monthlymusic.it

Archive for settembre, 2017

Rosetta – Utopiod

Data di Uscita: 1/09/2017

a3092629598_10

      Accolgo la pioggia come un pianto liberatorio, di espiazione, mentre la osservo allontanarsi.
      Mi autoassolvo anche se non riesco a sentire più niente, a provare più niente. Non la rivedrò mai più. Sento una fitta, ennesima riprova del mio autolesionismo coincide con il senso di conservazione. Resto ancora qualche momento a osservarla, adesso è una macchia nera che ondeggia nelle luci arancioni della sera di città. Posso sentire ancora il rumore cadenzato dei suoi tacchi, l’ombrello come un pennacchio di fumo. Rientro.
      Nell’ufficio sono rimasto solo io, tutto scorre secondo i piani ma non riesco a essere tranquillo.
      Sono 14 mesi che seguo il protocollo Rosetta, domani sarà il mio momento. Mi tremano le mani. Respiro.
      Vorrei fumare ma non posso. Non posso buttare nel cesso tutti questi mesi di copertura solo per una fottutissima bionda. Respiro.
      Ripercorro mentalmente i passi di domani. Tutto andrà bene. Ripeto il mio mantra. Prego.
      Quattordici mesi insieme ai combattenti Utopiod. 14 mesi di esercizio fisico e morale. Adesso tocca a me mettere in pratica gli insegnamenti e onorare la memoria degli altri combattenti caduti. Codice 54543, parola d’ordine Intramortem. Attraverso TOR entro nei meandri oscuri della rete. Qohlet sono qui. Soldato 54543 risponde alla tua chiamata. L’ordigno è già pronto. Sono pronto. L’indirizzo è arrivato. Farò saltare la torre d’Avorio del Re, quel maiale. E i porci dei suoi sudditi. Il Qohlet mi ha scelto perché fin dalla nascita ho dimostrato la mia purezza. Io che nella placenta ho ucciso mio fratello, mentre gli promettevo che sarei restato con lui, che avrei ricontestualizzato il mio punto di vista e che avremmo perseguito insieme la simmetria. Adesso finalmente riuscirò a spiegare, riuscirò a riconquistare la sua fiducia. Adesso concluderò la mia missione. Era troppo fragile per le ingiustizie del mondo.
      Lancio il programma di wipeout del disco per non lasciare alcuna traccia e chiudo l’ufficio. New York è di una bellezza volgare stasera.
      Vorrei potermi abbandonare alla lussuria un’ultima volta ma non posso tradire. L’immortalità mi attende. Sarò un eroe.
      Domani Manhattan avrà la sua détente.

 

Tommaso Olmastroni

Ben Frost – The Centre Cannot Hold

Data di Uscita: 29/09/2017

6627223

 

      Entra nella caverna e trova il tuo animale guida.
      E’ freddo.

      Concentrati!
      Ok.

      Trova il tuo animale guida. Fatto?
      E’ un lupo bianco.

      Osservalo meglio.
      Sono io, ma le fattezze sono quelle di un lupo bianco. A malapena mi distinguo all’interno di una grotta di ghiaccio.

      Cosa stai facendo?
      Azzanno un altro animale, lo tengo per la gola.

      Vedi solo questo?
      No. C’è sangue dappertutto. Sotto le mie zampe, sul mio muso, fuoriesce dalla carcassa morente dell’altro animale.

      Cosa c’è che non va?
      Il sangue non è rosso. E’ blu.

      Non è questo il punto.
      Tutto quel blu sul bianco, mi disorienta.

      Non è questo il punto.
      Il rumore.

      Ci sei quasi.
      Il mio respiro produce un micro-rumore, che si incastra ritmicamente in modo perfetto a quello del sangue che mi goccia dalla bocca e cade terra. Anche il tremolio della carcassa che sorreggo è accordato al tutto.

      Non è “rumore”.
      Ogni termine linguistico particolare prende il proprio significato non dalle sue proprie qualità positive ma dalla sua differenza da altri termini.

      Non è “rumore”, ascolta meglio.
      E’ il mio disco, ciò che sto producendo in questi mesi.

      Ha senso per te?
      Sì.

      Lo sai che questo non è un sogno?
      Sì. Sono in terapia. Lascio emergere ciò che solitamente nascondo.

      Vuoi risalire?
      Questo tempo è scardinato.

      Stai davvero citando l’Amleto?
      Riguarda ciò che mi tormenta. La carcassa dell’animale che uccido è la mia ansia di tradurre il tempo presente in suono.

      E’ questo che volevi comprendere?
      Credo di sì. C’è un motivo per cui il sangue è blu?

      Trova la risposta dentro di te.
      Non riesco ad indagarlo da qui. Devo farlo suonando.

      Allora puoi risalire.
      Ancora un attimo.

      A cosa stai pensando?
      Sono affascinato dalla proprietà del suono, il suo potenziale nel trascendere la sua stessa natura e condizionare la psiche umana.

      Questo me l’hai già detto settimana scorsa.
      Sì, ma adesso ho compreso che attraverso il mio nuovo disco dovrò indagare il blu che è in me. Un po’ come hanno fatto i musicisti americani lungo il delta del Mississippi.

      Un blues elettronico?
      Più semplicemente, il rumore della mia testa.

 

Maurizio Narciso

Grift – Arvet

Data di Uscita: 8/09/2017

a1641043608_10

      Il villaggio era dietro la collina, il sentiero da lei battuto centinaia di volte era l’unico modo per riuscire a tornare a casa. Le stelle in quella notte coperta non potevano esserle d’aiuto. Il passo era incerto perché aggravato dal peso della sua attrezzatura. Sul suo volto apparve un sorriso: stava ripensando all’azione del giorno ormai finito, era andato tutto bene, il compito che le era stato affidato non era certamente difficile né fondamentale per la sopravvivenza della sua piccola comunità, ma poteva dirsi comunque contenta. La soddisfazione derivava dall’aver portato a termine le calibrazioni di routine degli allacciamenti clandestini al più vicino pilone della corrente. I test effettuati non avevano segnalato anomalie né tracciamenti dello switcher. Fermandosi un attimo per bere, si rese conto di rumori provenienti oltre le sue spalle: accese subito il sensore di calore che aveva incorporato nei suoi occhiali e si accorse di avere compagnia.
      Le immagini che riceveva erano di figure umane distanti da lei non più di 100 metri. L’addestramento fornitole dalla Comunità la spinse a cambiare strada. Svoltò sulla sinistra e si nascose dietro a dei massi nella speranza, poco realizzabile, che i suoi inseguitori non disponessero della sua stessa tecnologia. Non fu una scelta fortunata: le tre figure si stavano dirigendo verso di lei, controllò una seconda volta nelle vicinanze non trovò nessun altro segnale termico. A questo punto non le rimaneva che cercare di seminarli. Guardò velocemente la carica residua delle batterie applicate alla sua giacca a vento. Avrebbe potuto utilizzare la schermatura solo per 5 minuti, ma non sarebbero stati sufficienti per permetterle di arrivare protetta alla base e se anche fossero stati sufficienti, non sarebbe stata comunque una buona idea; il rischio di lasciare tracce era troppo alto, avrebbe condotto i suoi inseguitori al villaggio.
      Cominciò a correre verso il torrente che sapeva snodarsi ad ovest, non lontano da lei. I sensori indicavano che anche i suoi inseguitori avevano aumentato il passo, perciò la distanza tra loro non aumentava. Gettò l’esca a calore sopra un albero, accese la schermatura e si buttò nelle acque gelide. Si mise a nuotare in direzione opposta al villaggio avendo un’idea ben precisa di dove potesse uscire dal fiume. Spense la schermatura ed osservò cosa succedeva intorno all’esca. I militari, ripresi dalla telecamera piazzata sull’esca, si erano fermati nei pressi della fonte di calore. Dopo essersi resi conto di essere caduti in trappola, avevano cominciato a cercare nei dintorni. Il filmato si concludeva lì.
      Uscita dall’acqua nascose il suo zaino sotto a una delle finte rocce disseminate nella foresta, accese un fuoco ed entrò dentro il vecchio capanno della guardia forestale, aprì la botola e si avviò nel cunicolo che l’avrebbe condotta verso una zona sicura.

Giulio Pieroni

LCD Soundsystem – American Dream

Data di Uscita: 8/09/2017

08-settembre-17-lcd-soundsystem

      [Twin Peaks, esterno giorno] – si dice così nelle pellicole noir o nei romanzetti da quattro soldi che si comprano alle bancarelle in sconto dell’ottanta per cento? Sì, è così.
      Il sole è alto in cielo, si percepisce dall’aria chiara che mi circonda, se provo a guardare anche solo leggermente in alto ho bisogno di una mano per pararmi la vista da raggi fortissimi quanto invisibili. Le nuvole sono un velo sottile tutt’attorno, come lo zucchero filato appena si accende quella grande macchina argentata che pare generarlo dal nulla.
      Twin Peaks, dicevo, ma non c’entra nulla con quella di David Lynch; la mia città è del tutto anonima, una delle tante “Twin Peaks” sparse in America alla stregua delle innumerevoli Springfield.
      A volte, però, mi sembra di vivere all’interno di una serie tv. Sarà tutto quest’ordine, la città a scacchiera. Sarà mia madre con la permanente. Saranno queste strade che hanno sempre gli stessi negozi, ma con dimensioni e ordine diversi.
      Sarà che poi, a un certo punto del giorno, diventa tutto buio improvvisamente, e poi magari di nuovo giorno. Che è una cosa che non mi sembra avvenisse anche quando ero piccola e non vivevamo a Twin Peaks, ma tutti in città sembrano ormai esserci abituati. Allora quando diventa buio, anche se stavi facendo colazione qualche minuto prima, ti sembra giusto rimetterti il pigiama e tornare a dormire.
      Sarà che ogni conversazione, ogni gesto, sembra avere uno scopo, che non ci sono più quei momenti di noia, quando per esempio ci si poteva mangiare anche da soli un gelato su una panchina stando in silenzio per dieci minuti. Non succede più, ormai.
      Sarà che anche la musica giusta che parte sempre al momento giusto mi sembra innaturale. Come adesso, che mentre stavo scrivendo è partita “American Dream” degli LCD Soundsystem.
      Continua mentre suona il campanello della porta, mentre mi alzo, scendo quattro gradini di una scala di sedici e mi ritrovo davanti alla porta di casa mia.
      Continua quando apro la porta e dietro ci trovo un signore coi capelli bianchi tutti tirati indietro e degli auricolari nelle orecchie, che mi urla contro:
      «Salve, mi chiamo Gordon Cole, dell’FBI», e mi porge la mano.
      Io non so cosa rispondere, sto in silenzio. La musica batte i suoi ultimi cinque colpi, poi si spegne.

[FINE]

 

Maurizio Narciso e Marta Lamalfa

Moses Sumney – Aromanticism

Data di Uscita: 22/09/2017

6594127

Don’t bother calling, I’ll call you

      Ho scritto talmente tante volte questa frase che l’algoritmo di predizione della mia tastiera me la propone non appena scrivo la lettera “D”. Lo ammetto, è comodo. E’ facile. Basta un messaggio. E’ sufficiente. Non sempre è necessario. Dipende dalla persona, dalle circostanze. Con i turisti, con chi ha preso un aereo solo per partecipare ad una riunione, di solito non serve. Sono quel tipo di persone che trattano questa città come un appuntamento al Mc Drive: arrivano, ordinano, consumano, e ripartono. Ed in fondo, in questa scintillante, alta città sul livello del mare, siamo tutti solo dei messaggi in attesa di essere spediti.
      Quello che segue al forzato invito “devi assolutamente conoscere questo mio amico” invece, di solito è diverso. Ci si incontra sotto la luce del sole, platealmente ma non troppo, magari ad un brunch del venerdì o un aperitivo con i piedi nella sabbia. Ci si sfiora solo con le parole. Si ascolta, molto, perché chiunque sia finito qui è alla ricerca di qualcosa. Si capisce di avere qualcosa in comune e questo fa si che, in una persona normale, si sviluppino una serie di manifestazioni fisiche che rivelano interesse. Dalla tendenza a sorridere eccessivamente agli occhi più umidi del necessario. Ed è in questo momento che il mio sospiro viene visto e ignorato.
      Ci sono molti modi di reagire davanti ad un rifiuto. Ho una certa esperienza in merito. L’incredulità davanti all’evidenza di una serie di appuntamenti ben riusciti è la prima fase, seguita dalla rabbia per l’orgoglio ferito da uno sconosciuto al quale avevamo già trovato un posto nella nostra vita. Poi viene la fase del riavvicinamento, coccolandosi nel pensiero che chiunque possa avere una brutta giornata di tanto in tanto. Ma non è questo il caso, e allora la depressione e l’insicurezza si appoggiano sulla nostra schiena come neve giunta all’improvviso che, sciogliendosi, penetra attraverso i vestiti e ci fa rabbrividire. Tutto questo, di solito, dura fino al prossimo appuntamento.
      Non sono una cattiva persona, sono solo…
      Sincero. Quando si parla di sentimenti, una persona vuole avere a che fare con un individuo reale, concreto, solido, mentre io, credetemi, sono il figlio del mare. Per molti anni ho pensato di avere una patologia, il disturbo da deficit di attenzione magari. Una barriera tra la mia anima e il mondo. Qualcosa che impedisse di trasformare sorrisi, ansia, speranze, in emozioni.
      Non sono una cattiva persona, sono solo…
      Un aromantico, che sogna di trovare una risposta.

      When I expel
      From this mortal shell
      Will I die for living numb?

      La risposta, sognata, raccontata o vissuta che sia, è nata da un errore. Da una luce tenuta spenta per non svegliarmi, da un cassetto troppo pieno, da una mano addestrata a cercare due oggetti che per definizione devono essere uguali. E invece, quella mattina, le tue dita esili hanno incontrato due calzini diversi per forma e colore. Dimensioni e geometrie opposte, con un medesimo scopo. Due calzini spaiati che per gli altri sono sbagliati, goffi, ma che per noi sono ricordi e promesse. Di un cioccolatino rubato. Di un lenzuolo trasformato in una capanna degli indiani. Di un diario che durerà per i prossimi ottant’anni.

Filippo Righetto

Chelsea Wolfe – Hiss Spun

Data di Uscita: 22/09/2017

chelsea-wolfe-hiss-spun

      C. aveva costruito la propria casa nel ventre di un vulcano, tutti lo sapevano spento e morto da tempi immemorabili ma lei conosceva i segreti della Terra e lo sentiva, la notte, borbottare tra sé e sé come una pentola portata al bollore. Il paesaggio attorno era lunare, terra nera e arsa sotto cieli perennemente in bilico tra un azzurro pallido e un grigio inappellabile. Una parte di mondo privata di tinte calde.

      C. viveva in queste stanze scavate nella roccia come caverne primitive, o forse si era da sempre presa gioco della gente e aveva mobili Ikea come tutti, ma scommetto di no. Incedeva con passo deciso, muoveva le mani con dimestichezza, impastava la materia e costruiva il suo mondo accanto al nostro, a distanza di sicurezza. Si alzava al mattino quando il sole era ancora coricato sotto le coperte delle montagne, s’infilava una tunica di seta nera e, sbucando fuori dal suo nido, s’incamminava per raggiungere la vetta più vicina. Vista da valle, con le prime luci di un’alba biancastra che rischiaravano lo sfondo di quel profilo frastagliato avverso e scurissimo, la sua sagoma fluida sembrava un velo che svolazzava leggiadro su di un tessuto compatto e solido, dello stesso colore piceo. Compieva un rituale sistematico per la meditazione, di rito per una spiritualità lontana dalle dottrine comuni e diffuse ma qualcosa di più personale e intimo, una pratica parente allo yoga ma molto corporea, con dei risvolti addirittura seducenti – dico io.

      Si era ferita ripetutamente con i rovi che le crescevano attorcigliati al cuore, li tagliava per farsi spazio e far pace con l’emotività, loro ricrescevano caparbi finché lei non decise di divellerli con tanto di radici, e mettersi a nudo, cicatrici incluse. Il muscolo palpitante che aveva in petto si gonfiò tutto di libertà nuova, e sobbalzò avanti e indietro come un grosso pesce vivo dimenantesi sul banco marmoreo del mercato ittico. C. non vendette il suo cuore a nessuno, però; provò a regalarlo ed andò male, tant’è che cominciò a fidarsi soltanto della Natura e delle sue leggi primordiali ma cristalline. Non nascose le sconfitte ma riuscì ad accettarle, finché arrivò a spogliarsi di ogni orpello e tentennamento residuo alle pendici del vulcano.

      Ora, troppe congetture si sono fatte sul suo conto, spesso condite di malizia e sospettosa superstizione, come accade spesso dinnanzi alle cose per cui si prova soggezione e anche un poco di timore reverenziale. C. non badava a questo fastidioso ronzio di fondo, dopo tutto quello che aveva vissuto il chiacchiericcio era poco più di merda accidentalmente pestata a terra; dopo tutto, gongolava in questo singolare isolamento e la solitudine era la dimensione ideale.

      Il vulcano appariva silente, come lei che centellinava le parole quando si confrontava verbalmente con altre persone; si sentiva abbracciata e compresa in quella pancia di lava solidificata, il fuoco non ancora sopito del cratere era lo stesso che le ardeva sottopelle e la trasformava da folletto introverso a voce di tempesta. Il suo canto non era mai stato così libero e tonante, soffiava lapilli sulle creste dei monti aridi, riempiva i polmoni e tutto d’un tratto prorompeva cupo e sferzante. Raccoglieva le forze dalle crepe della Terra, dagli anfratti cavernosi, dalla sicurezza acquisita con l’esperienza e la consapevolezza, e la trasformava in melodia. Non una melodia carezzevole, come i più sono abituati a immaginare, ma qualcosa di potente, che schiaffeggiava guance e anima. Anche il vulcano aveva ripreso a ruggire, e la commistione delle due voci creava musiche solenni e assolute, dai tratti doom e metal, cariche di tensione emotiva. Quando la violenza si smorzava, C. si trasformava in creatura eterea e il suo canto diveniva soffuso, delicato, quasi folk, sempre ovviamente sporcato di cenere e all’oscuro di qualche antro recondito tra una piega e l’altra della roccia.

      Chiunque abbia tentato, nel tempo, di sradicarla, o anche soltanto di avvicinarsi a lei, ha trovato diffidenza e repulsione; dal canto mio, mi è sempre bastato osservarla da lontano nel suo peregrinare mattutino, soave come uno stormo danzante. Una piccola forma nera fluttuante su altre forme nere, enormi e spigolose, in controluce; parte organica della Terra stessa e voci in simbiosi. Null’altro.

 

Federica Giaccani

Ibeyi – Ash

Data di Uscita: 29/09/2017

6651689

Valerie

      L’uomo è sempre stato bravo a complicarsi la vita, a rispondere ad una domanda con un’altra domanda, ad aggiungere un dubbio ad un’affermazione che stava per spogliarsi.
      Io non sono diversa. Ho sempre pensato che gli armadi, i cassetti, le porte, i magazzini, servissero a contenere il caos del quale potevamo disfarci e non a mettere in ordine ciò di cui avevamo bisogno.
      Fortunatamente siamo anche bravi ad inventare dei rituali con cui proteggerci dagli altri e da noi stessi. Rituali religiosi come l’Eucaristia, o come le danze e la musica della Santeria. Rituali pagani. Cercare il consiglio di un amico nelle situazioni di sconforto, tenere un diario, indossare lo stesso paio di calzini prima di un esame.
      Ci sono delle volte in cui so che la risposta ad un interrogativo è dentro di me, ma che non sono in grado di trovarla da sola. E’ in queste situazioni che cerco mia madre Yanira. Vado nel minuscolo salotto del mio appartamento da matricola e mi distendo sul tappeto di fibre di juta e fili di cocco che le mie zie, Lisa-Kaindè e Naomi, e mia madre hanno trovato nella casa della loro infanzia della Habana Vieja. Con la mia acconciatura afro a farmi da cuscino, guardo verso il soffitto illuminato dalla luce delle candele, con l’aroma dell’alcool che si diffonde da qualche bottiglia aperta. Solo chi ha bisogno di andare in cerca dello spirito lo beve, ma io so già dove trovare mia madre, quindi il solo odore di ron è sufficiente.
      Quando le candele stanno per addormentarsi lei compare, seduta su una sedia dietro la mia testa. E’ bellissima, non invecchia mai. Mi assomiglia, sorride di più. Solleva il dito indice con il quale mi indica, per un po’, poi mi tocca la punta del naso come quando ero piccola.
      Ed io le racconto tutto. Del sessismo dei professori, del razzismo dei poliziotti, della moralità a due sensi degli editori. Che spero di essere cresciuta come lei avrebbe voluto. Che sono molto bella, ma che non mi sono accontentata ed ho combattuto i pregiudizi con una spada affilata da libri e compendi. Che sono selvaggia e libera, ma che mi addormento ogni notte ascoltando la canzone che le zie hanno scritto per me. Loro cantavano no man is big enough for my arms, ma io non ho mai pensato che parlassero di lotta, di scontro fisico. No man is big enough for my hug, leggevo nei loro occhi. Ho un tatuaggio sull’avambraccio, transmission, perchè senza condivisione la vita è come un frappe senza schiuma. Quando dovrei tenerlo nascosto io lo mostro, perché non voglio che colore della pelle o inchiostro mi precedano.
      La risposta di mia madre… si manifesta sempre allo stesso modo. Arriva da lontano, ma è sempre stata al mio fianco, come dell’acqua che respira nel sottosuolo, invisibile agli occhi ma vicina.
      La risposta di mia madre… è sempre quella di cui ho bisogno.
      Mi alzo nella penombra. Tutto questo non deve essere durato più di qualche minuto. Lo schermo del portatile si illumina, come se una mano avesse preceduto la mia. L’ e-mail è già scritta.
      Premere invio è solo una vibrazione che sparisce subito.

 

 

Filippo Righetto

UFOMAMMUT – 8

Data di Uscita: 22/09/2017

6597775

      E’ già buio nonostante sia ottobre odio tutti sia quelli che mi circondano otto di ottobre sia gli amici sia gli sconosciuti
      cosa cazzo avrà da guardare quello manco fossi matto i parenti Dio quanto odio i miei parenti adesso fumo una bella sigaretta
      per calmare questa mia agitazione oggi ne ho fumate otto in questo periodo tendo a essere più agitato all’uscita del lavoro
      voglio calmarmi devo calmarmi anche perché alla fermata dell’autobus non posso essere agitato mi risuona in testa una melodia
      la solita melodia che mi accompagna da una vita intera mi sento malinconico manca un’ora alle otto sono stanco sono triste
      vorrei cambiare tutto Cristo come si fa andare a giro vestiti così invece non cambierà niente non succederà mai non a me no
      forse penserete che sono pazzo disilluso cinico no io non credo di essere così Madonna vuoi muoverti che perdo l’autobus credo
      di aver paura credo di sentirmi in catene di non aver più la forza di cambiare e se la miglior dote di un essere un umano
      è quella di saper apprendere di essere resiliente beh io credo di aver esaurito questa quota non faccio altro che grattarmi
      perché non faccio altro che grattarmi per questo non riuscirò mai a smettere di fumare per questo continuero a bere molto di più
      di quanto dovrei e mi sono lavato le mani prima di uscire non me lo ricordo no non mangerò sano non farò sport solo perché
      mi farebbe bene e no non troverò mai quella serenità che molti di voi sembrano aver trovato no non me lo ricordo non dovrei
      grattarmi allora ho provato davvero a ricercarla ho cercato di accogliere gli eventi con serendipità con le unghie sporche e
      a tratti l’ho persino apprezzata accarezzando l’impagabile e fugace sensazione di felicità che per essere tale non può essere
      una infezione mi farò venire un’infezione condizione permanente non sarebbe logico mi sono costruito un guscio una membrana
      stupido coglione guarda di non farlo una placenta vivo dentro di essa galleggiando in una città che fa schifo è grigia e
      inquinata nel liquido amniotico alimentato dai miei pensieri invasa dal traffico non cambierà niente non cambierò mai perché
      non voglio cambiare voglio andarmene da qui ma ne sto sempre più prendendo atto e oggi ne ho l’ennesima conferma che l’autobus
      è in ritardo sono incarcerato in una gabbia aperta io prigioniero e arriverò tardi a casa carceriere di me stesso perennemente
      con la cena da preparare sull’orlo di un cambiamento destinato a restare incompiuto ho degli spinaci in frigo che amarezza vivere
      così voglio cambiare il mio fato.

Tommaso Olmastroni

Bicep – Bicep

Data di Uscita: 1/09/2017

6613684

      12/09/1952
      Cara Lucia,
      Qualche giorno fa siamo saliti fino alla Madonna del Pettoruto, perché c’era la luna nuova. C’era stato anche parecchio freddo, fino al lunedì, ed era piovuto. In qualche punto della salita abbiamo incontrato terreni cedevoli e massi che erano venuti giù da soli insieme all’acqua piovana. Ci siamo fermati alla vigna per controllare che i cinghiali non avessero mangiato tutta l’uva buona, per fortuna la recinzione che aveva messo su papà ha retto meglio delle altre volte, perché di solito i cinghiali la sfondano quando provano a saltarla, mi viene da ridere se penso a un cinghiale che mangia l’uva, provo tenerezza. Comunque proprio alla vigna ci siamo dovuti fermare perché zio Pippo ha cominciato a vedere degli sprazzi di luce, o almeno era quello che diceva lui, e a sentire dei suoni ripetitivi che poi ci ha detto il medico che si chiamano acufeni. Zio Pippo continuava a urlare che era come se fosse una musica che correva sugli alberi, e che si ripeteva all’infinito. Mi sono spaventata molto, perché nel frattempo è calato il buio, la luna nuova illuminava il volto di zio Pippo deformato dalla paura, e credo anche un po’ dalla certezza che noi non gli credessimo e lo considerassimo matto. Mia madre mi ha allontanata dal gruppo, a me e mio fratello Gianni, ci ha portato a Pantanelli a prendere un po’ di acqua per zio Pippo, casomai servisse a fargli passare la paura. I maschi e la moglie di zio Pippo gli stavano intorno tentando di parlargli, credo di averli visti anche farsi il segno della croce, mentre mi voltavo trascinata via da mia mamma. In collegio abbiamo sentito parlare spesso di gente che per via della debolezza dei nervi perdeva la calma e faceva scenate del genere, ma non sapevo avesse a che fare con la musica questa cosa, e poi di che musica parlasse proprio non saprei visto che zio Pippo ha sempre odiato andare al teatro al cinema, pure alle parate dei santi di paese in cui ci sta Claretta la zoppa che canta.
      Quando siamo tornate con l’acqua zio Pippo era seduto sul muretto a secco e sembrava tornato normale. Si stava mangiando questa pesca minuscola nella sua mano, la luna nuova gli faceva il naso gigantesco, come un promontorio roccioso pieno di bozzi. È passato tutto ci hanno detto, ha avuto un calo di pressione.
      Abbiamo proseguito e zio Pippo sembrava veramente normale, l’ho raggiunto tenendomi a distanza, e l’ho guardato in faccia. Ho distolto lo sguardo con una specie di sussulto, perché la luna nuova illuminava gli occhi folli di zio Pippo, e la bocca storta in una specie di piega di paura.
      Siamo arrivati alla chiesa della Madonna del Pettoruto che quasi albeggiava, per quanto avevamo tardato per via di zio Pippo, e ci siamo stesi a dormire lì, come tutti gli anni. È sceso il silenzio che, nella chiesa della Madonna del Pettoruto è totale anche quando ci sono venti pellegrini. È stato in quel momento là, Lucia, che ho sentito come una specie di musica, che era un’ossessione di clangori metallici e raggi di armonia regolare, correva sugli alberi, era altissima nel cielo, ma se ne stava tra i cespugli bassi che il prete ha piantato vicino alle pareti della chiesa.

Per favore avvisa le suore che quest’anno non tornerò in collegio.

 

 

      18/09/1952
      Cara Elena,
      Se riesco a risponderti è solo grazie al buon cuore, o meglio alla pancia, di Suor Faustina: dopo la processione per l’Altare di Sant’Anna le altre hanno cominciato a controllare le lettere e a passarne al vaglio i contenuti, e il tuo racconto è parso talmente visionario e pericoloso che han reputato urgente porre una distanza tra noi, archiviando la tua missiva in un cassetto chiuso dalla chiave più importante del loro temutissimo mazzo. Suor Faustina la conosci anche tu, e una busta di lupini di nonna Palma apre ogni porta. Per di più, sono di nuovo finita nella stanzetta piccola piccola in cima alla torre per un mese, perché – di nuovo – non ho ancora imparato a starmene zitta e buona e a covarmi le cose per conto mio.
      È successo che c’è stata la processione la seconda domenica del mese, niente di diverso dagli anni scorsi, con le sorelle in fermento da giorni per i preparativi, il convento addobbato di rose e campanelle del giardino, e le prove dei canti sacri tre volte al dì. Il compito di sorreggere il simulacro fino alla croce sul promontorio fu affidato a Suor Candida, e sono sicura che Suor Faustina e Suor Marianna ne ebbero un poco a male ché le ho viste aggirarsi torve in volto a seguito delle votazioni, magari contavano sull’appoggio di altre che all’ultimo hanno cambiato idea. Ebbene, accadono cose in parallelo che hanno dell’incredibile, e gli occhi pazzi come quelli di tuo zio Pippo li conosco bene ché me li sono scoperti addosso quando una pozzanghera di pioggia a ridosso della croce mi restituì il mio viso stremato dalla fatica e dallo sgomento, a processione conclusa. La pioggia battente e il vento sconquassavano l’effigie della Santa nello stendardo issato in testa al corteo, a noi ragazze ci avevano dato delle mantelle blu col cappuccio per ripararci e sembravamo la tribù dei Folletti del Mare. Quando una voce altra s’insinuò tra i canti religiosi entrando dapprima in risonanza con essa, per poi seguire una propria via dalle onde del golfo, agli scogli appuntiti, alle erbe spontanee del sentiero fino a giungere al ferro della croce e al marmo della lapide con l’incisione della preghiera a Sant’Anna, ebbe su di me l’effetto di un canto di sirene. Vestite tutte uguali, pensavo che nessuno si sarebbe accorto della mia assenza: una più, una meno, poco importava. Mi lasciai guidare da questa melodia di suoni reiterati che mi sapeva di futuro, e ci vidi dentro la speranza, e i ricordi di cose non ancora accadute, e anche il mio corpo reagiva, non riuscendo a smettere di fluttuare malgrado fosse uso al rigore statico dei canti. Ogni tanto il ritmo si acquetava, asciugandomi il viso con un’eterea carezza sonora. Quando mi riacciuffarono, a braccia larghe come un gabbiano, non riuscivo a smettere di piangere; “raccontaci tutto tesoro, liberati da questo peso” – un’arma a doppio taglio, in men che non si dica un triplo giro di chiave mi diede in pasto alla torretta.

Non appena finirà il mese di prigionia, ti prego manda qualcuno a portarmi via.

 

Federica Giaccani, Giorgia Melillo

Tender – Modern Addiction

Data di uscita: 1/09/2017

6651833

Il mio amico Über-Ich mi dice che faccio schifo solo perché sto seducendo il barista per avere qualche gin tonic più carico, mentre sto facendo di tutto per toccare – consensualmente – la carne bianca di una rosea e grassa hipster eccessivamente tatuata. Non lo prendo molto sul serio e lui sa che la mia morale, come la mia religione, si basano sul sentimento e non sulla regola, ovviamente senza prendersi sul serio. Vorrei concludere la mia esistenza senza aver fatto significativamente male a nessuno, anche se credo che sia abbastanza tardi, perché in passato al male altrui ho spesso risposto con altro male.

La grassona – perdonatemi la mancanza di politicamente corretto, ma quando ero grasso chiamavo così anche me stesso – non mi ha dato molta soddisfazione, forse perché non le ho citato un film di qualche egotista danese o perché sono vestito senza capi di abbigliamento neri. Bevo l’ultima dose di veleno e mi spargo in questa distesa di cemento alla ricerca di qualcosa che mi faccia svegliare domani con meno nausea di quella che mi aspettavo.

L’unicorno rosa della bianca e abbondante dea che mi ha ignorato mi sta turbando oltremodo e decido dunque di comprare una pistola da qualche criminale in periferia per sparare ai pipistrelli e ai topi e scordarmi che ho una donna che mi sta aspettando a casa e che vorrebbe passare tutta la vita con il mio corpo. Mi incammino verso una delle zone più sporche della città, in un’ora in cui anche chi fa i lavori peggiori è andato a dormire. Nessuna pistola, nessuno sparo, nessuna soddisfazione.

Torno a casa sempre più turbato dall’idea di non trovare nel mio letto l’espositrice di unicorni rosa ma il finto angelo che mi ha avvelenato senza pensare che potessi morire – non sapendo che non ci sono antidoti –. Mi torna la vecchia nausea, antica ancella, e non è metafisica ma reale, consustanziale alla mia disperazione e alla mia gastrite casuale. Prendo due pillole di buscopan a caso e invece di girare verso sinistra, verso la sinistra strada della mia abitazione – che non è nemmeno mia, non mi dà nemmeno la soddisfazione di possederla –, vado verso il centro per cercare qualche matrona che mi dia dei consigli su come affrontare la disperazione.

Attraverso il ponte e mi chiedo perché l’alba si rifiuti di fare il suo lavoro, rendendo ancora più penoso l’attraversamento di questo arco eretto dallo Squallore in persona. Sono indeciso se avere davvero dei responsi matronali o se proseguire sempre di più verso il centro, optando per la seconda idea senza troppi dubbi. Mi domando perché nessuno sia riuscito finora a capire che contemplo cose opposte tra di loro, essendo un timido sfacciato, una nobile bestia, un santo eretico, un bastardo buono. Vorrei una ragazza che attendesse prima di vedere che cosa possa succedere appena le mie tensioni riescono a sciogliersi, appena il ghiaccio della mia mente riesca a sublimare in un vapore di tremenda bellezza.

Arrivato in piazza non c’è nessuno, nessuno che riesca a mettere una fiamma sotto al mio ghiaccio, nessuno che possa lanciare il suo martello verso lo schermo invisibile che ci divide dalla morte. Poi, come in un sogno antico, sento degli zoccoli battere sulle pietre di una strada vicina, sempre più forte, finché un cavallo nero arriva fino a me inginocchiandosi per farmi salire sopra. Lo cavalco senza redini, come faceva davvero mio padre da giovane, e gli chiedo dove mi stia portano, attendendomi la risposta – telepatica ovviamente – che mi aspettavo.

Ripercorro tutta la strada al contrario, sempre più cosciente della mia essenza organica e atomica, diretto verso quella casa che so di dover lasciare. Il cavallo mi vede entrare nel portone e sa di avermi regalato la decisione di cambiare vita. Salgo su e faccio le valige senza svegliarla, aspettando il taxi che venga a prendermi. Le do un bacio e vedo che sta piangendo. Mi stendo un attimo accanto a lei, dicendomi che sarà solo un attimo e poi scenderò.

Il taxi è andato via e adesso ho settant’anni e dormo ancora con lei al mio fianco. Continuo a pensare che quella notte sia stata soltanto un sogno, ma conservo ancora la confezione di buscopan alla quale mancano due pillole, e quando vedo un cavallo nero mi giro dall’altra parte, perché sono un uomo come tanti e non ho il coraggio di cambiare.

Marco di Memmo

Perturbator – New Model

Data di Uscita: 5/09/2017

index

      La musica proveniva da sottoterra, il gruppo di colletti bianchi che quella sera passarono per quel quartiere con il loro taser in mano poterono sentire rumori del tutto inconsueti per loro.
      “Ehi ma qui sotto stanno producendo qualcosa?”
      “Zitto e non pensarci, sbrigati bisogna arrivare il prima possibile alla metro”
      “No mi sbaglio sembra proprio musica, perchè non diamo un’occhiata?”
      “Ma sei impazzito? Vieni via”
      “Voi andate io vi raggiungo”.
      Gli altri guardarono il più giovane del gruppo come si guarda qualcuno che sta per fare un errore madornale, si girarono ed andarono via lasciandolo lì. Il giovane rimase come imbambolato da quei suoni, sembravano provenire da qualche esoscheletro in movimento ma sopra di essi c’era qualcos’altro sembrava quasi un pianoforte ma quasi come fosse distorto. Cercò di capire da dove provenisse quella musica. Intorno non si vedeva anima viva.
      “Ehi ti sei perso?”, sentì una voce femminile che proveniva dalle sue spalle.
      Si voltò e vide una testa che spuntava da quello che pensava fosse un tombino,
      “in realtà no, mi sono fermato perchè ho sentito questa musica, sai da dove proviene?”
      “certo, da qui sotto”
      “potrei venire a sentire?”
      “sei sicuro? Non sembri il tipo adatto ad un posto come questo?”
      Il ragazzo aveva già preso la sua decisione si stava già avvicinando alla botola “ogni tanto fa bene cambiare le proprie abitudini non trovi?”
      La ragazza gli fece spazio, lo fece passare e richiuse la botola alle sue spalle.

Giulio Pieroni

Wand – Plum

Data di Uscita: 22/09/2017

wand-plum1

      Fa un caldo, ziofà. Io muoio
      Nella canicola prepomeridiana all’improvviso un bar aperto. In piazza la fontana ha come due tritoni intrecciati e scroscia, non c’è un’anima sotto al cielo azzurrissimo tra i palazzi bassi pallidi di calce e panna. Tre bandiere penzolano immobili e umide dal balcone del comune, il palazzo con un portone gigante aperto, c’è il tricolore, lo stemma cittadino col cavallino e la bandiera dell’Europa. Quando sarà leggermente meno caldo, si spera, al tramonto, lì di fronte ci sarà la processione per la Madonna del Pozzo, con la banda.
      Le ombre si accasciano nitide sul pavimento perfetto della piazza, come fossero immobili.
      Va là, un bar aperto. Sedersi, rinfrescarsi.

 

      Come sono questi panini?
      Mozzarella e pomodoro, prosciutto e formaggio, capocollo e formaggio, hamburger, hamburger vegano, catoletta e insalata.
      Ok vediamo, uno capocollo e uno ma l’ha detto? cotoletta e insalata.
      Due panini, quante persone?
      Il barista è una specie di muflone con la piazzetta, canuto per quanto gli sia ormai possibile, un uomo-capra. Ha gli occhiali che meglio non si potrebbe dire a fondo di bottiglia, gli hanno fatto gli occhi a due biglie, tutte incavate e strizzate nelle orbite. Da lì non ci vede di sicuro, avrà sviluppato zone visive in altre parti del corpo. Forse dalla pancia, protesa in avanti come guscio di oplita, ma al contrario. Un panzone contenuto dalla maglietta bianca gli deborda sul grembiulino blu che arriva praticamente alla zona pubica, le macchie sembrano di salsa barbecue. Che utilità avra mai, quel grembiulino?
      Quindi signora, uno capocollo e formaggio e uno catoletta e insalata? Tende le mani gonfie come camere d’aria e agguanta i panini dal banco frigo.
      Signora? Ma questo è una talpa. Gli rido in faccia e guardo di lato, grattandomi sotto il mento. Si, perfetto maestro. Ah scusi, ma non si dice cotoletta?
      Eh. Catoletta.
      Silenzio.
      Silenzio porcino.
      Silenzio.

 
 

      Fuori all’ombra, sotto l’ombrellone è comunque caldo. E’ opprimente, anche con la cedrata, le sedie sono di plastica rivestita rumorosa, forse alluminio.
      Il caldo non smorza la tensione, anzi la pettina con la benzina come per preparare ad un incendio boschivo.
      Mi sono davvero rotto il cazzo di come la vedi. Per tutto, mica solo per una cosa singola. Stai sempre lì a cercare il pelino, la crosticina da togliere, sempre lì a cincischiare, a punzecchiare, a tocchettare. No dici? Bè devi rassegnarti perché tanto non ne vale la pena fare tutto questo. Non devi fare pensieri inutili. Ti faccio un esempio. Uno solo, ma che sarà esemplificativo, emblematico.
      Ieri a mare. Ti ricordi, certo che ti ricordi, quel posto lo conosci meglio tu di me. In un’oretta più o meno passi dall’entroterra-rossa alle calette di scogli aguzzi. Stravaccato sulla sabbia mezzo addormentato apro l’occhio e vedo il sole che fa impazzire i riflessi del mare. Non so perché mi viene in mente il ballo di un pagliaccio forsennato e un po’ preoccupante, so da dove vengono queste immagini: è il videoclip di un gruppo americano, di un singolo, direi che ha un’aria tutta consunta come un Super8 e quel gruppo mi ricorda un altro gruppo di belghi, o belgi, giovani, molto, nel millenovecento e novantaqualcosa, ma solo per i video. Roses credo sia del novantasei.
      Perso nel sogno di qualcun altro, sento il mare che sciabatta, sciaborda, spumeggia, sciacquetta e altre parole divertenti, fino a che mi tocca leggermente le punte dei piedi e mi rendo conto che la marea sta iniziando a salire.
      Tu invece di tutto ciò vedi, mi dici, che sotto la grotta è pieno di monnezza. La gente che va a mare, la gente in generale, è una merda. Tutti incivili e si dovrebbe fare qualcosa. Ci vorrebbe questo e ci vorrebbe quello. Sdraiati su uno sputo di sabbia circondato da scogli e alghe marroni, secche. Nessuno viene a prenderle da anni, nessuno del comune che le caccia in qualche saccone nero e le porta a smaltire da qualche parte. Arrivando qui si scende dalla strada, e la ringhiera ferrosa è tutta arrugginita, in alcuni punti totalmente saltata. Ma possibile che non la cambiano mai? Chi è il genio che per rattopparla ha piazzato con del nastro adesivo una transenna? Genio assoluto. C’è poi questo canneto incolto da anni, ratti e chissà cos’altro sguazzano lì sotto tra carte di patatine e bottiglie slavate di Tennent’s. Cosa gli costa alla gente essere un minimo civile e non buttare le cose nei loro maledetti posti? Qui non c’è neanche un cestino? Dovrebbero metterli. Uno si fa la sua bustina, ci butta dentro cicche, birre, preservativi, teglie di parmigiana, pannolini sporchi da tutti e due i lati anche di parmigiana, qualsiasi cosa. Chiusa, tac, la si butta.
      Questo l’ho studiato, si chiama Effetto Finestra Rotta. In mancanza di contromisure nel tempo, una qualsiasi cosa perde il proprio stato istituzionale e in un dato insieme, le sue parti iniziano a buttargli addosso vernice e a pisciarci contro.
      Ultima cosa, e chiudo, sono io che sono senza parole di fronte alla tua nullità, alla tua mancanza di prenderti responsabilità, di piangerti addosso.
      Non me ne frega niente. Tu voti cinque stelle. Sei una pancia.
      Le onde sciabordano, sciabattano, spumeggiano e altre parole divertenti. A dir la verità quando c’è scirocco come oggi il mare fa proprio schifo. Caldo, mezzo agitato, con le correnti che portano sporcizie da ogni dove. Un mare così è meglio non vederlo, se si può andare in altri posti, pur con la canicola che non dà tregua.

Gabriele Battista

Zola Jesus – Okovi

Data di Uscita: 8/09/2017

6554150

      Ogni volta mi domandavi di camminare nel fiume, e non era mai una richiesta vera, perché non sentivo la tua voce flettersi in direzione interrogativa.
      Mi dicevi che era come sentirsi i piedi di un altro e che anche se un giorno avessi sanguinato forse non te ne saresti accorta per via di quel freddo.
      Mi dicevi che avevi sentito da un anziano in paese che, a rimanere coi piedi immersi nel fiume gelido per più di tre ore, si rischiava di lasciar andare la propria anima da qualche parte sotto terra, tra le pieghe del vestito della terra, da qualche parte, nei punti morti tra le radici e i vermi.
      Tingevi di mora tutte le tue mani lunghissime che spuntavano dalle tue vesti senza sottana, tra le dita era come se il sole penetrasse appena, e fosse scesa la notte sui palmi, fino al polso di vene blu. Vedevo pulsare il tuo petto anche sotto il ricamo fiorato di qualche bambino cinese povero, qualche volta cantavi urlando risate che facevano salire gli uccelli fino alle pendici del cielo più alto.
      Quando muovevi le gambe era più che altro come se saltassi, ero sicuro che non saresti mai ricaduta nell’acqua e che qualche specie di dio alato ti portasse via, assieme a tutti i tuoi capelli colore di mora.
      Avevi come amico un gatto bianco che credo vivesse in montagna cibandosi di radici e insetti, non appena sentiva la tua voce alzarsi prima della curva che portava alla sorgente, miagolava divertito, ma aspettava su di un’altura perché credo gli piacesse vedere come camminavi tra le foglie e le noci mangiate dai cinghiali. Anche il suo muso bianco si macchiava del colore delle more, ma lui non le mangiava, perché preferiva giocarci. Quando ti acquattavi per vederlo bere, un pochino più da vicino, i tuoi capelli si immergevano nell’acqua intrappolando i pesci con il loro profumo di limone, ridevi con quei baffi di mora, li lavavi via bevendo l’acqua della sorgente.
      Vedevo piccole gocce d’acqua imperlare le tue labbra come se non volessero più lasciarle.
      L’ultima volta che hai sanguinato sei andata al fiume, hai detto che avresti creato un sentiero rosso tra le montagne, e che tutti avrebbero bevuto il tuo sangue, rigenerandosi, facendo nascere la vita nuova, le passioni morte, i vecchi regali, i pianti nei cassetti, le mani tra i muri, le chiacchiere sotto il mare, le aperte campagne senza i fili della luce, le aperte montagne senza i fili della rete, gli aperti mari senza i fili delle boe, le boe aperte che forse dentro c’hanno miliardi di pesci, che si son fatti casa per conto loro, per stare alla larga si sa,

      dal pesce più grande.

Giorgia Melillo