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Chelsea Wolfe – Hiss Spun

Data di Uscita: 22/09/2017

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      C. aveva costruito la propria casa nel ventre di un vulcano, tutti lo sapevano spento e morto da tempi immemorabili ma lei conosceva i segreti della Terra e lo sentiva, la notte, borbottare tra sé e sé come una pentola portata al bollore. Il paesaggio attorno era lunare, terra nera e arsa sotto cieli perennemente in bilico tra un azzurro pallido e un grigio inappellabile. Una parte di mondo privata di tinte calde.
      C. viveva in queste stanze scavate nella roccia come caverne primitive, o forse si era da sempre presa gioco della gente e aveva mobili Ikea come tutti, ma scommetto di no. Incedeva con passo deciso, muoveva le mani con dimestichezza, impastava la materia e costruiva il suo mondo accanto al nostro, a distanza di sicurezza. Si alzava al mattino quando il sole era ancora coricato sotto le coperte delle montagne, s’infilava una tunica di seta nera e, sbucando fuori dal suo nido, s’incamminava per raggiungere la vetta più vicina. Vista da valle, con le prime luci di un’alba biancastra che rischiaravano lo sfondo di quel profilo frastagliato avverso e scurissimo, la sua sagoma fluida sembrava un velo che svolazzava leggiadro su di un tessuto compatto e solido, dello stesso colore piceo. Compieva un rituale sistematico per la meditazione, di rito per una spiritualità lontana dalle dottrine comuni e diffuse ma qualcosa di più personale e intimo, una pratica parente allo yoga ma molto corporea, con dei risvolti addirittura seducenti – dico io.
      Si era ferita ripetutamente con i rovi che le crescevano attorcigliati al cuore, li tagliava per farsi spazio e far pace con l’emotività, loro ricrescevano caparbi finché lei non decise di divellerli con tanto di radici, e mettersi a nudo, cicatrici incluse. Il muscolo palpitante che aveva in petto si gonfiò tutto di libertà nuova, e sobbalzò avanti e indietro come un grosso pesce vivo dimenantesi sul banco marmoreo del mercato ittico. C. non vendette il suo cuore a nessuno, però; provò a regalarlo ed andò male, tant’è che cominciò a fidarsi soltanto della Natura e delle sue leggi primordiali ma cristalline. Non nascose le sconfitte ma riuscì ad accettarle, finché arrivò a spogliarsi di ogni orpello e tentennamento residuo alle pendici del vulcano.
      Ora, troppe congetture si sono fatte sul suo conto, spesso condite di malizia e sospettosa superstizione, come accade spesso dinnanzi alle cose per cui si prova soggezione e anche un poco di timore reverenziale. C. non badava a questo fastidioso ronzio di fondo, dopo tutto quello che aveva vissuto il chiacchiericcio era poco più di merda accidentalmente pestata a terra; dopo tutto, gongolava in questo singolare isolamento e la solitudine era la dimensione ideale.
      Il vulcano appariva silente, come lei che centellinava le parole quando si confrontava verbalmente con altre persone; si sentiva abbracciata e compresa in quella pancia di lava solidificata, il fuoco non ancora sopito del cratere era lo stesso che le ardeva sottopelle e la trasformava da folletto introverso a voce di tempesta. Il suo canto non era mai stato così libero e tonante, soffiava lapilli sulle creste dei monti aridi, riempiva i polmoni e tutto d’un tratto prorompeva cupo e sferzante. Raccoglieva le forze dalle crepe della Terra, dagli anfratti cavernosi, dalla sicurezza acquisita con l’esperienza e la consapevolezza, e la trasformava in melodia. Non una melodia carezzevole, come i più sono abituati a immaginare, ma qualcosa di potente, che schiaffeggiava guance e anima. Anche il vulcano aveva ripreso a ruggire, e la commistione delle due voci creava musiche solenni e assolute, dai tratti doom e metal, cariche di tensione emotiva. Quando la violenza si smorzava, C. si trasformava in creatura eterea e il suo canto diveniva soffuso, delicato, quasi folk, sempre ovviamente sporcato di cenere e all’oscuro di qualche antro recondito tra una piega e l’altra della roccia.
      Chiunque abbia tentato, nel tempo, di sradicarla, o anche soltanto di avvicinarsi a lei, ha trovato diffidenza e repulsione; dal canto mio, mi è sempre bastato osservarla da lontano nel suo peregrinare mattutino, soave come uno stormo danzante. Una piccola forma nera fluttuante su altre forme nere, enormi e spigolose, in controluce; parte organica della Terra stessa e voci in simbiosi. Null’altro.

 

Federica Giaccani

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