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Mish Mash Festival, Milazzo (05/08/2017)

 

catt

Ma tu, in tutta sincerità, te lo ricordi stò zucchero filato?
(da leggere con una vena di ansietà)

Buona parte di quello che leggerete è successo davvero, il resto forse no.
Qualsiasi incongruenza/riferimento/insulto è funzionale al racconto.

Int. Notte, pullman in movimento

Ho idea che non riuscirò a dormire.
L’alba sta sorgendo sulla testa pelata del mio dirimpettaio di posto, la Sicilia è piena di alberi di ficus (che assomigliano pericolosamente a quelli di magnolia), altissimi, e oleandri, case basse, barche a motore, barche a vela. Alla stazione di Milazzo ci sono solo due testimoni di Geova molto vestiti e una ragazza con la borsa di Decathlon.

 

Milazzo, casetta Via Papa Giovanni XXIII, canicola spinta dopo la salita

Ci sono calzini ovunque ma non puzza, per fortuna, e c’è anche una discreta aria condizionata. Quanta gente accampata? Sono squatters? Aria di bisboccia e scampoli di agonia, mi chiedo dove abbiano preso la droga, dove l’hanno nascosta, datemi la droga, giovane, documenti. Ho bisogno d’ignorare l’umidità anche solo per un attimo, la lontananza da qualcosa, vorrei ascoltare solo Piero Umiliani.
Per un po’ ho fatto la spola con i gradini proprio in goppa alla strada perché al paese mio, quando uno è a disagio o vuole acclimatarsi, deve fumarsi due-tre sigarette di seguito. Così i polmoni si asfaltano, bitume, la pressione crolla (e anche per il temporale africano) e ti puoi coricare allegro andante. Ci sono orde di gatti che mangiano dal polistirolo dietro l’angolo, li sento azzuffarsi e minacciarsi per il riso cantonese, con loro le mosche che però vogliono solo sgrullarsi le zampette già sudate di mio.
Dietro i gatti e la signora che spia dalla finestra, neanche fossi un ladro, si slarga questo vialetto sgarrupatissimo di pietre a forma di patate novelle. Un tipo esce dalla caverna e somiglia a Paolo Sorrentino quindi mi sta immediatamente simpatico, ci facciamo una chiacchierata e mi sta ancora più simpatico. Maestro, gli chiedo adorante, dove si va da qui? Lui guarda i gatti, guarda il vialetto, si tocca il naso con quel suo tic un po’ disagiato e pensa. Io aspetto, e aspetto, solo una goccia di psichedelica verità. Al castello, dice. Conciso, essenziale. Delizioso. Poi appende calze e mutande alle foglie di palma magistralmente rese fili da bucato, mi saluta e se ne va a mare mentre gli squilla il telefono.

 

Int. giorno, mattina appena fatta, casa Mish Mash, nei pressi del Castello di Milazzo, soggettiva.

Tocca immaginare un divano a L abbastanza grande perché ci dormano due persone molto stanche, caldo come solo un divano a L di camoscetto può essere, una casa in penombra piena di prese di corrente e di bidet nelle docce, e acqua fredda servita nelle tazze da tè. C’è un tipo con la pelle diafana che lecca la carta che conteneva due cannoli, sembra del nord, ha le spalle strette e un’andatura cascante, dinoccolata mi pareva banale. Lo vedrò quella stessa sera, dietro a certi vinili che si è portato come bagaglio a mano. Scoprirò che fa il dj e che parla molto di sé.
Ci sono due occhi stretti tra gonfiore di sonno, rughe, ciglia nere, dolcezza che gli stanno sorridendo.

 

Est. Giorno, molto giorno, molto caldo. Panoramica grandangolare.

Praticamente ci sta questa scala che è un’agonia se la guardi in salita, un capolavoro se ci stai in cima e ti volti di botto, perché il mare è una tela cerata che copre le barche a remi, e le barche sono i nodi delle corde.
Giù sul litorale c’è un giovane uomo con un paio di mutande al contrario, il luogo adibito a porta pacco se ne sta floscio e a disagio sul minuscolo culo stretto e in attesa. In lontananza ci sono delle ciminiere svettanti, ma sono solo pensieri, quasi dei giochi, che lasciano che io dimentichi quelle che riconosco come casa.
Il giovane uomo in mutande si è tuffato e non riemerge. Le sue pesanti mutande al contrario lo avranno trascinato sul fondo del mare.

 

Fronte palco laterale lungo il dirupo, lungo una rete sghemba intrecciata

Non è sola perché ogni tanto va a beccare della gente tra i crocchi vari, poi torna a sedere a terra, braccia conserte su un abitino a righe in mezzo alle lattine di Red Bull, sola e molto vacua perché la canzone parla di quello. Quest’altra ragazza con la fascia hippy se la ride tantissimo e indica la luna con il dito perché la canzone parla anche di quello, forse. Pulviscolo e polvere lunare, si avvicina al muretto e vomita l’anima verso tutto il sottostante bellissimo da cartolina notturna strazzacuore, non quelle imbecilli con scritto Barcellona By Night su sfondo nero. Uno schizzetto di vomito arriva sulla ragazza triste. Ma dai, e su, stai attenta almeno, s’incazza ma prende una salvietta dalla borsa e la passa a quella che ancora se la ride tutta sbiascicante. Guarda, c’è la luna piena, si toglie la fascia arcobaleno e indica ancora in alto. Io sono qui per Gazzelle, e tu?

 

Est. notte, Castello di Milazzo, totalino

Ho sempre pensato che dovesse essere un privilegio grandissimo riuscire a ballare ad un concerto mettendo le braccia sempre nei posti esatti in cui dovrebbero trovarsi, senza lasciarle vagare capaci di vita propria, autonomamente morenti, vive solo a sprazzi per inneggiare al cielo senza un apparente motivo legato a questa canzone che parla della luce che filtra tra le persiane e amore che invece non filtra per niente, nemmeno scappa dalle fessure sotto le porte. C’è un profumo di rosmarino, neanche fossimo in una gigantesca padella di patate a dadini, ma questo solo sulla panoramica che mostra una Milazzo forse deserta, srotolata come un tabellone di Risiko. Basta spostarsi appena verso il centro, vicino a quello col cappello da marinaio che canta ad alta voce, per sentire un profumo di vaniglia, ma meno sdolcinato, che forse viene fuori dalla labbra schiuse di Colombre, dalla sua camicia che mi fa venire in mente il ghiacciolo all’arancia che mio padre mangiava per primo sempre perché tanto lo sapeva che non lo voleva nessuno.

 

Il momento topico del giorno uno

L’essere più fastidioso esistente sul pianeta Terra è uno staffilococco con la faccia di Lodo Guenzi, questo pensavo prima di essere di fronte al palco su cui la band del signor Gazzelle salta con un tempismo perfetto. Il signor Gazzelle non salta ed è alto come il tastierista seduto, dico a Giorgia che ride. C’è qualcosa da ridere? Forse, ma è un dato di fatto. Rido anche io. Io ho il naso grosso, e pure storto per il calcetto. A ognuno il suo.
Mi piacerebbe che il signor Gazzelle cantasse qualche canzone degli Slipknot con quel suo bel growl e la flemma nu-metal di quelli che parlano come a Roma Nord, se ci provo io sbiascico e sputazzo come Daffy Duck. Sarà perché non sono di Roma Nord anche se ci ho vissuto.
Signor Gazzelle la prego, mi faccia questo regalo e canti. Sarebbe un bel tuffo nel mio stendardo duemetriperdue che avevo appeso in cameretta, sapevo molti testi a memoria, li so ancora. Sto parlando sempre degli Slipknot, signor Gazzelle. Sarà più buono lo zucchero filato nello stato dell’Iowa?
Io cambio sempre idea, troppo, su tutto, e me lo dicono tutti, su tutto, sempre, motivo per cui mi emoziono quando riesco genuinamente a provare dis-piacere per qualcuno o qualcosa. La sincerità delle emozioni è una cosa che si assapora sul palato, si butta giù in gola e si dice è buono, è decente, schifettoso o che sa di tappo. Appunto, grazie signor Gazzelle.

 

Est. giorno, Castello di Milazzo, pp piano

Ci sono quelle rughe, ogni tanto, agli angoli della bocca, che si vedono da ogni parte del piazzale, come quando gli attori parlano piano piano, ma lo fanno in certi modi che risuona poi tutto quanto, fino alle più alte gallerie del teatro, forse è una questione di vibrazione della cassa toracica, e insomma era così quel sorriso là, stretto dalle rughe, che te lo sentivi dalle parti della quarta, quinta costola.

 

Est. notte, Castello di Milazzo, aria di tormenta, piano americano

Il colibrì vibra le ali ad una velocità che l’occhio umano non è in grado di registrare, quindi alla fine dei conti quello che si percepisce è una specie di vaghissima forma che è più il frullare dei fogli del signore che fa le fotocopie in quel posto aperto tutta la notte. Sento la borsa con le frange della ragazza col top corto che sbatte contro il mio polpaccio, la transenna che vibra sotto gli urti di un paio di anelli fuori tempo. Clap!Clap! è un colibrì impazzito, il vento comincia a soffiare, il telone grigio del proiettore inghiotte un uomo brizzolato con la faccia da meccanico.

 

Sfrecciando a 55 km/h sul lungomare Milazzo – Barcellona Pozzo Di Gotto a bordo di un motorino Aprilia Pernice scrostato dal sole e sgarrupato

Non c’è niente di meglio degli occhiali da aviatore. Io porto solo caschi aperti, malgrado la temperatura a volte proibitiva, e quasi sempre con gli occhialoni sul naso. Meraviglioso. Ne ho diversi modelli. In posti come la Sicilia, senza casco, basta stringerli. Sono simili ad una mascherina da sci e non mi è mai successo che volassero via. Comunque il casco sarebbe obbligatorio, su certi caschi vintage nella parte posteriore c’è un nastrino con bottone a pressione fatto apposta per gli occhiali quindi non rischiatevela troppo e siate prudenti. Se fate un giro sull’internet il nome Baruffaldi salta fuori spesso a proposito di occhialoni da aviatore. Ignorate Eliseo Baruffaldi, brigante trentino (…), a meno che non v’interessi particolarmente la sua storia, e fatevi un giro nel catalogo di questa grande azienda portabandiera del made in Italy di qualità, e che qualità.
Costeggiando casupole bombardate e villette, le più antiche condonate tutte e tre le volte, il mare soffia dolce e suadente come una di quelle belle donne siciliane dei film con Mastroianni. Spero che il vento della raffineria con le sue lucette delle ciminiere non ci stia alle calcagna poiché sarebbe di gran lunga più veloce. Domattina avrò gli occhi abbottati e gonfi di cimurro per queste arie mischiate, beffarde, ma non ho nostalgia delle mie ciminiere, no. E voi che vi ci fate il bagno di fronte, voi, sì voi, siete tutti pazzi. Per ingannare il tempo, per dimenticare che ho dimenticato gli occhialoni, canto. Cantiamo a squarciagola canzonette della tradizione popolare laziale.

Gabriele Battista, Giorgia Melillo

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