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Algiers – The Underside of Power

Data di Uscita: 23/06/2017

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Riconoscere il proprio privilegio, analizzarlo criticamente, decostruirlo e quindi destrutturarlo, è un fondamentale passo da compiere per il raggiungimento di un qualsiasi fine rivoluzionario. Per dirla con le parole di Bookchin: ‘there can be no separation of the revolutionary process from the revolutionary goal‘. Per fare ciò, è cruciale smascherare le linee di forza che reggono il sistema che la rivoluzione si prefigge di annientare. Queste linee di forza sono elusive per chi ne beneficia, che ne è, infatti, anche involontariamente, sorgente e che diventa di conseguenza oppressore. L’oppressione, che viene esercitata da chi si trova in una posizione di privilegio, è funzionale al mantenimento del privilegio stesso e, in quanto tale, è reazionaria e controrivoluzionaria. L’oppressione è unidirezionale, asimmetrica, e segue le linee di forza, che vanno da chi detiene il potere -e quindi il privilegio- a chi invece il potere lo subisce. Essa si manifesta nelle più svariate forme: da quelle palesi, come atti di violenza verbale e fisica, a quelle quasi invisibili perché interiorizzate, sistemiche, radicate nel linguaggio e negli automatismi mentali, parte integrante dell’agire quotidiano. Il ribaltamento, sul piano semantico, dei ruoli di oppresse ed oppressori, serve a delegittimare e sminuire la resistenza opposta da chi non accetta più di subire il privilegio altrui. Esso consiste nel creare un discorso pubblico che accusi le oppresse e gli oppressi di comportarsi alla stregua –se non peggio- dei loro aguzzini, di usare gli stessi metodi e retoriche, di usufruire del privilegio -che non hanno- in modo indegno, a discapito di tutti gli altri -solitamente, in questo discorso, il ruolo de tutti gli altri è interpretato solo dagli oppressori-, e di fatto svuotando di significato le loro istanze. Questo ribaltamento è ovviamente fittizio, ma la retorica su cui si fonda è efficace, in quanto fa leva sull’assunzione sbagliata che la società nella quale viviamo sia di base equa, giusta, armoniosa. È solo portando alla luce le asimmetrie del sistema, che quest’idea errata crolla, lasciando intravedere le profonde ingiustizie intrinseche alla nostra società.

Fred Hampton. 4 Dicembre 1969. Freddato dalla polizia di Chicago nel suo appartamento. Era presidente della sezione dell’Illinois del Black Panther Party.

Franca Rame. Attrice ed attivista. Il 9 marzo 1973 venne caricata a forza su un furgone dove cinque fascisti la violentarono a turno.

Berta Cáceres. 3 Marzo 2016. Assassinata a colpi di pistola nella sua casa. Per anni aveva subito minacce di morte. Era un’attivista indigena, ambientalista, femminista, sostenitrice dei diritti LGBTQA. Secondo alcune fonti, il suo nome compariva su una lista, consegnata ad un’unità della polizia militare honduregna, di attivisti da eliminare. (Mentre sto ancora scrivendo questo pezzo, scopro che la figlia, Bertha Zuñiga, anche lei attivista, è stata attaccata assieme ad altre due membri del Copinh -Council of Popular and Indigeneous Organisations of Honduras- in un agguato. Fortunatamente sono riuscite a scappare.)

Adriana. Donna transessuale reclusa nel reparto maschile del Cie di Brindisi prima, e di Caltanissetta poi. Ha vissuto in Italia per diciassette anni ma, dopo aver perso il lavoro, le è scaduto il permesso di soggiorno. Rischia il rimpatrio forzato in Brasile.

Emmanuel Chidi Nnamdi. Aveva fatto, con la moglie Chinyery, richiesta d’asilo in Italia. Il 6 Luglio 2016, mentre camminavano per le strade di Fermo, sono stati aggrediti verbalmente da Amedeo Manicini, un fascista locale. Scimmia africana uno degli insulti rivolti dall’uomo a Chinyery. Emmanuel reagisce e ne nasce una colluttazione. Viene colpito con un pugno mentre si stava ormai allontanando, dando le spalle al suo assassino. Muore dopo un giorno di coma. Mancini, oggi, è un uomo libero.

L’immagine riflessa nello specchio è quella di una persona pallida. Il naso sporgente, leggermente aquilino. I capelli castani disordinati, non del tutto ricci, un po’ più che mossi, nascondono appena la punta delle orecchie. Il mento e i lati della bocca sono coperti da una barba corta e ispida che si unisce ai baffi in un unico, continuo, tratto. Il resto della mascella e le guance sono glabre se non per qualche pelo che compare sfacciatamente fuori posto. Il collo non fa segreto dei tendini. Le spalle, quando rilassate, risultano leggermente flesse in avanti. Non è un dettaglio. Diventa particolarmente evidente quando lo specchio riflette il profilo: la schiena disegna, scavalcando le scapole, una esse piuttosto esplicita. Le braccia appaiono bianchissime fino ancora al deltoide, poi diventano improvvisamente più scure, un po’ rossicce. Il torace, anch’esso bianco e completamente glabro, se non per il contorno dei capezzoli, si risolve in due pettorali poco appariscenti. Lo sterno sporgente si conclude in un avvallamento pronunciato. Questo avvallamento poi si assottiglia e risale di poco per continuare, come il letto di un torrente in secca, fino all’ombelico, dividendo la muscolatura addominale appena visibile sotto pelle. Da lì, a seguire, giù, contornato da peli scuri, il sesso. Maschile. Per concludere, le gambe, lunghe quasi due volte il tronco, sembrano tirate, nervose.

Nel suo complesso, l’immagine riflessa nello specchio si trova all’intersezione di ogni privilegio.

 

Pietro Liuzzo Scorpo

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