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Wand – Plum

Data di Uscita: 22/09/2017

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      Fa un caldo, ziofà. Io muoio
      Nella canicola prepomeridiana all’improvviso un bar aperto. In piazza la fontana ha come due tritoni intrecciati e scroscia, non c’è un’anima sotto al cielo azzurrissimo tra i palazzi bassi pallidi di calce e panna. Tre bandiere penzolano immobili e umide dal balcone del comune, il palazzo con un portone gigante aperto, c’è il tricolore, lo stemma cittadino col cavallino e la bandiera dell’Europa. Quando sarà leggermente meno caldo, si spera, al tramonto, lì di fronte ci sarà la processione per la Madonna del Pozzo, con la banda.
      Le ombre si accasciano nitide sul pavimento perfetto della piazza, come fossero immobili.
      Va là, un bar aperto. Sedersi, rinfrescarsi.

 

      Come sono questi panini?
      Mozzarella e pomodoro, prosciutto e formaggio, capocollo e formaggio, hamburger, hamburger vegano, catoletta e insalata.
      Ok vediamo, uno capocollo e uno ma l’ha detto? cotoletta e insalata.
      Due panini, quante persone?
      Il barista è una specie di muflone con la piazzetta, canuto per quanto gli sia ormai possibile, un uomo-capra. Ha gli occhiali che meglio non si potrebbe dire a fondo di bottiglia, gli hanno fatto gli occhi a due biglie, tutte incavate e strizzate nelle orbite. Da lì non ci vede di sicuro, avrà sviluppato zone visive in altre parti del corpo. Forse dalla pancia, protesa in avanti come guscio di oplita, ma al contrario. Un panzone contenuto dalla maglietta bianca gli deborda sul grembiulino blu che arriva praticamente alla zona pubica, le macchie sembrano di salsa barbecue. Che utilità avra mai, quel grembiulino?
      Quindi signora, uno capocollo e formaggio e uno catoletta e insalata? Tende le mani gonfie come camere d’aria e agguanta i panini dal banco frigo.
      Signora? Ma questo è una talpa. Gli rido in faccia e guardo di lato, grattandomi sotto il mento. Si, perfetto maestro. Ah scusi, ma non si dice cotoletta?
      Eh. Catoletta.
      Silenzio.
      Silenzio porcino.
      Silenzio.

 
 

      Fuori all’ombra, sotto l’ombrellone è comunque caldo. E’ opprimente, anche con la cedrata, le sedie sono di plastica rivestita rumorosa, forse alluminio.
      Il caldo non smorza la tensione, anzi la pettina con la benzina come per preparare ad un incendio boschivo.
      Mi sono davvero rotto il cazzo di come la vedi. Per tutto, mica solo per una cosa singola. Stai sempre lì a cercare il pelino, la crosticina da togliere, sempre lì a cincischiare, a punzecchiare, a tocchettare. No dici? Bè devi rassegnarti perché tanto non ne vale la pena fare tutto questo. Non devi fare pensieri inutili. Ti faccio un esempio. Uno solo, ma che sarà esemplificativo, emblematico.
      Ieri a mare. Ti ricordi, certo che ti ricordi, quel posto lo conosci meglio tu di me. In un’oretta più o meno passi dall’entroterra-rossa alle calette di scogli aguzzi. Stravaccato sulla sabbia mezzo addormentato apro l’occhio e vedo il sole che fa impazzire i riflessi del mare. Non so perché mi viene in mente il ballo di un pagliaccio forsennato e un po’ preoccupante, so da dove vengono queste immagini: è il videoclip di un gruppo americano, di un singolo, direi che ha un’aria tutta consunta come un Super8 e quel gruppo mi ricorda un altro gruppo di belghi, o belgi, giovani, molto, nel millenovecento e novantaqualcosa, ma solo per i video. Roses credo sia del novantasei.
      Perso nel sogno di qualcun altro, sento il mare che sciabatta, sciaborda, spumeggia, sciacquetta e altre parole divertenti, fino a che mi tocca leggermente le punte dei piedi e mi rendo conto che la marea sta iniziando a salire.
      Tu invece di tutto ciò vedi, mi dici, che sotto la grotta è pieno di monnezza. La gente che va a mare, la gente in generale, è una merda. Tutti incivili e si dovrebbe fare qualcosa. Ci vorrebbe questo e ci vorrebbe quello. Sdraiati su uno sputo di sabbia circondato da scogli e alghe marroni, secche. Nessuno viene a prenderle da anni, nessuno del comune che le caccia in qualche saccone nero e le porta a smaltire da qualche parte. Arrivando qui si scende dalla strada, e la ringhiera ferrosa è tutta arrugginita, in alcuni punti totalmente saltata. Ma possibile che non la cambiano mai? Chi è il genio che per rattopparla ha piazzato con del nastro adesivo una transenna? Genio assoluto. C’è poi questo canneto incolto da anni, ratti e chissà cos’altro sguazzano lì sotto tra carte di patatine e bottiglie slavate di Tennent’s. Cosa gli costa alla gente essere un minimo civile e non buttare le cose nei loro maledetti posti? Qui non c’è neanche un cestino? Dovrebbero metterli. Uno si fa la sua bustina, ci butta dentro cicche, birre, preservativi, teglie di parmigiana, pannolini sporchi da tutti e due i lati anche di parmigiana, qualsiasi cosa. Chiusa, tac, la si butta.
      Questo l’ho studiato, si chiama Effetto Finestra Rotta. In mancanza di contromisure nel tempo, una qualsiasi cosa perde il proprio stato istituzionale e in un dato insieme, le sue parti iniziano a buttargli addosso vernice e a pisciarci contro.
      Ultima cosa, e chiudo, sono io che sono senza parole di fronte alla tua nullità, alla tua mancanza di prenderti responsabilità, di piangerti addosso.
      Non me ne frega niente. Tu voti cinque stelle. Sei una pancia.
      Le onde sciabordano, sciabattano, spumeggiano e altre parole divertenti. A dir la verità quando c’è scirocco come oggi il mare fa proprio schifo. Caldo, mezzo agitato, con le correnti che portano sporcizie da ogni dove. Un mare così è meglio non vederlo, se si può andare in altri posti, pur con la canicola che non dà tregua.

Gabriele Battista

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