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Andrea Laszlo De Simone – Uomo donna

Data di Uscita: 9/06/2017

      Credo sia iniziato tutto la prima volta che lo vidi fermo in un angolo di luce,
      comincia tutto con una classica frase all’imperfetto che nasconda in tutti i modi la temporalità di cui faccio parte, comincia tutto con la morbidezza dei capelli che cadono sulle spalle, e le mani molto piccole, disegnate e non ancora finite, senza il chiaroscuro sembrano delle mani di statua pallida, credo sia iniziato tutto dal capire che non potevo stare nella stessa stanza con te, con lui, con l’altro che ho incontrato un pomeriggio, aveva gli occhiali da sole, il vino, i capelli biondi di paglia, la sera che vidi per la prima volta lui, con una bottiglia di plastica piena di vino, una giacca pesante, un paio di stivali, quel pomeriggio che andammo a vedere un film in un cinema piccolo, insieme alla tua collega, quel giorno al mare che l’autobus non passava e noi volevamo infilarci tra i cespugli, quella volta in cui mi accorsi che pronunciavi le parole in modo insopportabile, le trascinavi tutte come un pescatore con una rete enorme, ne dicevi tantissime, quella volta in cui mi prese quasi per mano, con la mano, ma perse di vista la strada, sbandando e finendo vicino al muro della galleria
      mi pare chiaro che vedere passare i giorni, vederli inanellati uno accanto all’altro come le perline blu della collanina che non toglievo mai quando ero bambina, e che se ora ci dormissi pure come facevo allora mi sentirei soffocare, mi sentirei soffocare come quando dal parrucchiere mi mettono la mantella, la reggo sempre col dito indice, così che non vada troppo vicino al collo, mi pare chiaro che vedere i giorni infilarsi sotto le poltrone, tra le fughe del pavimento di terracotta, sotto la credenza bassa, quasi rasoterra senza i piedi, come le perline della collana che non toglievo mai quando ero bambina, a parte quella volta che l’avevo strappata via e avevo visto tutte le perline rotolare lontano, mi pare chiaro venisse tutto dal pomeriggio in cui avevo bevuto il vino al parco, eravamo seduti di spalle al sole, chiacchieravamo molto, avevamo parlato di tartarughe, di memoria, di ragazzini del liceo, ma mai del secondo spazzolino che stava a casa sua mentre facevo la pipì e c’era quel fumetto con i topi nazisti.
      Credo sia iniziato tutto quando avevo visto che piega faceva la pelle delle tue occhiaie chiare, quasi trasparenti, perché riuscivo a indovinare la forma delle ossa, e ti sentivo molto prossimo, anche se non lo eri, quando lui poi aveva tagliato il pane troppo largo, facendo fette gigantesche per giganti, misurandole dalle sue mani grandi che sembravano intagliate nel legno. Quando aveva messo un maglione di lana che gli faceva le spalle appena più larghe, lui che le aveva così strette.
      Era finito tutto quando avevi preferito il blu del fiume, ché ti pareva più rassicurante, e l’altro aveva scelto una canzone diversa per il suo matrimonio, e lui aveva pensato ad una casa sotterranea, dove la luce non arriva e nemmeno il calore dei termosifoni, e invece l’altro ancora è qui, lo vedo incastrato in un cono di luce, mi sta parlando ma perdo i suoni che se ne vanno distribuendosi nel vento, nel traffico che c’è qui sotto, qualche piano sotto di noi, una manciata di ragazzini che hanno i pantaloni corti si lamentano che l’autobus non passa, uno di loro canta una canzone rap in cui non ci sono rime, il fioraio sulla strada sonnecchia e alle sue spalle, tra le gerbere, i lilium, i girasoli, c’è una Madonna vestita da araba, ha i capelli biondi e un sacco di collane.

Giorgia Melillo

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