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Beck – Colors

Data di Uscita: 13/10/2017

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      Le parole sono un’arma del delitto perfetta. Le usi e poi scompaiono per sempre. È la sua parola contro la mia, verba volant scripta manent, fatti non parole, sono tutti modi per dire che non c’è niente di concreto. E quindi, tutti assolti. Anche se le ferite rimangono, anche se le conseguenze sono reali, a parole, non ci sono mai prove sufficienti per incriminare. Ma se non fosse così?
      Hai presente Snake? Quel giochino del serpente che si allunga man mano che mangia? Quando i cellulari non erano smart e noi non eravamo social, ci si giocava per evitare l’imbarazzo di rimanere soli con se stessi. E più il serpente si allungava, più si era orgogliosi, mostravamo i risultati agli amici, ci vantavamo del punteggio raggiunto. Snake è la metafora giusta.
      Pensa se ogni singola sillaba pronunciata dalla nascita si attaccasse ineluttabilmente al nostro culo, se non ci fosse modo di liberarsene se non spiaccicandosi contro un muro o contro noi stessi. Ma a quel punto sarebbe Game Over e noi non abbiamo tre vite. Staremmo più attenti, no? Andremmo in giro portandoci le nostre parole, scansando quelle degli altri, cercando di non scontrarci. Cercando di sopravvivere. Ci faremmo furbi. Diremmo solo cose essenziali, non esisterebbero più i così tanto per dire o i mi è scappato.
      E per non farci mettere in imbarazzo dalla nostra coda, eviteremmo di parlare a sproposito. Non tutti, ovviamente, ma questo sarebbe un bene, renderebbe decisamente più facile capire con chi si ha a che fare.
      Ci hai giocato a Snake? Non è mica così semplice.
      Immagina: ognuno con i suoi bei mattoncini in fila, processionarie umane di sillabe, senza possibilità di scampo. Tutti potrebbero vedere le parole che abbiamo detto dalla nascita. Da mamma pappa alle peggiori porcate. Chi non sostiene il peso di ciò che dice, perde. Kaput. Non si può ritrattare, solo aggiungere al già detto e sperare che chi ci incontra si limiti a leggere la versione più recente. Immagini i politici? Gli artisti.
      L’amore? Pensa all’amore. Un continuo girarsi intorno senza mai toccarsi, contemplare la coda dell’altro e poi contare, amore amore amore amore, oggi mi hai detto amore quattro volte, sette ti amo, quindici tesoro. Ci amiamo ancora, quindi. Lo dice la nostra coda.
      Pensa invece alla fine di un amore. Rinfacciare, Recriminare, accusarsi, trentacinque parole fa mi hai detto troia, sì, ma rispondevo al tuo stronzo, fare statistiche, frequenze d’uso, ti amo partita amici sonostanco, vedi, non hai più tempo per me, te lo porti dietro, non mentire, non mi devi mentire, non… possiamo… mentirci. Inizi a vedere nomi che non sono il tuo, cose che non conosci, le code diventano sempre più diverse, parallele, non si incontrano più. Non si riconoscono più. Sarebbe più semplice. Lineare. Tutto meno faticoso.
      E poi arriverebbero i conti. Riprenditi subito i ti amo, quantrocentotrentatré ti amo, eccoteli, non mi appartengono più. Ti rendo le risate, i baci schioccati, i sospiri, i gemiti. I casa, i famiglia, i futuro.
      Chissà come sarebbe un mondo del genere. Tu. Chissà come saresti tu. Prima era pieno di noi e noi stavamo ore ad ascoltarci. La nostra coda si allungava ed era sempre più difficile girarci intorno, ma noi ci impegnavamo, lo facevamo danzando. Era più sensato rimanere in silenzio, ma non ne avevamo voglia, ci piaceva ascoltarci, avvolgerci, orbitare ed era tutto un tiamomimanchi abbracciami, un casafamigliafuturo, che scorrevano affianco ai miei tesoro stringimi nonlasciarmi casa famiglia… futuro.
      Futuro. Fu-tu-ro. Le parole hanno un peso, anche se non rimangono. Le parole fanno male, anche se non rimangono. Quindi riprenditi tutti i tuoi casa famiglia futuro. Ti ho riportato le tue parole.
      Liberami.
      Accorciami.

 
 

Aurora Martina Meneo

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