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Mish Mash Festival, Milazzo (06/08/2017)

cattura

Un applauso a Giovanni Imparato nel pubblico

Come nel peggiore dei miei incubi un codazzo di opliti pelosi a otto zampe sta scendendo dal muro del castello, dalla facciata verso il cortile, a mangiarci e risputarci e poi giù verso il mare. Ci sono dei ragni, lì sul muro, strilla Zagor. Faccia a terra, allarmi, allarmi, Ruben brandisce l’asta del microfono come una lancia. Mi giro e tutti si calpestano come a Piazza San Carlo mentre i tarantoloni già stanno scartavetrando le ossa dei fonici, i primi lì sotto.
Lo staff del Mish Mash compatto agli ordini di Dario Fugazzotto sta sparando tra la folla asciugamani bianchi, Zagor ha trovato un megafono, provo ad ascoltarlo pietrificato. Questi sono gli asciugamani del potere, ne apre uno come una sciarpa allo stadio, non possono vedervi se ne avete uno, vi passeranno affianco, vi ignorerannGRRRUAAAAMMM una tarantola grande quanto la sua panza gli salta alla giugulare e se lo porta dabbasso nel dirupo.
Ruben ha un asciugamano intorno alla testa, mi viene vicino e mi prende sottobraccio via correndo. Eppure funzionavano, mi fa, ce l’ha insegnato David Cooper quando suonammo al Kings Theatre di Portsmouth, anche lì avemmo un problema simile ma con un esercito di zoccoloni di fogna portatori di malattie. Due tarantole gialle e nere si parano di fronte a noi con quei miliardi di occhi pelosi. Espiro e mi preparo alla morte. Addio. Ruben mi guarda e sorride, mi mette un dito sulle labbra. Adesso fai come me. Inizia ad ancheggiare e canticchia l’ancal’ancal’ancal’ancal’ancal’anca. Incredibilmente i ragni ipnotizzati ancheggiano muovendo le zampe a ritmo, tutti gli altri sotto al palco fanno lo stesso e fa un effetto davvero terrificante che neanche Lynch avrebbe pensato mai una cosa del genere. Sono gli spettatori scrocconi del Mish Mash, in un delirio estatico di peli neri e sangue, qualcuno ancora con arti indie tra le fauci. Avanzano e ci seguno ancheggiando silenziosi, Ruben Camillas è Ian Anderson senza flauto, io il suo Sancho già borderline e aracnofobico, ora traumatizzato a vita, ma mò soprattutto questi ragni assassini dove li portiamo? Amici, fratello, chiama Zagor mutilato ma sorridente da un muretto. Me lo carico sulla spalla, gli sorrido anch’io e scendiamo verso il lungomare.

(scusa Zagor, spero tutto bene)

Est. giorno, Casa mia, Flashback

La prima volta che stavo ascoltando Giorgio Poi il mio cane stava morendo. Lo avevo trovato steso sul balcone che ancora in testa cantavo Paracadute. Come succede sempre nei momenti tristi ero stata assalita da molti pensieri deficienti, susseguitisi senza soluzione di continuità. Mi ero domandata se non fosse che ormai avrei sempre ascoltato quell’album pensando a quella situazione lì, e allora forse sarebbe stato un macello a Milazzo, pensavo, avrei pianto mentre Giorgio Poi con la sua maglia anni ‘90 diceva GRAZIE DAVVERO al pubblico. Giorgio Poi ha gli occhi teneri come ce li aveva il mio cane, solo che quando canta non si vedono. Io, comunque, non ho pianto.

 

Dietro la volante della Red Bull, sponsor ufficiale del Mish Mash e della Polizia Italiana.

La guardavo sempre ma non tanto perché fosse carina, era, anzi, abbastanza anonima. Sempre sola e c’era anche ieri. Fumava e ascoltava la musica, fumava e faceva foto. Alla gente. Non agli artisti. Ma io avevo capito, tutto. Sognavo il momento in cui sarebbe venuta a chiedermi i documenti. Le lanciavo sguardi di sfida mentre tutti e due ci giravamo decine di sigarette. Lei anche mi guardava, vuota. Ma non m’inganni bella, io t’ho capita, vuoi prendere per culo me forse, con il tuo finto disagio e la tua solitudine posticcia? Tu non sei vera, sei uno spasso. E vieni a perquisirmi, prendimi le generalità, non ho nulla con me anche se una canna di Kush per avvolgerci questi Veivecura senz’anima ci starebbe. Questo vino fa schifo, devo guidare ma ne ho bevuto un bicchiere, uno solo. Forza. Appuntato, maresciallo, luogotenente, come vi chiamate fra di voi, con tutte quelle stelline sulle uniformi? Camerata, sergente, agente speciale. Ma no certo, tu sei così perfettamente anonima, quella treccia né corta né lunga buttata sul collo, quei sandalini né alti né bassi, il vestitino bianco, ieri nero, sulla tua pelle abbronzata ma neanche tanto. Non m’inganni. Sei della questura. Non puoi essere così sola, così a tuo agio ma neanche troppo a tuo agio. Vuota il sacco, sputa il rospo, tagliamo la testa al toro.

 

Est. notte, Castello di Milazzo, Fegatello

Quando andavo alle scuole medie, o insomma in quel periodo a cavallo tra le medie e le superiori, uno dei simboli della giustezza sociale, dell’essere perfettamente integrato nel gruppo composto di adolescenti medi con la spocchia e le maglie di Paul Frank, era sicuramente un sano paio di Nike Silver col baffetto rosso. Poi le Nike Silver col baffo rosso si sono eclissate per magia e al massimo ho qualche amico che le mette per andare in spiaggia, declassate a ciabatte piene di sabbia fino agli anfratti più sordidi dalle parti degli alluci. Per questo ho avuto una specie di soprassalto quando ho visto un paio di Nike Silver col baffo rosso ballare tra la polvere del Castello di Milazzo. La ragazza che le portava era molto a suo agio con quel paio di scarpe e un vestito elegante nero. Baciava il suo fidanzato cantandogli in bocca le canzoni dei Canova. Il ragazzo la prendeva per la coda di ricci neri. Ho pensato che avrei odiato chiunque avesse mai deciso di prendermi per i capelli in quel modo là. Le mie scarpe si sono rotte al secondo giorno di festival, un uomo che friggeva arancini mi ha prestato la sua colla bicomponente, per rimetterle a posto. Gabriele dice che somiglia allo Sheridan, la colla bicomponente, o forse è Sheridan proprio perché non ha fatto attaccare un cazzo di niente.

 

Int. notte, Stanza d’albergo, Svezia, Carrello

Avevo da poco salutato Emily, che mi aveva raccontato di aver fatto quasi a botte con la signora bionda, quella che si metteva sempre il perizoma blu, perché a pilates le aveva dato un calcio per sbaglio, e mi ero steso a letto senza pigiama, perché Emily mi diceva sempre che non era igienico, ma Emily non c’era, a rompere i coglioni.
Stavo pensando alla riunione del giorno dopo, chiedendomi se gli argomenti che avevo preparato fossero effettivamente validi. Mi ero alzato tre volte per fare pipì, nervoso avevo ricontrollato i documenti, aspè ma dove sta la carta d’identità? Ah sì l’ho lasciata alla reception perché effettivamente ti chiedono di lasciarla, sì. Mi ero finalmente rimesso a letto e con fatica avevo preso sonno. Un rumore. L’ho sentito distintamente, un tonfo che veniva dalla finestra. Mi sono alzato sui gomiti, paralizzato dal terrore di un furto in un albergo a quattro stelle in Svezia. Ho visto un’ombra bianca incappucciata, correre verso la porta, incespicare nelle mie scarpe da viaggio, fuggire via. Per tutta la notte ho pensato che la morte fosse venuta a prendermi, per farmi pagare il fatto che avevo dormito in mutande. Nella testa, come un mantra ossessivo, sentivo delle percussioni, campane, campanelle, come quando ti rombano le orecchie e non sai perché.

 

Da Milazzo a Stoccolma. Ricordo estemporaneo del tour.

Avere un tour manager che è anche uno spaccino è una cosa top. Sven mi ha mollato in questo dignitosissimo quattro stelle sulla Slottskajen, aiutandomi a scaricare i valigioni mi ha allungato con compostezza, quasi dignità, una copia di A Thousand Skies. Io non capivo. In camera l’ho aperto, c’erano dentro tre spinelli già rollati ed un post-it con scritto “THIS is Kush. Enjoy. En kram”. Felicissimo. Stabilisco il piano d’azione, faccio la doccia, me la scialo, tutto contento e pronto me ne vado in terrazza e mi faccio un cannone che mi stende.
Sono nudo sotto l’accappatoio bianco con il logo dell’hotel, non fa tutto questo freddo a Stoccolma, la Kush mi pettina le vene. Per il festival di domani potrei comprare una di quelle parrucche rasta. Aspetta, domattina prima di scendere a colazione devo dare un bacio su Skype alla piccola. Potrei leggere qualche pagina di Schopenhauer. Se non mi addormento. Se non mi addormento? La musica: novanta per cento di tamburi abruzzesi, altro che Africa, ‘l budello di tu mà te che scrivi di gloria riflessa, vivi diobono di BLAM!
La porta a soffietto si è chiusa. Sono fuori. Spingo. Non si apre. Spingo. Chiuso fuori. Cazzo. Telefono dentro. La sfondo? Più facile mi rompo il piede. Urla inutili. Cazzo.
La finestra di fianco è aperta, buia, la distanza dal balcone sarà…mezzo metro. E’ vicinissima. Devo andare. Và che m’ammazzo. Il sottopalla sfiora la ringhiera ghiacciata, rabbrividisco. Non devo far incastrare l’accappatoio. Attento.
Salto dentro e…ci sono. Il tempo di capire che una figura nera ha sbandato drizzandosi in piedi, m’incappuccio perché non voglio che questa persona riconosca la mia testa pelata e corro come non ci fosse un domani verso la porta, sotto l’uscio vedo la luce del corridoio. Non ti voglio ammazzare, non mi ammazzare, fratello. I piedi scalzi fanno tumtumtumtum prima di inciampare su delle scarpe di merda, mi chiudo la porta alle spalle e piombo nel letto con il cuore che mi pulsa. Nessuno mi ha seguito. E meno male la mia porta non era chiusa a chiave.

 

Di fronte al cesso. Mai la fila per i cessi del Mish Mash, mai.

Questo ragazzo pelato è a torso nudo e bestemmia lungo lungo con una maglia rossa bagnatissima in mano. La butta sul corrimano di legno, di fronte alla casetta che è il bagno e alza le mani al cielo. Mi ha cacato un piccione sulla spalla, perché dio perché? Questo è lo spirito di Calcutta, non l’avete invitato quest’anno e lui si è incazzato. Perché Edoardo perché? A me piaci pure, dannazione.
Un piccione si è palesato su Milazzo, e come ne Le Metamorfosi di Ovidio o Kafka ha assunto la forma ieratica di Edoardo D’Erme proiettato in cielo come il simbolo di Batman, subliminale come un antico spirito arabesco che camminò per questi luoghi del messinese negli anni in cui da Cordoba a Palermo eccetera eccetera.
Calcutta ha vegliato sui due giorni del Mish Mash svolazzandosene in giro e ad una certa quando la devi fare la devi fare.

 

Est. notte, Castello di Milazzo, soggettiva

Ho guardato questo omino con sospetto quando l’ho visto salire sul palco. Lo conoscevo già, ma non lo avevo mai visto dal vivo, con quella scriminatura perfetta, i vestiti stirati, profumato, con delle belle sopracciglia. Pensavo chissà come se la tira, ha la faccia da matematico. Lo abbiamo ascoltato con le spalle coperte dalla panoramica, giù in paese le case già dormivano, su al castello erano gli anni ’80 e si faceva festa con l’uomo con la faccia da matematico. L’uomo con la faccia da matematico ha suonato due ore, incurante dei problemi tecnici, e dell’alba incombente, e della distanza dal pubblico transennato. L’uomo con la faccia da matematico ha una chiavetta USB al collo ed effettivamente era una specie di matematico, una volta. Ora beve bicchieroni di acqua fredda seduto su muretti di pietra, alla fine di un festival su cui sta sorgendo il sole caldissimo della Sicilia, si fa il bagno alle otto di mattina, non pensa ai dottorati, non ci penso più nemmeno io, quindi ho smesso di guardarlo con sospetto, ora voglio bene a lui e ai suoi occhiali rosa salmone.

 

La famosa foto di Ibra e Piquè in atteggiamenti equivoci

Sostiene Cristiano che il cantante dei Canova cerchi di fare il Jim Morrison della situazione, senza però ottenere il minimo risultato. Sostiene anche che dovrebbe comprarsi una parrucca modellata sull’acconciatura di Jim Canova per rendere i suoi live più sexy.
Uscendo dal ricco buffet del Mish Mash ci frughiamo tra i premolari alla ricerca di dettagli di lasagne, incrociamo sulla soglia uno dei due buttafuori con gli occhi lucidi. E’ visibilmente commosso mentre si torce tra le nocche massicce un fazzoletto usato. Nelle nostre intenzioni volpine c’è la volontà di interrogarlo a proposito dello zucchero filato, ma decidiamo di volare basso e banalmente gli chiediamo chi ha preferito tra gli artisti della due giorni del Mish Mash. “Canova” scandisce lapidario, nel senso di lapide, fissando un punto oltre le nostre spalle. Rimane intontito a guardare nel vuoto, inumidendosi la mosca col labbro superiore.
Decidiamo di scendere a valle per una puntata al bagno e troviamo l’altro buttafuori che si sta sciacquando la pelata nel lavandino (ci sono un sacco di pelati in questo report), senza neanche dargli il tempo di asciugarsi gli occhi con un pezzo di carta igienica lo incalziamo: insomma, tu chi hai preferito tra gli artisti della due giorni del Mish Mash? “Canova” scandisce lui lapidario, nel senso di lapide, fissando un punto oltre le nostre spalle mentre gocce d’acqua e sudore si abbattono sul suo badge con scritto security.

Il Mish Mash è finito, sono le cinque del mattino. Ci lasciamo indietro Ruben e Zagor Camillas che ancora improvvisano delle jam sperimentando l’effetto Doppler; dietro la volante della Red Bull intuiamo la presenza di due ombre (ci sono un sacco di ombre in questo report), sbirciamo furtivi tra i rami del rosmarino e vediamo i due buttafuori così vicini che i loro nasi quasi si toccano, le mani poggiate appena l’una sull’altra, illuminate a malapena dalla luce flebile dell’Errante Eterotopico di Alessio Barchitta e non dalle stelle, perché le stelle sono per gli sfigati.

Gabriele Battista, Giorgia Melillo

Noi siamo tutto. Siamo Colombre, Clap! Clap!, Giorgio Poi, I Camillas e Jolly Mare.
Noi siamo tutto, tranne Dario Fugazzotto. Dario Fugazzotto è amore.

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