monthlymusic.it

Grizzly Bear – Painted Ruins

Data di Uscita:  18/08/2017

6532737

Rincasavo presto tutti i mercoledì perché avevo raccontato in ufficio di avere una vecchia zia che aveva bisogno di fare una terapia nella clinica fuori dal centro della città, e nonostante non guidassi dovevo portarcela io, prendendo quegli autobus corti, una versione di quelli normali di città, però come compressa da due mani giganti, per le corse che non passavano così spesso e coprivano una zona non particolarmente attraente.

Non avevo mai avuto una vecchia zia perché mio padre e mia madre erano figli unici di figli unici. Le mie cene di Natale, fin da bambina, erano state a forma di tavolo dell’Ikea estendibile, max 6 persone.

Non avevo quindi mai avuto nemmeno una zia giovane, vivevo sola in un appartamento, con troppe finestre, e avevo capito che erano troppe quando avevo preso un gatto con tendenze suicide ingiustificabili tanto più diventava adulto, al quarto piano di uno stabile che stava alle spalle di una fermata autobus, da me identificata con grande commozione dopo sei mesi che abitavo lì.

La difficoltà nel capire che da lì passavano degli autobus nasceva principalmente dal fatto che non ne passavano mai, di autobus, da lì, ma pure da quel tabellone su cui erano segnati i numeri, le direzioni, talvolta gli orari, che era stato ricoperto di fogli A4 con la faccia di Marcèlo Biagini, il fratello veneto della mia vicina di casa, scomparso qualche mese prima in una domenica di settembre, vestito solo di una polo verde, dopo una lite furibonda a proposito dello sciroppo di menta.

Nella foto appesa al tabellone Marcèlo si stava pulendo l’orecchio destro con un cotton fioc, ogni volta che lo guardavo pensavo a come si dovevano lavare le orecchie per bene quelli che dicevano che i cotton fioc fanno gravissimi danni, e soprattutto mi chiedevo cosa avessero in testa i produttori di cotton fioc per pensare di non mettere un avviso sui pacchi di plastica, con una bella foto di timpani forati, per comunicare in grassetto minuscolo che il cotton fioc uccide. Mi ero convinta che non fosse vero, naturalmente, perché altrimenti, cazzo, lo avrebbero scritto.

Avevo scoperto che da sotto casa mia passava un autobus lo stesso giorno che il mio gatto era finito di schianto sul tabellone degli autobus, e quindi sulla faccia di Marcèlo Biagini, morendo perché io gli avevo lasciato uno spiraglio delle mie illimitate finestre aperte. Siccome la tristezza non passava avevo preso questo autobus normale arancione chiaro dopo averlo aspettato ore lunghe e appiccicose sul marciapiede. Avevo chiesto all’autista quando poteva essere sicuro che avrei trovato quel bus alla fermata, e lui mi aveva detto che il mercoledì alle cinque di pomeriggio cominciava il suo turno, potevo

fidarmi di lui. Ero arrivata al cimitero nuovo dopo un giro molto lungo in mezzo alla campagna, sull’autobus era salita solo una mosca.

Quel pomeriggio avevo cominciato col piangere cinque morti che non avevo mai visto nemmeno da vivi, a piangere forte mentre le gazze volavano via. Non dico lo spavento quando una vecchia mi aveva offerto il suo conforto, prendendomi alle spalle, passandomi una cuffietta con della musica dentro che non mi era piaciuta affatto, l’avevo trovata tutta uguale, mi pareva che pure ai morti potesse crescer la barba.

Giorgia Melillo

Comments are closed.