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Washed Out – Mister Mellow

Data di Uscita: 30/06/2017

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Mi ricordo con chiarezza, come se fosse successo appena prima che mi allacciassi la scarpa sinistra, mi ricordo con chiarezza il vociare incessante che, assieme alla musica un po’ strana che passavano in quel posto lì, a volte mi faceva voltare di scatto, come sentendomi chiamare da qualcuno, mi ricordo bene che anni dopo scoprii che quel vociare era nella musica stessa, e la gente che andava in quel posto lì faceva solo finta di parlare, come le comparse che tra loro, mimano solo numeri con le labbra.

 Mi ricordo che tutta la gente che vedevo lì era di un colore indefinito, un misto tra il rosso scuro della luce che veniva dal soffitto, e il blu psichedelico di un faro pulsante, mi ricordo che solo tu avevi un colore, perché sedevi sempre sotto l’occhio di bue. La prima volta che ti ho vista avevi un vestito leggerissimo, plissettato e blu, con dei fiori che forse somigliavano a quelli della buganvillea però erano colorati di beige e rosso, e si appoggiavano al tuo corpo fine come se non lo avessero mai lasciato.
Mi ricordo che avevi la pelle bianca, soprattutto quella delle gambe, che curvavano nei posti in cui mi piaceva da sempre che curvassero delle gambe. Avevi le scarpe di pezza, con la suola in corda e anche quelle erano piene di fiori, molto più piccoli.
Mi ero avvicinata per scoprire il tuo viso dietro gli occhiali, avevo sbirciato un paio di occhi piccoli e lontani per effetto delle lenti, un doppio buco al naso, la bocca come un punto interrogativo. Tante bolle rosse, più o meno grandi, che non mi sembravano niente di diverso da altri fiori sulla tua pelle. Sembravi spaventata da tutto.
Mi ricordo come fosse un attimo fa la curva del tuo seno nudo sotto il vestito, piccolo come un desiderio non ancora nato. Non stavi guardando nessuno, la rasatura ai lati della testa ricresceva sotto i miei occhi come un prato inglese appena innaffiato, con le mani suonavi un piano che non c’era.
A un certo punto ho pensato che piangessi, per via della canzone, mi sono accorta solo dopo che avevi su le cuffiette e di certo non potevi sapere quanto quella musica strana, che passavano in quel locale lì, stesse bene su di te, come se si infiltrasse, o addirittura nascesse naturalmente tra le tue unghie macchiate di bianco, e i tuoi capelli tenuti insieme da una molla di plastica.
Avevo domandato al proprietario, un uomo cattivo che riempiva i bicchieri fino all’orlo, ma serviva sempre birra calda, perché te ne stessi lì sola, ascoltando la tua musica, e se ti avesse mai vista. Mi ricordo che rispose di no.

 Mi ricordo di averti cercato per tutto il giorno successivo, tra i passanti che vedevo ovunque, tra le palazzine a due piani dei rioni in festa, sul tram vecchio, quello coi sedili ancora uno dietro l’altro, sul tram nuovo, quello con i poggiaculi nella parte centrale, mi ricordo che guardavo tutte le donne che passavano con la speranza che avessero un vestito plissettato blu.

 La sera poi, ti avevo trovata lì ed ero riuscita a domandarti perché non ti piacesse la musica che passavano. Mi ricordo come fosse il giorno della mia comunione, quando ero lì all’altare a implorare tutto il Pantheon di non farmi cadere l’ostia dalle mani perché avevo sentito che era un peccato gravissimo, mi ricordo che ti eri tolta la cuffia con cordialità, avevi l’abitudine di fare gesti lentissimi, e mi avevi chiesto, confusa, cosa intendessi dire.

 Avevo domandato al proprietario, un uomo coi capelli sporchi e grigi aggrovigliati come la retina per i piatti, perché te ne stessi sola ascoltando tutta la musica che non potevamo sentire noi, e se ti avesse mai vista. Mi ricordo che disse di no.

 Mi ricordo che il giorno in cui ti chiesi di uscire avevi tolto entrambe le cuffie, portavi i capelli sciolti e avevi gli occhiali in testa. Con gli occhi strizzati mi avevi chiesto, confusa, cosa intendessi dire.

 Dopo circa un anno eravamo andate a vivere assieme, ma mi sembrava sempre che fossi capitata da quelle parti per sbaglio, e che non fosse stata una decisione tua, quanto piuttosto un inciampo casuale della vita, una di quelle situazioni che si arrotolano ed effettivamente non capisci da quale capo iniziare a srotolare.
Ti avevo chiesto spessissimo, soprattutto di notte, a letto, quando i lampioni si mettevano a strisciare sotto le persiane, e la stanza affacciata sulla stazione di polizia diventava tutta blu di sirene, perché andassi sempre in quel posto dove mettevano musica che nessuno, a parte me, il barista misantropo e una decina di altri avventori, apprezzava e poi rimanevi sola tutta la sera con le cuffiette. Ogni volta scrollavi le spalle, me lo ricordo come mi ricordo il sorriso di mia madre.
Credo di aver dormito sempre poco, in tutto quell’anno lì, perché volevo mi dessi una risposta.
Non dissi mai ad alcuno dei miei amici che stavo insieme a te, sarebbe stato difficile spiegare loro che i miei sogni erano abitati di fiori che risalivano la corrente come salmoni e si aprivano sul tuo viso, da minuscole pieghe sui vestiti di seta, da capelli e anelli al naso, da mani che non avevo mai visto sui tasti.
Avrei dovuto capire che saresti andata via quella notte che già le sirene laceravano gli spazi della nostra camera da letto e io mi voltai pianissimo e ti vidi illuminata dalla luce blu, mi parevi anche tu una delle comparse del locale in cui ci eravamo conosciute, e ti domandai a voce bassa, come una cantilena, o uno scherzo tra noi, perché ascoltassi sempre la tua musica in un locale rinomato per la sua musica ricercata.
“Mi piace la birra calda, ma non quella musica lì.” Avevi detto.

A una passante

Giorgia Melillo

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