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Oh Sees – Orc

Data di Uscita: 25/08/2017

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Più o meno una mezz’ora fa ho rubato una Mercedes color panna, vecchia, come quella che aveva mio zio, volante rettangolare e sedili di pelle, intarsi vari di pregio, mica plasticosi e sciatti come le macchine di ora, anche macchine serie come le Ford. Tutto plastica e zero finiture. Schifezze.

Sto sfrecciando per le vie strette di questa dannatissima città, sono nel centro storico. Dannatissimo paesone, quanto lo odio. Una città del sud senza il calore della gente del sud, un posto in cui gli sguardi della gente sono come coltelli a serramanico, le intenzioni pelose, come la loro ospitalità. Possa bruciare, che bruci tutto, cinque minuti e sarò fuori da questo reticolato di viuzze e serrande abbassate, intorno non c’è un’anima, mi pare di sentire il russare di tutti quelli in casa ad accarezzarsi la panza domenicale mentre la donna rimesta e lustra la cucina.

In macchina non sono solo, c’è questo ragazzino che guarda fisso fuori dal finestrino, il visetto terreo con le guance che pulsano a scatti regolari. Ciò che è certo è che devo smollarlo subito da qualche parte, ma a saperlo dove. La sua vita, tanto, è già irrimediabilmente rovinata, ha visto cose inenarrabili che neanche decenni di strizzacervelli potranno mai convincerlo a venirci a patti, a dialogarci. Se ci penso mi viene il voltastomaco. A me. Figurarsi a lui. Il ragazzino diventerà presto uno specializzando in effrazioni, dentro e fuori da case famiglia, e poi dalle Marlboro all’eroina alla faccia delle droghe leggere passerà le giornate a pisciarsi e cacarsi addosso, strafatto, con il sole che filtra dai ponticelli della tangenziale, ogni giorno uguale, una lenta agonia.

O magari no.

All’angolo tra Via di Valdinievole e Via Lunigiana la signora Luisa è uscita in strada per svuotare il secchio del mocio nel tombino. Abita in una di quelle case al piano terra che danno direttamente sulla strada e tra un paio d’ore preparerà le sedie pieghevoli da mettere di fronte alla porta per Wanda e Vània, insieme alla sua, quella un po’ più comoda. Ogni domenica alle diciotto e trenta le tre amiche ottuagenarie si piazzano alle spalle il televisore con Tele Padre Pio, alle spalle, non di fronte, e chiacchierano ascoltando più o meno distrattamente le prediche di Padre Guglielmo. Luisa, da buona padrona di casa, offre sempre tramezzini, biscotti Krumiri (hanno tutte dentiere nuove, da urlo) e tisane al finocchietto e liquirizia.

Luisa ha ancora il secchio rosso in mano, qualche gocciolina grigia le cade sulla chianella mentre guarda un punticino lontano che le sembra farsi molto vicino e molto presto. Un uomo con la faccia da pazzo inchioda di fronte a lei, la macchina è come quella di suo marito, pensa, l’ultima che ha avuto prima di morire.

Mio marito amava le macchine più di me.

Una vecchia. Una bella nonnetta, rassicurante. Finalmente qualcosa gira per il verso giusto. Chiedo al ragazzino se gli va una cioccolata calda ma lui non mi si fila di striscio, catatonico. Inchiodo e schizzo fuori, alzo le braccia rassicurante ma devo avere la faccia un bel po’ tesa perché la vecchia fa per scappare dentro. Signora, signora, aspetti, stiamo calmi, va tutto bene. Ci siamo persi, ho solo bisogno di un favore, mi servirebbe un telefono. Mio figlio sta male e devo chiamare la sua mamma che è tanto in pensiero. La vecchia guarda il ragazzino e pare automaticamente tranquillizzarsi, nel mentre io ho già visto il chiavistello appeso alla porta di legno. La macchina è praticamente in mezzo all’incrocio ma sarò rapido. Spengo il motore e apro lo sportello al ragazzino, lui non accenna ad avere alcun impulso motorio quindi me lo carico in braccio e sorrido alla vecchia prima d’introdurmi in casa. Lo adagio su un divano a fiori verdi e rossi, la nonnina non ha fatto neanche in tempo ad aprire bocca che scatto verso la porta, estraggo il chiavistello e sbatto forte. La chiave principale è una di quelle grosse, la porta è praticamente un portone, ma a vetri. Due tlac e sono chiusi dentro. Leggo il cognome della signora sul citofono, lei mi guarda sbigottita dal vetro superiore, la vedo guardare verso il divano dove ho steso il ragazzino. Fuggo nei sedili in pelle della Mercedes, metto in moto ed esco dalla città.

Che bruci questa città, dannatissima città cattiva.

La signora Luisa non capisce bene cosa accade, ma c’è questo ragazzino pallido sul suo divano che la guarda ma non la vede per niente, di questo ne è certa. E’ vestito abbastanza bene ma sembra comunque cencioso, come se non dormisse da parecchio. Lei, dal canto suo, si è sporcata tutti i piedi con il fondino denso di acqua sporca del mocio. Quel signore ha fatto volare il secchio. E l’ha chiusa dentro casa sua con suo figlio.

Ma perché?

Ragazzino, come ti chiami?

Gabriele Battista

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