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Archive for giugno, 2017

Bennett – Bennett

Data di Uscita: 16/06/2017

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Stare insieme. Loro due e basta. Era quella la cosa importante.

La vecchia Pontiak faceva più rumore del solito ma poteva comunque a dar loro una possibilità di uscita dal loro vecchio mondo. Erano passate ormai quattro ore da quando erano riusciti ad uscire dai periferisci sobborghi di Detroit. Scappare era l’unico modo per poter sopravvivere a questo punto. Se l’erano detto molte volte e finalmente ci stavano riuscendo.
Il paesaggio cambiava mentre uscivano dalla cintura metropolitana: gli impianti industriali, oramai pericolanti, lasciavano il passo a una campagna incolta, con grandi insediamenti di pannelli fotovoltaici e pale eoliche.
I siti per la produzione di energia elettrica erano guardati a vista da corpi paramilitari. A Zradko vennero in mente i suoi vecchi lavori. Forse aveva fatto fuori persone che quei militari conoscevano o che addirittura consideravano amici. Non si lasciò distrarre da quei pensieri. Il suo, anzi, il loro obiettivo era chiaro. Guardò per un attimo Yelena che dormiva nel sedile del passeggero. Si sarebbero dovuti fermare a breve per far ricaricare un po’ la batteria della macchina.
Zradko aveva guidato tutta la notte consumando quasi del tutto l’energia dell’accumulatore e il sistema fotovoltaico non era più così efficiente da consentire loro di proseguire ulteriormente. Identificarono il posto adatto: un piazzale con intorno strutture fatiscenti in vetro, doveva essere un vecchio centro commerciale. Zradko controllò che non ci fossero macchine nel giro di una decina di miglia attivando i suoi sensori. Anche il cielo sembrava libero da scocciatori. Si concesse una piccola pausa e svegliò, con un tocco leggero sui capelli, Yelena. Appena lei aprì gli occhi, lo guardò ancora mezzassonnata e gli sorrise. Si guardò intorno e chiese allarmata cosa stesse succedendo. Lui la tranquillizzò con un sguardo silenzioso appena accennato e disse:

“Sta andando tutti secondo i piani.”
“Mi hai spaventata, pensavo fosse successo qualcosa di grave.”

Prima di ripartire in lontananza scorse qualcosa che attirò subito la sua attenzione, zoomò sulla area e vide che, a circa sei miglia, la polizia aveva piazzato un posto di blocco. Cercando informazioni sulla zona circostante si rese conto che non c’erano ripari sicuri.
Yelena, riconoscendo il cambio d’espressione sul volto del suo compagno di viaggio, gli chiese cosa stesse succedendo. Zradko le spiegò la situazione in poche parole perchè era intento a captare le comunicazioni della polizia per capire cosa avrebbero dovuto aspettarsi.

Yelena lo distolse dalle sue ricerche appongiando a sua testa sulla sua spalla:

“Potrebbe essere la fine della corsa, lo sai vero?”
“Sì lo so, era troppo bello per essere vero.” concluse Zradko.

Stava per  accendere il motore e dirigersi verso il posto di blocco quando Yelena lo trattenne per un braccio e guardandolo negli occhi gli disse:

“Comunque vada, grazie di tutto. Stare insieme. È questa la cosa importante.”

 

Giulio Pieroni

 

Vince Staples – Big Fish Theory

Data di Uscita: 23/06/2017

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Put him on a cross so we put him on a chain

Il ristorante sul mare aveva quella straordinaria patina di mondanità, dall’ingresso sul pontile alle posate assolutamente luccicanti. Coppie in ferie, comitive di ragazzi pronti ad una serata, e noi due: strafatti e rilassati come non mai in tenuta Dickies d’ordinanza.
Abbiamo ordinato i piatti di pesce migliori, lasciando una poderosa mancia (e il numero di telefono e di stanza d’albergo) alla cameriera bionda, quella con il perizoma che spuntava dal pantalone nero. Eppure qualcosa non filava per il verso giusto.

How I’m supposed to have a good time / When death and destruction’s all I see? / Out of sight, I’m out of my mind

Eravamo in attesa dell’autista e delle valigie da Los Angeles, quelle con gli strumenti necessari al live della sera successiva. Un feroce vento si è alzato all’improvviso increspando il mare, e ci siamo rintanati nel locale ordinando altri whisky & sour. Abbiamo pronta una cosa bellissima, un disco della madonna con feat importanti; eppure il vento ci preoccupava più del dovuto, come se nell’aria non ci fosse abbastanza profumo di erba per sopravvivere.

No green grass, no porch / I just want sea shores

Ho piazzato anche qualche citazione colta, perché sarò un negro, ma è possibile essere acculturati pure venendo dal Ghetto; sconfinando da Trump ai sbrodolatori seriali che ci vogliono nello stesso omogenizzato per anime buone. Finito il Whisky siamo usciti e pioveva a dirotto, mentre in fondo al lungomare nessuna macchina stava arrivando nella direzione corretta. Probabilmente l’autista era andato a puttane, caricandone troppe per fare in fretta, e spendendo altri fottuti soldi con la sola speranza di ricevere un altro aumento.

Know they hate to see me make cash, got the space dash / In the foreign with the GPS addessed to you mama house

Fortunatamente qui non mi riconosce nessuno e posso anche pisciare nel mare, sporgendomi con l’uccello oltre le colonne pacchiane a indicare la fine del pontile. Quando pisci tra le onde e dal cielo piovono litri di acqua ti dovresti sentire liberissimo, e invece quell’ansia totale non ci ha mai abbandonato.
Avevi detto che con un pizzico di techno, e i bassi, i synth luminosi ecc. ecc. ci saremmo liberati un attimo dalle paranoie, andando incontro ad un pubblico più ampio e capace di cullarci. Quando ci riascolto in cuffia sono più nervoso di prima, l’oscurità è presente dappertutto e forse dovremmo semplicemente conviverci.
Ci siamo imposti di riflettere a lungo, perché il successo va costruito senza sputtanarsi in giro. Il divertimento è legato a tutto quel circo esploso con Senorità? Probabilmente sì, facciamocene una ragione e torniamo a bere whisky in attesa che l’autista finisca la sua stupida scopata.

Where the fuck is my VMA? Where the fuck is my Grammy?

 

Alessandro Ferri

Lorde – Melodrama

Data di Uscita: 16/06/2017

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      Ella si arrampicava sugli alberi con le amiche, filavano veloci tra i rami come dei gatti e si sedevano con le gambe ciondoloni tra le fronde, interrogandosi sul futuro, fantasticando, come tutte le bambine del mondo.
      Non aveva mai imparato a proteggersi con le bugie, né a proteggere gli altri, e alle altre stava simpatica per questo, perché sembrava venuta da un mondo in cui la malizia non aveva sporcato i ruscelli.
      Ella non sapeva ancora cosa fosse la vita quando all’improvviso la vita stessa le saltò addosso e scompigliò le carte dei suoi giorni presenti e futuri, come un uragano, e si trovò di nuovo con le gambe nel vuoto, tra le eleganti balaustre di un palazzo, di notte, nel bel mezzo di una festa. Qualche minuto da sola per gli ultimi sorsi di un cocktail fresco ma ormai annacquato dal ghiaccio sciolto mentre al piano di sotto il turbinio di una notte danzante non andava scemando. Era tutto reale, e lei non aveva mai saputo mentire, né avrebbe imparato ora: tra accordi pop e canzoni nuove, semplici e complesse, non avrebbe mai negato la bellezza del divertimento, della compagnia, dei sorrisi che diventano pianti e poi ancora sorrisi, delle fisiologiche trasgressioni, delle delusioni e dei traguardi. Poi avrebbe fatto come sempre, sarebbe scappata leggera come sulle punte, e appoggiata la testa sul guanciale ti avrebbe guardato con quegli occhi magnetici della giovinezza prima di addormentarsi, occhi ai quali non avresti mai saputo negare l’evidenza, né resistere.

Federica Giaccani

Ahmad Jamal – Marseille

Data di Uscita: 09/06/2017

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Un uomo nato nel 1930 che fa questa musica, oltre a essere una lezione vivente e un mezzo miracolo, sbriciola tutti i luoghi comuni che vogliono l’artista bruciante in una potente fiamma che si spegne presto. Ahmad Jamal ha 87 e le sue dita toccano ancora il pianoforte con uno stile e un incantamento che molti altri snobissimi pianisti talentuosi degli ultimi decenni non sanno nemmeno dove cercare.

Mi fa venire in mente Mario, una delle migliori persone che io abbia incontrato nella mia improbabile esistenza. Mario ha un paio di anni in meno di Ahmad ma conserva nei suoi occhi quella vita e quella bellezza che possiede solo chi ha dentro di se il vero – e ineffabile – senso della bellezza. Per Mario, come per alcuni filosofi, mistici o poeti, la bellezza è verità e la verità è bellezza – e non ho paura di usare un mezzo cliché lettarario – dove etica ed estetica si fondono in una vita pulita, senza paura di dover annullare il proprio ego, con un modo di rapportarsi agli altri che ha la semplice nobiltà di chi è davvero umile. Mario mi ha dato la mia unica regola che seguo per scolpire il legno, oltra a una serie di consigli senza pretese e senza orgoglio. Ora che non ce la fa più a scolpire dipinge e ha ripreso a leggere la poesia, altra sua grande passione, e lo fa con la sua debole e gentile voce, non solo con gli occhi. È un carabiniere in pensione, una brava persona, le cui mani sono un monumento e i cui occhi fanno tremare per la tenerezza e l’onestà che trasmettono.

Ahmad Jamal ha avuto una vita completamente diversa ed è tutt’altra persona, ma è accomunato alla bellezza di Mario proprio per la sua comprensione dell’essenza della bellezza, che trasmette tramite le corde del suo pianoforte. Il suo non è un jazz particolarmente sperimentale o sconvolgente, ma è bello – l’aggettivo più abusato e scontato è in questo caso, al contrario, il massimo omaggio che io possa fargli – e con un’anima, americana, remotamente africana, con armonie tutt’altro che scontate, con ritmi e passaggi che sorprendono.

A parte il ripetuto omaggio alla città francese con la canzone Marseille in tre versioni differenti, sorprendono il primo e l’ultimo pezzo: l’ultimo, Pots en verre, dove insieme all’America del nord, all’Africa e all’Europa converge anche l’America del sud, in una commistione di generi che mostra il divertimento ancora vivo che Jamal prova quando suona; il primo pezzo Sometimes I feel like a motherless child oltre all’eco di un certo tipo di jazz degli anni cinquanta e sessanta – con un po’ di settanta di mezzo – stupisce per il suo titolo, una sensazione provata prima o poi da ogni uomo, uno smarrimento di cui è bello vedere la sublimazione tramite musica di un uomo di 87 anni che ti fa ballare e sorridere e che sembra non aver paura di niente.

 

Marco Di Memmo

 

Algiers – The Underside of Power

Data di Uscita: 23/06/2017

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Riconoscere il proprio privilegio, analizzarlo criticamente, decostruirlo e quindi destrutturarlo, è un fondamentale passo da compiere per il raggiungimento di un qualsiasi fine rivoluzionario. Per dirla con le parole di Bookchin: ‘there can be no separation of the revolutionary process from the revolutionary goal‘. Per fare ciò, è cruciale smascherare le linee di forza che reggono il sistema che la rivoluzione si prefigge di annientare. Queste linee di forza sono elusive per chi ne beneficia, che ne è, infatti, anche involontariamente, sorgente e che diventa di conseguenza oppressore. L’oppressione, che viene esercitata da chi si trova in una posizione di privilegio, è funzionale al mantenimento del privilegio stesso e, in quanto tale, è reazionaria e controrivoluzionaria. L’oppressione è unidirezionale, asimmetrica, e segue le linee di forza, che vanno da chi detiene il potere -e quindi il privilegio- a chi invece il potere lo subisce. Essa si manifesta nelle più svariate forme: da quelle palesi, come atti di violenza verbale e fisica, a quelle quasi invisibili perché interiorizzate, sistemiche, radicate nel linguaggio e negli automatismi mentali, parte integrante dell’agire quotidiano. Il ribaltamento, sul piano semantico, dei ruoli di oppresse ed oppressori, serve a delegittimare e sminuire la resistenza opposta da chi non accetta più di subire il privilegio altrui. Esso consiste nel creare un discorso pubblico che accusi le oppresse e gli oppressi di comportarsi alla stregua –se non peggio- dei loro aguzzini, di usare gli stessi metodi e retoriche, di usufruire del privilegio -che non hanno- in modo indegno, a discapito di tutti gli altri -solitamente, in questo discorso, il ruolo de tutti gli altri è interpretato solo dagli oppressori-, e di fatto svuotando di significato le loro istanze. Questo ribaltamento è ovviamente fittizio, ma la retorica su cui si fonda è efficace, in quanto fa leva sull’assunzione sbagliata che la società nella quale viviamo sia di base equa, giusta, armoniosa. È solo portando alla luce le asimmetrie del sistema, che quest’idea errata crolla, lasciando intravedere le profonde ingiustizie intrinseche alla nostra società.

Fred Hampton. 4 Dicembre 1969. Freddato dalla polizia di Chicago nel suo appartamento. Era presidente della sezione dell’Illinois del Black Panther Party.

Franca Rame. Attrice ed attivista. Il 9 marzo 1973 venne caricata a forza su un furgone dove cinque fascisti la violentarono a turno.

Berta Cáceres. 3 Marzo 2016. Assassinata a colpi di pistola nella sua casa. Per anni aveva subito minacce di morte. Era un’attivista indigena, ambientalista, femminista, sostenitrice dei diritti LGBTQA. Secondo alcune fonti, il suo nome compariva su una lista, consegnata ad un’unità della polizia militare honduregna, di attivisti da eliminare. (Mentre sto ancora scrivendo questo pezzo, scopro che la figlia, Bertha Zuñiga, anche lei attivista, è stata attaccata assieme ad altre due membri del Copinh -Council of Popular and Indigeneous Organisations of Honduras- in un agguato. Fortunatamente sono riuscite a scappare.)

Adriana. Donna transessuale reclusa nel reparto maschile del Cie di Brindisi prima, e di Caltanissetta poi. Ha vissuto in Italia per diciassette anni ma, dopo aver perso il lavoro, le è scaduto il permesso di soggiorno. Rischia il rimpatrio forzato in Brasile.

Emmanuel Chidi Nnamdi. Aveva fatto, con la moglie Chinyery, richiesta d’asilo in Italia. Il 6 Luglio 2016, mentre camminavano per le strade di Fermo, sono stati aggrediti verbalmente da Amedeo Manicini, un fascista locale. Scimmia africana uno degli insulti rivolti dall’uomo a Chinyery. Emmanuel reagisce e ne nasce una colluttazione. Viene colpito con un pugno mentre si stava ormai allontanando, dando le spalle al suo assassino. Muore dopo un giorno di coma. Mancini, oggi, è un uomo libero.

L’immagine riflessa nello specchio è quella di una persona pallida. Il naso sporgente, leggermente aquilino. I capelli castani disordinati, non del tutto ricci, un po’ più che mossi, nascondono appena la punta delle orecchie. Il mento e i lati della bocca sono coperti da una barba corta e ispida che si unisce ai baffi in un unico, continuo, tratto. Il resto della mascella e le guance sono glabre se non per qualche pelo che compare sfacciatamente fuori posto. Il collo non fa segreto dei tendini. Le spalle, quando rilassate, risultano leggermente flesse in avanti. Non è un dettaglio. Diventa particolarmente evidente quando lo specchio riflette il profilo: la schiena disegna, scavalcando le scapole, una esse piuttosto esplicita. Le braccia appaiono bianchissime fino ancora al deltoide, poi diventano improvvisamente più scure, un po’ rossicce. Il torace, anch’esso bianco e completamente glabro, se non per il contorno dei capezzoli, si risolve in due pettorali poco appariscenti. Lo sterno sporgente si conclude in un avvallamento pronunciato. Questo avvallamento poi si assottiglia e risale di poco per continuare, come il letto di un torrente in secca, fino all’ombelico, dividendo la muscolatura addominale appena visibile sotto pelle. Da lì, a seguire, giù, contornato da peli scuri, il sesso. Maschile. Per concludere, le gambe, lunghe quasi due volte il tronco, sembrano tirate, nervose.

Nel suo complesso, l’immagine riflessa nello specchio si trova all’intersezione di ogni privilegio.

 

Pietro Liuzzo Scorpo

Andrea Laszlo De Simone – Uomo donna

Data di Uscita: 9/06/2017

      Credo sia iniziato tutto la prima volta che lo vidi fermo in un angolo di luce,
      comincia tutto con una classica frase all’imperfetto che nasconda in tutti i modi la temporalità di cui faccio parte, comincia tutto con la morbidezza dei capelli che cadono sulle spalle, e le mani molto piccole, disegnate e non ancora finite, senza il chiaroscuro sembrano delle mani di statua pallida, credo sia iniziato tutto dal capire che non potevo stare nella stessa stanza con te, con lui, con l’altro che ho incontrato un pomeriggio, aveva gli occhiali da sole, il vino, i capelli biondi di paglia, la sera che vidi per la prima volta lui, con una bottiglia di plastica piena di vino, una giacca pesante, un paio di stivali, quel pomeriggio che andammo a vedere un film in un cinema piccolo, insieme alla tua collega, quel giorno al mare che l’autobus non passava e noi volevamo infilarci tra i cespugli, quella volta in cui mi accorsi che pronunciavi le parole in modo insopportabile, le trascinavi tutte come un pescatore con una rete enorme, ne dicevi tantissime, quella volta in cui mi prese quasi per mano, con la mano, ma perse di vista la strada, sbandando e finendo vicino al muro della galleria
      mi pare chiaro che vedere passare i giorni, vederli inanellati uno accanto all’altro come le perline blu della collanina che non toglievo mai quando ero bambina, e che se ora ci dormissi pure come facevo allora mi sentirei soffocare, mi sentirei soffocare come quando dal parrucchiere mi mettono la mantella, la reggo sempre col dito indice, così che non vada troppo vicino al collo, mi pare chiaro che vedere i giorni infilarsi sotto le poltrone, tra le fughe del pavimento di terracotta, sotto la credenza bassa, quasi rasoterra senza i piedi, come le perline della collana che non toglievo mai quando ero bambina, a parte quella volta che l’avevo strappata via e avevo visto tutte le perline rotolare lontano, mi pare chiaro venisse tutto dal pomeriggio in cui avevo bevuto il vino al parco, eravamo seduti di spalle al sole, chiacchieravamo molto, avevamo parlato di tartarughe, di memoria, di ragazzini del liceo, ma mai del secondo spazzolino che stava a casa sua mentre facevo la pipì e c’era quel fumetto con i topi nazisti.
      Credo sia iniziato tutto quando avevo visto che piega faceva la pelle delle tue occhiaie chiare, quasi trasparenti, perché riuscivo a indovinare la forma delle ossa, e ti sentivo molto prossimo, anche se non lo eri, quando lui poi aveva tagliato il pane troppo largo, facendo fette gigantesche per giganti, misurandole dalle sue mani grandi che sembravano intagliate nel legno. Quando aveva messo un maglione di lana che gli faceva le spalle appena più larghe, lui che le aveva così strette.
      Era finito tutto quando avevi preferito il blu del fiume, ché ti pareva più rassicurante, e l’altro aveva scelto una canzone diversa per il suo matrimonio, e lui aveva pensato ad una casa sotterranea, dove la luce non arriva e nemmeno il calore dei termosifoni, e invece l’altro ancora è qui, lo vedo incastrato in un cono di luce, mi sta parlando ma perdo i suoni che se ne vanno distribuendosi nel vento, nel traffico che c’è qui sotto, qualche piano sotto di noi, una manciata di ragazzini che hanno i pantaloni corti si lamentano che l’autobus non passa, uno di loro canta una canzone rap in cui non ci sono rime, il fioraio sulla strada sonnecchia e alle sue spalle, tra le gerbere, i lilium, i girasoli, c’è una Madonna vestita da araba, ha i capelli biondi e un sacco di collane.

Giorgia Melillo

Fleet Foxes – Crack-Up

Data di Uscita: 16/06/2017

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Il macchinista tirò il freno del treno all’improvviso, in un tratto di normale velocità sostenuta, sicché tutti noi che dormivamo serenamente nel convoglio ci svegliammo di soprassalto; in particolare, ricordo che fui sbalzato in avanti e per poco non mi ritrovai scaraventato sul grembo di una suora seduta di fronte nel vagone. Per una volta che avevo preferito evitare la macchina, la fatica e l’eventualità di incidenti, il viaggio stava prendendo una tragica piega a causa di un camion ribaltato sui binari, e un gregge riversato a sua volta nel deserto della campagna sconfinata.

La mia chitarra ne uscì illesa, e questo bastò per rasserenarmi senza alcuno sforzo. Mi feci strada tra le bestemmie dei fortuiti compagni d’avventura e i loro gesti affaccendati nel recuperare le proprie cose a terra e in mezzo ai sedili, avrei voluto avvisarti dell’accaduto ma ovviamente – come accade spesso da copione in circostanze come quelle – non c’era campo, per cui uscii a prendere una boccata d’aria e a fumare una sigaretta. La prima di una lunghissima serie, in una rigida notte sotto un cielo tempestato di stelle che luccicavano come strass in un abito da sera. Le pecore vagavano disorientate nell’oscurità, sembravano un mare fluido e spumeggiante mosso dalle sferzate del vento, e io avevo paura del vento, mi ha sempre ficcato in testa cattivi presagi da ingenuo seguace animista. Ricordo mio nonno quando ero bambino, mi aveva portato più volte sul promontorio a lanciare nel vuoto i denti da latte caduti – “Liberiamocene amore mio, ormai sei grande e non ne hai più bisogno, facciamoli custodire dalle conchiglie dei fondali assieme alle loro perle! Esprimi un desiderio!” – diceva; poi restavamo lì per diverso tempo ad ammirare la roccia d’arenaria che si infilava verticale nel blu profondo dell’oceano. “Non esiste scultore più bravo del vento, guarda come plasma i fianchi della collina e ne disegna pieghe elegantissime. La natura non accetterebbe che roccia e acqua si incontrino senza un poco di grazia.” Io annuivo col capo, non avrei mai potuto dargli dispiacere con le mie perplessità, ma non riuscì mai a convincermi; quella notte le raffiche si abbattevano su quei poveri ovini, e io che non avevo motivo di subire lo stesso supplizio decisi di uscire esclusivamente per i minuti di fisiologica dipendenza dalla nicotina.

Il camion s’era capovolto, e non solo pesava troppo per rimetterlo al suo posto, ma nella caduta si era ovviamente rotto qualcosa. Nessuno sapeva metterci le mani, bisognava attendere un carroattrezzi la mattina seguente.

C’era questo mio amico che aveva un’insana mania di rompere le cose per rivedere poi se sarebbe stato in grado di riaggiustarle, alle elementari si era addirittura scassato la bici per mettersi alla prova; mi tornò alla memoria quella notte così, ci eravamo perfino persi di vista. Ma quella notte nessun camion sarebbe tornato integro al suo posto, e nessuno strappo si sarebbe ricucito da sé in questo logoro legame che stavo tentando di rammendare prendendo il treno. Era un’impresa disperata, avevo da tempo esaurito la scorta di dentini da gettare dal dirupo per poter esprimere desideri realizzabili e sentire la stretta della grande mano di mio nonno – “vedrai che andrà bene”; però avevo, avevamo, la musica, e una speranza da nutrire.

C’erano queste canzoni che mi ronzavano in testa, si rincorrevano sparse l’un l’altra da quella notte in cui alberi e persiane erano stati percossi attorno casa dallo stesso vento che stava scompigliando la lana delle pecore, fuori dal treno. La memoria mi funzionava per analogia già allora, e dal trambusto delle carrozze in preda all’esasperazione da attesa indeterminata mi trovai di colpo nel silenzio delle mie stanze, nella mia città. Erano melodie abbozzate, stralci di visioni da una finestra lontana un continente da quelle che stavano nutrendo le tue suggestioni; erano per lo più frammenti da ricomporre come tessere di un mosaico che avrebbe avuto senso solo dalla commistione degli sguardi. Un’occhiata fiduciosa dal promontorio, nonostante le onde, nonostante temporali passati e futuri, malgrado tutto. Il sole sarebbe comunque sorto in un angolo e sarebbe dipeso solo da noi allargare la scena per fargli spazio, far parlare le chitarre e le nostre storie, alzare cori di voci, liberare pianoforte archi e percussioni, fare posto a cavalcate selvagge accanto a sussurri intimisti. Ti avevo spedito i pezzi da ascoltare, sapevamo entrambi che questo gesto significava ben più di un’offerta di pace: cominciare assieme di nuovo. Una manciata di composizioni forse dissonanti nel complesso, ma sincere, e un armistizio. Tremavo all’idea del tuo responso. Mi avresti risposto?

Arrivarono a rimuovere camion e bestiame col sole già alto, un ritardo spaventoso e l’ombra di stazioni vuote con nessuno ad aspettarmi; il telefono avrebbe ripreso a funzionare a breve ma ero ormai troppo stanco per continuare a temere. Nemmeno una stella cadente c’era stata per tentare la fortuna con la lotteria dei sogni, ma in cuor mio sapevo che con le canzoni avrei superato anche il più bravo dei meccanici, o almeno ci avevo provato.

 

Federica Giaccani

Omar Souleyman – To Syria, With Love

Data di Uscita: 2/06/2017

È una di quelle rarissime volte in cui non so davvero che cosa scrivere e nemmeno che cosa pensare. Forse c’è poco da pensare. L’avete ascoltato questo album? Fatelo.

Marco Di Memmo

Washed Out – Mister Mellow

Data di Uscita: 30/06/2017

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Mi ricordo con chiarezza, come se fosse successo appena prima che mi allacciassi la scarpa sinistra, mi ricordo con chiarezza il vociare incessante che, assieme alla musica un po’ strana che passavano in quel posto lì, a volte mi faceva voltare di scatto, come sentendomi chiamare da qualcuno, mi ricordo bene che anni dopo scoprii che quel vociare era nella musica stessa, e la gente che andava in quel posto lì faceva solo finta di parlare, come le comparse che tra loro, mimano solo numeri con le labbra.

 Mi ricordo che tutta la gente che vedevo lì era di un colore indefinito, un misto tra il rosso scuro della luce che veniva dal soffitto, e il blu psichedelico di un faro pulsante, mi ricordo che solo tu avevi un colore, perché sedevi sempre sotto l’occhio di bue. La prima volta che ti ho vista avevi un vestito leggerissimo, plissettato e blu, con dei fiori che forse somigliavano a quelli della buganvillea però erano colorati di beige e rosso, e si appoggiavano al tuo corpo fine come se non lo avessero mai lasciato.
Mi ricordo che avevi la pelle bianca, soprattutto quella delle gambe, che curvavano nei posti in cui mi piaceva da sempre che curvassero delle gambe. Avevi le scarpe di pezza, con la suola in corda e anche quelle erano piene di fiori, molto più piccoli.
Mi ero avvicinata per scoprire il tuo viso dietro gli occhiali, avevo sbirciato un paio di occhi piccoli e lontani per effetto delle lenti, un doppio buco al naso, la bocca come un punto interrogativo. Tante bolle rosse, più o meno grandi, che non mi sembravano niente di diverso da altri fiori sulla tua pelle. Sembravi spaventata da tutto.
Mi ricordo come fosse un attimo fa la curva del tuo seno nudo sotto il vestito, piccolo come un desiderio non ancora nato. Non stavi guardando nessuno, la rasatura ai lati della testa ricresceva sotto i miei occhi come un prato inglese appena innaffiato, con le mani suonavi un piano che non c’era.
A un certo punto ho pensato che piangessi, per via della canzone, mi sono accorta solo dopo che avevi su le cuffiette e di certo non potevi sapere quanto quella musica strana, che passavano in quel locale lì, stesse bene su di te, come se si infiltrasse, o addirittura nascesse naturalmente tra le tue unghie macchiate di bianco, e i tuoi capelli tenuti insieme da una molla di plastica.
Avevo domandato al proprietario, un uomo cattivo che riempiva i bicchieri fino all’orlo, ma serviva sempre birra calda, perché te ne stessi lì sola, ascoltando la tua musica, e se ti avesse mai vista. Mi ricordo che rispose di no.

 Mi ricordo di averti cercato per tutto il giorno successivo, tra i passanti che vedevo ovunque, tra le palazzine a due piani dei rioni in festa, sul tram vecchio, quello coi sedili ancora uno dietro l’altro, sul tram nuovo, quello con i poggiaculi nella parte centrale, mi ricordo che guardavo tutte le donne che passavano con la speranza che avessero un vestito plissettato blu.

 La sera poi, ti avevo trovata lì ed ero riuscita a domandarti perché non ti piacesse la musica che passavano. Mi ricordo come fosse il giorno della mia comunione, quando ero lì all’altare a implorare tutto il Pantheon di non farmi cadere l’ostia dalle mani perché avevo sentito che era un peccato gravissimo, mi ricordo che ti eri tolta la cuffia con cordialità, avevi l’abitudine di fare gesti lentissimi, e mi avevi chiesto, confusa, cosa intendessi dire.

 Avevo domandato al proprietario, un uomo coi capelli sporchi e grigi aggrovigliati come la retina per i piatti, perché te ne stessi sola ascoltando tutta la musica che non potevamo sentire noi, e se ti avesse mai vista. Mi ricordo che disse di no.

 Mi ricordo che il giorno in cui ti chiesi di uscire avevi tolto entrambe le cuffie, portavi i capelli sciolti e avevi gli occhiali in testa. Con gli occhi strizzati mi avevi chiesto, confusa, cosa intendessi dire.

 Dopo circa un anno eravamo andate a vivere assieme, ma mi sembrava sempre che fossi capitata da quelle parti per sbaglio, e che non fosse stata una decisione tua, quanto piuttosto un inciampo casuale della vita, una di quelle situazioni che si arrotolano ed effettivamente non capisci da quale capo iniziare a srotolare.
Ti avevo chiesto spessissimo, soprattutto di notte, a letto, quando i lampioni si mettevano a strisciare sotto le persiane, e la stanza affacciata sulla stazione di polizia diventava tutta blu di sirene, perché andassi sempre in quel posto dove mettevano musica che nessuno, a parte me, il barista misantropo e una decina di altri avventori, apprezzava e poi rimanevi sola tutta la sera con le cuffiette. Ogni volta scrollavi le spalle, me lo ricordo come mi ricordo il sorriso di mia madre.
Credo di aver dormito sempre poco, in tutto quell’anno lì, perché volevo mi dessi una risposta.
Non dissi mai ad alcuno dei miei amici che stavo insieme a te, sarebbe stato difficile spiegare loro che i miei sogni erano abitati di fiori che risalivano la corrente come salmoni e si aprivano sul tuo viso, da minuscole pieghe sui vestiti di seta, da capelli e anelli al naso, da mani che non avevo mai visto sui tasti.
Avrei dovuto capire che saresti andata via quella notte che già le sirene laceravano gli spazi della nostra camera da letto e io mi voltai pianissimo e ti vidi illuminata dalla luce blu, mi parevi anche tu una delle comparse del locale in cui ci eravamo conosciute, e ti domandai a voce bassa, come una cantilena, o uno scherzo tra noi, perché ascoltassi sempre la tua musica in un locale rinomato per la sua musica ricercata.
“Mi piace la birra calda, ma non quella musica lì.” Avevi detto.

A una passante

Giorgia Melillo

Marika Hackman – I’m not your man

Data di Uscita: 2/06/2017

Con questa voce vorrei comporre una sinfonia per il tuo profumo, vorrei svegliarmi e vederti tagliare un’anguria nuda, nuda, con le tue gambe azzurre come il sale e con la tua criniera che conosce sette parole; vorrei svegliarmi e pensare di non aver buttato tutta la mia vita con la persona sbagliata e con un me stesso sbagliato.

 

Marco Di Memmo

Roger Waters – Is This the Life We Really Want?

Data di Uscita: 02/06/2017

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E’ il momento della storia. Stasera c’è anche la luna piena, come anche un’altra volta che mi svegliai all’una di notte e uscii in giardino e c’era questa luna semplicemente perfetta, tutta tonda enorme e bianchissima. Devo fotografarla, ricordo che pensai, ma no, per farle giustizia bisognava prendere…la telecamera!

Ma non è questa la storia e si, lo so che tanto tu non ci capisci un cazzo, ma metti che mi sbaglio e queste cose le vai a raccontare a qualcuno?

In pratica mio nonno faceva il vino nella campagna che avevamo in paese, pareva fosse buono e ricordo periodi in cui il magazzino con la porta scorrevole era stipato di bottiglie. Dico pareva perché io ero troppo piccolo per poter dare un soggettivo parere, ma mio nonno mi dava sempre il vino a pranzo con l’acqua. Poi mia nonna, sempre con quei modi cattolici, aggiungeva la Fanta, diceva LA BIBITA! e mi sorrideva.

Ma perché ti dico questo? Giusto, il vino. Mio nonno scriveva su tutte le etichette, a penna, data di produzione, vitigno e D.O.D.

Che vuol dire D.O.D.? gli chiesi una volta. Vedi Angelo di Gesù, mi disse abbassandosi alla mia faccia, D.O.D. vuol dire Denominazione Originale Di Pietrantoni. E’ una cosa che si scrive sul vino, e poi c’è il nostro cognome. Non puoi capire la gioia che gli uscì fuori quella volta nel suo studio, sembrava la cosa di cui andasse più orgoglioso nella vita. Il sogno del nonno era affiancare un’azienda vinicola al suo lavoro principale, era Generale. Sognava di produrre vino da messa per tutte le chiese della provincia, aveva già anche il nome, ALETHEIA.

Anche per i Testimoni di Geova? Non lo so questo. Ma i Testimoni di Geova hanno la messa con il vino come i nostri? Domanda intelligente, ma non credo il nonno ci pensasse più di tanto, ai Testimoni di Geova.

E poi è morto, uscendo da lavoro un giorno. La sua Alfa fu affiancata da una Volvo rossa station-wagon dalla quale partirono raffiche di Kalashnikov. Un attentato bello famoso, sai? A casa arrivò una telefonata: L’operazione Di Pietrantoni è conclusa, dissero, e chiusero.

Da quel periodo in poi la nonna si fece integralista, ogni volta che m’incontrava per casa mi catturava

Angeluccio, ho comprato la nuova cassetta di Padre Barron. In questa spiega i dodici modi per approfondire il tuo viaggio spirtuale ed aiutare a diffondere la fede. SPREAD THE WORD, si chiama. Tu lo fai l’ inglese, no? Lo sapevi che solo il ventiquattro percento dei cattolici assiste alla Messa ogni domenica? Ma non c’è dubbio che non capiscono la gravità del fatto o proprio non se ne curano. Come può essere? E togliti le dita dal naso, che passa l’angelo e dice amen.

E’ stato un brutto periodo, mi dispiace per il nonno. Era un grand’uomo, anche se nemmeno crescendo, ad oggi, in questi giorni assurdi, ho avuto accesso alla sfumatura della sua persona tale da giustificare una spiritualità e una religiosità tanto banali.

 

Gabriele Battista