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Benjamin Clementine @ Mavù [Locus Festival], Locorotondo (23/07/2017)

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La ragazza si dimenava scalza sui sassetti aguzzi, faceva come dei saltelli sul posto seguendo il ritmo della canzone, in un particolare tipo di marcia solitaria. Un paio di volte aveva lasciato il calice di plastica a terra ed era scattata in avanti per fare una foto ma due tipi della sicurezza, uno capellone e uno pelato, l’avevano fermata facendole capire che no, sotto al palco non ci si poteva andare. Lei era rimasta delusa per un attimo ma poi aveva ripreso il bicchiere e si era rimessa a marciare sui pezzi di ghiaino. Nel momento di una canzone solo piano si era fermata di colpo e aveva preso a ondeggiare, gli occhi chiusi e le braccia strette: stava sognando che qualcuno l’abbracciasse, le luci si erano fatte basse e grigie, tutto il suo nero risaltava intorno, tutto il nero degli occhi e dei suoi capelli corvini cadeva a fiotti sulle unghie dei piedi smaltate di rosso strillante e sul toppino bianco che da sbrilluccicoso si era fatto lercio di quelle luci grigiastre cangianti.
Per fortuna che i calici sono di plastica, dissi sedendomi sul muretto di fianco a lei, altrimenti mi sa che non ci potevi mica ballare tanto tranquilla tra i cocci. La ragazza si stava allacciando dei sandali con un bel tacco alto, effettivamente scomodi, mi guardò dritto negli occhi e mi sparò dritto quel suo fiotto di nero di seppia, come il dinosauro con la cresta al ciccione in Jurassic Park. Azienda vinicola Tormaresca, roba seria, continuai con tono da cazzone a improvvisare una televendita. Vino sopraffino, fresco, forse biologico, calici solidi. Bussai sul bicchiere con le due nocche e feci un inchino ridicolo.
Cammino scalza sugli scogli da quando sono piccola, disse la ragazza, aveva finito di allacciarsi le scarpe e sembrava divertita, mi puoi anche incidere con un taglierino qui sulla pianta, s’indicò il sandalo e fece come per slacciarselo di nuovo per farmi vedere i suoi calli, non sentirei nulla.
Anche lui va sempre girando scalzo, mi stropicciai gli occhi incatramati e indicai il palco dove i tecnici stavano ormai riponendo gli strumenti e smontando gli impianti. Già proprio, la ragazza sorrise e si accese una sigaretta di Virginia giallo, lui mi piace un sacco, non ti sembra una specie di De Gregori nero? Però molto spirituale, forse anche troppo, che dici? Del tipo aah non sai io prendo il treno scalzo, vado sul palco scalzo perché vengo dal nulla, soffiò fuori il fumo in uno sbuffo sarcastico e anche un po’ cinico.
Ma scusa lo dici tu che stavi ballando senza sandali sul brecciolino? Lei mi guardò sul punto di scoppiare a ridere, mi fissai per qualche secondo più del necessario sulle sue labbra nere, piccole morbide e rosa chiaro.
Sul serio, quando alla fine si sono alzati tutti e ci ha chiamati sotto al palco ho avuto paura per te, per i tuoi piedi. Avrei quasi voluto…
Cosa? Fece la ragazza avvicinandosi. Prenderti in braccio, portarti via. Le buttai la sigaretta e la baciai.

Tra un grande sentiero di ulivi e muretti a secco tornavamo alle macchine, i piedi crocchiavano nel nero della penombra e i brusii della gente lontana. La ragazza fece aprire le portiere con il telecomando, seguì una ventina di secondi elettrici e parecchio imbarazzati, mi guardava e sorrideva mordendosi il labbro, poi fece come per smuoversi e iniziò a cantare all’improvviso
by the ports of Europe by the ports of Europe by the ports of Europe by the ports of Europe,
sempre più forte con una bella modulazione, oscillando e improvvisando di nuovo quella marcetta che tanto mi aveva riempito il cuore di nero appena l’avevo osservata. La presi per i fianchi strillando
Porto-bello Porto-bello Porto-bello Porto-bello,
e iniziammo a ballare, così assurdi che le macchine intorno ci guardavano e se la ridevano un sacco.
Comunque volevo presentarmi. Anche io, piacere mio.

Gabriele Battista

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