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The War On Drugs – A Deeper Understanding

Data di Uscita: 25/08/2017

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      Questa sedia in plastica ormai sformata dal mio peso considerevole campeggia al centro di una prospettiva perfetta, tre ampie portefinestre dal coronamento stondato e la mia figura massiccia a presidio dell’immobile, alla stregua di un bavoso cane da guardia. A terra il frigo portatile, con le birre. Tutti mi conoscono e anche chi si è trasferito nel quartiere negli ultimi anni ha capito subito con chi aveva a che fare, una personalità ingombrante – lo ammetto da me.
      Ma non è stato sempre così.
      Conobbi Gina, la donna che poi avrei portato all’altare, a un concerto del Boss, era incazzata perché ero davanti a lei e cantavo come un disperato, “coprendo addirittura la voce di Springsteen”; le strappai un invito per una bevuta di risarcimento la sera successiva, mi ero giocato la carta della simpatia da classico figlio di italiani ma lei si portò appresso un’amica, “visto mai fossi un poco di buono”. Di lì al matrimonio il passo fu piuttosto breve, ma certe cose si sentono nello stomaco e credo sia stata la scelta più giusta che potessi fare nella mia vita, anche se poi mi rivelai parimenti bravo a mandare tutto a puttane con la facile tendenza ad alzare il gomito un po’ troppo spesso. Collezionai risse come fossero trofei, antipatie ed occasioni perse, quei treni che mi sfrecciarono sotto il naso col sorriso beffardo mentre ero troppo intento a fare il cazzone per le quisquilie.
      Anche con Alissa tutto cominciò con un battibecco, e con il Boss, del quale presi le parti in un’animosa discussione in un bar: lei lo aveva offeso, preferendogli a occhi chiusi i Dire Straits. Come si permetteva? Ero solito portare a spasso la caricatura di me stesso, una versione spiacevole del giocherellone che ero da ragazzo, ammaccato dai passi falsi e indurito da sarcasmo e provocazioni. Me lo fecero notare spesso, “con quel caratteraccio morirai solo”, e forse la stessa Alissa aveva la vocazione al sacrificio, o piuttosto si era stancata di cucinare e apparecchiare la tavola soltanto per sé, e decise che mi avrebbe preso, nonostante Bruce Springsteen. Ci siamo sempre voluti bene anche senza dichiarazioni plateali né tantomeno romantiche carinerie, una tiepida coppia strampalata ma unita da affetto sincero, finché una brutta malattia me la strappò via di fianco nel giro di tre mesi e caddi col culo per terra: troppo vecchio per trovare le forze per reagire, troppo stronzo per chiedere aiuto e – soprattutto – trovare qualcuno disposto a tendermi una mano.
      Gli ultimi anni li ho trascorsi qui, nel porticato, a osservare ingrugnito le vite degli altri tra una birra e l’altra. Sono (stato) felice? In un modo bizzarro, direi di sì. Un banale commesso all’autosalone storico, con la parlantina vincente per vendere molto, le domeniche con le corse dei cavalli in tv e la torta di mele per dolce, un cerchio perfetto nel centrotavola di porcellana bianca. Quando andai in pensione mi affidai alla routine rassicurante del ritmo del trattore su e giù per il campo al di là della strada, venti minuti per verso, quel che bastava per cimentarmi in un cruciverba facilitato. Alissa faceva la sarta a domicilio, eravamo sempre accanto ma ci lasciavamo spazio per non soffocare le rispettive solitudini, una premura gentile, la discrezione. La sera, quando il telegiornale era finito, spegnevamo la televisione e mettevamo un vinile nel piatto, lei mi si accoccolava addosso sul divano con le ginocchia raccolte e le massaggiavo le spalle mentre ascoltavamo la musica, come un rituale caldo e intimo, come nelle coppie focose si fa con il sesso. Questo è ciò che più mi manca di lei, di noi. Quando mi siedo qui sotto e ai vostri occhi non faccio che sproloquiare o gettare merda addosso a quel pagliaccio triste in cui mi sono trasformato, nelle mie orecchie risuonano le nostre canzoni, e i Dire Straits riuscirono a fare pace col Boss e quasi a fondersi in un disco solo, quello dei ricordi, quello del primo appuntamento con Gina, quello del lento ballato stretto a lei sotto le lucine colorate tra gli alberi, quello delle occhiate complici con Alissa, quello delle giovani corse in macchina con gli amici, quello delle ferite curate dopo ogni tafferuglio, quello delle delusioni, quello delle sconfitte, quello delle vittorie.
      Sono (stato) felice? In un modo bizzarro, direi di sì.

 

Federica Giaccani

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