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Fever Ray – Plunge

Data di Uscita: 27/10/2017

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      Ogni volta che torno dal ristorante in cui lavoro cado addormentata, sento che i muscoli si irrigidiscono e il viso mi si contrae in una smorfia. Cado addormentata come fossi un corpo morto, e sogno, sogno sempre la stessa cosa.
      Sono in un giardino con delle alte pareti di tufo, i mattoni sono coperti da uno strato di vernice bitorzoluta, piena di spine e irregolarità, che se ci si volesse appoggiare dolcemente, durante una chiacchiera o un bacio, trafiggerebbero la schiena, colpendo alle spalle come i traditori, ci sono alberi molto alti che circondano le pareti di tufo, non posso quindi vederne la base del tronco e le radici, ma sono ben cosciente della forma che hanno, mentre non so nemmeno più bene quale sia la mia, e ne vedo la chioma levarsi altissima, immobile, anche se soffia il vento che mi sposta i capelli.
      Mi ritrovo sulle sponde di un piccolo lago verde, senza aver mosso un passo, senza aver camminato in giro per il giardino, perché pur non avendolo mai visto durante il giorno lo conosco alla perfezione, come fosse la mia stanza. Ci sono dei sassi che mi fanno pensare ai giardini dei templi zen, e dovrei attraversare il laghetto saltandoci sopra, come in certe immagini disegnate a mano di ragazzine con la faccia squadrata e il naso molto piccolo a v che sembra un uccellino in lontananza se lo giri di 180 gradi, sorprese nell’atto di saltare con le loro gonne a pieghe e i calzettoni.
      Non mi preoccupo affatto che i sassi possano essere scivolosi, è un pensiero che poi mi si affaccia alla mente nei giorni successivi, quando sono sveglia, perché nel sogno saltello con disinvoltura su un sasso e poi su di un altro, e con altrettanta disinvoltura cado, senza un vero motivo, non ho fatto passi falsi o sbagliato a calcolare le distanze, cado come quando se ad un certo punto fosse una cosa prevista dal percorso, e un numero imprecisato di mani, venute su dal laghetto basso, mi ritira su, spingendomi dalle gambe dai piedi, sento delle mani che fanno leva e mi tirano su dalle natiche, sento delle mani che, senza esitare, si infilano su per il mio sesso, lo frugano, lo usano per farmi stare su, come se fossi una bambola da collezione, che ha perso il suo puntello.
      Mi sveglio di solito con la mascella serrata, e i denti doloranti, che è tutto buio e neanche i lampioni riescono ad arrampicarsi su per la facciata del palazzo, o forse non ci sono lampioni, e io non sono nella mia stanza, perché non ricordo di averne mai avuta una, non ricordo dove sto dormendo, se dormo ancora, se questi sul cuscino sono i miei capelli, se quello giù in basso, tra le gambe, e sangue o chissà.

 

Giorgia Melillo

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