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Marlene Kuntz – Kascignana Music Fest (Castrignano dei Greci, 11-08-2017)

whatsapp-image-2017-08-20-at-17-50-33-1ph. Arci Lecce

      Devono succedere una serie di cose molto giuste, molto positive, perché durante un concerto di un gruppo a cui non mi sono mai intetessata non mi prenda la sonnolenza, tipo quella che ti fa sbadigliare per stapparti le orecchie in treno, e hanno tutte a che fare con l’innamoramento. Serve che il mio amore totale, e quindi i miei occhi, si concentrino completamente su uno dei musicisti, forse sul fonico, forse su una ragazza che balla in prima fila, se non m’innamoro mi deconcentro, comincio a pensare a quella volta lì che ho bevuto la Fanta al compleanno di Federica, avevo sette anni, mi sono fatta la pipì addosso, la sala era buia con la palla stroboscopica.
      Probabilmente basta anche che m’innamori di un solo dettaglio.
      Dove sono andata l’altra sera c’era vento, un sacco di palloncini, barche di carta tra gli aghi di pino, non c’erano pini (è probabile che il terreno mi ricordasse quello di una pineta, ma che effettivamente non ci somigliasse affatto) e molti fiori finti. Non parlo dei fiori finti del tipo plasticoso che si vende dai cinesi, più che altro di quelli fatti con certi tipi di cartapesta, gli steli verdi che una volta sono certa saranno stati anche brillanti. C’erano, tra la folla, due persone molto alte che mi hanno colpito non tanto perché erano molto alte, quanto per la somiglianza indubbia tra loro due, ma li ho persi di vista spesso durante il concerto, niente più che un’attenzione particolare, alcun tipo d’innamoramento.
      Dovevano essere per forza un padre e un figlio ma non volevo crederlo, speravo fossero un fenomeno paranormale, perché erano alti uguale, avevano i capelli tagliati dalla stessa mano, così il pizzetto, ero rimasta molto impressionata dal loro profilo, quattro paia di occhi incappucciati, narici identiche, stessa piega delle labbra. Sembravano un’animazione di un disegnatore stanco, pigro, frettoloso, un passaggio rapido dal presente al futuro, o forse dal passato al presente o una cosa che doveva assomigliare ad un flashback.
      Uno dei due, il più giovane, aveva una camicia rossa, un orecchino a cerchio molto grande, un paio di baffi da cartello messicano (ma una cosa di finzione, tipo Breaking Bad, non il vero cartello, dove sono sicura che nessun messicano ha i baffi) e piccioneggiava con il collo, a tempo di musica, come certi intenditori fanno quando sentono un bel giro di basso.
      Il suo corrispettivo brizzolato, che mi sono arresa a credere non fosse la stessa persona, presente lì a causa di una dilatazione spazio-temporale, ma che si trattasse banalmente del padre, aveva una maglietta sportiva che adesso mi sembra una maglia da baseball, ma sono certa che non lo fosse, teneva le braccie conserte, gli occhi stretti.
      Non avevano parlato mai ma io sapevo detti cosa si sarebbero detti in macchina poi. Il padre avrebbe messo su un disco vecchio masterizzato, tipo Il Vile, e avrebbe detto questi erano i tempi gloriosi, il figlio gli avrebbe dato ragione, piccioneggiando un po’ meno, continuando a pensare dentro di sé di aver visto un bel concerto.
      Io, per parte mia, del concerto mi ricordo niente.
      Ci sono questi ragazzi africani, molto africani, a listelle sui muretti a secco che circondano lo spiazzo del parco Pozzelle. Tutto intorno è giallo, non so se per le luci o per il terreno da concerto. Ci sono due chioschetti isolati, uno con birra solo bionda e uno con pizze e calzoni che in realtà non ci sono perché li devono portare dal forno. Dal lato opposto bancarelle di vestiti tutti fiori e motivi elefanteschi, molto colorati, un banchetto dei radicali per abolire la Bossi-Fini e una lunga tavolata rossa con cibo somalo, eritreo, di Bangladesh e Cile. Tutto in attesa con la stagnola.
      I cercatori di felicità, per dirla alla David Parenzo, osservano salentini che arrivano alla spicciolata per i Marlene Kuntz; qualcuno guarda melanconico sotto una specie di tensostruttura con uno striscione #WelcomeRefugees arcobaleno. Attivisti e autorità parlano di loro, proprio di loro ragazzi africani, l’accoglienza è un dovere, le sparate di Salvini sono deleterie, l’Italia non è la nazione che accoglie di più in Europa, tutto il mondo è paese eccetera. Tra l’altro tutto questo può essere vero.
      Cristiano Godano non ha più tanta voce e suda tantissimo, bello mio, tanto che la schiena di camicia nera sembra tutta pitonata, o come un campo del Tavoliere che si spacca arido al sole. La scaletta è ben assortita e godibile, fondamentalmente mi piace vedere gente che suona insieme da trent’anni, io poi canto tutto, soprattutto A chi succhia.
      Mi manca Dan Solo, ma Dan Solo, da solo ha fatto della musica discutibile.
      Vedo e sento uno dei miei gruppi preferiti ma ho come questa sensazione di incompiuto, di mancanza di qualcosa di solido negli otto metri che vanno da Marlene al pubblico, qualcosa di solido, tipo fondamenta di una palazzina mia costruita.
      Divago, è andata così.
      Ai ragazzi africani sarà piaciuto il concerto? E a tutta quella bella gente che parlava di loro? Questi uomini perché sono qui? Ma dove vorrebbero andare? Vorrebbero andare? E che musica si ascoltano nelle cuffiette?
      Andranno ghiotti di pasticciotti Obama? Avranno battuto almeno una volta i piedi a tempo in quest’ora e mezza?
      Non li ho più visti, neanche dopo, non ci ho proprio fatto caso.

 

 

 

 

Giorgia Melillo, Gabriele Battista

 

 

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