della galleria
      mi pare chiaro che vedere passare i giorni, vederli inanellati uno accanto all’altro come le perline blu della collanina che non toglievo mai quando ero bambina, e che se ora ci dormissi pure come facevo allora mi sentirei soffocare, mi sentirei soffocare come quando dal parrucchiere mi mettono la mantella, la reggo sempre col dito indice, così che non vada troppo vicino al collo, mi pare chiaro che vedere i giorni infilarsi sotto le poltrone, tra le fughe del pavimento di terracotta, sotto la credenza bassa, quasi rasoterra senza i piedi, come le perline della collana che non toglievo mai quando ero bambina, a parte quella volta che l’avevo strappata via e avevo visto tutte le perline rotolare lontano, mi pare chiaro venisse tutto dal pomeriggio in cui avevo bevuto il vino al parco, eravamo seduti di spalle al sole, chiacchieravamo molto, avevamo parlato di tartarughe, di memoria, di ragazzini del liceo, ma mai del secondo spazzolino che stava a casa sua mentre facevo la pipì e c’era quel fumetto con i topi nazisti.
      Credo sia iniziato tutto quando avevo visto che piega faceva la pelle delle tue occhiaie chiare, quasi trasparenti, perché riuscivo a indovinare la forma delle ossa, e ti sentivo molto prossimo, anche se non lo eri, quando lui poi aveva tagliato il pane troppo largo, facendo fette gigantesche per giganti, misurandole dalle sue mani grandi che sembravano intagliate nel legno. Quando aveva messo un maglione di lana che gli faceva le spalle appena più larghe, lui che le aveva così strette.
      Era finito tutto quando avevi preferito il blu del fiume, ché ti pareva più rassicurante, e l’altro aveva scelto una canzone diversa per il suo matrimonio, e lui aveva pensato ad una casa sotterranea, dove la luce non arriva e nemmeno il calore dei termosifoni, e invece l’altro ancora è qui, lo vedo incastrato in un cono di luce, mi sta parlando ma perdo i suoni che se ne vanno distribuendosi nel vento, nel traffico che c’è qui sotto, qualche piano sotto di noi, una manciata di ragazzini che hanno i pantaloni corti si lamentano che l’autobus non passa, uno di loro canta una canzone rap in cui non ci sono rime, il fioraio sulla strada sonnecchia e alle sue spalle, tra le gerbere, i lilium, i girasoli, c’è una Madonna vestita da araba, ha i capelli biondi e un sacco di collane.

Giorgia Melillo

4. Algiers – The Underside of Power

Data di Uscita: 23/06/2017

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      Riconoscere il proprio privilegio, analizzarlo criticamente, decostruirlo e quindi destrutturarlo, è un fondamentale passo da compiere per il raggiungimento di un qualsiasi fine rivoluzionario. Per dirla con le parole di Bookchin: ‘there can be no separation of the revolutionary process from the revolutionary goal‘. Per fare ciò, è cruciale smascherare le linee di forza che reggono il sistema che la rivoluzione si prefigge di annientare. Queste linee di forza sono elusive per chi ne beneficia, che ne è, infatti, anche involontariamente, sorgente e che diventa di conseguenza oppressore. L’oppressione, che viene esercitata da chi si trova in una posizione di privilegio, è funzionale al mantenimento del privilegio stesso e, in quanto tale, è reazionaria e controrivoluzionaria. L’oppressione è unidirezionale, asimmetrica, e segue le linee di forza, che vanno da chi detiene il potere -e quindi il privilegio- a chi invece il potere lo subisce. Essa si manifesta nelle più svariate forme: da quelle palesi, come atti di violenza verbale e fisica, a quelle quasi invisibili perché interiorizzate, sistemiche, radicate nel linguaggio e negli automatismi mentali, parte integrante dell’agire quotidiano. Il ribaltamento, sul piano semantico, dei ruoli di oppresse ed oppressori, serve a delegittimare e sminuire la resistenza opposta da chi non accetta più di subire il privilegio altrui. Esso consiste nel creare un discorso pubblico che accusi le oppresse e gli oppressi di comportarsi alla stregua –se non peggio- dei loro aguzzini, di usare gli stessi metodi e retoriche, di usufruire del privilegio -che non hanno- in modo indegno, a discapito di tutti gli altri -solitamente, in questo discorso, il ruolo de tutti gli altri è interpretato solo dagli oppressori-, e di fatto svuotando di significato le loro istanze. Questo ribaltamento è ovviamente fittizio, ma la retorica su cui si fonda è efficace, in quanto fa leva sull’assunzione sbagliata che la società nella quale viviamo sia di base equa, giusta, armoniosa. È solo portando alla luce le asimmetrie del sistema, che quest’idea errata crolla, lasciando intravedere le profonde ingiustizie intrinseche alla nostra società.

      Fred Hampton. 4 Dicembre 1969. Freddato dalla polizia di Chicago nel suo appartamento. Era presidente della sezione dell’Illinois del Black Panther Party.

      Franca Rame. Attrice ed attivista. Il 9 marzo 1973 venne caricata a forza su un furgone dove cinque fascisti la violentarono a turno.

      Berta Cáceres. 3 Marzo 2016. Assassinata a colpi di pistola nella sua casa. Per anni aveva subito minacce di morte. Era un’attivista indigena, ambientalista, femminista, sostenitrice dei diritti LGBTQA. Secondo alcune fonti, il suo nome compariva su una lista, consegnata ad un’unità della polizia militare honduregna, di attivisti da eliminare. (Mentre sto ancora scrivendo questo pezzo, scopro che la figlia, Bertha Zuñiga, anche lei attivista, è stata attaccata assieme ad altre due membri del Copinh -Council of Popular and Indigeneous Organisations of Honduras- in un agguato. Fortunatamente sono riuscite a scappare.)

      Adriana. Donna transessuale reclusa nel reparto maschile del Cie di Brindisi prima, e di Caltanissetta poi. Ha vissuto in Italia per diciassette anni ma, dopo aver perso il lavoro, le è scaduto il permesso di soggiorno. Rischia il rimpatrio forzato in Brasile.

      Emmanuel Chidi Nnamdi. Aveva fatto, con la moglie Chinyery, richiesta d’asilo in Italia. Il 6 Luglio 2016, mentre camminavano per le strade di Fermo, sono stati aggrediti verbalmente da Amedeo Manicini, un fascista locale. Scimmia africana uno degli insulti rivolti dall’uomo a Chinyery. Emmanuel reagisce e ne nasce una colluttazione. Viene colpito con un pugno mentre si stava ormai allontanando, dando le spalle al suo assassino. Muore dopo un giorno di coma. Mancini, oggi, è un uomo libero.

      L’immagine riflessa nello specchio è quella di una persona pallida. Il naso sporgente, leggermente aquilino. I capelli castani disordinati, non del tutto ricci, un po’ più che mossi, nascondono appena la punta delle orecchie. Il mento e i lati della bocca sono coperti da una barba corta e ispida che si unisce ai baffi in un unico, continuo, tratto. Il resto della mascella e le guance sono glabre se non per qualche pelo che compare sfacciatamente fuori posto. Il collo non fa segreto dei tendini. Le spalle, quando rilassate, risultano leggermente flesse in avanti. Non è un dettaglio. Diventa particolarmente evidente quando lo specchio riflette il profilo: la schiena disegna, scavalcando le scapole, una esse piuttosto esplicita. Le braccia appaiono bianchissime fino ancora al deltoide, poi diventano improvvisamente più scure, un po’ rossicce. Il torace, anch’esso bianco e completamente glabro, se non per il contorno dei capezzoli, si risolve in due pettorali poco appariscenti. Lo sterno sporgente si conclude in un avvallamento pronunciato. Questo avvallamento poi si assottiglia e risale di poco per continuare, come il letto di un torrente in secca, fino all’ombelico, dividendo la muscolatura addominale appena visibile sotto pelle. Da lì, a seguire, giù, contornato da peli scuri, il sesso. Maschile. Per concludere, le gambe, lunghe quasi due volte il tronco, sembrano tirate, nervose.

      Nel suo complesso, l’immagine riflessa nello specchio si trova all’intersezione di ogni privilegio.

 

Pietro Liuzzo Scorpo

5. Liars – TFCF

Data di Uscita: 25/08/2017

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      La lingua mi batte sullo stesso dente, ogni giorno, da anni. Oggi mi sono deciso e ho cercato un dentista vero, su uno di quei siti che ti offrono qualsiasi cosa a prezzi modici.
      L’ingresso sembrava, cos’era, il palazzo di Harry Potter quello in cui le scale potevano muoversi da un momento all’altro a cazzi loro?
      Manto rosso per le scalinate, candelabri kitsch, una reception col soffitto altissimo sotto volte a botte, guglie e putti agli angoli. Dove i miei occhi potevano arrivare, ho visto delle ragnatele, non so se di polvere o di ragni.
      C’era un tipo seduto dietro il banco della reception.
      “Ha appuntamento?” Mi ha chiesto facendo schioccare le labbra viola.
      “Si, ho prenotato per le nove e mezza. Dovrei fare una pulizia, ma c’è anche questo dolore che mi tormenta da un sacco di tempo.” Tac-tac. Mi sono ticchettato il dente marcio con l’unghia annerita dell’indice e gli ho allungato la ricevuta di pagamento che avevo stampato a casa, poi l’ho guardato negli occhiali cerchiati di corno e in tutta la faccia: le labbra viola erano la cosa meno strana. I suoi, di denti, erano gialli e tutti storti, come le tombe del cimitero ebraico di Praga. Il segretario, inoltre, era totalmente calvo, ma con tre capelli, tre di numero, lunghissimi e dritti, come elettrizzati sulla crapa a forma di uovo.
      Così a pelle mi ha ricordato Platinette, ma meno ciccione.
      Ha continuato a guardarmi fisso, un paio di minuti buoni. Io aspettavo mi dicesse qualcosa, poi ho pensato fosse meglio cercare un altro dentista. Quando sono uscito ho guardato un’ultima volta dalla porta trasparente, lui era ancora lì a fissare la mia faccia che non c’era più.
      Sono tornato a casa e mi sono scolato una bottiglia di Gin Bombay con una soddisfazione cubica: il dolore che pian piano spariva, e poi wow, mancavano ancora cinque bottiglie della cassa da sei che avevo comprato su Amazon a novanta euro.
      Verso le dodici e mezza mi sono ripreso e mi è venuta voglia di un’altra puttana. Ho preso la bicicletta e ho fatto la strada tutta rotatorie che passa dietro al carcere. Ho dato venti euro ad una nera con il culo buchi buchi in mezzo ai vigneti, lei ha steso un telo da mare con scritto Lloret De Mar e l’ho presa tra sassetti aguzzi (che hanno fatto sanguinare anche me) e poltiglia di acini d’uva. Poi il preservativo l’ho buttato più lontano possibile oltre un muretto a secco.
      Pedalando verso casa dopo dieci minuti il dolore al dente si riaffacciava, per ricacciarlo nel pre-gengiva mi sono sforzato di pensare a quante volte quella nigeriana avrebbe riutilizzato il telo con scritto Lloret De Mar in quella giornata lavorativa, se avesse potuto terminarla.
      Prima di passare al Conad ho vinto quarantotto euro alle corse dei cani virtuali, alla Snai all’angolo, quindi per festeggiare mi sono imbottito il pomeriggio di Gin Bombay, Doritos e orsetti alla frutta Haribo.
      Mi sembrava di sognare quando ho sentito bussare alla porta. Ho guardato la sveglia, mezzanotte e trentacinque. La bocca mi pulsava tanto che non me la sentivo più.
      Mi sono trascinato alla maniglia e ho aperto, senza neanche guardare dallo spioncino.
      Platinette, il segretario dello studio dentistico che doveva essere qualcos’altro, mi puntava una pistola proprio contro la bocca che stava per esplodere. Dalla giacca gli vedevo spuntare un distintivo, un badge.
      “Lasciate che la tortura e la sofferenza in me abbiano termine” Ho soffiato tra il dolore prima che mi facesse saltare le cervella.

Gabriele Battista

6. Wand – Plum

Data di Uscita: 22/09/2017

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      Fa un caldo, ziofà. Io muoio
      Nella canicola prepomeridiana all’improvviso un bar aperto. In piazza la fontana ha come due tritoni intrecciati e scroscia, non c’è un’anima sotto al cielo azzurrissimo tra i palazzi bassi pallidi di calce e panna. Tre bandiere penzolano immobili e umide dal balcone del comune, il palazzo con un portone gigante aperto, c’è il tricolore, lo stemma cittadino col cavallino e la bandiera dell’Europa. Quando sarà leggermente meno caldo, si spera, al tramonto, lì di fronte ci sarà la processione per la Madonna del Pozzo, con la banda.
      Le ombre si accasciano nitide sul pavimento perfetto della piazza, come fossero immobili.
      Va là, un bar aperto. Sedersi, rinfrescarsi.

 

      Come sono questi panini?
      Mozzarella e pomodoro, prosciutto e formaggio, capocollo e formaggio, hamburger, hamburger vegano, catoletta e insalata.
      Ok vediamo, uno capocollo e uno ma l’ha detto? cotoletta e insalata.
      Due panini, quante persone?
      Il barista è una specie di muflone con la piazzetta, canuto per quanto gli sia ormai possibile, un uomo-capra. Ha gli occhiali che meglio non si potrebbe dire a fondo di bottiglia, gli hanno fatto gli occhi a due biglie, tutte incavate e strizzate nelle orbite. Da lì non ci vede di sicuro, avrà sviluppato zone visive in altre parti del corpo. Forse dalla pancia, protesa in avanti come guscio di oplita, ma al contrario. Un panzone contenuto dalla maglietta bianca gli deborda sul grembiulino blu che arriva praticamente alla zona pubica, le macchie sembrano di salsa barbecue. Che utilità avra mai, quel grembiulino?
      Quindi signora, uno capocollo e formaggio e uno catoletta e insalata? Tende le mani gonfie come camere d’aria e agguanta i panini dal banco frigo.
      Signora? Ma questo è una talpa. Gli rido in faccia e guardo di lato, grattandomi sotto il mento. Si, perfetto maestro. Ah scusi, ma non si dice cotoletta?
      Eh. Catoletta.
      Silenzio.
      Silenzio porcino.
      Silenzio.

 
 

      Fuori all’ombra, sotto l’ombrellone è comunque caldo. E’ opprimente, anche con la cedrata, le sedie sono di plastica rivestita rumorosa, forse alluminio.
      Il caldo non smorza la tensione, anzi la pettina con la benzina come per preparare ad un incendio boschivo.
      Mi sono davvero rotto il cazzo di come la vedi. Per tutto, mica solo per una cosa singola. Stai sempre lì a cercare il pelino, la crosticina da togliere, sempre lì a cincischiare, a punzecchiare, a tocchettare. No dici? Bè devi rassegnarti perché tanto non ne vale la pena fare tutto questo. Non devi fare pensieri inutili. Ti faccio un esempio. Uno solo, ma che sarà esemplificativo, emblematico.
      Ieri a mare. Ti ricordi, certo che ti ricordi, quel posto lo conosci meglio tu di me. In un’oretta più o meno passi dall’entroterra-rossa alle calette di scogli aguzzi. Stravaccato sulla sabbia mezzo addormentato apro l’occhio e vedo il sole che fa impazzire i riflessi del mare. Non so perché mi viene in mente il ballo di un pagliaccio forsennato e un po’ preoccupante, so da dove vengono queste immagini: è il videoclip di un gruppo americano, di un singolo, direi che ha un’aria tutta consunta come un Super8 e quel gruppo mi ricorda un altro gruppo di belghi, o belgi, giovani, molto, nel millenovecento e novantaqualcosa, ma solo per i video. Roses credo sia del novantasei.
      Perso nel sogno di qualcun altro, sento il mare che sciabatta, sciaborda, spumeggia, sciacquetta e altre parole divertenti, fino a che mi tocca leggermente le punte dei piedi e mi rendo conto che la marea sta iniziando a salire.
      Tu invece di tutto ciò vedi, mi dici, che sotto la grotta è pieno di monnezza. La gente che va a mare, la gente in generale, è una merda. Tutti incivili e si dovrebbe fare qualcosa. Ci vorrebbe questo e ci vorrebbe quello. Sdraiati su uno sputo di sabbia circondato da scogli e alghe marroni, secche. Nessuno viene a prenderle da anni, nessuno del comune che le caccia in qualche saccone nero e le porta a smaltire da qualche parte. Arrivando qui si scende dalla strada, e la ringhiera ferrosa è tutta arrugginita, in alcuni punti totalmente saltata. Ma possibile che non la cambiano mai? Chi è il genio che per rattopparla ha piazzato con del nastro adesivo una transenna? Genio assoluto. C’è poi questo canneto incolto da anni, ratti e chissà cos’altro sguazzano lì sotto tra carte di patatine e bottiglie slavate di Tennent’s. Cosa gli costa alla gente essere un minimo civile e non buttare le cose nei loro maledetti posti? Qui non c’è neanche un cestino? Dovrebbero metterli. Uno si fa la sua bustina, ci butta dentro cicche, birre, preservativi, teglie di parmigiana, pannolini sporchi da tutti e due i lati anche di parmigiana, qualsiasi cosa. Chiusa, tac, la si butta.
      Questo l’ho studiato, si chiama Effetto Finestra Rotta. In mancanza di contromisure nel tempo, una qualsiasi cosa perde il proprio stato istituzionale e in un dato insieme, le sue parti iniziano a buttargli addosso vernice e a pisciarci contro.
      Ultima cosa, e chiudo, sono io che sono senza parole di fronte alla tua nullità, alla tua mancanza di prenderti responsabilità, di piangerti addosso.
      Non me ne frega niente. Tu voti cinque stelle. Sei una pancia.
      Le onde sciabordano, sciabattano, spumeggiano e altre parole divertenti. A dir la verità quando c’è scirocco come oggi il mare fa proprio schifo. Caldo, mezzo agitato, con le correnti che portano sporcizie da ogni dove. Un mare così è meglio non vederlo, se si può andare in altri posti, pur con la canicola che non dà tregua.

Gabriele Battista

7. Clap!Clap! – A Thousand Skies

Data di Uscita: 17/02/2017

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Ar – Raqis

      Lascia che faccia mente locale, appena un attimo, un battito di occhi.

      Credo che fosse così illuminata dal sole per via di una serie di piccoli canali di luce pura che dovevano scorrerle tra le vene, nei capelli, nelle intercapedini del corpo, quei piccoli buchi che avrei trovato vergognosi, forse fastidiosi, addosso a chiunque, ad una persona qualsiasi, e che mi sembrava fossero stati progettati su di lei, scavati, e incisi e scolpiti per poter essere attraversati dalle particelle di pulviscolo, dai raggi del sole più alto, quello di mezzogiorno che ti brucia la sommità della testa e ti toglie l’acqua dal cervello.
      Capitava veramente molto spesso che lasciasse le tende aperte, quando il sole cadeva di sbieco, deciso come una falce nei campi, e che cominciasse a ballare una musica che sentiva solo lei, qualcosa che, cercò di spiegarmi una volta che eravamo stesi a pancia sotto su di un’amaca, non ricordava di aver mai sentito nella vita diurna e che era sicura venisse composta da qualche parte nel mezzo del sonno, in una porzione del suo cervello che era solita esporre per ore ai raggi diretti, del sole più alto. Quella volta sull’amaca mi ricordo che vedevo le sue guance deformate attraverso i buchi della stoffa, la bocca che faceva fatica ad articolare le parole. Avevamo riso molto, quando si era addormentata, lasciando che le corde dell’amaca le segnassero il viso per delle ore.
      Ricordo che chiamava presso di sé alcuni bambini del quartiere, cercando di insegnare loro la nostra lingua, se mai fossero stati interessati. Non che qualcuno le avesse chiesto poi di far loro da tata, pareva piuttosto attirarli naturalmente con la sua fertilità eccessiva, il modo in cui metteva in fila le parole rapidamente, senza mai dimenticare alcuna sillaba, con le dita dolci del colore dello zucchero bruno, li teneva uniti per ore in certi abbracci che assomigliavano a carezze enormi.
      Mi è sempre sembrato che producesse dei rumori profondi quando muoveva il più piccolo dei suoi muscoli, era come se il suo sangue scorresse rombando, il respiro passasse dal naso come se dovesse tenere il ritmo cadenzato di una marcia, le lacrime erano grandine sulle guance. Quando portava i capelli dietro le orecchie, agitando le mani brune, era come se frusciassero i canneti, in un giorno di tramontana, e ogni suo passo era potente sulla Terra, potevo essere certo che le radici e i vermi, e le talpe e più piccoli granelli di foglie in decomposizione se lo sarebbero ricordato per sempre.

      Fammi fare mente locale per almeno un attimo, fammi sbattere gli occhi, così che la palpebra indugi sulle pupille, impallando le lenti a contatto, facendo un rumore veramente piccolo, come di frizione.

      Nel mio ricordo più fervido aveva il seno sempre molto leggero, vagamente tenuto da una specie di stoffa impalpabile che le aveva regalato sua nonna, la pelle come un certo divano che avevo visto nella sala di attesa di un dottore facoltoso che avevo consultato per la mia epilessia, una specie di color cammello abbronzato, una cosa così esotica come i cerchi alle orecchie, e come le sciarpe orribili, colorate, di lana intrecciata senza alcun criterio, e come i portatabacco a disegni concentrici che mi aveva detto rappresentavano tipo il sole e gli altri pianeti ma a me sembravano un ammasso di cotone fatto da una fricchettona daltonica appassionata di America Latina.

 

Giorgia Melillo

8. The War On Drugs – A Deeper Understanding

Data di Uscita: 25/08/2017

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      Questa sedia in plastica ormai sformata dal mio peso considerevole campeggia al centro di una prospettiva perfetta, tre ampie portefinestre dal coronamento stondato e la mia figura massiccia a presidio dell’immobile, alla stregua di un bavoso cane da guardia. A terra il frigo portatile, con le birre. Tutti mi conoscono e anche chi si è trasferito nel quartiere negli ultimi anni ha capito subito con chi aveva a che fare, una personalità ingombrante – lo ammetto da me.
      Ma non è stato sempre così.
      Conobbi Gina, la donna che poi avrei portato all’altare, a un concerto del Boss, era incazzata perché ero davanti a lei e cantavo come un disperato, “coprendo addirittura la voce di Springsteen”; le strappai un invito per una bevuta di risarcimento la sera successiva, mi ero giocato la carta della simpatia da classico figlio di italiani ma lei si portò appresso un’amica, “visto mai fossi un poco di buono”. Di lì al matrimonio il passo fu piuttosto breve, ma certe cose si sentono nello stomaco e credo sia stata la scelta più giusta che potessi fare nella mia vita, anche se poi mi rivelai parimenti bravo a mandare tutto a puttane con la facile tendenza ad alzare il gomito un po’ troppo spesso. Collezionai risse come fossero trofei, antipatie ed occasioni perse, quei treni che mi sfrecciarono sotto il naso col sorriso beffardo mentre ero troppo intento a fare il cazzone per le quisquilie.
      Anche con Alissa tutto cominciò con un battibecco, e con il Boss, del quale presi le parti in un’animosa discussione in un bar: lei lo aveva offeso, preferendogli a occhi chiusi i Dire Straits. Come si permetteva? Ero solito portare a spasso la caricatura di me stesso, una versione spiacevole del giocherellone che ero da ragazzo, ammaccato dai passi falsi e indurito da sarcasmo e provocazioni. Me lo fecero notare spesso, “con quel caratteraccio morirai solo”, e forse la stessa Alissa aveva la vocazione al sacrificio, o piuttosto si era stancata di cucinare e apparecchiare la tavola soltanto per sé, e decise che mi avrebbe preso, nonostante Bruce Springsteen. Ci siamo sempre voluti bene anche senza dichiarazioni plateali né tantomeno romantiche carinerie, una tiepida coppia strampalata ma unita da affetto sincero, finché una brutta malattia me la strappò via di fianco nel giro di tre mesi e caddi col culo per terra: troppo vecchio per trovare le forze per reagire, troppo stronzo per chiedere aiuto e – soprattutto – trovare qualcuno disposto a tendermi una mano.
      Gli ultimi anni li ho trascorsi qui, nel porticato, a osservare ingrugnito le vite degli altri tra una birra e l’altra. Sono (stato) felice? In un modo bizzarro, direi di sì. Un banale commesso all’autosalone storico, con la parlantina vincente per vendere molto, le domeniche con le corse dei cavalli in tv e la torta di mele per dolce, un cerchio perfetto nel centrotavola di porcellana bianca. Quando andai in pensione mi affidai alla routine rassicurante del ritmo del trattore su e giù per il campo al di là della strada, venti minuti per verso, quel che bastava per cimentarmi in un cruciverba facilitato. Alissa faceva la sarta a domicilio, eravamo sempre accanto ma ci lasciavamo spazio per non soffocare le rispettive solitudini, una premura gentile, la discrezione. La sera, quando il telegiornale era finito, spegnevamo la televisione e mettevamo un vinile nel piatto, lei mi si accoccolava addosso sul divano con le ginocchia raccolte e le massaggiavo le spalle mentre ascoltavamo la musica, come un rituale caldo e intimo, come nelle coppie focose si fa con il sesso. Questo è ciò che più mi manca di lei, di noi. Quando mi siedo qui sotto e ai vostri occhi non faccio che sproloquiare o gettare merda addosso a quel pagliaccio triste in cui mi sono trasformato, nelle mie orecchie risuonano le nostre canzoni, e i Dire Straits riuscirono a fare pace col Boss e quasi a fondersi in un disco solo, quello dei ricordi, quello del primo appuntamento con Gina, quello del lento ballato stretto a lei sotto le lucine colorate tra gli alberi, quello delle occhiate complici con Alissa, quello delle giovani corse in macchina con gli amici, quello delle ferite curate dopo ogni tafferuglio, quello delle delusioni, quello delle sconfitte, quello delle vittorie.
      Sono (stato) felice? In un modo bizzarro, direi di sì.

 

Federica Giaccani

9. Slowdive- Slowdive

Data di Uscita: 5/05/2017

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      La macchina sterza a sinistra come pilotata da una mano invisibile, quella della memoria. La pianura tutt’intorno, alberi villette e campi coltivati così simili tra loro – eppure ancora con una propria identità riconoscibile, il vetro delle pensiline delle fermate del bus verso la spiaggia, ora deserte sotto il sole di mezzogiorno. L’estate è sopraggiunta fuori stagione, il sudore ha disegnato degli aloni deformi nelle ascelle della mia camicia, ma la riunione si è conclusa prima e il vento caldo che entra e esce dall’auto attraverso i finestrini abbassati potrebbe, forse, asciugare le chiazze e proteggermi dall’imbarazzo prima che possa incrociare anima viva.

      Il chiosco sulla spiaggia è piantato nella sabbia come un totem, anch’esso è rimasto lì, immobile e in bilico tra reale e immaginario come un miraggio, quando usavamo arrivarci logorati dalla sete e dall’indolenza. Lo squalo in legno è ancora appeso sopra l’ingresso, di fianco campeggiano le immagini dei gelati della Sammontana, disposti su un alluminio ora sbiadito, i cui nomi sicuramente sono stati dimenticati dai più. Il libeccio agita le onde alcuni metri più in là e incrosta i miei occhiali di sabbia e salsedine, li pulisco alla meglio col lembo della camicia mentre, impacciato, mi arrampico su uno sgabello: che diavolo sono venuto a fare, dopotutto? Si scorge lontano un miglio il mio essere fuori posto.

      Saranno passati vent’anni, ho perso il conto, e nonostante quel posto stia facendo di tutto per accogliermi e illudermi che il tempo si sia cristallizzato, immutato com’è da allora, mi sento terribilmente vecchio. L’uomo al bancone sistema i bicchieri e si accende una sigaretta, siamo io e lui che ci studiamo a vicenda senza parlare; attorno le voci dei gabbiani che si rincorrono in cielo, lo sciabordio delle onde, Lucio Battisti che canta dalle casse dello stereo. Finito il disco, entra a gamba tesa un arpeggio familiare, a tradimento; la saliva mi va di traverso e l’uomo se ne accorge. Dopotutto se lo sarebbe aspettato, Silvano, mi conosceva troppo bene quella volta e certe cose non cambiano mai, anzi.

      Con Silvano il tempo non era stato magnanimo, i lunghi capelli erano ricordo lontano e le stempiature attuali somigliano a profonde insenature, quasi dei fiordi. Mi sorride per togliermi dall’impaccio, quello sguardo complice ché ha identificato subito me e i miei modi imbranati.

      Certe cose non cambiano mai, anzi.

      Mi appoggia la mano sulla spalla, un tocco caldo e appiccicoso, gli Slowdive gettano una nuova marea di riverberi che scivolano e accarezzano il baracchino e le nostre braccia. Gli Slowdive.

      C’è ancora quella foto nella bacheca, tu che ridi tornando a riva da un bagno notturno, i tuoi capelli mossi e decolorati sembrano ancora più bianchi sotto l’effetto del flash e illuminano l’immagine; abbracci il caschetto rosso fuoco di Stefania, la tua migliore amica. Ricordo quella maglietta, era il simbolo di quell’estate, la maglietta di un gruppo musicale sbocciato allora e scomparso presto, un amore folle e brevissimo, come usavi fare tu che saltellavi da un’ossessione all’altra e perdevi la testa per tutto. “Che c’è di male a innamorarsi facilmente? Tu ascolti solo gli Slowdive e ti perdi il resto della musica, sei noioso. Ecco” – io rimanevo ammutolito e un poco offeso, tu mi baciavi e mi dicevi “però mi piaci lo stesso.”

      Quella foto in mezzo ad altri scatti che raccontano la storia di un posto, di generazioni che si sovrappongono tra una birra e l’altra, tra le canzoni, tra le estati e i tuffi improvvisati, tra le solitudini radicate come la mia, da sempre incapace ad abbassare le difese se non con me stesso o con il disco giusto.

      Silvano stappa una doppio malto e ne versa per entrambi, abbiamo parecchio da raccontarci e il fiato forse non basta. Tu chissà in che parte di mondo ti sei collocata, alla fine. È un album nuovo questo che scorre tra le nostre parole, tocca le corde della nostalgia eppure schiva le lacrime; voci ben definite, pezzi che sanno di ieri e di quel profumo di cui avevo intrisa la pelle, ma anche di oggi e di fresco, dopotutto. Come quelle favole che abbiamo sempre amato farcele raccontare, e non ci deludono mai nemmeno cambiando dettagli ché i personaggi e le atmosfere sono ormai nostri e addirittura ci somigliano un po’, ci fanno compagnia per acquetarci e farci prendere sonno con serenità, per restituirci in mano la bussola, per metterci davanti i giusti orizzonti.

      Silvano strappa via la fotografia dalla bacheca e me la porge – “Questa è tua, ti appartiene.”

      La infilo nel portafogli in mezzo a vecchi scontrini e alle banconote, me la ritroverò tra le mani ogni volta che dovrò pagare qualcosa, ché i vecchi amori non si dissolvono mai del tutto: magari riaffiorano incastrati tra le trame di un disco, o in una tenera istantanea a bassa risoluzione, in un posto qualunque tra le dune di sabbia.

 

Federica Giaccani

10. LCD Soundsystem- American Dream

Data di Uscita: 8/09/2017

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      [Twin Peaks, esterno giorno] – si dice così nelle pellicole noir o nei romanzetti da quattro soldi che si comprano alle bancarelle in sconto dell’ottanta per cento? Sì, è così.
      Il sole è alto in cielo, si percepisce dall’aria chiara che mi circonda, se provo a guardare anche solo leggermente in alto ho bisogno di una mano per pararmi la vista da raggi fortissimi quanto invisibili. Le nuvole sono un velo sottile tutt’attorno, come lo zucchero filato appena si accende quella grande macchina argentata che pare generarlo dal nulla.
      Twin Peaks, dicevo, ma non c’entra nulla con quella di David Lynch; la mia città è del tutto anonima, una delle tante “Twin Peaks” sparse in America alla stregua delle innumerevoli Springfield.
      A volte, però, mi sembra di vivere all’interno di una serie tv. Sarà tutto quest’ordine, la città a scacchiera. Sarà mia madre con la permanente. Saranno queste strade che hanno sempre gli stessi negozi, ma con dimensioni e ordine diversi.
      Sarà che poi, a un certo punto del giorno, diventa tutto buio improvvisamente, e poi magari di nuovo giorno. Che è una cosa che non mi sembra avvenisse anche quando ero piccola e non vivevamo a Twin Peaks, ma tutti in città sembrano ormai esserci abituati. Allora quando diventa buio, anche se stavi facendo colazione qualche minuto prima, ti sembra giusto rimetterti il pigiama e tornare a dormire.
      Sarà che ogni conversazione, ogni gesto, sembra avere uno scopo, che non ci sono più quei momenti di noia, quando per esempio ci si poteva mangiare anche da soli un gelato su una panchina stando in silenzio per dieci minuti. Non succede più, ormai.
      Sarà che anche la musica giusta che parte sempre al momento giusto mi sembra innaturale. Come adesso, che mentre stavo scrivendo è partita “American Dream” degli LCD Soundsystem.
      Continua mentre suona il campanello della porta, mentre mi alzo, scendo quattro gradini di una scala di sedici e mi ritrovo davanti alla porta di casa mia.
      Continua quando apro la porta e dietro ci trovo un signore coi capelli bianchi tutti tirati indietro e degli auricolari nelle orecchie, che mi urla contro:
      «Salve, mi chiamo Gordon Cole, dell’FBI», e mi porge la mano.
      Io non so cosa rispondere, sto in silenzio. La musica batte i suoi ultimi cinque colpi, poi si spegne.

[FINE]

 

Maurizio Narciso e Marta Lamalfa

Top Ten 2017 – Giorgia Melillo

1. Arca – Arca

Data di Uscita – 7/04/2017

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      Sento levarsi il canto non appena, barcollante e incerta, cammino fuori dai sogni nervosi che hanno seguito il moto del ventilatore a tre pale montato da un uomo che aveva la tendenza a fare lunghi sospiri interrotti.
      Credo che il canto venga da un forno confinante con il soppalco in cui dormo. Il mio letto occupa tutto lo spazio. È un canto distante che potrebbe essere solo il rumore del tram e dei miagolii dei gatti randagi, e dei lamenti di qualcuno nell’edificio, lamenti o pianti, oppure urla di piacere mescolati insieme. Sono sicura, però, che sia un canto e l’idea di ascoltarlo tutte le mattine, fa in modo che il mio sonno si riduca, ulteriormente, a un segmento spezzato, fatto di sabbia nel letto, pareti di lenzuola troppo calde, territori inesplorati glaciali, buio pesto, profondo come le cavità del corpo, e leggermente rossastro come l’interno di un bordello immaginato. Nonostante la luce si riduca poco a poco, anche con l’arrivo dell’alba, mi sembra di vedere la trasparenza della pelle dall’interno, come se fossi un essere piccolo e bollente, insinuatosi sotto la mia stessa epidermide, penetrato da un foro qualunque, da un orecchio forse insieme a quel canto, e potessi vedere quel che accade sotto gli occhi come finissime lenzuola, come se potessi vedere quel che accade quando scende una lacrima e non scivola via.
      Se riesco a trovare le mani, perse da qualche parte sotto le lenzuola, porto il cuscino sopra la testa, perché il canto si avvicina, prego il soffitto di trattenerlo ancora un po’, prego il lucernario di farsi porta blindata perché non gli lasci invadere la stanza. Le mie preghiere hanno forma di un canto che potrebbe essere solo il rumore del tram e dei miagolii dei gatti randagi, e dei lamenti di qualcuno nell’edificio, lamenti o pianti, oppure urla di piacere mescolati insieme. Le lascio entrare dal lucernario aperto, spazzano via la sabbia della notte, cantano di quando la pelle si era fatta lenzuolo, trasparente, gonfia di aria, ed era volata via, dal lucernario aperto, come se seguisse il ritmo di un canto che sento non appena, barcollante e incerta, cammino fuori dai sogni nervosi che hanno seguito il moto del ventilatore, quello che aveva montato una volta quell’uomo, che mi aveva fatto piangere col suo canto.

      firenze 2009

Giorgia Melillo

2. Andrea Laszlo De Simone – Uomo Donna

Data di Uscita: 9/06/2017

      Credo sia iniziato tutto la prima volta che lo vidi fermo in un angolo di luce,
      comincia tutto con una classica frase all’imperfetto che nasconda in tutti i modi la temporalità di cui faccio parte, comincia tutto con la morbidezza dei capelli che cadono sulle spalle, e le mani molto piccole, disegnate e non ancora finite, senza il chiaroscuro sembrano delle mani di statua pallida, credo sia iniziato tutto dal capire che non potevo stare nella stessa stanza con te, con lui, con l’altro che ho incontrato un pomeriggio, aveva gli occhiali da sole, il vino, i capelli biondi di paglia, la sera che vidi per la prima volta lui, con una bottiglia di plastica piena di vino, una giacca pesante, un paio di stivali, quel pomeriggio che andammo a vedere un film in un cinema piccolo, insieme alla tua collega, quel giorno al mare che l’autobus non passava e noi volevamo infilarci tra i cespugli, quella volta in cui mi accorsi che pronunciavi le parole in modo insopportabile, le trascinavi tutte come un pescatore con una rete enorme, ne dicevi tantissime, quella volta in cui mi prese quasi per mano, con la mano, ma perse di vista la strada, sbandando e finendo vicino al muro della galleria
      mi pare chiaro che vedere passare i giorni, vederli inanellati uno accanto all’altro come le perline blu della collanina che non toglievo mai quando ero bambina, e che se ora ci dormissi pure come facevo allora mi sentirei soffocare, mi sentirei soffocare come quando dal parrucchiere mi mettono la mantella, la reggo sempre col dito indice, così che non vada troppo vicino al collo, mi pare chiaro che vedere i giorni infilarsi sotto le poltrone, tra le fughe del pavimento di terracotta, sotto la credenza bassa, quasi rasoterra senza i piedi, come le perline della collana che non toglievo mai quando ero bambina, a parte quella volta che l’avevo strappata via e avevo visto tutte le perline rotolare lontano, mi pare chiaro venisse tutto dal pomeriggio in cui avevo bevuto il vino al parco, eravamo seduti di spalle al sole, chiacchieravamo molto, avevamo parlato di tartarughe, di memoria, di ragazzini del liceo, ma mai del secondo spazzolino che stava a casa sua mentre facevo la pipì e c’era quel fumetto con i topi nazisti.
      Credo sia iniziato tutto quando avevo visto che piega faceva la pelle delle tue occhiaie chiare, quasi trasparenti, perché riuscivo a indovinare la forma delle ossa, e ti sentivo molto prossimo, anche se non lo eri, quando lui poi aveva tagliato il pane troppo largo, facendo fette gigantesche per giganti, misurandole dalle sue mani grandi che sembravano intagliate nel legno. Quando aveva messo un maglione di lana che gli faceva le spalle appena più larghe, lui che le aveva così strette.
      Era finito tutto quando avevi preferito il blu del fiume, ché ti pareva più rassicurante, e l’altro aveva scelto una canzone diversa per il suo matrimonio, e lui aveva pensato ad una casa sotterranea, dove la luce non arriva e nemmeno il calore dei termosifoni, e invece l’altro ancora è qui, lo vedo incastrato in un cono di luce, mi sta parlando ma perdo i suoni che se ne vanno distribuendosi nel vento, nel traffico che c’è qui sotto, qualche piano sotto di noi, una manciata di ragazzini che hanno i pantaloni corti si lamentano che l’autobus non passa, uno di loro canta una canzone rap in cui non ci sono rime, il fioraio sulla strada sonnecchia e alle sue spalle, tra le gerbere, i lilium, i girasoli, c’è una Madonna vestita da araba, ha i capelli biondi e un sacco di collane.

Giorgia Melillo

3. Forest Sword – Compassion

Data di Uscita: 05/05/2017

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    Che spettacolo straordinario
    sta sorgendo da sopra il palazzo verde polveroso, un sole molto umido, coperto

già da una sciarpa di canicola, imbellettato di mosche e zanzare, e cicale.

    Delle colombelle hanno costruito il nido sopra gli spilloni da lumaca che la mia

vicina ha sistemato per tenere lontani i piccioni

    Il nido è accanto ai resti di un piccione morto, mi preoccupo un po’ perché i

pulcini di colombella cresceranno in mezzo alla violenza, mi son detta subito.

    Non conoscevo le notevoli doti da fachiro delle colombelle
    dalla poltrona su cui rimango seduta tutto il giorno
    le sento che tubano, talvolta le campane della chiesa accompagnano una musica

che pare venire dal basso della Terra.

    Mi sono alzata in fretta dalla poltrona, perché ho sentito come un tonfo, che

veniva dal nido delle colombelle, e allora ho detto, mi son detta, sarà stata una

colombella che cadeva, non mi sono mica detta subito guarda stella che le colombelle

volano. e allora son caduta io, credo di aver fatto un sacco di rumori di tonfi,

    sono caduta all’altezza del tavolo di mogano, rovinosamente urtandolo appena

prima di sentire il rumore del pavimento

    contro lo zigomo e mi sono detta, che mi sembrava proprio un tonfo simile a

quello della colombella. Solo che io non sapevo volare, quel giorno lì.

    E dovevo proprio fare uno spettacolo straordinario,
    lì stesa sulle mattonelle di marmo che avevo scelto quel giorno là, quel giorno

che pioveva a vento, ti ricordi tu? Io mi ricordo, mi ero detta. Dovevo fare uno

spettacolo straordinario a pancia sotto, mentre sentivo già il freddo verde delle

mattonelle di gres porcellanato, mentre sentivo che tutti i pori della mia pelle, e le

terminazioni degli arti, tutte le fughe delle mie rughe molli, si riempivano dolcemente

del sangue della mia testa, un sangue che doveva essere denso dei ricordi del

piastrellaio che mi aveva detto, guardi le dico, il gres piastrellato sarà bello ma lei è più

bella, e mi chiedevo, mi ero detta quella volta lì, che il sangue aveva fatto diventare

fughe anche le mie ciglia di sotto e le unghie, mi domandavo se il piastrellaio dei ricordi

che gocciavano dalla mia testa aperta, avrebbe detto se quella mattina ero più bella io, o

il gres piastrellato rivestito del mio corpo morto. E avevo pensato allo spettacolo

mortale delle colombelle che clima di violenza, avrebbero detto, due cadaveri nel giro

    di appena qualche battito d’ala.

Giorgia Melillo

4. James Holden – The animal Spirits

Data di Uscita: 3/11/2017

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      Alla fermata dell’autobus numero 451 incontro tutte le mattine una ragazza che dovrebbe fare il 1˚C, ha gli occhiali molto spessi e un caschetto di capelli a strisce castane e bionde gialle. Non ho mai capito il motivo di farsi i capelli così, sono brutti da vedere. Lei poi ha una zaino grosso, che le ricade tra il sedere e le ginocchia, perché lo porta lento e largo. Sbircio i suoi messaggi sul telefono, dice che sta passando proprio un brutto periodo, mi chiedo cosa sia, se quei capelli orrendi hanno in qualche modo contribuito a rendere più orrendo il suo periodo orrendo.

      Gianluca di solito sale dopo gli archi, quando io già mi sono seduta e ho ascoltato da sola un po’ di musica. Mi piace molto di più quando posso stare seduta sull’autobus da sola ad ascoltare la musica, ma quando sale Gianluca metto via le cuffie dicendogli quanto è stato noioso aspettare il 451 sulla corsia preferenziale senza di lui. Più o meno da 35 giorni Gianluca, ogni volta che ci incontriamo, mi porta una rosa gialla avvolta in una specie di filo rigido intrecciato giallo perché l’egiziano da cui compra i fiori, quello che sta accanto all’edicola sulla Palmiro Togliatti, ha solo rose gialle, dice che quelle rosse gli ricordano della volta in cui hanno ucciso un suo amico venditore ambulante e tutte le rose che stava portando in giro si sono inzuppate di sangue. Io penso sia una bugia, e che abbia litigato col fornitore di rose rosse, Gianluca pensa sia una storia che dà grande spessore al nostro stare insieme, a me non importa. Gianluca di prima mattina ha l’alito che sa un po’ di stantio, e l’erezione della notte prima ancora visibile dietro la cerniera difettosa del suo unico paio di jeans. Gli devono piacere tantissimo, quei jeans, perché li mette praticamente sempre, a parte quando gioca a calcetto, ché sarebbe pure abbastanza strano e infatti meno male che non lo fa. Gianluca ha grosse aspettative circa il nostro pomiciare nei posti a quattro dell’autobus 451, credo per giustificare il suo durello permanente (mi pare se ne rimanga lì almeno fino alle seconda ora), ma io qualche volta semplicemente non ho voglia che lui mi tocchi le tette col gomito destro, anche perché la mia eccitazione non aumenta quando lo fa. Credo che Gianluca trovi preziosa la possibilità di palparmi tutto attraverso la stoffa, solo che quando ci prova preso da questa strana foga delle sette e mezza della mattina, sbaglia e mi tocca gli omeri, lo sterno, pezzi di stinco che non credo gli importi tanto. La lingua di Gianluca è goffa e calda, e se ne va in posti inesplorati che a volte mi fanno ridere molto, e questo fa indignare tantissimo le signore, oppure mi fanno tremare qualcosa dalle parti del bassoventre, ma mai in modo particolare. Gianluca mugola tanto quando mi bacia, e io sento sempre un po’ di imbarazzo tipo quando qualcuno balla o canta per te, e tu non fai niente lo guardi e pensi ai fatti tuoi.

      Oggi ho visto Gianluca fermo sulla banchina e ho tolto le cuffie ancora prima del solito, lui è venuto verso di me con i capelli un po’ scemi che si ritrova certi giorni che ha dormito sul fianco destro, e mi ha detto oggi non entriamo, ti porto al mare. Abbiamo preso il treno nascosti in uno degli ultimi scomparti, Gianluca mi ha baciato pochissimo, e poi mi ha infilato le mani delle mutande, senza che avessi il tempo di pensare che forse poteva darmi fastidio. Mi ha preso la testa con una mano, e con l’altra mi frugava nelle mutande come se avesse perso qualcosa, ma invece di sembrarmi tutto ridicolo e grottesco, come al solito, e anche un po’ esagerato, ho sentito le dita di Gianluca, tra la mia peluria disordinata e biondastra come i miei capelli lisci, le sue dita arrivare fino ad un posto che io sinceramente conosco e non conosco, esplorarlo come il fondo di un barattolo con la marmellata quasi finito, trovare quello che cercava e forse farlo trovare anche a me, che ho sentito un calore insolito, che ricordo veniva quando appena bambina, guardavo quelli che si baciavano nei film e senza nemmeno pensarci mi strofinavo il telecomando vicino alle parti intime, e un giramento di testa come quando ho provato a fare danza aerobica, una specie di scivolosa sensazione di una cosa più pesante dell’acqua, e più calda di tutto il resto, anche della lingua di Gianluca tra i miei denti, qualcosa che non rispondeva a uno stimolo che era venuto dal mio cervello, dalle rose gialle o dalla forma del naso di Gianluca, qualcosa che sarebbe venuto fuori anche se le dita di Gianluca fossero state di qualcun altro, e io avessi sentito il fiato profumato di chi usa il dentifricio contro il tartaro.

Giorgia Melillo

5. Washed Out – Mister mellow

Data di Uscita: 30/06/2017

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Mi ricordo con chiarezza, come se fosse successo appena prima che mi allacciassi la scarpa sinistra, mi ricordo con chiarezza il vociare incessante che, assieme alla musica un po’ strana che passavano in quel posto lì, a volte mi faceva voltare di scatto, come sentendomi chiamare da qualcuno, mi ricordo bene che anni dopo scoprii che quel vociare era nella musica stessa, e la gente che andava in quel posto lì faceva solo finta di parlare, come le comparse che tra loro, mimano solo numeri con le labbra.

Mi ricordo che tutta la gente che vedevo lì era di un colore indefinito, un misto tra il rosso scuro della luce che veniva dal soffitto, e il blu psichedelico di un faro pulsante, mi ricordo che solo tu avevi un colore, perché sedevi sempre sotto l’occhio di bue. La prima volta che ti ho vista avevi un vestito leggerissimo, plissettato e blu, con dei fiori che forse somigliavano a quelli della buganvillea però erano colorati di beige e rosso, e si appoggiavano al tuo corpo fine come se non lo avessero mai lasciato.
Mi ricordo che avevi la pelle bianca, soprattutto quella delle gambe, che curvavano nei posti in cui mi piaceva da sempre che curvassero delle gambe. Avevi le scarpe di pezza, con la suola in corda e anche quelle erano piene di fiori, molto più piccoli.
Mi ero avvicinata per scoprire il tuo viso dietro gli occhiali, avevo sbirciato un paio di occhi piccoli e lontani per effetto delle lenti, un doppio buco al naso, la bocca come un punto interrogativo. Tante bolle rosse, più o meno grandi, che non mi sembravano niente di diverso da altri fiori sulla tua pelle. Sembravi spaventata da tutto.
Mi ricordo come fosse un attimo fa la curva del tuo seno nudo sotto il vestito, piccolo come un desiderio non ancora nato. Non stavi guardando nessuno, la rasatura ai lati della testa ricresceva sotto i miei occhi come un prato inglese appena innaffiato, con le mani suonavi un piano che non c’era.
A un certo punto ho pensato che piangessi, per via della canzone, mi sono accorta solo dopo che avevi su le cuffiette e di certo non potevi sapere quanto quella musica strana, che passavano in quel locale lì, stesse bene su di te, come se si infiltrasse, o addirittura nascesse naturalmente tra le tue unghie macchiate di bianco, e i tuoi capelli tenuti insieme da una molla di plastica.
Avevo domandato al proprietario, un uomo cattivo che riempiva i bicchieri fino all’orlo, ma serviva sempre birra calda, perché te ne stessi lì sola, ascoltando la tua musica, e se ti avesse mai vista. Mi ricordo che rispose di no.

Mi ricordo di averti cercato per tutto il giorno successivo, tra i passanti che vedevo ovunque, tra le palazzine a due piani dei rioni in festa, sul tram vecchio, quello coi sedili ancora uno dietro l’altro, sul tram nuovo, quello con i poggiaculi nella parte centrale, mi ricordo che guardavo tutte le donne che passavano con la speranza che avessero un vestito plissettato blu.

La sera poi, ti avevo trovata lì ed ero riuscita a domandarti perché non ti piacesse la musica che passavano. Mi ricordo come fosse il giorno della mia comunione, quando ero lì all’altare a implorare tutto il Pantheon di non farmi cadere l’ostia dalle mani perché avevo sentito che era un peccato gravissimo, mi ricordo che ti eri tolta la cuffia con cordialità, avevi l’abitudine di fare gesti lentissimi, e mi avevi chiesto, confusa, cosa intendessi dire.

Avevo domandato al proprietario, un uomo coi capelli sporchi e grigi aggrovigliati come la retina per i piatti, perché te ne stessi sola ascoltando tutta la musica che non potevamo sentire noi, e se ti avesse mai vista. Mi ricordo che disse di no.

Mi ricordo che il giorno in cui ti chiesi di uscire avevi tolto entrambe le cuffie, portavi i capelli sciolti e avevi gli occhiali in testa. Con gli occhi strizzati mi avevi chiesto, confusa, cosa intendessi dire.

Dopo circa un anno eravamo andate a vivere assieme, ma mi sembrava sempre che fossi capitata da quelle parti per sbaglio, e che non fosse stata una decisione tua, quanto piuttosto un inciampo casuale della vita, una di quelle situazioni che si arrotolano ed effettivamente non capisci da quale capo iniziare a srotolare.
Ti avevo chiesto spessissimo, soprattutto di notte, a letto, quando i lampioni si mettevano a strisciare sotto le persiane, e la stanza affacciata sulla stazione di polizia diventava tutta blu di sirene, perché andassi sempre in quel posto dove mettevano musica che nessuno, a parte me, il barista misantropo e una decina di altri avventori, apprezzava e poi rimanevi sola tutta la sera con le cuffiette. Ogni volta scrollavi le spalle, me lo ricordo come mi ricordo il sorriso di mia madre.
Credo di aver dormito sempre poco, in tutto quell’anno lì, perché volevo mi dessi una risposta.
Non dissi mai ad alcuno dei miei amici che stavo insieme a te, sarebbe stato difficile spiegare loro che i miei sogni erano abitati di fiori che risalivano la corrente come salmoni e si aprivano sul tuo viso, da minuscole pieghe sui vestiti di seta, da capelli e anelli al naso, da mani che non avevo mai visto sui tasti.
Avrei dovuto capire che saresti andata via quella notte che già le sirene laceravano gli spazi della nostra camera da letto e io mi voltai pianissimo e ti vidi illuminata dalla luce blu, mi parevi anche tu una delle comparse del locale in cui ci eravamo conosciute, e ti domandai a voce bassa, come una cantilena, o uno scherzo tra noi, perché ascoltassi sempre la tua musica in un locale rinomato per la sua musica ricercata.
“Mi piace la birra calda, ma non quella musica lì.” Avevi detto.

A una passante

Giorgia Melillo

6. Alessandro Cortini – AVANTI

Data di Uscita: 6/10/2017

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      Ero immobile a fumarmi una sigaretta nel cucinino, la finestra socchiusa per non far impregnare l’aria di casa di nicotina e catrame, le goccioline di condensa all’interno del vetro e un radiatore in ghisa acceso prima del tempo nell’incasso sottostante. Sentivo freddo, tremavo, le gambe faticavano parecchio a sorreggermi nonostante fossi anche appoggiato al vetro, per ripartire i carichi. Il termometro poco dopo disse che avevo la febbre, 38,3°C per la precisione, e siccome sono sempre stato un matto decisi di uscire a fare due passi. Indossai il cappotto al contrario, come l’avevo lasciato la sera prima per la fretta di buttarmi sul divano e recuperare episodi della serie che stavo seguendo; dicevo, me lo infilai a rovescio, se non altro la lana a scacchi mi scaldava di più tenuta addosso, e poco importava del woolmark che campeggiava tra le mie scapole, con quella nebbia avrei incrociato pochi stupidi come me, e basta.
      Ero tornato a vivere a Bologna da pochi mesi, giusto il tempo per sentirmi sia di nuovo a casa sia impacciato nel rientrare nell’equilibrio felsineo; quando percorrevo le strette vie del centro la vertigine dei deja-vu mi dava alla testa, tra le lezioni universitarie e amori al sapore di vino e tabacco sfogati negli androni di palazzi a caso. Andavo spesso in confusione e mi facevo tenerezza.
      Vagavo al riparo dei portici come un cane randagio, le giornate si stavano accorciando e la luce giallognola dei lampioni gettava riflettori annacquati sui passi della gente: gli studenti che si accordavano per preparare gli esami e per le serate a tema dai risvolti alcolici e lascivi, i lavoratori stanchi e frettolosi, gli spacciatori guardinghi, i bambini instancabili dalle facce ilari. Ero stato uno di loro, un bimbo, un universitario, un operaio, un pusher imbranato, eppure non riuscivo a riconoscermi in nessuno di loro. I famosi gradi di separazione, che si erano trasformati in distanze siderali congelando l’empatia.
      Riflettevo e inciampavo in continue digressioni che mi facevano perdere il filo, come se non fosse già complicato reinventarsi e ricominciare daccapo; gettavo in avanti la linea del tempo ma lei si burlava di me, spesso faceva impertinenti piroette e mi spiazzava coi dietrofront. La nostalgia mi chiudeva la gola con un grosso nodo, e questi tramonti del cazzo dietro alberi semispogli stringevano il cappio, eppure dovevo scioglierlo, per tornare a vivere.
      Avevo fatto una chiacchierata con Alessandro poco prima, mi raccontò di aver ritrovato vecchi nastri e VHS della sua infanzia che lo fecero ripiombare di colpo tra le braccia della famiglia, tra le mura di casa, a giocare con gli animali e a rotolarsi nella neve. Me ne parlava con dolcezza, con quella malinconia serena che traccia sul volto un sorriso velato e infonde la forza per proseguire attraverso i giorni. Un soffice abbraccio, un deciso incoraggiamento.
      Da quel momento presi a pensare a quanto conta la memoria nella vita, a quanto le immagini e i timbri vocali si innestano nei ricordi come grossi gradoni in pietra sui quali poter tornare a ripercorrere il proprio cammino ogni volta. Restano lì, immobili e imponenti, inamovibili, come le certezze. Ti dicono dove mettere i piedi per non perdere l’equilibrio. Pensai a quanto guardare indietro potesse servire a prendere la rincorsa per saltare dal trampolino dell’andare avanti, anziché piangersi addosso.
      Iniziare, come atto di coraggio
      Perdonare, come forma di amore
      Aspettare, come crescita consapevole
      Nonfare, come scelta attiva e non passiva
      Vincere, come meta di fatica e tenacia
      Perdere, come possibilità da accettare
      Finire, come riappacificazione col tempo
      Una musica lieve e intensa, vibrazioni sonore come brividi emotivi, imperfezioni volute perché proprio lì risiedeva il segreto: nelle sbavature, nelle irregolarità, nel genuino accostarsi agli altri e comporre un incastro che spesso sembrava non risolversi mai del tutto ma che, a dispetto di timori e insicurezze, in qualche modo funzionava. I climax, le volute, i passi sporchi sulla neve appena caduta, un sintetizzatore che cristallizzava la reminiscenza e le melodie che soffiavano sul ghiaccio rimasto sulle piante.
      Dalle parti dei Giardini Margherita c’era una strada che piegava a gomito uguale a tante altre, le auto parcheggiate ordinate in fila, i cancelli in ferro, i cortili seminascosti e una fermata del bus. Non fui sorpreso di essere approdato da quelle parti nel mio peregrinare nebbioso e solitario. Mi acquattai dietro un muretto di recinzione, quell’odore di alloro me lo ricordavo incollato agli abiti di lavoro di mio nonno. La sagoma di mio padre era seduta in poltrona dietro la tenda, era l’ora dedicata alla lettura del giornale; mi sembrava di sentire la sua voce commentare le notizie, e quella di mia madre partire in un controcanto di osservazioni dalla cucina, il profumo del brodo, mio fratello che chiedeva attenzioni mentre giocava sul tappeto e io che facevo i compiti per la scuola.
      Era forse il flashback più violento, ma mi stordì di calore.

 

Federica Giaccani

7. Clap! Clap! – A Thousand Skies

Data di Uscita: 17/02/2017

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Ar – Raqis

Lascia che faccia mente locale, appena un attimo, un battito di occhi.

Credo che fosse così illuminata dal sole per via di una serie di piccoli canali di luce pura che dovevano scorrerle tra le vene, nei capelli, nelle intercapedini del corpo, quei piccoli buchi che avrei trovato vergognosi, forse fastidiosi, addosso a chiunque, ad una persona qualsiasi, e che mi sembrava fossero stati progettati su di lei, scavati, e incisi e scolpiti per poter essere attraversati dalle particelle di pulviscolo, dai raggi del sole più alto, quello di mezzogiorno che ti brucia la sommità della testa e ti toglie l’acqua dal cervello.
Capitava veramente molto spesso che lasciasse le tende aperte, quando il sole cadeva di sbieco, deciso come una falce nei campi, e che cominciasse a ballare una musica che sentiva solo lei, qualcosa che, cercò di spiegarmi una volta che eravamo stesi a pancia sotto su di un’amaca, non ricordava di aver mai sentito nella vita diurna e che era sicura venisse composta da qualche parte nel mezzo del sonno, in una porzione del suo cervello che era solita esporre per ore ai raggi diretti, del sole più alto. Quella volta sull’amaca mi ricordo che vedevo le sue guance deformate attraverso i buchi della stoffa, la bocca che faceva fatica ad articolare le parole. Avevamo riso molto, quando si era addormentata, lasciando che le corde dell’amaca le segnassero il viso per delle ore.
Ricordo che chiamava presso di sé alcuni bambini del quartiere, cercando di insegnare loro la nostra lingua, se mai fossero stati interessati. Non che qualcuno le avesse chiesto poi di far loro da tata, pareva piuttosto attirarli naturalmente con la sua fertilità eccessiva, il modo in cui metteva in fila le parole rapidamente, senza mai dimenticare alcuna sillaba, con le dita dolci del colore dello zucchero bruno, li teneva uniti per ore in certi abbracci che assomigliavano a carezze enormi.
Mi è sempre sembrato che producesse dei rumori profondi quando muoveva il più piccolo dei suoi muscoli, era come se il suo sangue scorresse rombando, il respiro passasse dal naso come se dovesse tenere il ritmo cadenzato di una marcia, le lacrime erano grandine sulle guance. Quando portava i capelli dietro le orecchie, agitando le mani brune, era come se frusciassero i canneti, in un giorno di tramontana, e ogni suo passo era potente sulla Terra, potevo essere certo che le radici e i vermi, e le talpe e più piccoli granelli di foglie in decomposizione se lo sarebbero ricordato per sempre.

Fammi fare mente locale per almeno un attimo, fammi sbattere gli occhi, così che la palpebra indugi sulle pupille, impallando le lenti a contatto, facendo un rumore veramente piccolo, come di frizione.

Nel mio ricordo più fervido aveva il seno sempre molto leggero, vagamente tenuto da una specie di stoffa impalpabile che le aveva regalato sua nonna, la pelle come un certo divano che avevo visto nella sala di attesa di un dottore facoltoso che avevo consultato per la mia epilessia, una specie di color cammello abbronzato, una cosa così esotica come i cerchi alle orecchie, e come le sciarpe orribili, colorate, di lana intrecciata senza alcun criterio, e come i portatabacco a disegni concentrici che mi aveva detto rappresentavano tipo il sole e gli altri pianeti ma a me sembravano un ammasso di cotone fatto da una fricchettona daltonica appassionata di America Latina.

Giorgia Melillo

8. Fever Ray – Plunge

Data di Uscita: 27/10/2017

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      Ogni volta che torno dal ristorante in cui lavoro cado addormentata, sento che i muscoli si irrigidiscono e il viso mi si contrae in una smorfia. Cado addormentata come fossi un corpo morto, e sogno, sogno sempre la stessa cosa.
      Sono in un giardino con delle alte pareti di tufo, i mattoni sono coperti da uno strato di vernice bitorzoluta, piena di spine e irregolarità, che se ci si volesse appoggiare dolcemente, durante una chiacchiera o un bacio, trafiggerebbero la schiena, colpendo alle spalle come i traditori, ci sono alberi molto alti che circondano le pareti di tufo, non posso quindi vederne la base del tronco e le radici, ma sono ben cosciente della forma che hanno, mentre non so nemmeno più bene quale sia la mia, e ne vedo la chioma levarsi altissima, immobile, anche se soffia il vento che mi sposta i capelli.
      Mi ritrovo sulle sponde di un piccolo lago verde, senza aver mosso un passo, senza aver camminato in giro per il giardino, perché pur non avendolo mai visto durante il giorno lo conosco alla perfezione, come fosse la mia stanza. Ci sono dei sassi che mi fanno pensare ai giardini dei templi zen, e dovrei attraversare il laghetto saltandoci sopra, come in certe immagini disegnate a mano di ragazzine con la faccia squadrata e il naso molto piccolo a v che sembra un uccellino in lontananza se lo giri di 180 gradi, sorprese nell’atto di saltare con le loro gonne a pieghe e i calzettoni.
      Non mi preoccupo affatto che i sassi possano essere scivolosi, è un pensiero che poi mi si affaccia alla mente nei giorni successivi, quando sono sveglia, perché nel sogno saltello con disinvoltura su un sasso e poi su di un altro, e con altrettanta disinvoltura cado, senza un vero motivo, non ho fatto passi falsi o sbagliato a calcolare le distanze, cado come quando se ad un certo punto fosse una cosa prevista dal percorso, e un numero imprecisato di mani, venute su dal laghetto basso, mi ritira su, spingendomi dalle gambe dai piedi, sento delle mani che fanno leva e mi tirano su dalle natiche, sento delle mani che, senza esitare, si infilano su per il mio sesso, lo frugano, lo usano per farmi stare su, come se fossi una bambola da collezione, che ha perso il suo puntello.
      Mi sveglio di solito con la mascella serrata, e i denti doloranti, che è tutto buio e neanche i lampioni riescono ad arrampicarsi su per la facciata del palazzo, o forse non ci sono lampioni, e io non sono nella mia stanza, perché non ricordo di averne mai avuta una, non ricordo dove sto dormendo, se dormo ancora, se questi sul cuscino sono i miei capelli, se quello giù in basso, tra le gambe, e sangue o chissà.

 

Giorgia Melillo

9. King Krule – The Ooz

Data di Uscita: 13/10/2017

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Ascolta King Krule – Slush Puppy

      Sul bus che mi porta da Montipò a Cadrigara.
      Il bus è diretto ad un festival dove suonano Nick Cave, Tom Waits, Bauhaus, James Blake il primo giorno, Elvis, Kanye West, Tricky, Morphine il secondo. Ci sono poi altri gruppetti scritti più in piccolo ma non li conosco.
      Perché mai organizzare un festival in questo posto? Sono in viaggio da ormai mezz’ora in uno strano mondo di mezzo, non ho visto altro che rotatorie piene di nebbia e umide di pioggia, volpi e gabbiani che rovistano nella monnezza, clown slavati che bussano alle vecchiette per chiedere dolciumi. Il bus è semivuoto con giusto un paio di cappelli più avanti, un pelato ascolta musica dalle cuffiette una fila più in là alla mia destra.
      Lo sguardo vacuo sul finestrino, mi sento toccare il braccio dal sedile posteriore.
      Mi giro appena e già quasi di collo vengo schiaffeggiato da una fiatella scortese, intravedo degli occhiali da vista pigri.
      Scusa sapresti dirmi l’ora, chiede una voce squillante con troppe sfumature acute. Gli mostro il mio quadrante da polso senza dire una parola, non aspetto la fine del suo grazie per girarmi di nuovo verso il finestrino e il paesaggio plumbeo. Odio quando qualcuno mi fa perdere il filo dei pensieri.
      Il pelato alla mia destra si è addormentato con la bocca aperta, la testa gli ballonzola a tratti, chissà se per le buche o la musica. Si sente così forte che qualcosa arriva anche a me, da questo lato, provo ad aguzzare l’udito per riconoscere qualcosa che magari ascolto anch’io. Dacchè sentivo clangori e casino mi pare ci sia solo un salmodiare, ora, strascicato su una qualche base ritmata.
      Fermo ad un semaforo, il pub all’angolo offre l’illusione di un bicchiere di vino caldo al riparo, dalla strada s’intravede il bancone di legno gonfio ormai marcio, una donna gobba con il grembiule macchiato che passa la pezza tutto intorno.
      Qualcosa mi tocca di nuovo il braccio, è come un pizzico leggero all’altezza del gomito, poi la stessa fiatella di prima.
      Scusa da dov’è partito questo pullman?
      Montipò, credo.
      Ah, non Trazzardo?
      Guarda, non saprei. Io l’ho preso a Montipò.
      E a che ora ci arriviamo a Cadrigara?
      Alle dodici e quaranta.
      Sono volutamente scontroso, forse, ma neanche troppo. Attendo altri due secondi di silenzio e mi giro di nuovo. Non so se questa persona sia un semplice babbione che vuole fare conversazione, un problematico scappato da un centro d’igiene mentale o un frocetto. Nessuna di queste opzioni mi sembra potenzialmente problematica quanto il fatto che io non voglia parlarci.
      Passa ancora meno tempo e mi sento toccare il braccio per la terza volta. Adesso sono più lucido e pronto all’aggressività.
      Scusa mi ridici l’ora per favore?
      Sono le dodici e venticinque.
      Tono più alto e secco. Mi giro completamente per guardarlo dritto in faccia. Pochi capelli, faccia tonda, occhi umidicci dietro un paio di occhiali trasparenti. Lo guardo enigmatico, come per dire: che vuoi?
      Ma tu vai a Cadrigara?
      Si.
      E sei di lì?
      No, è per lavoro.
      E che lavoro fai?
      Bè…
      Dio santo, ma perché devo spiegargli la mia vita?
      Sono un giornalista. Scrivo per un mensile di musica, a Cadrigara c’è un festival in questi giorni.
      Lui si esalta.
      E’ bellissimo, stupendo. Anche io in passato volevo entrare nel mondo della musica, però non ho mai saputo come, chi conoscere. Poi una certa mia amica cantava ai matrimoni e ha provato a mettere su qualcosa di suo ma è tornata con la coda tra le gambe nella sua città natale.
      Bene…cioè male, mi dispiace.
      Ma tu che sei del campo, che mi consigli?
      Io, l’uomo del campo.
      Diciamo…che devi conoscere qualcuno, poi…non so, dipende che vuoi fare nel mondo della musica…io scrivo, non so mica suonare…dipende che musica ti piace, se suoni con qualcuno, se canti, non so, davvero, non so…fai già qualcosa di tuo? Vai ad X-Factor.
      Fiatella ride contraendo le guance, si mette le mani in faccia come per schermarsi da un’assurdità. Ha un che di comico e le sue movenze sono nettamente femminee. Ma no, io sono così timido, poi non so se ho il coraggio di farlo, quella marcia in più che ci vuole, perché ci vuole, si?
      No, ci vuole che tu abbia del maledetto talento e molto culo, penso. Ora dì qualcosa che non lo invogli a chiederti altro, rispondi a questo mostro di gaiezza inutile e chiudi la conversazione con molto garbo. Soprattutto fagli intendere di non pizzicarti il braccio per la quarta volta e che andasse a parlare con il pelato con le cuffiette.
      Sì, certo che ci vuole.
      La discussione poteva ancora pericolosamente diventare una di quelle pistolettate inutili sul merito, sulla voglia di fare e di crederci fino in fondo quando hai un sogno. Avremmo impiegato quel tempo che mi separava dalla fermata di Cadrigara facendo passare inutili correnti d’aria tra le fauci nauseabonde, lui, e ascoltando con finto interesse calante, io, inserendo qualche riempitivo qua e là per puntellare una baracca traballante.
      Inaspettatamente, e con mio grande sollievo, Fiatella si alza, siamo appena all’ingresso di Cadrigara e lui scende. Ciao, mi fa, melanconicamente.
      Il paese si dipana lungo un corso principale ed una miriade di traversine buie dai due lati. I lampioni sono già accesi nonostante manchi ancora un po’ al tramonto, anche se in lontananza il cielo basso ha già iniziato a scurirsi verso l’umanità attiva del pomeriggio cittadino.
      Dopo un paio di fermate mi alzo anch’io per scendere, prendo lo zaino e passo affianco al pelato con le cuffiette che dorme ancora. Cerco di non sfiorarlo.
      Per strada, ho subito voglia di uno slush puppy.

 

Gabriele Battista

10. Bonobo – Migration

Data di Uscita: 13/01/2017

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      La decisione di svegliarmi tutte le mattine all’alba l’avevo presa che facevo appena il liceo e abitavo in un caseggiato di mattoni rossi, circondato quasi completamente da ortensie lilla enormi, così grandi che qualche volta non riuscivo a guardare oltre il muro di recinzione, per via delle ortensie enormi. Dal mio balcone minuscolo, dove avevo imparato a fumare e a guardare la signora del terzo piano che si massaggiava il seno con l’olio di mandorle, vedevo uno scorcio della stazione dei treni in costruzione, ero sicuro che sarebbe stata un’opera enorme, perché non appena aveva cominciato a prender forma avevo visto miriadi di uccelli volarci sopra, a stormi, fermarvisi per raccogliere il resto dello stormo, possibilmente far mente locale e poi dare la comunicazione con quel particolare linguaggio degli uccelli che mi ero sempre immaginato abbastanza liquido, fatto di un sacco di L comunque. Avevo deciso che non valeva la pena di passare tutta la notte in contemplazione della chitarra che non avevo mai imparato a suonare, del Don Chisciotte in due volumi che mio padre, ti prego Giacomo leggilo tutto e fatti una cultura coi classici che non avevo mai letto, dei Topolino che mia madre aveva comprato per rispettare la tradizione e perché pensava che fossi un collezionista serio, e che invece manco quelli mi veniva voglia di leggere. Avevo deciso, e non senza grossi ripensamenti, malumori, sofferenze più o meno mal tollerate, che sarebbe stato il caso di svegliarsi molto presto al mattino, per vedere l’alba e tutto il resto, per osservare gli uccelli che chissà se erano gli stessi dell’anno scorso, ma soprattutto perché la notte portava con sé quella dose di tristezza da doveri non adempiuti, che tanto valeva abituarsi a una vita di sensi di colpa. Non è che avessi ottenuto risultati considerevoli, durante gli anni del liceo, anzi più che altro quei pensieri lì venivano ugualmente a nuotare in zona fronte, ma lo facevano di mattina così avevano tutto il giorno per sedimentarsi. Però avevo visto la stazione svettare sempre più alta tra le ortensie, diventare un monolite con un sacco di spigoli, completamente riflettente, e mi ero domandato cosa avrebbero fatto gli stormi di uccelli, se ci si sarebbero scontrati, confusi dai raggi del sole di novembre, o se avrebbero riconosciuto la propria immagine, invecchiata di anno in anno. Poi mi ero sentito stupido, a pormi questi interrogativi fantasiosi invece di studiare la situazione dello stato di Israele per capirci qualcosa quando se ne parlava alle cene di Natale, poi avevo pensato ancora a quella specie di adesivi ritraenti rondini stilizzate, attaccati ai pannelli in plexiglas lungo le ferrovie, come avvertimento per gli uccellini che avevano voglia di volare basso. Avevo progettato in mente degli adesivi analoghi, ma immensi, per la facciata della stazione.
      Qualche anno dopo, avevo cambiato casa ed ero riuscito a trovarne una che affacciava direttamente sulla stazione, permettendomi di guardarla da varie angolazioni. Abitavo completamente da solo, e avevo regalato la chitarra a un mio amico che poi era diventato ricco suonando per strada, venduto i Topolino al mercatino dell’usato in cui avevo conosciuto un uomo che concludeva ogni pasto con una Big Babol e che per questo ne collezionava le carte, ma avevo tenuto il Don Chisciotte perché sicuro mi avrebbe aiutato a rimorchiare sull’autobus. La questione Raniero era venuta fuori diversi giorni dopo il mio trasferimento, quando avevo preso a calci il televisore che non funzionava, ed ero andato a letto senza mangiare, col risultato che avevo anticipato il mio risveglio alle quattro e mezza circa. Era ancora buio, non si sarebbero visti nemmeno i pappagallini verdi che avevano invaso la città, con quell’illuminazione scarsa. Dal piano di sotto avevo sentito dei colpi regolari e fortissimi, come se qualcuno stesse cercando di fare un buco per ricavare un po’ di spazio tra il soggiorno e la sala da pranzo. Doveva essere il signore dell’interno 21, sotto al mio, che mi redarguiva per i miei rumori molesti. Ero tornato a letto coi sensi di colpa dell’adolescenza, cercando di camminare con il bordo esterno dei piedi, così da non far rumore. Per la prima volta dopo sei anni avevo dormito fino alle undici del mattino, poi ero andato a chieder notizie a Ester, la portiera affabile come un caimano digiuno. Aveva solo saputo dirmi che quel tizio si chiamava Raniero (ma molti altri inquilini, negli anni avvenire, lo chiamarono Pamelo e Danielo) e che si faceva il riporto ai capelli. Ci ripenso spesso ora, ma per quando mi sforzi non riesco a ricordarmi il tempo passato nel mio monolocale vicino alla stazione, nemmeno quanti anni fossero stati effettivamente. Ricordo solo che trascorsi il primo periodo a tormentarmi nel letto mentre Raniero bussava dal piano di sotto, con qualcosa che doveva assomigliare ad un ariete da sfondamento, o al tronco di un acero bicentenario, chiedendomi se non fosse il caso di comprare un trapano da asfalto e semplicemente piombargli in salotto, oppure preparare delle torte dall’aspetto meraviglioso e poi riempirle di paracetamolo così da incastrarlo sulla tazza, o costringerlo a grandi sudate per poi farle scendere sul suo balcone e aspettare che cadesse nel mio tranello.
      Una notte, che passai in preda ai deliri della febbre, perché ero stato colto da un temporale, mentre camminavo beato costeggiando un cimitero monumentale, sognai il vicino dell’interno 21 che si arrampicava sul muro, e poi sul soffitto e che camminava avanti e indietro con scarpe altissime, col tacco spesso. Un’altra ancora, mentre facevo l’amore con una ragazza con gli occhiali, mi parve che stesse dissodando con un trattore il pavimento del suo salotto che mi ero sempre immaginato pieno di animali impagliati. La ragazza con gli occhiali era andata via molto traumatizzata, e io avevo guardato gli uccelli dalla mia finestra, ancora steso sul letto, mentre il vicino dell’interno 21 decideva di tirare al piattello nel corridoio di casa sua e avevo pensato al tempo in cui tutto era silenzioso, e perfetto, come la stazione dei treni altissima nel cielo, grande specchio per gli uccelli migratori confusi, e avevo pensato a come è facile dimenticare il silenzio, quando un rumore diventa costante.
      Quando avevo smesso di rispondere al telefono mia madre aveva fatto irruzione in casa mia e, scoperta la causa delle mie occhiaie, e accortasi che avevo costruito una specie di punto di ristoro per gli uccelli che migravano, sul mio balcone, col risultato che ormai assomigliava più che altro ad un letamaio, scrisse una lettera a Raniero chiedendogli un incontro formale.
      Raniero non rispose mai.
      Quasi cinque anni dopo, quando ormai avevo cominciato a ignorare Raniero, e mi ero comprato dei bonghi, ebbi la sorpresa di non sentire alcun rumore proveniente dall’interno 21. Il silenzio andò avanti per giorni. Seppi da Ester, dopo circa una settimana, che il signor Raniero dell’interno 21 si era andato a schiantare dritto dritto contro uno dei pannelli della stazione dei treni, uno di quelli riflettenti, che impedivano di guardar dentro e vedere gli impiegati a lavoro. Mi ero sorpreso a sospirare con una lacrima che insisteva dietro la palpebra destra, mi ero sorpreso a ripensare agli enormi adesivi a forma di uccello che un giorno, anni prima, avrei voluto creare per gli stormi che migravano. Mi ero sorpreso a chiedermi se il signor Raniero, nella superficie riflettente, ci avesse visto lo stesso signore dell’interno 21 che vedeva l’anno prima, e se non fosse stato quello il motivo del suo schianto.

Giorgia Melillo