monthlymusic.it

Archive for agosto, 2017

Falaise – My Endless Immensity

Data di Uscita: 02/08/2017

falaise

      Il chiarore notturno derivato dalle luci della città era ormai scomparso dietro di loro. Dopo ore di viaggio cominciavano a dipanarsi davanti a loro le prime propaggini della grande foresta. Fermarono l’auto accanto ad un vecchio punto informazioni oramai deserto da anni.
      “Che diavolo è sta roba?” domandò lei.
      “Era un posto dove potevano organizzare visite guidate dentro il bosco o cose del genere, prima era molto più frequentata dagli esterni”.

      Iniziarono a prendere l’attrezzatura necessaria dalla macchina. In realtà avevano uno zaino a testa e una valigia con roba di tutti e due che lui si offrì di portare.
      “Ehi ormai siamo slegati dalle logiche del mondo fuori, non lo devi fare solo perché è consuetudine, non ti sentire obbligato”.
      “Non cominciamo per favore” rispose lui prendendo la valigia con la mano destra mentre con la sinistra stava chiudendo il portellone posteriore della vettura.
      “Bene, mi pare che ora si possa procedere”.

      Lasciarono il piccolo parcheggio, si stavano per inoltrare quando lei lo prese per un braccio facendolo fermare:
      “Fermati un secondo per piacere, guarda che meraviglia!”
      Si girò nella sua direzione e si accorse che Anne stava contemplando il pezzo di cielo sgombro da nuvole da cui facevano capolino le stelle.
      Si soffermò sul suo volto preso da quella visione.

      “Ti rendi conto adesso che il cielo è pieno di stelle?”.
      “Certo che lo sapevo ma non mi era mai capitato di vederle ad occhio nudo così”.
      “Facci l’abitudine: all’insediamento interno la luce scarseggia sempre e ti ci abituerai a questo spettacolo”.
      Nel mentre che stava dicendo questo appoggiò la valigia per terra e le si mise a fianco cingendola per la vita.
      “In questo momento stai vivendo due vantaggi notevoli dell’aver lasciato il Conglomerato: poter vedere le stelle e avere il tempo per guardarti intorno”.
      Voltandosi verso di lui ricambiò l’abbraccio. Rimasero abbracciati per un tempo indefinibile. Sciogliendosi dal suo abbraccio Anne lo prese per mano e intrapresero il cammino.
      “Sei sicura di quello che stai facendo?” le chiese dopo qualche minuto di marcia con le lampade da speleologi che avevano in fronte.
      “Figurati, stai tranquillo, non sono mai stata una persona impulsiva. Te l’ho già ripetuto diverse volte: non ce la facevo più ad essere un ingranaggio di quel sistema e questa sistemazione mi va più che bene”

Giulio Pieroni

Liars – TFCF

Data di Uscita: 25/08/2017

6731062

      La lingua mi batte sullo stesso dente, ogni giorno, da anni. Oggi mi sono deciso e ho cercato un dentista vero, su uno di quei siti che ti offrono qualsiasi cosa a prezzi modici.
      L’ingresso sembrava, cos’era, il palazzo di Harry Potter quello in cui le scale potevano muoversi da un momento all’altro a cazzi loro?
      Manto rosso per le scalinate, candelabri kitsch, una reception col soffitto altissimo sotto volte a botte, guglie e putti agli angoli. Dove i miei occhi potevano arrivare, ho visto delle ragnatele, non so se di polvere o di ragni.
      C’era un tipo seduto dietro il banco della reception.
      “Ha appuntamento?” Mi ha chiesto facendo schioccare le labbra viola.
      “Si, ho prenotato per le nove e mezza. Dovrei fare una pulizia, ma c’è anche questo dolore che mi tormenta da un sacco di tempo.” Tac-tac. Mi sono ticchettato il dente marcio con l’unghia annerita dell’indice e gli ho allungato la ricevuta di pagamento che avevo stampato a casa, poi l’ho guardato negli occhiali cerchiati di corno e in tutta la faccia: le labbra viola erano la cosa meno strana. I suoi, di denti, erano gialli e tutti storti, come le tombe del cimitero ebraico di Praga. Il segretario, inoltre, era totalmente calvo, ma con tre capelli, tre di numero, lunghissimi e dritti, come elettrizzati sulla crapa a forma di uovo.
      Così a pelle mi ha ricordato Platinette, ma meno ciccione.
      Ha continuato a guardarmi fisso, un paio di minuti buoni. Io aspettavo mi dicesse qualcosa, poi ho pensato fosse meglio cercare un altro dentista. Quando sono uscito ho guardato un’ultima volta dalla porta trasparente, lui era ancora lì a fissare la mia faccia che non c’era più.
      Sono tornato a casa e mi sono scolato una bottiglia di Gin Bombay con una soddisfazione cubica: il dolore che pian piano spariva, e poi wow, mancavano ancora cinque bottiglie della cassa da sei che avevo comprato su Amazon a novanta euro.
      Verso le dodici e mezza mi sono ripreso e mi è venuta voglia di un’altra puttana. Ho preso la bicicletta e ho fatto la strada tutta rotatorie che passa dietro al carcere. Ho dato venti euro ad una nera con il culo buchi buchi in mezzo ai vigneti, lei ha steso un telo da mare con scritto Lloret De Mar e l’ho presa tra sassetti aguzzi (che hanno fatto sanguinare anche me) e poltiglia di acini d’uva. Poi il preservativo l’ho buttato più lontano possibile oltre un muretto a secco.
      Pedalando verso casa dopo dieci minuti il dolore al dente si riaffacciava, per ricacciarlo nel pre-gengiva mi sono sforzato di pensare a quante volte quella nigeriana avrebbe riutilizzato il telo con scritto Lloret De Mar in quella giornata lavorativa, se avesse potuto terminarla.
      Prima di passare al Conad ho vinto quarantotto euro alle corse dei cani virtuali, alla Snai all’angolo, quindi per festeggiare mi sono imbottito il pomeriggio di Gin Bombay, Doritos e orsetti alla frutta Haribo.
      Mi sembrava di sognare quando ho sentito bussare alla porta. Ho guardato la sveglia, mezzanotte e trentacinque. La bocca mi pulsava tanto che non me la sentivo più.
      Mi sono trascinato alla maniglia e ho aperto, senza neanche guardare dallo spioncino.
      Platinette, il segretario dello studio dentistico che doveva essere qualcos’altro, mi puntava una pistola proprio contro la bocca che stava per esplodere. Dalla giacca gli vedevo spuntare un distintivo, un badge.
      “Lasciate che la tortura e la sofferenza in me abbiano termine” Ho soffiato tra il dolore prima che mi facesse saltare le cervella.

Gabriele Battista

Marlene Kuntz – Kascignana Music Fest (Castrignano dei Greci, 11-08-2017)

whatsapp-image-2017-08-20-at-17-50-33-1ph. Arci Lecce

(altro…)

Ghostpoet – Dark Days + Canapés

Data di Uscita: 18/08/2017

a1788658707_10

      Vivo in una sit-com.
      Avete presente quelle assurde commedie americane che si svolgono in ambienti posticci? Quegli show televisivi da due soldi in cui quando i protagonisti fanno qualcosa di buffo si sentono le risate isteriche di un’invisibile platea? Ecco, allora avete capito in che cazzo di situazione mi trovo.
      Sono seduto sul sedile posteriore di una Eldorado rossa decappottabile, accanto a me c’è mia sorella, mio padre guida verso chissà quale meta e mia madre gli è seduta accanto, con indosso un assurdo vestito viola acceso, tipicamente anni ’90.
      Succedono cose terribili: investiamo pedoni, cani e gatti, prendiamo in pieno pali della luce e idranti, e ogni volta, puntuale, parte uno scroscio di risate sguaiate. La macchina è distrutta e sozza di sangue ma procede come se nulla fosse, con alla guida mio padre che non sembra per nulla toccato dagli eventi. Attorno a noi c’è la desolazione, attraversiamo città semideserte, facendo piazza pulita degli ultimi esseri viventi che incontriamo. Mia mamma di tanto in tanto si volta indietro e mi chiede se sto bene, se ho voglia di fermarmi perché magari mi scappa di andare in bagno. Mia sorella dorme, nonostante le risate fragorose, con la testa appoggiata sulla mia gamba destra.
      Non so come sbloccare questa scena, che pare d’un infinito circolare. Ho un’idea: risponderò a mia mamma che voglio fermarmi per andare a pisciare. So esattamente quando accadrà, tra venti secondi…
      Sì mamma, è meglio che ci fermiamo!” dico.
      Papà inchioda talmente forte che veniamo tutti sbalzati fuori dall’abitacolo, lui compreso. Le risa sono assordanti. Mi duole tutto il corpo ma riesco, a fatica, a rialzarmi. Gli altri sono spariti. Ho una gran sete, e fame, allora cerco di raggiungere il supermercato che intravedo a circa un chilometro di distanza. E’ chiuso! Risate provenienti da chissà dove. Nel parcheggio antistante però c’è una macchina, dello stesso identico modello a quello di prima: una Eldorado rossa decappottabile. Mi avvicino e vedo che sul sedile posteriore c’è un mazzo di chiavi, quindi salto dietro.
      Vivo in una sit-com.
      Avete presente quelle assurde commedie americane che si svolgono in ambienti posticci? Quegli show televisivi da due soldi in cui quando i protagonisti fanno qualcosa di buffo si sentono le risate isteriche di un’invisibile platea? Ecco, allora avete capito in che cazzo di situazione mi trovo.
      Sono seduto sul sedile posteriore di una Eldorado rossa decappottabile, accanto a me compare mia sorella, mio padre d’improvviso sta guidando verso chissà quale meta e mia madre gli si è materializzata accanto, con indosso un assurdo vestito viola acceso, tipicamente anni ’90.
      (…)
      Vivo in una sit-com.
      Vivo in una sit-com.
      Vivo in una sit-com.

 

Maurizio Narciso

The War On Drugs – A Deeper Understanding

Data di Uscita: 25/08/2017

6548594

      Questa sedia in plastica ormai sformata dal mio peso considerevole campeggia al centro di una prospettiva perfetta, tre ampie portefinestre dal coronamento stondato e la mia figura massiccia a presidio dell’immobile, alla stregua di un bavoso cane da guardia. A terra il frigo portatile, con le birre. Tutti mi conoscono e anche chi si è trasferito nel quartiere negli ultimi anni ha capito subito con chi aveva a che fare, una personalità ingombrante – lo ammetto da me.
      Ma non è stato sempre così.
      Conobbi Gina, la donna che poi avrei portato all’altare, a un concerto del Boss, era incazzata perché ero davanti a lei e cantavo come un disperato, “coprendo addirittura la voce di Springsteen”; le strappai un invito per una bevuta di risarcimento la sera successiva, mi ero giocato la carta della simpatia da classico figlio di italiani ma lei si portò appresso un’amica, “visto mai fossi un poco di buono”. Di lì al matrimonio il passo fu piuttosto breve, ma certe cose si sentono nello stomaco e credo sia stata la scelta più giusta che potessi fare nella mia vita, anche se poi mi rivelai parimenti bravo a mandare tutto a puttane con la facile tendenza ad alzare il gomito un po’ troppo spesso. Collezionai risse come fossero trofei, antipatie ed occasioni perse, quei treni che mi sfrecciarono sotto il naso col sorriso beffardo mentre ero troppo intento a fare il cazzone per le quisquilie.
      Anche con Alissa tutto cominciò con un battibecco, e con il Boss, del quale presi le parti in un’animosa discussione in un bar: lei lo aveva offeso, preferendogli a occhi chiusi i Dire Straits. Come si permetteva? Ero solito portare a spasso la caricatura di me stesso, una versione spiacevole del giocherellone che ero da ragazzo, ammaccato dai passi falsi e indurito da sarcasmo e provocazioni. Me lo fecero notare spesso, “con quel caratteraccio morirai solo”, e forse la stessa Alissa aveva la vocazione al sacrificio, o piuttosto si era stancata di cucinare e apparecchiare la tavola soltanto per sé, e decise che mi avrebbe preso, nonostante Bruce Springsteen. Ci siamo sempre voluti bene anche senza dichiarazioni plateali né tantomeno romantiche carinerie, una tiepida coppia strampalata ma unita da affetto sincero, finché una brutta malattia me la strappò via di fianco nel giro di tre mesi e caddi col culo per terra: troppo vecchio per trovare le forze per reagire, troppo stronzo per chiedere aiuto e – soprattutto – trovare qualcuno disposto a tendermi una mano.
      Gli ultimi anni li ho trascorsi qui, nel porticato, a osservare ingrugnito le vite degli altri tra una birra e l’altra. Sono (stato) felice? In un modo bizzarro, direi di sì. Un banale commesso all’autosalone storico, con la parlantina vincente per vendere molto, le domeniche con le corse dei cavalli in tv e la torta di mele per dolce, un cerchio perfetto nel centrotavola di porcellana bianca. Quando andai in pensione mi affidai alla routine rassicurante del ritmo del trattore su e giù per il campo al di là della strada, venti minuti per verso, quel che bastava per cimentarmi in un cruciverba facilitato. Alissa faceva la sarta a domicilio, eravamo sempre accanto ma ci lasciavamo spazio per non soffocare le rispettive solitudini, una premura gentile, la discrezione. La sera, quando il telegiornale era finito, spegnevamo la televisione e mettevamo un vinile nel piatto, lei mi si accoccolava addosso sul divano con le ginocchia raccolte e le massaggiavo le spalle mentre ascoltavamo la musica, come un rituale caldo e intimo, come nelle coppie focose si fa con il sesso. Questo è ciò che più mi manca di lei, di noi. Quando mi siedo qui sotto e ai vostri occhi non faccio che sproloquiare o gettare merda addosso a quel pagliaccio triste in cui mi sono trasformato, nelle mie orecchie risuonano le nostre canzoni, e i Dire Straits riuscirono a fare pace col Boss e quasi a fondersi in un disco solo, quello dei ricordi, quello del primo appuntamento con Gina, quello del lento ballato stretto a lei sotto le lucine colorate tra gli alberi, quello delle occhiate complici con Alissa, quello delle giovani corse in macchina con gli amici, quello delle ferite curate dopo ogni tafferuglio, quello delle delusioni, quello delle sconfitte, quello delle vittorie.
      Sono (stato) felice? In un modo bizzarro, direi di sì.

 

Federica Giaccani

Benjamin Clementine @ Mavù [Locus Festival], Locorotondo (23/07/2017)

img_20170723_235147

La ragazza si dimenava scalza sui sassetti aguzzi, faceva come dei saltelli sul posto seguendo il ritmo della canzone, in un particolare tipo di marcia solitaria. Un paio di volte aveva lasciato il calice di plastica a terra ed era scattata in avanti per fare una foto ma due tipi della sicurezza, uno capellone e uno pelato, l’avevano fermata facendole capire che no, sotto al palco non ci si poteva andare. Lei era rimasta delusa per un attimo ma poi aveva ripreso il bicchiere e si era rimessa a marciare sui pezzi di ghiaino. (altro…)

Nadine Shah – Holiday Destination

Data di Uscita: 25/08/2017

6571502

      Secondo il calendario l’estate stava per concludersi. Per chi però, per un motivo o per l’altro, non era riuscito a mettersi in fila ad un gate con gli occhi puntati su uno schermo sul quale lampeggia la scritta Boarding sotto al nome di qualche destinazione meridionale, l’estate non era mai davvero arrivata. Tredici gradi. Per la maggior parte di nuvole e pioggia. Come tutte le mattine, si fermò all’edicola prima di recarsi al lavoro. Oggi c’era la ragazza dietro alla cassa, davanti all’armadio dalle ante blu scorrevoli che nascondevano i tabacchi alla vista dei minori. Indossava un hijab color verde pastello e le sorrise appena quando la vide entrare, quindi, senza chiederle niente né aspettando una sua parola, prese una copia del Daily Mail e l’appoggiò sul bancone. Lei contò le monete sul palmo della mano e, accertatasi che fossero 65 pence, gliele porse. Prese il giornale, ma invece di salutare ed avviarsi verso l’uscita come era solita fare, indugiò per un paio di secondi.

You wanna do it?

      Chiese fissando quegli occhi scuri incorniciati dal velo leggero verde pastello. La ragazza esitò un secondo. Prima che potesse rispondere però, il suono del campanello annunciò l’ingresso di un altro cliente. Declinò la sua offerta con un sorriso complice.

Have a good day, duck.

      Ed un forte accento delle Midlands. Una volta fuori, senza nemmeno leggere quale fosse il titolo in prima pagina, strappò il giornale. In due. In quattro. E ancora. Cronaca distorta. Gossip morbosi. Otto. Scandali costruiti. Sport. Sedici. Tutto. In. Pezzi. Raccolse tutte le cartacce che si erano accumulate ai suoi piedi e le buttò nel cestino più vicino. Rinfrancata da quel rituale che compiva giornalmente si avviò alla fermata. Non dovette aspettare a lungo ché l’autobus arrivò. Salutò l’autista, un ragazzo sikh sulla trentina, mentre passava l’abbonamento sul lettore contactless. Questo ricambiò distrattamente mentre col dito premeva il tasto per chiudere la porta. Andò a sedersi dietro a due studenti dalla pelle arrossata. Le teste chine, lo sguardo convergente sullo schermo dello smartphone di uno dei due dove scorrevano, da destra a sinistra trascinate dal pollice, immagini di spiagge e acqua azzurra e cristallina, facce sfocate nascoste da cocktail in bicchieri di plastica nel buio artificiale di una discoteca sovraffollata. Si raccontavano storie di scopate mancate e di quanto fossero ospitali i locali che servivano loro piatti tipici. Quando arrivò sua fermata scese augurando una buona giornata all’autista. Questo rispose meccanicamente mentre con lo sguardo controllava nello specchio che tutti gli altri passeggeri fossero seduti. Appena fuori le porte si chiusero alle sue spalle e l’autobus ripartì. Si fermò un attimo ad osservare l’insegna arancione del supermercato nel quale lavorava. Un’altra giornata che l’avrebbe vista scannerizzare codici a barre senza sosta, battere numeri sulla cassa, sorridere ai clienti e

Have you got your Nectar Card?,

      augurare buona giornata. E poi ancora. E ancora. Un prodotto dietro l’altro su un nastro che gira senza fine. Senza fine.

Pietro Liuzzo Scorpo

Mish Mash Festival, Milazzo (06/08/2017)

cattura

Un applauso a Giovanni Imparato nel pubblico

Come nel peggiore dei miei incubi un codazzo di opliti pelosi a otto zampe sta scendendo dal muro del castello, dalla facciata verso il cortile, a mangiarci e risputarci e poi giù verso il mare. Ci sono dei ragni, lì sul muro, strilla Zagor. Faccia a terra, allarmi, allarmi, Ruben brandisce l’asta del microfono come una lancia. Mi giro e tutti si calpestano come a Piazza San Carlo mentre i tarantoloni già stanno scartavetrando le ossa dei fonici, i primi lì sotto.
(altro…)

Mish Mash Festival, Milazzo (05/08/2017)

 

catt

Ma tu, in tutta sincerità, te lo ricordi stò zucchero filato?
(da leggere con una vena di ansietà)

Buona parte di quello che leggerete è successo davvero, il resto forse no.
Qualsiasi incongruenza/riferimento/insulto è funzionale al racconto.

Int. Notte, pullman in movimento

Ho idea che non riuscirò a dormire.
L’alba sta sorgendo sulla testa pelata del mio dirimpettaio di posto, la Sicilia è piena di alberi di ficus (che assomigliano pericolosamente a quelli di magnolia), altissimi, e oleandri, case basse, barche a motore, barche a vela. Alla stazione di Milazzo ci sono solo due testimoni di Geova molto vestiti e una ragazza con la borsa di Decathlon. (altro…)

Apanhador Só – Meio Que Tudo É Um

Data di Uscita: 4/08/2017

      Lo smog crea uno strano tramonto verde-azzurro dove si va a spegnere il rossore del sole, tra le linee di ferro dove corrono i treni e i cavi elettrici sui quali vengono folgorati gli uccelli poco svegli e i ragazzi cari agli dei. La bruttezza ha in sé – molto spesso – delle scandalose scaglie di bellezza, così come ogni crisi è il concime di un nuovo raccolto.
      È divertente anche vedere come i valori di un dato sistema vengano criticati solo – o soprattutto – quando questo vive una crisi e non dona più benessere.
      Abbiamo perso così tanto sonno, abbiamo perso così tanta immaginazione per odiare la felicità di quelli che vivono con pochi perché, non ammettendo che la nostra fosse solo invidia e non nobile condanna verso la superficialità. Dovevamo leggere i nostri libri – i nostri terribili, travolgenti libri – ricordandoci che anche avendo coscienza del male e della vanità delle anche noi stiamo bruciando molto più velocemente di quello che pensiamo e che non sarebbe male un approccio più sano e bello con la quotidianità, che in fondo non è altro che la vita stessa. L’unica cosa di cui mi pento, oltre alle inevitabili scelte sbagliate, è la massa mostruosa di tempo perso che ora è legato alle mie caviglie come una enorme catena, e l’unica cosa per la quale sono davvero arrabbiato è l’altrettanto tempo perso che continuo ad accumulare, oltre alla paura e ai soliti errori, per i quali Serge mi ha consigliato di farmi sentire da qualcuno.
      Voglio godere dalle cose più misere fino al sublime, e voglio farlo in tutti i modi, dalla palpebra sfiorata fino al più violento e incendiario piacere.
      La crisi è sempre un momento spietato perché spietatamente ci rende lucidi e ci mette di fronte a tutto ciò che sembrerebbe saldo e invece si dimostra instabile e passeggero. La corruzione non è una cosa nuova e qualcosa mi dice che accompagnerà tutto il cammino umano: l’unico modo per combatterla, forse, molto banalmente, è cercare di non essere corrotti. Per il resto o si inizia a gridare o bisogna pacificarsi, perché sembra che non ci sia alcuno che abbia la volontà di riequilibrare la bilancia infame.
      Ci sono due turisti rincoglioniti che fanno una foto al tramonto postmoderno di Bologna, dove la terra dà un ultimo colpo di reni per far scomparire il sole dietro alla Bolognina. Molto probabilmente hanno ragione loro a guardare quello strampalato frammento di bellezza nello schermo di un cellulare, per poi guardare di nuovo la foto un paio di volte prima che piombi nel più profondo oblio tecnologico.
      Forse bisognerebbe scendere dal trono e cominciare a non giudicare più nessuno, permettendosi il lusso di ridere più di sé stessi che degli altri, non scuotendo più la testa di fronte a nessuno.
      Gli atomi non si fanno guerra tra di loro e non sanno nemmeno di essere qualcosa di diverso da un altro atomo.

Marco Di Memmo

Oh Sees – Orc

Data di Uscita: 25/08/2017

6555455

Più o meno una mezz’ora fa ho rubato una Mercedes color panna, vecchia, come quella che aveva mio zio, volante rettangolare e sedili di pelle, intarsi vari di pregio, mica plasticosi e sciatti come le macchine di ora, anche macchine serie come le Ford. Tutto plastica e zero finiture. Schifezze.

Sto sfrecciando per le vie strette di questa dannatissima città, sono nel centro storico. Dannatissimo paesone, quanto lo odio. Una città del sud senza il calore della gente del sud, un posto in cui gli sguardi della gente sono come coltelli a serramanico, le intenzioni pelose, come la loro ospitalità. Possa bruciare, che bruci tutto, cinque minuti e sarò fuori da questo reticolato di viuzze e serrande abbassate, intorno non c’è un’anima, mi pare di sentire il russare di tutti quelli in casa ad accarezzarsi la panza domenicale mentre la donna rimesta e lustra la cucina.

In macchina non sono solo, c’è questo ragazzino che guarda fisso fuori dal finestrino, il visetto terreo con le guance che pulsano a scatti regolari. Ciò che è certo è che devo smollarlo subito da qualche parte, ma a saperlo dove. La sua vita, tanto, è già irrimediabilmente rovinata, ha visto cose inenarrabili che neanche decenni di strizzacervelli potranno mai convincerlo a venirci a patti, a dialogarci. Se ci penso mi viene il voltastomaco. A me. Figurarsi a lui. Il ragazzino diventerà presto uno specializzando in effrazioni, dentro e fuori da case famiglia, e poi dalle Marlboro all’eroina alla faccia delle droghe leggere passerà le giornate a pisciarsi e cacarsi addosso, strafatto, con il sole che filtra dai ponticelli della tangenziale, ogni giorno uguale, una lenta agonia.

O magari no.

All’angolo tra Via di Valdinievole e Via Lunigiana la signora Luisa è uscita in strada per svuotare il secchio del mocio nel tombino. Abita in una di quelle case al piano terra che danno direttamente sulla strada e tra un paio d’ore preparerà le sedie pieghevoli da mettere di fronte alla porta per Wanda e Vània, insieme alla sua, quella un po’ più comoda. Ogni domenica alle diciotto e trenta le tre amiche ottuagenarie si piazzano alle spalle il televisore con Tele Padre Pio, alle spalle, non di fronte, e chiacchierano ascoltando più o meno distrattamente le prediche di Padre Guglielmo. Luisa, da buona padrona di casa, offre sempre tramezzini, biscotti Krumiri (hanno tutte dentiere nuove, da urlo) e tisane al finocchietto e liquirizia.

Luisa ha ancora il secchio rosso in mano, qualche gocciolina grigia le cade sulla chianella mentre guarda un punticino lontano che le sembra farsi molto vicino e molto presto. Un uomo con la faccia da pazzo inchioda di fronte a lei, la macchina è come quella di suo marito, pensa, l’ultima che ha avuto prima di morire.

Mio marito amava le macchine più di me.

Una vecchia. Una bella nonnetta, rassicurante. Finalmente qualcosa gira per il verso giusto. Chiedo al ragazzino se gli va una cioccolata calda ma lui non mi si fila di striscio, catatonico. Inchiodo e schizzo fuori, alzo le braccia rassicurante ma devo avere la faccia un bel po’ tesa perché la vecchia fa per scappare dentro. Signora, signora, aspetti, stiamo calmi, va tutto bene. Ci siamo persi, ho solo bisogno di un favore, mi servirebbe un telefono. Mio figlio sta male e devo chiamare la sua mamma che è tanto in pensiero. La vecchia guarda il ragazzino e pare automaticamente tranquillizzarsi, nel mentre io ho già visto il chiavistello appeso alla porta di legno. La macchina è praticamente in mezzo all’incrocio ma sarò rapido. Spengo il motore e apro lo sportello al ragazzino, lui non accenna ad avere alcun impulso motorio quindi me lo carico in braccio e sorrido alla vecchia prima d’introdurmi in casa. Lo adagio su un divano a fiori verdi e rossi, la nonnina non ha fatto neanche in tempo ad aprire bocca che scatto verso la porta, estraggo il chiavistello e sbatto forte. La chiave principale è una di quelle grosse, la porta è praticamente un portone, ma a vetri. Due tlac e sono chiusi dentro. Leggo il cognome della signora sul citofono, lei mi guarda sbigottita dal vetro superiore, la vedo guardare verso il divano dove ho steso il ragazzino. Fuggo nei sedili in pelle della Mercedes, metto in moto ed esco dalla città.

Che bruci questa città, dannatissima città cattiva.

La signora Luisa non capisce bene cosa accade, ma c’è questo ragazzino pallido sul suo divano che la guarda ma non la vede per niente, di questo ne è certa. E’ vestito abbastanza bene ma sembra comunque cencioso, come se non dormisse da parecchio. Lei, dal canto suo, si è sporcata tutti i piedi con il fondino denso di acqua sporca del mocio. Quel signore ha fatto volare il secchio. E l’ha chiusa dentro casa sua con suo figlio.

Ma perché?

Ragazzino, come ti chiami?

Gabriele Battista

Grizzly Bear – Painted Ruins

Data di Uscita:  18/08/2017

6532737

Rincasavo presto tutti i mercoledì perché avevo raccontato in ufficio di avere una vecchia zia che aveva bisogno di fare una terapia nella clinica fuori dal centro della città, e nonostante non guidassi dovevo portarcela io, prendendo quegli autobus corti, una versione di quelli normali di città, però come compressa da due mani giganti, per le corse che non passavano così spesso e coprivano una zona non particolarmente attraente.

Non avevo mai avuto una vecchia zia perché mio padre e mia madre erano figli unici di figli unici. Le mie cene di Natale, fin da bambina, erano state a forma di tavolo dell’Ikea estendibile, max 6 persone.

Non avevo quindi mai avuto nemmeno una zia giovane, vivevo sola in un appartamento, con troppe finestre, e avevo capito che erano troppe quando avevo preso un gatto con tendenze suicide ingiustificabili tanto più diventava adulto, al quarto piano di uno stabile che stava alle spalle di una fermata autobus, da me identificata con grande commozione dopo sei mesi che abitavo lì.

La difficoltà nel capire che da lì passavano degli autobus nasceva principalmente dal fatto che non ne passavano mai, di autobus, da lì, ma pure da quel tabellone su cui erano segnati i numeri, le direzioni, talvolta gli orari, che era stato ricoperto di fogli A4 con la faccia di Marcèlo Biagini, il fratello veneto della mia vicina di casa, scomparso qualche mese prima in una domenica di settembre, vestito solo di una polo verde, dopo una lite furibonda a proposito dello sciroppo di menta.

Nella foto appesa al tabellone Marcèlo si stava pulendo l’orecchio destro con un cotton fioc, ogni volta che lo guardavo pensavo a come si dovevano lavare le orecchie per bene quelli che dicevano che i cotton fioc fanno gravissimi danni, e soprattutto mi chiedevo cosa avessero in testa i produttori di cotton fioc per pensare di non mettere un avviso sui pacchi di plastica, con una bella foto di timpani forati, per comunicare in grassetto minuscolo che il cotton fioc uccide. Mi ero convinta che non fosse vero, naturalmente, perché altrimenti, cazzo, lo avrebbero scritto.

Avevo scoperto che da sotto casa mia passava un autobus lo stesso giorno che il mio gatto era finito di schianto sul tabellone degli autobus, e quindi sulla faccia di Marcèlo Biagini, morendo perché io gli avevo lasciato uno spiraglio delle mie illimitate finestre aperte. Siccome la tristezza non passava avevo preso questo autobus normale arancione chiaro dopo averlo aspettato ore lunghe e appiccicose sul marciapiede. Avevo chiesto all’autista quando poteva essere sicuro che avrei trovato quel bus alla fermata, e lui mi aveva detto che il mercoledì alle cinque di pomeriggio cominciava il suo turno, potevo

fidarmi di lui. Ero arrivata al cimitero nuovo dopo un giro molto lungo in mezzo alla campagna, sull’autobus era salita solo una mosca.

Quel pomeriggio avevo cominciato col piangere cinque morti che non avevo mai visto nemmeno da vivi, a piangere forte mentre le gazze volavano via. Non dico lo spavento quando una vecchia mi aveva offerto il suo conforto, prendendomi alle spalle, passandomi una cuffietta con della musica dentro che non mi era piaciuta affatto, l’avevo trovata tutta uguale, mi pareva che pure ai morti potesse crescer la barba.

Giorgia Melillo