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Ibeyi – Ash

Data di Uscita: 29/09/2017

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Valerie

      L’uomo è sempre stato bravo a complicarsi la vita, a rispondere ad una domanda con un’altra domanda, ad aggiungere un dubbio ad un’affermazione che stava per spogliarsi.
      Io non sono diversa. Ho sempre pensato che gli armadi, i cassetti, le porte, i magazzini, servissero a contenere il caos del quale potevamo disfarci e non a mettere in ordine ciò di cui avevamo bisogno.
      Fortunatamente siamo anche bravi ad inventare dei rituali con cui proteggerci dagli altri e da noi stessi. Rituali religiosi come l’Eucaristia, o come le danze e la musica della Santeria. Rituali pagani. Cercare il consiglio di un amico nelle situazioni di sconforto, tenere un diario, indossare lo stesso paio di calzini prima di un esame.
      Ci sono delle volte in cui so che la risposta ad un interrogativo è dentro di me, ma che non sono in grado di trovarla da sola. E’ in queste situazioni che cerco mia madre Yanira. Vado nel minuscolo salotto del mio appartamento da matricola e mi distendo sul tappeto di fibre di juta e fili di cocco che le mie zie, Lisa-Kaindè e Naomi, e mia madre hanno trovato nella casa della loro infanzia della Habana Vieja. Con la mia acconciatura afro a farmi da cuscino, guardo verso il soffitto illuminato dalla luce delle candele, con l’aroma dell’alcool che si diffonde da qualche bottiglia aperta. Solo chi ha bisogno di andare in cerca dello spirito lo beve, ma io so già dove trovare mia madre, quindi il solo odore di ron è sufficiente.
      Quando le candele stanno per addormentarsi lei compare, seduta su una sedia dietro la mia testa. E’ bellissima, non invecchia mai. Mi assomiglia, sorride di più. Solleva il dito indice con il quale mi indica, per un po’, poi mi tocca la punta del naso come quando ero piccola.
      Ed io le racconto tutto. Del sessismo dei professori, del razzismo dei poliziotti, della moralità a due sensi degli editori. Che spero di essere cresciuta come lei avrebbe voluto. Che sono molto bella, ma che non mi sono accontentata ed ho combattuto i pregiudizi con una spada affilata da libri e compendi. Che sono selvaggia e libera, ma che mi addormento ogni notte ascoltando la canzone che le zie hanno scritto per me. Loro cantavano no man is big enough for my arms, ma io non ho mai pensato che parlassero di lotta, di scontro fisico. No man is big enough for my hug, leggevo nei loro occhi. Ho un tatuaggio sull’avambraccio, transmission, perchè senza condivisione la vita è come un frappe senza schiuma. Quando dovrei tenerlo nascosto io lo mostro, perché non voglio che colore della pelle o inchiostro mi precedano.
      La risposta di mia madre… si manifesta sempre allo stesso modo. Arriva da lontano, ma è sempre stata al mio fianco, come dell’acqua che respira nel sottosuolo, invisibile agli occhi ma vicina.
      La risposta di mia madre… è sempre quella di cui ho bisogno.
      Mi alzo nella penombra. Tutto questo non deve essere durato più di qualche minuto. Lo schermo del portatile si illumina, come se una mano avesse preceduto la mia. L’ e-mail è già scritta.
      Premere invio è solo una vibrazione che sparisce subito.

 

 

Filippo Righetto

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