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Archive for ottobre, 2017

Amenra – Mass VI

Data di Uscita: 20/10/2017

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      Numero di Matricola 36421 ordine del giorno:
      sgomberare l’area verde nel settore 24, sarete sette veicoli.
      Come al solito gli ordini erano stringati e potevano sembrare generici, Harris però sapeva bene cosa volessero dire quelle poche parole, sarebbe stato un intervento routinario di pulizia del luogo da qualche barbone o, al massimo, di uno dei soliti gruppuscoli di dissidenti accampati nel piccolo boschetto. La zona la consoceva bene era nato e cresciuto non lontano da quel parco che avrebbe dovuto “ripulire” quella notte. Lo stream di notizie gestito dalla Compagnia non forniva informazioni su particolari problematiche relative al parco, per cui si tranquillizzò e si incamminò verso il suo bulldozzer. Con un cenno del capo salutò gli altri sei driver; come al solito sarebbero stati loro a fare il grosso del lavoro. Dopo i soliti convenevoli ognuno salì sul suo mezzo. Lui da capo squadra guidava la carovana, la radio della Compagnia stava passando le solite informative sul traffico, niente di rilevante. Il traffico sembrava scomparire all’avvicinarsi della colonna di mezzi corazzati di cui Harris era il capofila. L’onnipotenza di cui godeva in sella a quella massa di acciaio era una delle cose che lo faceva sentire vivo e il motivo principale che lo spingeva ancora, dopo 27 anni di onorato servizio, a continuare il suo lavoro. Seguì automaticamente il navigatore fino all’ingresso del parco.
      “Okay ragazzi vediamo di fare un lavoro pulito, non ci dovrebbe essere granchè da fare, cerchiamo di finire in fretta e di non spargere troppo sangue in giro”.
      Si mise il casco a visione notturna, spense le luci e diresse il suo bestione verso il limitare del boschetto. Si fermò per aspettare che tutti gli altri mezzi fossero in posizione ma, nel girarsi, notò a pochi metri di distanza due figure umane ben evidenziate dalle traccie di calore. Si doveva trattare di alcuni dissidenti che si erano resi conto di loro e che stavano cercando di scappare. Le istruzioni della Compagnia in questi casi erano chiare: bloccare i fuggitivi e consegnarli agli agenti di sicurezza che sarebbero arrivati dopo di loro.
      “Ragazzi ci sono dei topini che stanno cercando di scappare, fermatevi dove siete vado a prenderli e poi possiamo cominciare lo smantellamento”.
      Scese dal camion e si avvicinò alle siepi da cui proveniva la traccia di calore. Si rese conto che era una coppia che stava amoreggiando, per un attimo si bloccò. Si ricordò che proprio in quel parco aveva dato il suo primo bacio a Becky, mosso da comprensione decise di non seguire le direttive aziendali si limitò ad urlare ai ragazzi di alzarsi e di togliersi dai piedi. I due erano evidentemente spaventati dalla situazione e cercarono di far presente che non c’entravano nulla con gli occupanti. Harris si rese conto che quello che dicevano fosse molto plausibile e disse:
      “Ragazzi non potete stare qui, lo sapete bene che c’è il coprifuoco. Dovrei avvertire le forze di polizia, ma siete fortunati oggi non ho voglia di stare ad aspettare la sicurezza per mandarvi in galera. Levatevi dalle scatole!”.
      La coppia capì che per quella volta era andata bene, ringraziarono calorosamente ed andarono verso l’uscita.
      Harris tornando verso il camion ripensò all’espressione dei due quando, poco prima, li aveva colti sul fatto. Erano tremendamente imbarazzati ma non riuscivano a stare lontani l’uno dall’altro per tutto il tempo infatti si erano tenuti la mano, dovevano essere veramente una coppia felice di bravi ragazzi. Con questo pensiero risalì sul bulldozzer accese il motore e cominciò il lavoro che gli era stato ordinato quella notte.

Giulio Pieroni

Andrew Bird – Echolocations: River

Data di Uscita: 06/10/2017

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      La nebbia risaliva lenta dal fiume come una tigre bianca pronta all’attacco, mentre io ordinavo la legna appena tagliata aspettando mio padre che stava per arrivare con il trattore a sfondare quel bianco ed etereo muro di quiete che l’autunno aveva eretto con inconsapevole arte. Altre volte mi trovai a vederla salire dai fiumi e dai laghi, e ogni volta cambiava forma e animale: cavallo di montagna, cervo albino, lince e drago. Ogni volta che vedevo quel mare bianco innalzarsi mi sentivo bene in un modo che si prova soprattutto da bambini, quando si sa che ci si trova nel posto giusto, che nessuno altro posto è il tuo, che il mondo è dove sei tu e basta. Ora quella antica sensazione torna raramente, spesso quando sono in campagna, tra le mie querce, le uniche cose delle quali mi sento padrone e impadronito allo stesso tempo, nonostante la bruttezza della parola. Ora sono rari i momenti nei quali penso che il posto in cui sono è quello giusto, è la mia terra, è la mia aria, è la scelta che dà senso all’impeto folle dell’universo che spinge la sua vita nello spazio-tempo quasi con violenza, incurante di qualsiasi forza che incontra.
      Come mi sono ritrovato in questa città? Come mi sono ritrovato in questa vita? Ricordo una zattera fatta con un albero abbattuto pensando che fosse morto, mentre in realtà dentro era ancora vivo e pieno, troppo pesante per sorreggere un corpo, tantomeno per due; ricordo un amico vero che va nel fiume sulla zattera per la soddisfazione di navigare su qualcosa fatto con le proprie mani, anche se in modo inglorioso. Ricordo il potente riso, tanto forte da dover coprire lo scroscio del piano di miliardi di anime, tanto divertito da lavare tutto lo scempio della storia umana, tutto l’orrore. Ricordo un dolore fortissimo, quasi una morte, un’epifania del male, della cattiveria che può scoppiare anche nell’essere che si pensa più buono e innocuo, e poi ricordo la lenta rinascita e un senso di sempre maggiore forza e resistenza, di sempre maggiore coscienza di quanto sia tutto da vivere fino a non aver paura di cadere nel luogo comune dell’ultimo respiro, dell’estenuante pienezza esistenziale.
      Ricordo una rabbia tanto fitta da otturare quasi le arterie e ricordo il tentativo – ancora in atto, ma sempre migliore – di liberarsene, di liberarsi da sé stesso, di liberarsi dalla stessa libertà dopo averla conquistata a pieno. Ricordo di essere qui ora e che questo non è il passato ma il presente e che sarebbe saggio, una volta tanto, non soccombere all’ego, al desiderio di essere considerato migliore, godendo dello spazio, degli elementi, ridendo di questa nostra vita organica, atomica, alla quale, una volta tanto, vorrei mostrare la mia gratitudine, nonostante – malgrado le sue infinite orecchie – non mi possa sentire.

Marco Di Memmo

Mariam the Believer – Love Everything

Data di Uscita: 20/10/2017

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      Alle 13 in punto del 23 dicembre, la campanella sancì l’inizio delle vacanze scolastiche. In breve, fu il caos. Tra zaini volanti, urla e spintoni, Zelda mise nello zaino le due letterine di auguri e si infilò il giubbotto. Poi, rimase immobile, concentrandosi sul suo respiro. Si mosse solo quando il silenzio le assicurò che tutti gli altri fossero usciti.
      Faceva tutto così lentamente quel giorno.
      Di solito, percorreva il tragitto classe-cancello correndo, soprattutto quando sapeva che ad attenderla fuori c’era lui. Era scritto sulle carte, date, orari ma c’era sempre da aspettarsi che le carte fossero state ignorate. Ogni volta che lo scorgeva nel cortile, non poteva fare a meno di sorridere e non lo faceva solo con la bocca, era una smorfia bellissima che coinvolgeva tutta la sua faccia.
      Quel mercoledì, però, c’era qualcosa di diverso nell’aria. Fu un bidello impaziente a spingerla verso l’uscita. Il cortile era già vuoto.
      Vederlo in lontananza la rallegrò come sempre, ma stavolta la smorfia non comparve. La bocca sorrideva, gli occhi raccontavano un’altra storia. E lui che, pur vedendola poco, la conosceva a memoria, notò subito l’incongruenza.
      – Cosa c’è che non va? – le chiese ancor prima di salutarla.
      Lei non aveva ancora imparato a mentirgli.
      – Mi hanno detto una cosa a scuola.
      – Una cosa brutta?
      – Una cosa triste.
      – Vuoi raccontarmela?
      Figuriamoci se non voleva.
      – Mi hanno detto che Babbo Natale non esiste. È vero papà?
      Le avevano detto che è stupido credere in una cosa che non puoi né vedere né toccare, che non c’era niente di magico in quell’unico momento in cui sentiva di avere esattamente ciò che desiderava e che la paura di non chiedere la cosa giusta che la portava a pianificare la sua letterina mesi prima non aveva senso, perché tanto quella letterina non avrebbe mai lasciato le mani in cui la consegnava. Le avevano detto che i sogni sono solo sogni e la realtà con i sogni non c’entra un bel niente. Glielo avevano detto dei bambini di otto anni, bambini come lei e si sa che i bambini non sanno mentire.
      – Ascolta… ti hanno detto così, va bene. Ma che importa quello che dicono gli altri? Secondo te esiste?
      – Non lo so.
      – Pensaci un po’.
      In effetti i regali non mancavano mai e riceveva quasi sempre ciò che voleva. E poi c’era tanta allegria in quei giorni. Le lunghe tavolate, i parenti riuniti e tutta la compagnia che desiderava. Lei mica queste cose le scriveva nella lettera, come era possibile che accadessero lo stesso? Un po’ di magia doveva esserci per forza.
      – Sì. Secondo me sì. Ma…
      – Tu vuoi che esista?
      – Sì, certo che voglio.
      – E allora esiste.

      E Zelda ci crede ancora.

Aurora Martina Meneo

Alessandro Cortini – AVANTI

Data di Uscita: 6/10/2017

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      Ero immobile a fumarmi una sigaretta nel cucinino, la finestra socchiusa per non far impregnare l’aria di casa di nicotina e catrame, le goccioline di condensa all’interno del vetro e un radiatore in ghisa acceso prima del tempo nell’incasso sottostante. Sentivo freddo, tremavo, le gambe faticavano parecchio a sorreggermi nonostante fossi anche appoggiato al vetro, per ripartire i carichi. Il termometro poco dopo disse che avevo la febbre, 38,3°C per la precisione, e siccome sono sempre stato un matto decisi di uscire a fare due passi. Indossai il cappotto al contrario, come l’avevo lasciato la sera prima per la fretta di buttarmi sul divano e recuperare episodi della serie che stavo seguendo; dicevo, me lo infilai a rovescio, se non altro la lana a scacchi mi scaldava di più tenuta addosso, e poco importava del woolmark che campeggiava tra le mie scapole, con quella nebbia avrei incrociato pochi stupidi come me, e basta.
      Ero tornato a vivere a Bologna da pochi mesi, giusto il tempo per sentirmi sia di nuovo a casa sia impacciato nel rientrare nell’equilibrio felsineo; quando percorrevo le strette vie del centro la vertigine dei deja-vu mi dava alla testa, tra le lezioni universitarie e amori al sapore di vino e tabacco sfogati negli androni di palazzi a caso. Andavo spesso in confusione e mi facevo tenerezza.
      Vagavo al riparo dei portici come un cane randagio, le giornate si stavano accorciando e la luce giallognola dei lampioni gettava riflettori annacquati sui passi della gente: gli studenti che si accordavano per preparare gli esami e per le serate a tema dai risvolti alcolici e lascivi, i lavoratori stanchi e frettolosi, gli spacciatori guardinghi, i bambini instancabili dalle facce ilari. Ero stato uno di loro, un bimbo, un universitario, un operaio, un pusher imbranato, eppure non riuscivo a riconoscermi in nessuno di loro. I famosi gradi di separazione, che si erano trasformati in distanze siderali congelando l’empatia.
      Riflettevo e inciampavo in continue digressioni che mi facevano perdere il filo, come se non fosse già complicato reinventarsi e ricominciare daccapo; gettavo in avanti la linea del tempo ma lei si burlava di me, spesso faceva impertinenti piroette e mi spiazzava coi dietrofront. La nostalgia mi chiudeva la gola con un grosso nodo, e questi tramonti del cazzo dietro alberi semispogli stringevano il cappio, eppure dovevo scioglierlo, per tornare a vivere.
      Avevo fatto una chiacchierata con Alessandro poco prima, mi raccontò di aver ritrovato vecchi nastri e VHS della sua infanzia che lo fecero ripiombare di colpo tra le braccia della famiglia, tra le mura di casa, a giocare con gli animali e a rotolarsi nella neve. Me ne parlava con dolcezza, con quella malinconia serena che traccia sul volto un sorriso velato e infonde la forza per proseguire attraverso i giorni. Un soffice abbraccio, un deciso incoraggiamento.
      Da quel momento presi a pensare a quanto conta la memoria nella vita, a quanto le immagini e i timbri vocali si innestano nei ricordi come grossi gradoni in pietra sui quali poter tornare a ripercorrere il proprio cammino ogni volta. Restano lì, immobili e imponenti, inamovibili, come le certezze. Ti dicono dove mettere i piedi per non perdere l’equilibrio. Pensai a quanto guardare indietro potesse servire a prendere la rincorsa per saltare dal trampolino dell’andare avanti, anziché piangersi addosso.
      Iniziare, come atto di coraggio
      Perdonare, come forma di amore
      Aspettare, come crescita consapevole
      Nonfare, come scelta attiva e non passiva
      Vincere, come meta di fatica e tenacia
      Perdere, come possibilità da accettare
      Finire, come riappacificazione col tempo
      Una musica lieve e intensa, vibrazioni sonore come brividi emotivi, imperfezioni volute perché proprio lì risiedeva il segreto: nelle sbavature, nelle irregolarità, nel genuino accostarsi agli altri e comporre un incastro che spesso sembrava non risolversi mai del tutto ma che, a dispetto di timori e insicurezze, in qualche modo funzionava. I climax, le volute, i passi sporchi sulla neve appena caduta, un sintetizzatore che cristallizzava la reminiscenza e le melodie che soffiavano sul ghiaccio rimasto sulle piante.
      Dalle parti dei Giardini Margherita c’era una strada che piegava a gomito uguale a tante altre, le auto parcheggiate ordinate in fila, i cancelli in ferro, i cortili seminascosti e una fermata del bus. Non fui sorpreso di essere approdato da quelle parti nel mio peregrinare nebbioso e solitario. Mi acquattai dietro un muretto di recinzione, quell’odore di alloro me lo ricordavo incollato agli abiti di lavoro di mio nonno. La sagoma di mio padre era seduta in poltrona dietro la tenda, era l’ora dedicata alla lettura del giornale; mi sembrava di sentire la sua voce commentare le notizie, e quella di mia madre partire in un controcanto di osservazioni dalla cucina, il profumo del brodo, mio fratello che chiedeva attenzioni mentre giocava sul tappeto e io che facevo i compiti per la scuola.
      Era forse il flashback più violento, ma mi stordì di calore.

 

Federica Giaccani

Fever Ray – Plunge

Data di Uscita: 27/10/2017

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      Ogni volta che torno dal ristorante in cui lavoro cado addormentata, sento che i muscoli si irrigidiscono e il viso mi si contrae in una smorfia. Cado addormentata come fossi un corpo morto, e sogno, sogno sempre la stessa cosa.
      Sono in un giardino con delle alte pareti di tufo, i mattoni sono coperti da uno strato di vernice bitorzoluta, piena di spine e irregolarità, che se ci si volesse appoggiare dolcemente, durante una chiacchiera o un bacio, trafiggerebbero la schiena, colpendo alle spalle come i traditori, ci sono alberi molto alti che circondano le pareti di tufo, non posso quindi vederne la base del tronco e le radici, ma sono ben cosciente della forma che hanno, mentre non so nemmeno più bene quale sia la mia, e ne vedo la chioma levarsi altissima, immobile, anche se soffia il vento che mi sposta i capelli.
      Mi ritrovo sulle sponde di un piccolo lago verde, senza aver mosso un passo, senza aver camminato in giro per il giardino, perché pur non avendolo mai visto durante il giorno lo conosco alla perfezione, come fosse la mia stanza. Ci sono dei sassi che mi fanno pensare ai giardini dei templi zen, e dovrei attraversare il laghetto saltandoci sopra, come in certe immagini disegnate a mano di ragazzine con la faccia squadrata e il naso molto piccolo a v che sembra un uccellino in lontananza se lo giri di 180 gradi, sorprese nell’atto di saltare con le loro gonne a pieghe e i calzettoni.
      Non mi preoccupo affatto che i sassi possano essere scivolosi, è un pensiero che poi mi si affaccia alla mente nei giorni successivi, quando sono sveglia, perché nel sogno saltello con disinvoltura su un sasso e poi su di un altro, e con altrettanta disinvoltura cado, senza un vero motivo, non ho fatto passi falsi o sbagliato a calcolare le distanze, cado come quando se ad un certo punto fosse una cosa prevista dal percorso, e un numero imprecisato di mani, venute su dal laghetto basso, mi ritira su, spingendomi dalle gambe dai piedi, sento delle mani che fanno leva e mi tirano su dalle natiche, sento delle mani che, senza esitare, si infilano su per il mio sesso, lo frugano, lo usano per farmi stare su, come se fossi una bambola da collezione, che ha perso il suo puntello.
      Mi sveglio di solito con la mascella serrata, e i denti doloranti, che è tutto buio e neanche i lampioni riescono ad arrampicarsi su per la facciata del palazzo, o forse non ci sono lampioni, e io non sono nella mia stanza, perché non ricordo di averne mai avuta una, non ricordo dove sto dormendo, se dormo ancora, se questi sul cuscino sono i miei capelli, se quello giù in basso, tra le gambe, e sangue o chissà.

 

Giorgia Melillo

Beck – Colors

Data di Uscita: 13/10/2017

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      Le parole sono un’arma del delitto perfetta. Le usi e poi scompaiono per sempre. È la sua parola contro la mia, verba volant scripta manent, fatti non parole, sono tutti modi per dire che non c’è niente di concreto. E quindi, tutti assolti. Anche se le ferite rimangono, anche se le conseguenze sono reali, a parole, non ci sono mai prove sufficienti per incriminare. Ma se non fosse così?
      Hai presente Snake? Quel giochino del serpente che si allunga man mano che mangia? Quando i cellulari non erano smart e noi non eravamo social, ci si giocava per evitare l’imbarazzo di rimanere soli con se stessi. E più il serpente si allungava, più si era orgogliosi, mostravamo i risultati agli amici, ci vantavamo del punteggio raggiunto. Snake è la metafora giusta.
      Pensa se ogni singola sillaba pronunciata dalla nascita si attaccasse ineluttabilmente al nostro culo, se non ci fosse modo di liberarsene se non spiaccicandosi contro un muro o contro noi stessi. Ma a quel punto sarebbe Game Over e noi non abbiamo tre vite. Staremmo più attenti, no? Andremmo in giro portandoci le nostre parole, scansando quelle degli altri, cercando di non scontrarci. Cercando di sopravvivere. Ci faremmo furbi. Diremmo solo cose essenziali, non esisterebbero più i così tanto per dire o i mi è scappato.
      E per non farci mettere in imbarazzo dalla nostra coda, eviteremmo di parlare a sproposito. Non tutti, ovviamente, ma questo sarebbe un bene, renderebbe decisamente più facile capire con chi si ha a che fare.
      Ci hai giocato a Snake? Non è mica così semplice.
      Immagina: ognuno con i suoi bei mattoncini in fila, processionarie umane di sillabe, senza possibilità di scampo. Tutti potrebbero vedere le parole che abbiamo detto dalla nascita. Da mamma pappa alle peggiori porcate. Chi non sostiene il peso di ciò che dice, perde. Kaput. Non si può ritrattare, solo aggiungere al già detto e sperare che chi ci incontra si limiti a leggere la versione più recente. Immagini i politici? Gli artisti.
      L’amore? Pensa all’amore. Un continuo girarsi intorno senza mai toccarsi, contemplare la coda dell’altro e poi contare, amore amore amore amore, oggi mi hai detto amore quattro volte, sette ti amo, quindici tesoro. Ci amiamo ancora, quindi. Lo dice la nostra coda.
      Pensa invece alla fine di un amore. Rinfacciare, Recriminare, accusarsi, trentacinque parole fa mi hai detto troia, sì, ma rispondevo al tuo stronzo, fare statistiche, frequenze d’uso, ti amo partita amici sonostanco, vedi, non hai più tempo per me, te lo porti dietro, non mentire, non mi devi mentire, non… possiamo… mentirci. Inizi a vedere nomi che non sono il tuo, cose che non conosci, le code diventano sempre più diverse, parallele, non si incontrano più. Non si riconoscono più. Sarebbe più semplice. Lineare. Tutto meno faticoso.
      E poi arriverebbero i conti. Riprenditi subito i ti amo, quantrocentotrentatré ti amo, eccoteli, non mi appartengono più. Ti rendo le risate, i baci schioccati, i sospiri, i gemiti. I casa, i famiglia, i futuro.
      Chissà come sarebbe un mondo del genere. Tu. Chissà come saresti tu. Prima era pieno di noi e noi stavamo ore ad ascoltarci. La nostra coda si allungava ed era sempre più difficile girarci intorno, ma noi ci impegnavamo, lo facevamo danzando. Era più sensato rimanere in silenzio, ma non ne avevamo voglia, ci piaceva ascoltarci, avvolgerci, orbitare ed era tutto un tiamomimanchi abbracciami, un casafamigliafuturo, che scorrevano affianco ai miei tesoro stringimi nonlasciarmi casa famiglia… futuro.
      Futuro. Fu-tu-ro. Le parole hanno un peso, anche se non rimangono. Le parole fanno male, anche se non rimangono. Quindi riprenditi tutti i tuoi casa famiglia futuro. Ti ho riportato le tue parole.
      Liberami.
      Accorciami.

 
 

Aurora Martina Meneo

King Krule – The Ooz

Data di Uscita: 13/10/2017

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Ascolta King Krule – Slush Puppy

      Sul bus che mi porta da Montipò a Cadrigara.
      Il bus è diretto ad un festival dove suonano Nick Cave, Tom Waits, Bauhaus, James Blake il primo giorno, Elvis, Kanye West, Tricky, Morphine il secondo. Ci sono poi altri gruppetti scritti più in piccolo ma non li conosco.
      Perché mai organizzare un festival in questo posto? Sono in viaggio da ormai mezz’ora in uno strano mondo di mezzo, non ho visto altro che rotatorie piene di nebbia e umide di pioggia, volpi e gabbiani che rovistano nella monnezza, clown slavati che bussano alle vecchiette per chiedere dolciumi. Il bus è semivuoto con giusto un paio di cappelli più avanti, un pelato ascolta musica dalle cuffiette una fila più in là alla mia destra.
      Lo sguardo vacuo sul finestrino, mi sento toccare il braccio dal sedile posteriore.
      Mi giro appena e già quasi di collo vengo schiaffeggiato da una fiatella scortese, intravedo degli occhiali da vista pigri.
      Scusa sapresti dirmi l’ora, chiede una voce squillante con troppe sfumature acute. Gli mostro il mio quadrante da polso senza dire una parola, non aspetto la fine del suo grazie per girarmi di nuovo verso il finestrino e il paesaggio plumbeo. Odio quando qualcuno mi fa perdere il filo dei pensieri.
      Il pelato alla mia destra si è addormentato con la bocca aperta, la testa gli ballonzola a tratti, chissà se per le buche o la musica. Si sente così forte che qualcosa arriva anche a me, da questo lato, provo ad aguzzare l’udito per riconoscere qualcosa che magari ascolto anch’io. Dacchè sentivo clangori e casino mi pare ci sia solo un salmodiare, ora, strascicato su una qualche base ritmata.
      Fermo ad un semaforo, il pub all’angolo offre l’illusione di un bicchiere di vino caldo al riparo, dalla strada s’intravede il bancone di legno gonfio ormai marcio, una donna gobba con il grembiule macchiato che passa la pezza tutto intorno.
      Qualcosa mi tocca di nuovo il braccio, è come un pizzico leggero all’altezza del gomito, poi la stessa fiatella di prima.
      Scusa da dov’è partito questo pullman?
      Montipò, credo.
      Ah, non Trazzardo?
      Guarda, non saprei. Io l’ho preso a Montipò.
      E a che ora ci arriviamo a Cadrigara?
      Alle dodici e quaranta.
      Sono volutamente scontroso, forse, ma neanche troppo. Attendo altri due secondi di silenzio e mi giro di nuovo. Non so se questa persona sia un semplice babbione che vuole fare conversazione, un problematico scappato da un centro d’igiene mentale o un frocetto. Nessuna di queste opzioni mi sembra potenzialmente problematica quanto il fatto che io non voglia parlarci.
      Passa ancora meno tempo e mi sento toccare il braccio per la terza volta. Adesso sono più lucido e pronto all’aggressività.
      Scusa mi ridici l’ora per favore?
      Sono le dodici e venticinque.
      Tono più alto e secco. Mi giro completamente per guardarlo dritto in faccia. Pochi capelli, faccia tonda, occhi umidicci dietro un paio di occhiali trasparenti. Lo guardo enigmatico, come per dire: che vuoi?
      Ma tu vai a Cadrigara?
      Si.
      E sei di lì?
      No, è per lavoro.
      E che lavoro fai?
      Bè…
      Dio santo, ma perché devo spiegargli la mia vita?
      Sono un giornalista. Scrivo per un mensile di musica, a Cadrigara c’è un festival in questi giorni.
      Lui si esalta.
      E’ bellissimo, stupendo. Anche io in passato volevo entrare nel mondo della musica, però non ho mai saputo come, chi conoscere. Poi una certa mia amica cantava ai matrimoni e ha provato a mettere su qualcosa di suo ma è tornata con la coda tra le gambe nella sua città natale.
      Bene…cioè male, mi dispiace.
      Ma tu che sei del campo, che mi consigli?
      Io, l’uomo del campo.
      Diciamo…che devi conoscere qualcuno, poi…non so, dipende che vuoi fare nel mondo della musica…io scrivo, non so mica suonare…dipende che musica ti piace, se suoni con qualcuno, se canti, non so, davvero, non so…fai già qualcosa di tuo? Vai ad X-Factor.
      Fiatella ride contraendo le guance, si mette le mani in faccia come per schermarsi da un’assurdità. Ha un che di comico e le sue movenze sono nettamente femminee. Ma no, io sono così timido, poi non so se ho il coraggio di farlo, quella marcia in più che ci vuole, perché ci vuole, si?
      No, ci vuole che tu abbia del maledetto talento e molto culo, penso. Ora dì qualcosa che non lo invogli a chiederti altro, rispondi a questo mostro di gaiezza inutile e chiudi la conversazione con molto garbo. Soprattutto fagli intendere di non pizzicarti il braccio per la quarta volta e che andasse a parlare con il pelato con le cuffiette.
      Sì, certo che ci vuole.
      La discussione poteva ancora pericolosamente diventare una di quelle pistolettate inutili sul merito, sulla voglia di fare e di crederci fino in fondo quando hai un sogno. Avremmo impiegato quel tempo che mi separava dalla fermata di Cadrigara facendo passare inutili correnti d’aria tra le fauci nauseabonde, lui, e ascoltando con finto interesse calante, io, inserendo qualche riempitivo qua e là per puntellare una baracca traballante.
      Inaspettatamente, e con mio grande sollievo, Fiatella si alza, siamo appena all’ingresso di Cadrigara e lui scende. Ciao, mi fa, melanconicamente.
      Il paese si dipana lungo un corso principale ed una miriade di traversine buie dai due lati. I lampioni sono già accesi nonostante manchi ancora un po’ al tramonto, anche se in lontananza il cielo basso ha già iniziato a scurirsi verso l’umanità attiva del pomeriggio cittadino.
      Dopo un paio di fermate mi alzo anch’io per scendere, prendo lo zaino e passo affianco al pelato con le cuffiette che dorme ancora. Cerco di non sfiorarlo.
      Per strada, ho subito voglia di uno slush puppy.

 

Gabriele Battista