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Ahmad Jamal – Marseille

Data di Uscita: 09/06/2017

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Un uomo nato nel 1930 che fa questa musica, oltre a essere una lezione vivente e un mezzo miracolo, sbriciola tutti i luoghi comuni che vogliono l’artista bruciante in una potente fiamma che si spegne presto. Ahmad Jamal ha 87 e le sue dita toccano ancora il pianoforte con uno stile e un incantamento che molti altri snobissimi pianisti talentuosi degli ultimi decenni non sanno nemmeno dove cercare.

Mi fa venire in mente Mario, una delle migliori persone che io abbia incontrato nella mia improbabile esistenza. Mario ha un paio di anni in meno di Ahmad ma conserva nei suoi occhi quella vita e quella bellezza che possiede solo chi ha dentro di se il vero – e ineffabile – senso della bellezza. Per Mario, come per alcuni filosofi, mistici o poeti, la bellezza è verità e la verità è bellezza – e non ho paura di usare un mezzo cliché lettarario – dove etica ed estetica si fondono in una vita pulita, senza paura di dover annullare il proprio ego, con un modo di rapportarsi agli altri che ha la semplice nobiltà di chi è davvero umile. Mario mi ha dato la mia unica regola che seguo per scolpire il legno, oltra a una serie di consigli senza pretese e senza orgoglio. Ora che non ce la fa più a scolpire dipinge e ha ripreso a leggere la poesia, altra sua grande passione, e lo fa con la sua debole e gentile voce, non solo con gli occhi. È un carabiniere in pensione, una brava persona, le cui mani sono un monumento e i cui occhi fanno tremare per la tenerezza e l’onestà che trasmettono.

Ahmad Jamal ha avuto una vita completamente diversa ed è tutt’altra persona, ma è accomunato alla bellezza di Mario proprio per la sua comprensione dell’essenza della bellezza, che trasmette tramite le corde del suo pianoforte. Il suo non è un jazz particolarmente sperimentale o sconvolgente, ma è bello – l’aggettivo più abusato e scontato è in questo caso, al contrario, il massimo omaggio che io possa fargli – e con un’anima, americana, remotamente africana, con armonie tutt’altro che scontate, con ritmi e passaggi che sorprendono.

A parte il ripetuto omaggio alla città francese con la canzone Marseille in tre versioni differenti, sorprendono il primo e l’ultimo pezzo: l’ultimo, Pots en verre, dove insieme all’America del nord, all’Africa e all’Europa converge anche l’America del sud, in una commistione di generi che mostra il divertimento ancora vivo che Jamal prova quando suona; il primo pezzo Sometimes I feel like a motherless child oltre all’eco di un certo tipo di jazz degli anni cinquanta e sessanta – con un po’ di settanta di mezzo – stupisce per il suo titolo, una sensazione provata prima o poi da ogni uomo, uno smarrimento di cui è bello vedere la sublimazione tramite musica di un uomo di 87 anni che ti fa ballare e sorridere e che sembra non aver paura di niente.

 

Marco Di Memmo

 

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